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Cercai un punto.
Sopra le nostre teste.
Qualcosa che non produceva alcun rumore.
Qualcosa che non era possibile vedere in quanto distorceva la luce.
Un punto, leggermente opaco, nel cielo azzurro.
Lo trovai!!
Feci fuoco.
Il suono metallico dei proiettili sulla corazza metallica provocarono scintille ed un suono stridente.
L’Aviocoptero era corazzato, ma lo erano anche i miei colpi che, difatti, danneggiarono il velivolo.
Fu il segnale che i cecchini, tra gli alberi, stavano attendendo.
Cadde una pioggia di colpi.
Le postazioni nemiche, nascoste nella boscaglia, al pari della sola postazione costituita da me e da Valeria, non potevano scontrarsi, in quanto nessuna conosceva la posizione dell’altra.
Entrambi i gruppi di cecchini, allora, facemmo fuoco su coloro i quali erano allo scoperto.
Le persone caddero giù come birilli!
Era un inferno di fischi, urla e boati.
Chi riuscì a reagire, prontamente, si buttò a terra o fece in tempo a fuggire dietro agli alberi.
Ma non tutti risposero con prontezza ad una situazione inaspettata.
Il giovane con le lunghe trecce che stava parlando con Caroline estrasse una pistola e puntò la dottoressa.
La Ramier non poteva essere, parimenti, veloce ad estrarre un fucile da sotto il giacchino.
Feci fuoco io e buttai giù il capellone.
Valeria fece fuoco insieme a me.
Anche noi, in quel momento, eravamo, a tutti gli effetti, dei cecchini nascosti.
I cinque caddero giù.
Così come alcuni dei nostri.
Caroline riuscì a nascondersi dietro gli alberi.
Dopo un primo scambio, terrificante, di colpi, le armi tacquero.
In campo aperto, ora, vi erano solo cadaveri.
Cinque loro e circa nove dei nostri.
Non c’era altro bersaglio da colpire, e sparare a vuoto avrebbe reso individuabile la propria posizione.
L’eco degli spari riempiva, ancora, l’aria.
Ma presto calò il silenzio dei boschi.
Un silenzio di morte.
Due gruppi attendevano, silenti, di poter scorgere una sagoma da colpire.
C’era una sola cosa da fare per rompere quello stallo: Ripiegare.
Tornare indietro.
Lo facemmo tutti, istintivamente e simultaneamente.
Forse lo fecero anche loro.
Importante era restare nascosti, e non spostarsi allo scoperto.
Io e Valeria ci ritraemmo nel bosco.
Dopo qualche metro di cammino accovacciati, ci unimmo agli altri.
Qualcuno salì in direzione del Passo di Vizze.
Io fermai Valeria ed attesi di vedere la Ramier.
La vedemmo.
Era insieme ad altri.
Stavano risalendo anche loro.
Ma non tornavano indietro; camminavano curvi dietro gli alberi, verso destra.
Li seguimmo.
L’Aviocoptero era stato danneggiato, però poteva essere ancora attivo, e poteva essere un drone militare armato.
Fortuna che il bosco era fitto e gli alberi non ci rendevano individuabili o, facilmente colpibili dall’alto, anche con i visori a ricerca calorica.
Dopo una mezz’ora ci fermammo in un punto ben nascosto tra alberi e massi.
Un arrocco ben coperto anche dall’alto.
Puntammo i fucili in tutte le direzioni.
Non scorgemmo nulla.
Prendemmo a parlottare sottovoce.
Ci domandammo con chi ci fossimo scontrati, se EcoNazi o Mangiateste.
La Ramier disse che quello davanti a lei, prima di estrarre la pistola, aveva pronunciato il “ Libera Mater de Immundo Semine”.
Erano Crudeliani!
Restammo, per un attimo, freddi!
Ci guardammo intorno tutti, ansimando e puntando le nostre armi.
Non c’era nessuno.
La dottoressa chiese chi fossero coloro i quali si erano accorti del tranello ed avevano sparato sull’Aviocoptero.
Quando la Ramier seppe che eravamo stati io e Valeria, ci ringraziò per aver salvato la vita a tutti.
Tutti tranne quelli che erano caduti.
Verificammo se ci fossero feriti tra di noi.
Dopo di che elencammo i nomi di chi era rimasto vittima dell’agguato.
Ci chiedemmo cosa fare per coloro che erano tornati indietro, fuggendo verso il Passo di Vizze.
Realizzammo che tornare indietro, a riprenderli, sarebbe stato un suicidio.
Ognuno aveva, ormai, preso la sua strada.
Qualcuno, che conosceva il nome e la storia delle vittime, spese una parola di cordoglio.
Stemmo in un silenzio rabbioso e frustrato.
Dario Bove, un ingegnere elettronico veronese, che si era preso la colpa dell’investimento di un cervo fatto da sua figlia ed era dovuto fuggire per evitare la punizione della Polverde; colui il quale, a tutti gli effetti, sembrava il braccio destro di Caroline, domandò come facessero, i Mangiateste, ad avere un Aviocoptero invisibile.
Gli risposi che quei maledetti avevano, senza una apparente e plausibile spiegazione, le armi militari più progredite, e che, forse, erano “ammanigliati” con la Polizia Ambientale.
La dottoressa era afflitta ed avvilita, si sentiva responsabile per un incontro imprevisto che era costato la vita a nove di noi.
Oltre alla separazione con altri, ancora, del gruppo.
Le dissi di non rimproverarsi più di tanto, perché quelli erano Crudeliani, ed era già tanto se eravamo ancora in vita.
I Mangiateste, infatti, sono perennemente a caccia di fattori inquinanti umani.
Essi nascondono la loro natura ed intenzioni, si camuffano, simulano altre personalità ed arrivano anche a rinnegare il loro credo e modo di vivere; il tutto al solo fine di poter compiere la loro missione fanatica.
Non è facile accorgersi di loro; almeno fino a quando, essi, non si mostrano.
La nostra guida si domandava in quale mondo e quale umanità stessimo vivendo e generando; al punto di essere costretti a dover sparare al solo incontro con un proprio simile.
Ormai incontrare altri esseri umani era divenuto, a tutti gli effetti, pericoloso.
La Ramier, visibilmente provata disse che, ormai, l’ultima Umanità eravamo solo noi.
Per me, invece, c’eravamo solo io e Valeria; gli altri erano da verificare.
Quella notte non accendemmo il fuoco.
Non ce la sentimmo nemmeno di dormire molto.
La mattina dopo, però, accendemmo dei fuochi per il caffè ed altre bevande calde.
Non era sicuro tornare sul percorso tracciato dalla dottoressa.
Dovevamo trovare qualche strada alternativa.
Difatti Caroline stava studiando la sua cartina e segnava dei punti su di essa.
Il percorso della dottoressa era studiato anche per fare tappa, di tanto in tanto, in piccoli centri.
Al fine di fare rifornimenti di tutto quanto necessitasse, per lavarci, lavare gli indumenti ed altre necessità.
Ora, invece, eravamo, dannatamente, fuori direzione.
Eravamo saliti in quota e ci eravamo mossi verso est.
Caroline Ramier decise.
Avremmo optato per un altro tragitto, per poi ricongiungerci sulla direttrice del percorso originale.
Per la dottoressa dovevamo scendere verso i Carpazi e la pianura ungherese.
Ci muovemmo.
Camminammo per tre giorni nella direzione indicata da lei.
Dopo di che avemmo necessità di lavarci.
Trovammo un piccolo paesino tra le montagne.
Poco più di una quindicina di case.
Però c’era un albergo per gli appassionati di sci che in inverno visitavano quella zona.
Era l’ideale per noi.
Nascondemmo le armi nelle borse.
Ci presentammo come i membri di una associazione di trekking.
Caroline Ramier aveva preparato tutto alla perfezione.
L’associazione era stata fondata e registrata col nome di un tizio canadese, credo un amico della dottoressa.
Così come, probabilmente, tutti i membri registrati della associazione fossero ex assistiti della Ramier.
Chissà quale era la storia della dottoressa?
Tra di noi nessuno chiedeva nulla, agli altri, circa il proprio passato.
Tranne i casi in cui era il diretto interessato ad aprire l’argomento, infatti, queste domande non erano permesse.
Prendemmo le camere.
In un piccolo negozietto che vendeva di tutto, acquistammo indumenti nuovi e detersivi per lavare quelli in nostro possesso.
Facemmo spesa di tutto.
La cosa singolare è che pagasse tutto la Ramier, con la carta dell’associazione; albergo e spesa comprese.
Nove giorni prima, la dottoressa, in Italia, aveva pagato con un’altra carta intestata ad una tizio greco.
Quella donna aveva organizzato la sua fuga dall’Umanità, strutturandola fin nei più piccoli particolari.
Non sapevo cosa pensare.
Era un piano architettato da anni per scomparire dal mondo? O era un segnale per chi ci stava seguendo?
Non ero sicuro di niente, cercavo solo di stare con gli occhi aperti.
Ripartimmo due mattine dopo.
Non prendemmo la strada principale che conduceva ad altri centri.
Ci addentrammo nuovamente nei sentieri tra le montagne austriache.
Mi sembrava che l’Austria fosse tutta una montagna.
Anche se dopo due giorni non ero più sicuro se ci trovassimo ancora in Austria o in Ungheria.
Sta di fatto che l’ansia della dottoressa di non mettere più in pericolo il gruppo e di portarci lontano da potenziali pericoli, ci conduceva in luoghi sperduti.
Quattro giorni dopo l’ultimo incontro con la civiltà, raggiungemmo un paesino a circa 1300 metri di quota.
Non saprei dire in quale nazione ci trovassimo.
Si chiamava Grunes Feld.
Poche case ed una sola struttura recettiva.
C’era solo una baita di montagna con il ristorante e tre camere.
Dovemmo fare a turno per la pulizia del corpo e degli indumenti.
Però quel posto non mi piaceva.
C’erano troppi giovani.
Un paesino di appena una ventina di case, in quota, sulle Alpi; doveva essere popolato, principalmente, da anziani.
Invece, lì, la cittadinanza era composta, quasi completamente, da giovani.
Dissi alla dottoressa di andarcene il prima possibile.
Valeria stava per confermare le mie preoccupazioni, in modo tale da lasciare intendere che, un tempo, lei era stata…
La fermai subito.
La mattina seguente ci organizzammo per la partenza…Ma in paese non c’era più nessuno!
Nessuno!!
Era, tutto, solo case e silenzio.
Solo grilli e strade vuote.
Una scena inspiegabilmente terrificante.
Una sensazione che, se non è mai stata vissuta prima, risulta, veramente, difficile da concepire ed interpretare.
Ci sentimmo, in quel momento, come dei violatori e profanatori di quel luogo di remota ed intima solitudine.
Ci chiedemmo di tutto e facemmo mille ipotesi.
Per me, invece, non c’erano dubbi
Alla reception chiamammo e cercammo i proprietari della struttura.
Non trovammo nessuno.
Uscimmo in strada con circospezione.
Non riuscivamo, nemmeno, a parlare tra di noi.
Temendo, quasi, di violare il silenzio di quel luogo.
Sembrava che il nostro stesso respiro fosse un boato sacrilego, in quella landa di silenzio.
La popolazione era, completamente scomparsa.
Dovevamo squagliare, e di fretta.
Ebbi la sensazione di aver visto giusto.
Non ci avevano, nemmeno, permesso di pagare.
Non dovevano esserci tracce del nostro passaggio, in quel luogo.
E temevo che non dovevano rimanere, nemmeno, tracce di noi.
Ora ne ero certo.
Eravamo finiti in una base degli Androguerrieri!
Erano gli Antropartigiani!
Erano le Brigate Umane!!
E ci avevano presi tutti per Mangiateste.
Eravamo in trappola.
Si sarebbero fatti qualche domanda solo dopo averci seppellito: Forse!
Caroline non concordò con la mia tesi e disse di andarcene senza tirare fuori le armi.
Un gruppo come il nostro, secondo lei, aveva spaventato gli autoctoni, i quali si erano nascosti, temendo un nostro raid.
Se la popolazione locale, in quel momento, ci stava osservando, non dovevamo farli allarmare ancor di più.
Ce ne andammo come una normale comitiva di trekkers.
Io, però, non mollai la presa sul mio fucile.
Certe volte, a mio avviso, la dottoressa e tutti questi “Hippies” del gruppo, avrebbero dovuto darmi retta.
Se gli Androguerrieri si erano nascosti, non era, certo, per paura.
Era, solo, per farci la pelle.
Ci stavano aspettando da qualche parte.
Dovevamo solo prendere la strada più impervia e meno percorribile, e, così, forse, li avremmo evitati.
Ma niente.
Questi non avevano, ancora, capito con chi avevano a che fare.
Presero a camminare sul sentiero sterrato verso le montagne, come tanti figli dei fiori…
Sembrava che avessero una scritta “ spara qui!” addosso.
Io e Valeria ci tenemmo, un po’, a distanza.
Le chiesi quali fossero le intenzioni dei suoi ex commilitoni.
Lei mi rispose grave e sicura: “ Vogliono farci allontanare dal paese…Poi….”.
Le domandai come si potesse essere talmente, stolidamente, sicuri da poter condannare le persone a morte, solo, sulla base di un semplice sospetto?
“ Lo sai perché si diventa un membro delle Brigate Umane, Lupo?” rispose lei: “Avviene quando hai perso qualcuno, che ti era caro, in un Campo di Rieducazione degli Econazisti o mangiato dai cannibali ambientali.
Da quel momento in poi, ciò che ti fa agire e pensare è, solamente, l’odio.
Puro e semplice desiderio di vendetta.
All’inizio liberi le persone dai Mangiateste o aiuti a fuggire la gente, prima di un rastrellamento della PolVerde.
Poi, però, finisci per renderti conto che il tuo odio e le tue azioni non sono tanto diversi da quelli dei Crudeliani…”.
Convenni con quanto diceva Valeria.
Però c’era, comunque, qualcosa che non mi tornava.
Perché mai, nel dubbio, non lasciare che andassimo via senza sospettare nulla, per poi seguirci e verificare chi fossimo in realtà?
Perché mettere in atto la messa in scena del paese svuotato, correndo il rischio di farci preparare allo scontro imminente?
Non sarebbe stato più logico farci andare via tra sorrisi e saluti, per poi colpirci a tradimento?
O magari vedere se ce ne andavamo via per la nostra strada senza problemi?
Come facevano questi Antropartigiani a non avere il benchè minimo dubbio che fossimo, realmente, una comitiva di trekkers?
I conti non mi tornavano.
Mi fermai di botto e presi ad urlare, chiamando Caroline.
Il gruppo si fermò e si girò.
Dissi alla dottoressa per quale motivo non avesse la minima perplessità circa quello che era successo, poco prima, in paese.
Le domandai come riuscisse a camminare tranquilla andando, probabilmente, incontro ad un’imboscata?
Le chiesi come facesse a non concepire nemmeno l’idea che tutto quanto stava accadendo fosse, a tutti gli effetti, l’esecuzione di una condanna che era stata, già, pronunciata su tutti noi?
Le domandai, ancora, come facesse a non guardare le sue mappe geografiche ed a cercare un modo di evitare zone e radure aperte o gole strette tra le montagne; luoghi, questi, dove saremmo stati dei facili bersagli.
Dario Bove mi disse che stavo esagerando e che stavo, solo, spaventando il gruppo.
Non lo risposi nemmeno.
Continuai a parlare con la Ramier; le ricordai la sparatoria contro i Crudeliani.
Dissi che se volevamo arrivare in Siberia e vivere in pace, dovevamo evitare gli altri esseri umani, perchè questo, oramai, era un mondo in guerra.
Non guerre tra le nazioni, ma guerre tra gli uomini.
Le guerre di prima, infatti, avevano dei ruoli definiti; costituiti e caratterizzati da uniformi, bandiere, aree geografiche e conformazioni fisiche specifiche.
Tutto questo, quindi, distingueva i contendenti e li rendeva, reciprocamente, identificabili.
La guerra globale no.
Ognuno poteva essere il tuo nemico.
Il tuo amico poteva diventare il tuo aguzzino.
Un tuo familiare, il tuo traditore.
Era una guerra, puramente, ideologica che avvinghiava l’intera razza umana, in ogni luogo del pianeta.
Parlamentare era inutile, con nessuna delle parti.
Ognuna di esse pensava di detenere una verità assoluta.
Si poteva solo combattere o fuggire via.
La dottoressa mi ascoltò.
Prese le sue carte e cominciò a spulciarle.
Dopo poco disse che il nostro attuale percorso ci avrebbe condotti in un paesino abbandonato.
Le dissi che, molto probabilmente, era lì che ci stavano aspettando.
“ Parleremo con loro, Lupo” disse la Ramier: “ Siamo solo persone che hanno violato le Leggi Ambientali e che devono transitare di qui per evitare i Campi di Rieducazione.
Ci capiranno.
Non abbiamo fatto nulla contro di loro”.
Cercai di spiegare alla dottoressa che era inutile tentare di ragionare con chi ci stava per tendere un agguato.
Valeria cercò di convincere Caroline circa il fatto che le Brigate Umane non avrebbero sentito ragioni di sorta.
Che avevano, probabilmente, provveduto, già, a compiere un processo contro di noi, a nostra insaputa, e che tale processo si era concluso con la nostra condanna.
Ora tale condanna sarebbe stata eseguita!
Valeria mostrò di conoscere informazioni di cui pochi erano al corrente, circa gli Androguerrieri.
A mio avviso non doveva divulgare certe cose, perché così avrebbe potuto attirare, su di noi, sospetto degli altri.
Caroline e il gruppo, però, non parvero dare molto credito a quanto aveva appena esposto Valeria.
La dottoressa disse che, a prescindere da chi o cosa fossero le persone che ci stavano aspettando, ove mai ci stessero aspettando; comunque nessuno di noi era obbligato a fare alcunché.
Ognuno poteva prendere la decisione e la direzione che voleva…in ogni momento.
Si avviarono tutti dietro la Ramier.
Mi sembravano delle pecore che andavano, convinte e speranzose, verso il macello.
Non sapevo come poter convincere quella gente a desistere.
Valeria mi guardò avvilita per non essere riuscita a far cambiare idea al gruppo.
Per me, però, alla fine dei conti, importava ben poco di quello che volevano fare gli altri.
Volevano andare a fare una visitina alla tana del lupo?
Beh! Contenti loro!
Valeria mi fece riflettere, però, sul fatto che solo la Ramier conoscesse il percorso per la nostra meta in Siberia.
Senza di lei e le sue carte non potevamo affrontare, da soli, un viaggio tanto lungo e rischioso.
Saremmo finiti in mano alla PolVerde. O peggio.
Imprecai.
Però sapevo che la mia amica aveva ragione.
Decidemmo, allora, di seguire il gruppo ed il suo infausto destino.
Pensammo, però, di non rimanere su quella strada a fare i bersagli mobili.
Risalimmo, quindi, un fronte di una delle colline che delimitavano la valle che ospitava il sentiero principale percorso dal gruppo.
Delle volte nei comportamenti stolidi ed insensati dei miei compagni di viaggio vedevo il fanatismo dei peggiori membri della Polizia Ambientale.
Ritenere che il proprio modo di vedere le cose sia una verità assoluta, è fondamentalismo.
E’ integralismo.
Ed era proprio questa, la causa di tutti i mali di quest’epoca.
L’idolatria assoluta delle proprie idee, ritenute l’unica e sola verità.
Anche il principio più bello, pulito e positivo di questo mondo, infatti, senza la comprensione delle ragioni degli altri e senza il dubbio; diventa totalitarismo.
Invece chiunque, a questo mondo, pensava di vivere e di pensare nel modo giusto e legittimo.
Ritenendo, al contempo, gli altri e chiunque la pensasse in maniera differente, come degli elementi dannosi e destabilizzanti per una sorta di equilibrio globale che, a loro ritenere, si era, faticosamente, raggiunto.

Giuseppe Borrelli

“…Dopo che avete cancellato Dio, ora volete salvare il pianeta?
Dopo che avete soppresso i figli dell’uomo, ora volete salvare gli animali?
Dopo che avete cancellato i generi, ora volete salvare le specie?
Dopo che avete aiutato gli uomini a morire, volete salvare le foreste?
Dopo che avete divorato gli esseri umani, volete curare gli alberi?
Gli alberi nascono e crescono da soli, gli uomini no!
Noi sbagliamo, siamo fallaci e siamo umani.
Ma il Mondo di Domani sarà senza Crudeliani!”
[Giuramento dell’Androguerriero delle Brigate Umane]

“ …Libera Mater de Immundo Semine…”
Sconosciuta preghiera dei Crudeliani


Non ho idea da quanti giorni stessimo girando tra quelle montagne.
Avevamo appena lavato i vestiti in un limpido fiumiciattolo pieno di sassi e, per la fretta, non avevamo, nemmeno, aspettato che si asciugassero del tutto.
Fortuna che il Sole scottava e c’era caldo.
Il mio cellulare senza ricarica, CWR, si stava, appunto, ricaricando alla luce del Sole.
Dovevo solo fare attenzione a non farlo vedere agli altri.
Un cellulare avrebbe potuto renderci localizzabili.
A quel punto, il resto della banda mi avrebbe potuto accusare di essere………..Uno di loro!
…Ed allora sarei stato costretto a farli tutti fuori……
La notte era trascorsa, relativamente, tranquilla.
I turni di guardia erano stati brevi e senza particolari patemi.
Poi, ormai, dormivo molto poco.
Non mi fidavo delle altre sentinelle.
Non mi fidavo delle persone che stavano camminando con me.
Non mi fidavo di nessuno…..
Chiunque poteva essere un Crudeliano.
Chiunque.
E qualunque persona, per un Crudeliano, non era una persona.
Era solo un H.P.F.
Un Human Pollutant Factor.
Un Fattore Inquinante Umano.
Da uccidere, smembrare e mangiare.
Cotto o crudo non importava.
Importante per un Crudeliano era alleggerire il pianeta dalla presenza degli umani.
A parte loro, ovviamente, i quali eliminando i fattori inquinanti e cibandosene, avevano un P.I.R. positivo.
P.I.R. stava per Polluting Impact Rate.
Tasso di Impatto Inquinante.
Era il coefficiente di calcolo dell’impatto ambientale di ogni essere umano sull’ecosistema.
La tua alimentazione, il tuo vestiario, il tuo modo di vivere e di viaggiare: Alla tua esistenza veniva, sostanzialmente, attribuito un punteggio.
Se tale punteggio superava la soglia critica, erano problemi…
La Polizia Ambientale ti prendeva e ti portava nei Campi di Rieducazione.
Forse ne uscivi vivo, forse no.
Ma se ti prendevano i Crudeliani…..Diventavi la loro cena…!
Loro agivano nella massima segretezza, con piccoli rapimenti e sparizioni, era difficile che agissero mediante delle grandi operazioni di rastrellamento come la Polizia Ambientale, in quanto, comunque, la PolVerde li avrebbe fermati.
Anche se, molto probabilmente, anche tra le guardie con il simbolo della Terra, con una grossa quercia incastonata al Polo Nord e due mani che proteggevano il mondo; c’erano dei Mangiateste nascosti.
Per tale ragione, ormai, dormivo molto poco.
Non c’era modo di riconoscere un Crudeliano.
Tra di loro, forse, dovevano avere un segnale di riconoscimento o una qualche parola d’ordine, per non dover finire a mangiarsi l’uno con l’altro.
Io, però, questi segni non li conoscevo, anche perché, l’ipotesi che si ammazzassero e mangiassero, anche tra di loro, non era completamente da escludersi.
Pare, comunque, che prima di iniziare i loro banchetti, i Mangiateste recitassero una loro preghiera in latino, il “ Libera Mater”.
Io, comunque, non la conoscevo, né ero sicuro circa la veridicità di tale credenza.
Per tali ragioni, quindi…… dormivo poco.
Caroline Ramier guidava il gruppo.
Era una dottoressa, credo francese o svizzera.
E, finora, non avevamo incontrato anima viva.
Questo stava a significare che, forse, la dottoressa non ci stava conducendo in qualche trappola.
Però tenevo, lo stesso, gli occhi aperti e stavo sempre sul chi va la.
Anzi, essere riuscito a piazzarmi in fila alla carovana mi faceva stare più tranquillo.
Comunque non ero del tutto tranquillo.
Non lo ero mai.
Non più.
Forse la Ramier era una della Polizia Ambientale e ci stava portando tutti in un Campo di Rieducazione.
Perciò stavo in guardia.
Era cominciato tutto dopo il fallimento della colonizzazione di Marte.
L’essere umano, infatti, non si adattava alla gravità del Pianeta Rosso.
Ed, allora, il tentativo di decongestionare il nostro Pianeta dal sovrappopolamento era, miseramente, fallito.
La Televisione ed Internet parlavano in continuazione di una Terra avvelenata ed inquinata, dove bruciavano foreste e morivano animali.
Le città costruite sul mare, per quanto votate alla massima sostenibilità, erano divenute più dannose dello stesso problema che avrebbero dovuto risolvere; finendo per scaricare i loro rifiuti in mare aperto.
Gli Ecodomes, alti fino al cielo, con le coltivazioni alle pareti e con le immense fattorie a cupola, non stavano raccogliendo molta popolazione, a causa dell’altissimo P.I.R. positivo che necessitava per esservi ammessi.
Le Colonie desertiche stavano funzionando meglio, però, al primo sgarro, finivi in Rieducazione.
A complicare il quadro, poi, ci fu la subitanea trasformazione e recessione della tanto acclamata “Green Economy”, in quella che venne ribattezzata come la “Green Misery”.
La miseria verde, scaturente dalla formale riconversione ambientale dell’economia, la quale, infatti, finì per tradursi in una sostanziale paralisi ed inibizione di buona parte delle attività manifatturiere umane.
Io, in quegli anni, facevo il camionista ed il mondo non mi sembrava tanto diverso da come era sempre stato.
Giravo il Nord Italia, la Francia, la Svizzera e l’Austria.
Prendevo il marmo a Carrara, lo portavo a Sassuolo per farlo lavorare; e lì caricavo i manufatti marmorei per portali all’estero.
Si, in estate, qualche bosco bruciava.
Però su questo pianeta gli alberi, comunque, ricrescono.
Da soli.
Condividevo, ovviamente, la salvaguardia dell’ambiente, però dover arrivare, quasi, a cancellare l’Umanità in nome della Natura; mi sembrava, sinceramente, una gran fregatura.
Cominciarono prima le Organizzazioni Transnazionali.
Erano in contrasto con le Nazioni e con i loro popoli.
Le due più grosse erano i Guardiani della Natura e i Difensori dell’Ambiente.
Tutti i social network del mondo si fusero in una sola entità, una specie di intelligenza artificiale multimediale, il suo nome era: Gaia.
Bisognava educare l’Umanità ad uno stile di vita eco-sostenibile e, siccome, in questo, gli Stati avevano fallito; le Organizzazioni Transazionali decisero di cominciare a decidere, loro, al posto delle Nazioni e per l’Umanità intera.
Nel 2042 eravamo 11 miliardi di individui sulla Terra.
E buona parte di essi, presero ad approvare e supportare le idee di questi profeti ecologisti.
Fino a quando, queste organizzazioni non crearono una loro milizia.
In quel momento, esse, si fusero e diedero vita alla Polizia Ambientale.
Questa armata globale di Eco-Nazisti, agiva in tutto il mondo, con la compiacenza e, talvolta, la connivenza delle autorità statali.
Nessuno si frappose innanzi alla follia di questi scalmanati, tanto più in quanto costoro agivano ammantati dal fine, infinitamente positivo, della preservazione dell’ecosistema.
Poi, però, le cose si complicarono.
Avvenne quando la Polizia Ambientale entrò, con propri membri ed esponenti, nei Parlamenti nazionali; eleggendo politici e presidenti.
Da quel momento, essa, ebbe mano libera anche a livello legislativo e giudiziario.
Le Leggi Ambientali ed i Confinamenti Giudiziari nei Campi di Rieducazione divennero sistematici e continui.
Ma si risolse ben poco.
L’esistenza umana, per quanto votata a disciplinari esistenziali sostenibili, rinnovabili ed eco-compatibili; finisce sempre e comunque per inquinare.
Gas serra, onde elettromagnetiche, consumo del suolo e dell’acqua, alimentazione e stanzialità; tutto è consumo di risorse.
E qualcuno, allora, pensò ad un modo “brillante” di eliminare questo problema.
Non rieducare gli esseri umani, ma più semplicemente…….Mangiarli!!
Da un punto di vista strettamente algebrico, infatti, questo era sicuramente il modo migliore di evitare il consumo di risorse e di eliminare l’inquinamento.
Il consumo di umani limitava, infatti, il consumo di suolo e di acqua ed, al contempo, riduceva l’impatto inquinante complessivo.
Comparvero, così, i Crudeliani.
Il cui regime alimentare erano le persone.
Fu il caos.
La Polizia Ambientale fece poco per contrastare i Mangiateste.
I quali agivano con dei raid veloci e segreti.
Facendo sparire le persone, così, di punto in bianco.
La risposta avvenne poco dopo.
Fu la nascita delle Brigate Umane.
Altrettanto segrete e feroci, esse, si frapposero alla follia dei Crudeliani ed allo strapotere della Polizia Ambientale; difendendo l’Umanità.
Però agendo, sostanzialmente, con metodiche di guerriglia, di spionaggio e di sabotaggio.
Fu guerra totale.
Non tra le Nazioni, ma dentro di esse.
Nessuno sapeva come fermare il caos.
Nessuno sapeva se il proprio vicino o il proprio amico fossero un Crudeliano, uno della Polverde o un Androguerriero delle Brigate Umane.
La Società crollò.
La Civiltà stessa scomparve.
Ognuno si trovò isolato nella propria nazione, nella propria città e, talvolta, nella propria casa.
L’unica soluzione era fuggire via…..dall’Umanità.
Allontanarsi dal mondo civilizzato.
Eravamo nel Giugno del 49, credo.
Ormai erano due anni che vivevo nei boschi.
Io sono di Merano.
Il marito di mia sorella Tonia Minari, è nella Polizia Ambientale.
Lei ed i miei anziani genitori, Silvano e Gemma, non li tocca nessuno, perché mio genero, Nevio Androne, ha un posto di rilievo nella PolVerde.
Io, però, sono un camionista, fumo e mangio carne.
Sono sulla lista nera.
Mi venne fatto capire che dovevo darmela.
Che stavano per venirmi a prendere.
Che proteggermi era difficile e controproducente, anche per un ufficiale della Polizia Ambientale.
Ed allora me la diedi.
Dapprima me ne andai a vivere nel camion.
Fino a quando non me lo incendiarono i Crudeliani, durante uno scontro.
Quella notte morirono la mia fidanzata Gabriella e suo cugino Rolando.
Loro erano fuggiti via con me, poco prima di un rastrellamento della PolVerde.
Lasciammo cinque Crudeliani a terra.
Però Gabriella mi manca da morire.
Da allora fui solo.
Di tanto in tanto, scendevo in qualche paesino per comprare qualcosa.
La carta me la ricarica, tuttora, mia madre.
La Polizia Ambientale ha tolto il denaro contante.
Si compra da mangiare solo con le carte di credito.
Quando e quanto decidono loro che devi mangiare, ti forniscono i titoli di credito sulla carta.
Fortuna che i titoli si possono trasferire tra le persone, seppur in modiche quantità, ed allora, di tanto in tanto, posso comprarmi qualche vestito o altre cose necessarie.
Armi e munizioni comprese.
Anche se, per quelle, più che i titoli devo portare carne……
Si! Perché in tutta questa follia ambientalista, dove si mangiano insetti ed esseri umani; la pratica, quasi del tutto vietata, dell’abbattimento animale, ha fatto diventare la carne, principalmente suina, bovina ed equina, più preziosa dell’oro.
Io, talvolta, porto animali morti nei paesi e la gente mi dà le cose.
Nei piccoli paesini di montagna, PolVerde e Mangiateste sono, quasi del tutto, assenti.
Per loro sono un mostro, perché, talvolta, abbatto degli animali per mangiare.
Però, in questi piccoli centri fuori mano, ci sono quelli delle Brigate Umane, imboscati.
Se ti beccano, devi fare quello che dicono loro.
Altrimenti ti danno del Crudeliano e ti fanno secco…
Che tu lo sia o no.
Quelli prima sparano e, poi, fanno le domande.
In questi anni ho vissuto, quasi sempre, da solo.
Soprattutto in un casolare abbandonato, sperduto nei boschi.
Niente energia ovviamente.
A parte i generatori, i fornelli ed i scaldaacqua ad energia solare.
Tra i boschi, poi, una volta, incontrai due ragazze.
Si chiamavano Carmen e Valeria, e credo fossero una coppia a tutti gli effetti.
Mi si attaccarono alle calcagna come due cagnoline.
Le feci venire con me e non perché fossero belle.
Erano armate, attrezzate ed avvedute.
Sapevano il fatto loro.
E sapevano cucinare.
Per il resto, il fatto che fossero donne, mi interessava poco.
Da quando avevo perso Gabriella, quella notte, era come se il mio cuore fosse divenuto di pietra.
Carmen e Valeria se l’erano data, come me.
Dovevano aver superato il P.I.R., anche loro.
Sarebbero state prese, presto, dalla PolVerde.
Perlomeno era quello che credevo….
Quando, poi, un giorno, arrivarono una ventina di persone armate al casolare; seppi che le mie coinquiline appartenevano alle Brigate Umane.
Dovevano assaltare un covo dei Mangiateste.
Ormai li avevo visti in faccia.
O stavo con loro, o finivo sottoterra.
Raggiungemmo il posto.
Era una specie di agriturismo, o spa, o roba simile.
Ma nella stalla c’erano persone.
Anche bambini.
Non lo potevo accettare.
Attaccammo.
Fu una carneficina.
Quei Mangiateste schifosi ci attaccavano anche a mani nude.
Li prendemmo alla sprovvista e prevalemmo.
Liberammo gli ostaggi, e li mettemmo sulla strada di casa.
Seccammo una trentina di Crudeliani, ma solo cinque di noi rimasero in vita.
Tra questi non c’era Carmen.
Era stata frantumata, internamente, dal fascio di un disgregatore ultrasonico.
Non si vede e non si sente nulla, però, se vieni colpito, cadi giù come un sacco di patate.
Un’arma in dotazione solo ai reparti di elite degli eserciti.
I Mangiateste non dovrebbero avere armi simili, perciò sono convinto che essi siano inseriti nei posti che contano, e, forse, manovrati da gente importante della PolVerde.
Valeria ne fu distrutta.
La potevo comprendere.
Fin troppo bene, purtroppo.
Quando me la filai, lei mi chiese di poter fuggire con me.
Accettai.
Raggiungemmo un rifugio in quota.
Lontano da tutto.
Fu un inverno lungo.
Però stavamo caldi ed avevamo tutto.
Avevamo entrambi perso le persone che amavamo.
Questo ci legò.
A primavera scendemmo.
Un inverno lassù, infatti, era abbastanza.
Il prossimo lo avremmo passato altrove.
Incontrammo questa gente.
Semplicemente tornai dalla caccia e vidi Valeria insieme a loro.
Mi preoccupai che fossero delle Brigate Umane, però la mia amica non voleva più avere nulla a che fare con gli Antropartigiani; e, difatti, queste persone non lo erano.
Un po’ di iniziale titubanza, e, poi, prendemmo a camminare tutti insieme.
Caroline Ramier voleva andare in Siberia, e faceva sul serio.
Solo 4 abitanti per chilometro quadrato.
Il posto migliore al mondo per chi vuole fuggire dal mondo.
La dottoressa aveva stilato un percorso ed una tempistica.
Viaggio lontano dai centri abitati, ovviamente.
Fino alla Siberia, attraverso i boschi d’Europa.
Per fine estate saremmo arrivati.
Ci sembrò una scemenza, ma Caroline ci credeva davvero e, alla fine, convinse anche noi.
Belaya Gora, in Yakuzia, sul fiume Indigirka; raggiungibile tutto l’anno.
Lei aveva controllato con le foto satellitari, era tutto intatto e non c’era quasi più nessuno.
Il posto mite e tranquillo dove poter vivere.
Ed allora ci unimmo a loro.
Il mio nome per esteso è Lupo Feroce Minari ed ora me ne voglio andare in Siberia.
Lontano da tutto e da tutti……..
Avevamo superato la Conca di San Candido.
Dapprima superando il Rio Sesto ed i bacini idrografici dell’Adige, dell’Isarco, del Piave e del Tagliamento.
I Passi del Brennero e del Tarvisio potevano essere pericolosi, in quanto controllati.
Perciò puntammo, direttamente, al Passo di Vizze, ad una quota di 2276 m. Il più alto, e forse il meno sorvegliato.
Contavamo di non incontrare nessuno.
Difatti non incontrammo nessuno.
Ci accampammo in quota.
Era fresco ma non faceva freddo.
Accendemmo il fuoco senza timore, d’altronde eravamo lontani da tutto; e, poi, ci presentavamo come una associazione di trekkers.
Avevamo anche la tessera associativa.
La dottoressa aveva pensato a tutto.
La mattina dopo superammo il Passo di Vizze ed iniziammo la discesa.
Eravamo in territorio austriaco.
Caroline teneva sempre la direzione, e faceva sul serio.
La dottoressa, infatti, non ne voleva sapere di farsi localizzare, e per questo non utilizzava dispositivi satellitari; aveva tracciato il percorso con delle carte geografiche, e spesso controllava se ci stessimo tenendo sui sentieri prestabiliti.
Durante la discesa ci rilassammo, ed accelerammo oltre il dovuto.
Non me ne accorsi nemmeno io.
Ero sovrappensiero.
Fin a quando non sentii Valeria, davanti a me, che mi chiamava sottovoce.
In quel momento ci fermammo.
C’era qualcuno.
In retrovia, eravamo una trentina di metri dalla testa del gruppo, non si riusciva a scorgere chi avessimo incontrato.
Presi Valeria e la condussi con me.
Ci inerpicammo tra i cespugli, sulla sinistra, ed aggirammo il punto dove il gruppo aveva incontrato “qualcuno”.
Ci nascondemmo dietro degli alberi, ed assistemmo alla scena.
Erano in cinque.
Tre uomini e due donne.
Dovevano essere comparsi all’improvviso.
Altrimenti Caroline li avrebbe evitati.
Erano giovani, vestiti alla stracciona, con indumenti di plastica riciclata, capelloni, barboni e pieni di orecchini e di piercing.
La dottoressa aveva fiutato qualcosa.
La Ramier teneva la mano sotto la giacca, mentre parlava sorridendo.
Stava toccando il suo fucile.
Anche la dottoressa si stava, certamente, chiedendo cosa ci facessero cinque giovani “freakkettoni” variopinti, nella fitta boscaglia e disarmati.
Caroline sapeva che i tempi che stavamo vivendo rendevano, estremamente, rischioso aggirarsi in posti isolati; soprattutto senza la possibilità di potersi difendere.
Perciò la dottoressa faceva buon viso, mentre cercava di scorgere l’eventuale cattivo gioco.
Mi guardai intorno, cercai di vedere qualcosa tra le fronde.
Venni distratto da un movimento anomalo dei rami degli alberi.
Anomalo perché eravamo in una giornata calda, con assenza di vento, e perché mi era sembrato che quello spostamento d’aria provenisse dall’alto.
Alzai lo sguardo, in quanto temevo di aver capito, e cercai.

Giuseppe Borrelli

 

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Il progetto nasce dall’esigenza di valorizzare il cosiddetto turismo esperienziale, condividere i nostri viaggi e di creare una guida turistica alternativa, o meglio una vera e propria antologia di racconti, grazie ai quali avremo la possibilità di scoprire e riscoprire un luogo in infiniti modi diversi.

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Quanto sia fredda la neve di Campo Catino, i pastori di Torre Cajetani lo sapevano molto bene. Di solito, in quegli anni sessanta, partivano da casa alle quattro di mattina, e non avevano bisogno di nessuna sveglia, bastava il canto del gallo, mentre le pecore attendevano in un ovile fatto di pietre, col tetto in tegole di argilla; quasi tutte le greggi erano stipate all’interno del paese, sia per averle vicine alla propria abitazione, sia per difenderle meglio dai numerosi branchi di lupi, che di notte, appostati sulle colline attorno, facevano sentire i loro ululati agli sparuti paesani.

I festeggiamenti natalizi erano passati da poco, ormai c’era solo il gelo di gennaio da combattere, e bisognava anche procurarsi da mangiare, perché il grano mietuto nella stagione precedente non era stato granché, aveva fruttato solo un quintale di farina per famiglia, e nulla più….

La famiglia di Marcellino era povera, come più o meno tutte le altre; viveva in una casa costruita con i tufi, fredda e inospitale, piena di umidità che nemmeno il fuoco della vecchia cucina a legna riusciva a mitigare. Per combattere l’inverno, madre, padre e tre figli dormivano nello stesso lettone col materasso di crine, scaldandosi l’un l’altro. Ma al canto del gallo, ora toccava a Marcellino, il più piccolo, accompagnare il padre al pascolo, per imparare il mestiere.  A cinque anni, il bambino non riusciva quasi mai a tenere il passo del padre. Alle pecore pensava Poldo, il cane da pastore maremmano, che sapeva bene come dirigerle. Tuttavia, poteva capitare che una pecora si perdesse, e papà Egidio per sicurezza le ricontava tutte prima del rientro in ovile.

“Ora sei grande, sei stato a scuola, contale tu”, disse a Marcellino qualche anno più tardi. Ma il giovine con le sue pecore aveva un problema, e più cresceva, più il problema si evidenziava. Dopo averle portate al volubro per abbeverarle, e dopo che Poldo le aveva fatte pascolare, poi al ritorno si sedeva vicino alla porticina dell’ovile, ed iniziava a contarle: una, due…..dieci, undici…alla fine, di solito verso la ventesima pecora, Marcellino cadeva dal sonno, e si addormentava dove si trovava. E questo, accadeva tutti i santi giorni.

Puntualmente, Assunta, la madre, usciva per andarlo a cercare, urlando il suo nome. Non sempre infatti il bambino si addormentava davanti all’ovile vicino casa. A volte poteva addormentarsi presso lo stagno, oppure in montagna. Era un problema non da poco.

“Marcellino, ti ho fatto il caffè, beviti tutta la moka” gli diceva Assunta, quando lo trovava.

E quella miscela nera aveva il potere di farlo riprendere, per ricominciare il suo lavoro.

“Scusa mammina, mi ero addormentato…”

“Me ne sono accorta…ma che ti prende, non sarai malato?…”

“No, io sto bene, solo che quando comincio a contare le nostre pecore…non riesco mai a finire il conto, ecco”…

Passò ancora qualche anno, e il tran tran era sempre lo stesso. Un brutto giorno però, Poldo morì. Non aveva dato grossi segni di malattie, solo il passo, un tempo agile, era diventato pesante. Continuava a seguire il gregge, ma stava sempre con la lingua di fuori, come se gli mancasse l’aria; quando una pecora scappava, a volte non la seguiva più, si limitava ad abbaiare, poi si sedeva esausto accanto a Marcellino, e lo guardava, come a scusarsi, come a dire “ora pensaci tu”…

Lo seppellirono nelle sue montagne, vicino ai pascoli che aveva sempre sorvegliato, e misero una grossa pietra sulla sua piccola tomba. Persino don Pasquale, l’unico nel paese che avesse anche una ventina di vacche, si volle unire alla famiglia di Egidio, nel piccolo funerale di Poldo, che in paese era conosciuto e apprezzato da tutti.

“Era un buon cane. Quando passava davanti casa mia, gli davo sempre un po’ di avanzi, e mia figlia ci giocava un po’…” diceva don Pasquale. E ad Egidio, scappò anche una lacrima.

A Marcellino, ormai tredicenne, restò la totale responsabilità del gregge. La scuola era finita da un pezzo, ora solo il suo lavoro di pastore lo aspettava per gli anni futuri.

Un brutto giorno, però….un brutto giorno, era di febbraio. C’era la neve alta, già dal giorno prima. Ma anche quella mattina, il paese si era svegliato sotto una tormenta di neve. Le pecore però dovevano uscire, e il povero Marcellino, dopo essersi coperto con una mantella impermeabile, le prese dall’ovile, per portarle sui monti. Avanzava mettendo i piedi nel fango provocato dalla neve fusa, si teneva in equilibrio appoggiandosi al suo bastone, e le pecore andavano un po’ dove pareva a loro, senza un cane a dirigerle. Dietro la chiesetta sulla collina, c’era un altro volubro, la meta era quella.

Marcellino quel giorno, non guardava le sue pecore. Guardava per terra mentre camminava, era triste, pensava tante cose. Pensava ai suoi fratelli, che erano andati a Roma a fare i muratori, e non erano più tornati. Pensava a suo padre, che ormai era anziano e molto malato. E pensava infine alla sua dolce madre, che lo aspettava a casa, col caffè pronto.

“Che cosa farò della mia vita”, diceva tra sé e sé. “Non ho studiato abbastanza, non posso che restare qui e badare al mio gregge, che mi dà appena l’indispensabile per sopravvivere”. Mentre ragionava, arrivò infine al secondo volubro. La tempesta di neve non ne voleva sapere di smetterla, Marcellino prese dei rami d’abete e si costruì un giaciglio, rinserrandosi nella sua mantella. Stavolta, si addormentò senza nemmeno contare le sue pecore. E sognò. Sognò quello che aveva visto una volta sola in vita sua, nella stazione di Anagni, un treno grande, nero, che sbuffava vapore dappertutto, e che gli era piaciuto a tal punto che papà Egidio gliene regalò uno simile per Natale. E sognò di montarci sopra e partire, per Roma, ma anche più su, in Francia dove erano i suoi zii pizzaioli, oppure in Belgio, dove aveva un cugino che lavorava in miniera…

Passarono almeno tre ore. Si svegliò col sorriso sulle labbra, anche se non si ricordava più cosa avesse sognato. Ma attorno a lui, le pecore erano sparite. “Ma dove sono andate?”, pensò. Si guardò attorno, cercò nella collina vicina, chiese a un amico pastore se le avesse viste, guardò nel volubro sottostante la vallata, nulla di nulla.

“E ora cosa faccio, non posso tornare a casa senza pecore, mio padre mi ammazzerebbe”. Decise di continuare a salire, verso Campo Catino c’erano dei pascoli, non potevano che essere lì. Continuò a cercarle fino a sera, si creò un nuovo giaciglio e aspettò il mattino, quando avrebbe ripreso la ricerca.

Intanto però, Assunta era preoccupata, non vedendolo tornare. Cosa era successo, si era addormentato come al solito, o qualcosa di peggio?… Uscì a cercarlo insieme al padre, e non lo trovò. Nemmeno le pecore furono ritrovate mai. Sotto quella tormenta di neve, Assunta si ammalò di polmonite, e morì ancor prima di Egidio, che pure era già molto malato.

Dove fosse finito Marcellino, in paese nessuno lo immaginava. Cominciarono a girare leggende su di lui, che si fosse arruolato nella legione straniera, che avesse venduto le pecore per andare a fare la bella vita in Francia, oppure che per motivi ignoti, fosse finito in galera.

Nulla di tutto questo. Marcellino aveva pensato che le pecore avessero seguito il cammino della transumanza, e iniziò anche lui quel cammino per cercarle. Attraversò gli Appennini, giungendo tra mille difficoltà prima in Abruzzo, poi in Irpinia, poi in Molise, cibandosi di quello che poteva. Naturalmente, non trovò il suo gregge. Infine, disperato, si fermò vicino Foggia, e lì ebbe la fortuna di trovare una pastorella che si innamorò di lui, e lo sposò…

Passarono quarant’anni. Marcellino non ebbe più notizie dei suoi, ma un giorno il caso volle che incontrò il fratello, che aveva cominciato a lavorare con una società che costruiva strade proprio nella provincia di Foggia.

“Mamma è morta, lo sapevi?…”

“No, non ho saputo più nulla da quel giorno…”

“È morta pochi giorni dopo che sei sparito, di polmonite. Papà l’ha seguita sei mesi dopo”

“Mi dispiace tanto…”

“Sai dire solo “mi dispiace”, disgraziato?…Lo sai che mamma si è presa la polmonite per venirti a cercare, in quella tormenta di neve?…Valla almeno a trovare al cimitero, e portagli due fiori, che a te voleva più bene che a noi altri due…”

Marcellino non replicò. Lui quel giorno poteva anche morire di freddo e di stenti, e anche nei giorni successivi,  quando da solo varcò gli Appennini, e doveva fare i conti col vento gelido dell’Irpinia…

Va bene, pensò. Domattina andrò a Torre, a farle visita.

Lasciò a Foggia la sua famiglia, moglie e due figlie, e prese il treno. Dopo aver cambiato treno due o tre volte, finalmente giunse in corriera al suo paese. O meglio, di quello era rimasto solo il nome, il resto era tutto cambiato dopo quarant’anni.

Non c’erano più gli ovili in paese, col tempo i figli dei pastori erano andati a scuola, e non ne avevano voluto sapere di quel mestiere. Volevano tutti cantare, incidere dischi, fare tanti soldi. I pochi ovili rimasti erano stati spostati dal sindaco fuori dell’abitato, perché la puzza dava fastidio agli abitanti, sempre più colti ed emancipati. Il volubro non serviva più per abbeverare gli animali, ma era stato recintato e trasformato in un laghetto per la pesca sportiva, in un’attrazione turistica, che però era sempre deserta. Persino il fontanile, dove le donne un tempo portavano la biancheria a lavare, era stato chiuso e trasformato in un cimelio storico. C’era stato il chiaro intento di trasformare un paese di pastori e contadini, in un paese per turisti, dove tutti facevano a gara per abbellire le proprie case e renderle attraenti, ma di turisti nemmeno l’ombra. E questo ormai da decenni.

Nientemeno, qualche sindaco fuori di testa pensò di organizzare una gara di rally da svolgersi per le strade del paese a ferragosto, o anche feste del vino, che però non assomigliavano assolutamente a  sagre dell’uva, ma erano tutt’altro.

Marcellino scese dalla corriera un martedì di giugno. Cominciò a camminare lungo il paese, ormai nessuno poteva più riconoscerlo. Tutto sembrava nuovo, perfetto, dalle auto alle case. Finalmente giunse a quella che una volta era casa sua, e che esisteva ancora. Solo che ormai era un rudere: intonaci staccati dal gelo e dall’umidità, tetto sfondato con le tegole portate via dal vento forte che ogni tanto soffiava da est, e  un portone mezzo scardinato. “Ecco, ci sono”, disse tra sé. Provò ad aprire, ma sembrava inchiodato. Fece forza, e con una piccola spallata riuscì ad entrare. C’erano ancora i mobili, nessuno aveva toccato nulla. Solo i vetri dell’unica finestra erano rotti, e da lì era entrato di tutto, compresa una cincia che aveva fatto il nido proprio nel tubo della cucina a legna. Il tavolo dove mangiavano tutti insieme la polenta a Natale, era ancora lì, con le cinque sedie spagliate e tarlate tutto intorno. In fondo a quella povera cucina, una porticina dava l’accesso alla camera da letto: il grande letto col materasso di crine dove dormivano tutti e cinque era ancora lì, pieno di polvere e con sopra un paio di vecchie coperte. A Marcellino venne un groppo alla gola. Vedeva ancora sua madre rassettare il letto, preparargli la tinozza con l’acqua scaldata in cucina, per il bagno della domenica. Voleva uscire da lì, sentiva che gli faceva male. Andiamo a trovare mamma al cimitero, pensava. Ma un sesto senso gli fece girare la testa verso la credenza, prima di uscire. E infine la vide, ancora sul ripiano, pronta per lui, vecchia, nera di fumo e di anni, ma forse funzionava ancora: l’ultimo atto d’amore lasciato da sua madre, la macchina del caffè…

Fabio Mastropietro

Lui, rintanato negli angoli più cupi di quelle grigie aule.

Lui, che risiedeva e si accucciava dolorante e bruciante nelle fiamme dell’ade, che l’avevano preso con sé, non per amarlo, ma per torturare le sue membra.

Lui, che con quella giacchetta nera di pelle e quella maglietta bianca, voleva far credere di essere il più forte, il più uomo e ribelle di tutti, quando invece sotto quel velo, che aveva nascosto i suoi occhi, brillava quella purezza della natura, impetuosa e incontaminata dai tocchi dell’uomo.

Lui, occhi di vetro, che non vedeva più il mondo, non ne godeva nemmeno il minimo aspetto, e viveva nelle sue ferite che non ricuciva mai, senza accorgersi, che sotto quell’aspetto da divinità, c’era la purezza di quell’amore mancato e da lui tanto desiderato.

Ogni mattina, dopo aver percorso il sentiero che portava a scuola, e la sua altezza disumana, il suo volto macchiato da forme puntigliose e pungenti, occhi di vetro, non aveva altro amore all’infuori del silenzio. Nascondeva briciole di pane nelle sue tasche, e nemmeno alla più bella papera del parco dove passeggiava, offriva quelle briciole, che fosse stato per amore o anche per la sola pietà. Entrava nei corridoi, in solitaria, seguito solo dalla sua stessa ombra, che lo accompagnava sempre e ovunque, e gli altri compagni lo guardavano e lo deridevano appena ne avevano la possibilità.

«Occhi di vetro! Occhi di vetro!» urlavano alla sola vista.

«Guardatelo… Occhi di vetro!» lo umiliavano, ma in fondo di lui, questi ragazzi ne avevano una paura oscura, ombrosa, di opaca brillantezza.

Lui non si rendeva conto che non era occhi di vetro, lui era occhi di amore. Non sapeva guardarsi dentro, non riusciva a esprimere il suo potenziale, per il passato, che lo avevo chiuso tra le sue stesse celle. Non si rendeva conto che era vittima e carnefice nel medesimo istante. Occupava il banco all’ultima fila, non esalava respiro, non bisbigliava pensiero, non si limitava al silenzio, ma al totale evitamento di ogni forma e persona che entrava in contatto con lui.

«Occhi di vetro, sei uno sfigato, devi morire!» berciò uno durante la ricreazione. Il bulletto della scuola, il vero sfigato che dava dello sfigato all’unica persona da cui avrebbe potuto trarre insegnamento. I giorni immancabilmente erano così ed era inevitabile per lui, tanto che ormai era  abitudine, e le sue non risposte valevano più di ogni parola pronunciata. Si avvicinò una dolce ragazza, che accostata alla macchinetta lo fissò un po’, prima di decidersi a parlare con lui.

«Perché ti chiamano Occhi di vetro?» domandò Nina.

Nina, la nuova ragazza che era appena arrivata in quella scuola, trasferita da chissà quale città, non era a conoscenza di nulla che in quella pausa non fosse solo l’insulto verso occhi di vetro.

Non pensava che parlandoli avrebbe rovinato la sua reputazione con tutta la scuola.

Ma in un solo sospiro, lei esordì verso di lui:

«Allora, perché occhi di vetro?».

La guardò con occhi chiari e sbiaditi, grigi e naufraghi come temporali in mezzo all’oceano. Nina fu folgorata, notò i pianti che alberavano nelle sue iridi colme di cupezza e terrore, ma in cui lei con accuratezza vide il mare limpido, il sole splendente, e in uno sbuffo di fumo vide l’amore in lui.

Nina e occhi di vetro… che relazione di fantasia, surreale e malconcia.

Noi due, fatti per stare insieme e respirare l’aria malata e condita di lietezza.

Nina e occhi di vetro.

Lui la guardò e berciò: «Occhi di vetro… perché non parlo, non rido, non sorrido, sono all’ultimo banco e sono un tipo strano… credo…».

«Ah! Pensavo qualcosa di più grave, io credo tu abbia occhi grigi e sublimi!».

Esclamò con spontaneità, talmente irruenta da suscitare in occhi di vetro il più incredibile dei doni da lui tanto desiderato. Per la prima volta qualcuno lo vide, lo toccò sul braccio, come a dire “mi prenderò cura di te, non sei da solo” e lui scoppiò in lacrime.

Non era più occhi di vetro, si erano sciolti negli occhi di Nina ed ora era pronto a uscire dagli inferi e andare verso l’eterna fonte della giovinezza.+

L’amore.

Non era più occhi di vetro. Ora era Mike. Ora poteva essere Mike, magari insieme a Nina, la ragazza che le aveva tolto il velo dai suoi occhi e l’avevo reso libero.

Luca Maglio

Premessa dell’autore Fabio Mastropietro: questo racconto parla di un sogno all’interno di un altro sogno. Non ci sono riferimenti a fatti o persone realmente esistenti o esistite. Ne lascio libero uso a chi vorrà disporne, con la lontana intenzione di poter trarne una piccola popolarità come autore. Buona lettura…

Dunque, quella sera grandinava. Chicchi grossi come mandarini, freddi come granite di ferragosto. Peccato fosse quasi Natale. La minuscola y10 di Marcellino sembrava schivare quelle mini bombe, mentre il nostro, emozionato e impaziente come al solito, percorreva di corsa la Prenestina.

Porta Maggiore era deserta, ormai per strada solo i festoni illuminati, e l’aria della festa. Ma non per tutti, purtroppo. Qualche povera meretrice batteva ancora i marciapiedi di via Cavour, e tra queste c’era Einita, con i suoi bei capelli biondi e una pelliccia di visone, da dove spuntavano, lunghissime e interminabili, le sue splendide gambe. Vicino a lei, una brunetta simpatica e piccolina, Agnieszka.

Marcellino non era ancora arrivato all’appuntamento, all’ora pattuita mancava un po’ di tempo. Era adesso in un cocktail-bar di via Veneto, per una flûte di champagne, come faceva spesso.

“Il solito, signore?”… chiese l’affascinante bar-tender. “Mettici un po’ di ghiaccio tritato, visto come grandina…” scherzò Marcellino.

“Poca gente in giro, stasera..” commentò distrattamente. “A Natale siete aperti?”…

“Certo signore, per la sera del 24 può prenotare, mentre il 25 apriamo alle 12.00 per quattro ore, solo per un brunch. Il 26 invece siamo chiusi”.

“Bene. Vedrò se per Natale mi libero, un brunch non sarebbe male”. E poi salutò.

Ma quello che lo aspettava quella sera, non era esattamente un santo Natale con tutti i sacri crismi.

Prese l’auto e passò davanti al cinema Fiamma. L’ultimo spettacolo era appena terminato, una decina di spettatori infreddoliti lasciavano la sala, rinserrati nei loro cappotti. Non grandinava più, ma in compenso un vento gelido trascinava un nevischio che piano piano assomigliava sempre più a una bufera di neve.

Devo esser proprio pazzo ad uscire con questo tempo, pensava Marcellino. Ma d’altronde, questa avventura mi fa vivere, mi piace, e quindi è giusto così….

Anche Einita avrebbe voluto essere a casa, al caldo. Ma come tutte le sere, la aspettava ben altro. Quella sera in particolare poi, la sua amica Agnieszka sembrava nervosa, guardava spesso l’orologio, come se stesse aspettando qualcuno. Mordeva l’ennesima sigaretta tra i denti, in mano stringeva una medaglietta della Madonna di Lourdes.

Ormai nevicava, e anche forte. L’y10 di Marcellino sbucò da via Depretis. Ma allo stesso istante, lungo via Cavour, arrivò una moto potente con due uomini a bordo, vestiti di nero. La moto si avvicinò rapidamente alla polacca, la quale capì subito tutto, e iniziò a correre la discesa verso via Urbana.

“Scappa Einita, scappa!…” urlò Agnieszka. E furono le sue ultime parole. Il passeggero della moto tirò fuori una pistola, ed esplose tre colpi. La moto sparì in un lampo. Quel freddo marciapiede che aveva calpestato milioni di volte con i suoi tacchi a spillo, ora era bianco di neve: il lenzuolo che accoglieva il corpo esanime di Agnieszka. Gli occhi erano aperti, sbarrati dal terrore, nelle pupille era rimasta fissata l’immagine del suo assassino. Una scia densa e purpurea di sangue correva lungo la discesa, solcando lo strato di neve fresca.

La mano che teneva la madonnina restò immobile, serrata. Ma da quella mano uscì la Signora, che si pose in piedi vicino a lei, e senza che nessuno, tranne Agnieszka, potesse sentirla o vederla, disse:

Teraz słodki i święty duchu,
zostaw to biedne ciało
i wróć do domu niebiańskiego ojca.
witaj tę grzesznicę,
która nazywała się Agnieszka.  Amen

Ciò detto, sparì, e lo spirito di Agnieszka salì in cielo insieme a lei.

Marcellino arrivò un minuto dopo il fatto. Non c’erano altre persone. Non c’era nessuno nemmeno dalle finestre, i palazzi intorno erano tutti uffici, tutti chiusi a quell’ora della notte. Non aveva nemmeno udito gli spari, da dentro l’auto con lo stereo acceso. Ma capì subito che qualcosa non andava per il giusto verso.

Spense la radio, restando in macchina. Dove si sarà cacciata Einita, pensò. Finalmente vide il corpo di Agnieszka. Ma a dieci metri, vide anche un panno ormai semisepolto dalla neve.

La prima cosa a cui pensò, era la fuga. C’era un corpo a terra, sicuramente un cadavere, meglio non impicciarsi. Ma una brutta sensazione cominciò a sfiorarlo: fermò l’auto e scese, si avvicinò a  quel panno bianco di neve. Non era un panno, era una pelliccia di visone. E dentro c’era Einita, sembrava morta anche lei.

“Nooo!!!” urlò Marcellino, squarciando il silenzio attorno. Il terzo colpo. Quel terzo colpo aveva mancato Agnieszka, ma in modo inspiegabile, con una traiettoria maledetta aveva colpito Einita. Una chiazza di sangue le macchiava il body leopardato, all’altezza della milza.

Improvvisamente, a Marcellino comparvero gli ultimi anni vissuti rincorrendo Einita. Il suo primo incontro dietro al Flora, la sua prima volta in un hotel a ore con lei. E poi, tutte le altre volte in cui l’aveva incontrata, a via Veneto, al mare, nei ristoranti del centro. E ogni volta, gli sembrava di doverla riconquistare, per strapparle un sorriso, o per vederla felice di incontrarlo. Pensò a quell’unica cartolina spedita da Pola, durante una delle rare visite di Einita alla figlia adorata: quel “te vogo bene” sgrammaticato e con la scrittura incerta, quasi da scolaretta elementare. E si ricordò anche dell’emozione che lo pervase, nel ricevere quella cartolina…Sentì improvvisamente una grande nostalgia di quei momenti, nel pensare che potevano non tornare più, che Einita poteva essere morta.

Marcellino avvicinò l’orecchio al cuore della ragazza, e sentì che batteva ancora. Non stette più a pensare nulla, sapeva che non doveva muoverla. Le alzò i piedi sopra una borsa, poi chiamò subito il pronto soccorso.

“Presto, in via Cavour, incrocio via di Santa Maria Maggiore, una donna sanguina, sembra quasi morta..” . “Ma lei ha visto come è accaduto?” diceva l’operatore. “No, sono di passaggio, fate presto”…

L’intenzione di Marcellino era quella di aspettare l’arrivo dell’ambulanza, per poi squagliarsela, una volta che avesse avuto la certezza che Einita poteva essere salvata. Ma non andò così, perché mentre vide l’ambulanza arrivare da lontano, alle spalle aveva già una macchina delle forze dell’ordine, senza che se ne fosse accorto.

Dall’auto scesero due agenti, uno dei due si avvicinò al cadavere di Agnieszka, l’altro a Marcellino. “Mani in alto, prego”. Marcellino fu perquisito, poi la domanda: “è stato lei?”…

“No, ero di passaggio, ero passato all’Harris per un drink, poi mentre stavo tornando a casa ho visto…”

“Cosa ha visto?”

Marcellino non voleva dire che aveva un appuntamento con Einita e si era recato apposta in quel punto, dove solo dopo un minuto s’era reso conto di un problema. E non poteva nemmeno dire che avesse visto chi era stato, perché non era vero, non aveva visto nessuno.

“Ho visto una persona a terra, intorno non c’era nessuno, ho pensato fosse mio dovere fermarmi”.

L’altro agente aveva già recuperato un bossolo. “Sembra un’arma russa, una Grach” disse sottovoce al collega, che annuì, guardando in basso. Poi, dopo aver registrato i documenti di Marcellino, disse: “lei deve aspettare, sta arrivando il magistrato e sicuramente le farà delle domande”.

Nel frattempo arrivò l’ambulanza per Einita, e poi il carro funebre per la povera Agnieszka. Ormai per lei era iniziato il rigor mortis. Ci misero un po’ a sollevarla e metterla nella bara di metallo. L’ultimo arto che vi entrò fu la mano che stringeva ancora la medaglietta con la madonnina di Lourdes.

Marcellino la guardava. Non la conosceva. Che cosa siamo, pensava; bastano due buchi nella pelle e siamo finiti…e dentro di sé, recitò una preghiera per quella povera anima.

“Lei conosceva la vittima?”… la domanda del magistrato lo risvegliò da quei pensieri.

“No, ho già detto agli agenti che stavo tornando a casa, dopo un drink all’Harris…”

“Strano”, disse il magistrato, “per tornare verso la Prenestina venendo da via Depretis non dovrebbe passare da via Santa Maria Maggiore”….

Marcellino gelò più della grandine. Se ora questi vengono a sapere che io e Einita ci conosciamo, minimo mi sbattono in galera per un mese. Ma trovò una risposta abbastanza convincente. “Sa, ho imboccato via Depretis che nevicava di brutto. Io non ho le gomme adatte. Quando sono arrivato alla fine della discesa, ho trovato una coltre di ormai trenta centimetri. Per non rischiare di restare impantanato all’una di notte, ho girato per via Urbana che era più libera, e poi ho provato a risalire da quest’altra via”.

Il magistrato lo guardò fisso e con fare severo, come se non credesse a una di quelle parole. Ma per fortuna di Marcellino l’arma del delitto era stata già identificata al 90%, l’origine di quell’assassinio andava ricercata molto probabilmente nella mafia Russa, per cui effettivamente il nostro poteva essere considerato  un passante senza alcuna colpa.

“Va bene, lei può andare. Ma si tenga a disposizione”

“Agli ordini, maresciallo Rocca”, pensò e per fortuna non disse Marcellino, e finalmente montò sulla sua utilitaria, tornandosene a casa.

Ma quella notte, nella sua mansardina all’ultimo piano del condominio in via delle Palme, Marcellino non dormì. Pensava a quella povera ragazza uccisa, pensava ad Einita. Come stava?… La stavano salvando, o era morta anche lei?… come doveva fare per avere notizie senza compromettersi più di quanto non si era già compromesso?… intanto, fuori continuava a nevicare. Come se il Padreterno avesse deciso di pulire tutto quel sangue, spandendoci sopra una coperta bianca e soffice.

Alla fine, ai primi bagliori di un’aurora azzurra come i riflessi della neve, che ormai aveva raggiunto gli ottanta centimetri, Marcellino, stremato, si addormentò…

Bum-bum-bum!… Bum-bum-bum!!…Bum-bum-bum!…

Un bussare forte, violento ed insistente fece sobbalzare dal letto Marcellino, che dormiva profondamente. “Vengo, vengo!”… disse, mettendosi qualcosa addosso. Grande fu la sua sorpresa quando, aprendo la porta, vide un mostruoso esemplare di eunectes murinus, volgarmente noto come anaconda verde, il serpente più grande del mondo, scoperto, manco a dirlo, da Linnaeus nel 1712.

“Sei tu Marcellino Dallepalle?”… chiese l’anaconda. “Sì, sono io” rispose Marcellino.

“Devi venire con me, il magistrato vuole farti qualche domanda a proposito di quello che è successo ieri sera a Santa Maria Maggiore”. “Ma io ho già parlato col magistrato, e poi lei chi è, si qualifichi…”

Gli anaconda di pazienza ne hanno poca, si sa: avvolse immediatamente Marcellino nelle sue spire, e insieme a lui rotolò lungo le scale fino a piano terra. Senza fare troppe storie, prese il malcapitato e lo mise nella borsa di Gornano, il mite Pellicano.

Questi faceva praticamente da postino al Grande Tribunale, e con Marcellino nel becco decollò e poi si diresse verso Monte Mario. Durante il viaggio, cento altri pellicani portavano gli imputati da e verso il tribunale. “C’è traffico oggi, perché non la smettete di compiere reati, così noi lavoriamo di meno?”… Chiese Gornano a Marcellino, che portava nel becco. “Ma io non ho fatto nulla…” tentò di giustificarsi Marcellino. “Come no, dite tutti così, poi però finite tutti nella Grande Laguna”….

La Grande Laguna era il luogo di pena, un acquitrino fangoso popolato da enormi ippopotami, che si contendevano i condannati con dei Gaviali mai visti. Era alloggiata nel vecchio ippodromo di Tor di Valle, ormai in disuso da decenni.

Arrivato alle pendici di Monte Mario, Gornano sganciò Marcellino sul tetto del Grande Tribunale come fosse una bomba della seconda guerra mondiale, poi sparì. Per fortuna, i due metri di neve caduti la notte prima, attutirono il colpo.

Ad attendere il nostro, due lupi marsicani, che con zanne ben appuntite lo afferrarono per la collottola, lo portarono nella Grande Sala dei Processi, dove lo aspettavano giudici ed avvocati. “Ahuuuuu…” ululò il lupo che depose Marcellino sulla Grande Ruota del Tribunale.

Ahuuuuu!!!… ululò il Lupo Custode dall’interno, che morse Marcellino per la cintola dei pantaloni del pigiama, e lo portò dietro le sbarre, sul banco degli imputati.

In aula, oltre ai giudici e agli avvocati, c’era anche il pubblico, naturalmente: mille Macachi scatenati, che già grugnivano e si agitavano con versi orrendi, in attesa dell’imputato.

Il Grande Cancelliere, un superbo esemplare di Ramphastos Toco, volgarmente noto come Tucano, dal manto multicolore e grande il doppio della media, esordì annunciando: “Tutti in piedi, entra la Corte”.  Poi, visto che Marcellino era rimasto impietrito dal terrore sulla panca a lui destinata, urlò: “IMPUTATO, SI ALZI!!!”, facendo cenno al Lupo Custode, il quale provvide subito a mordere Marcellino sul polpaccio sinistro.

Entrò finalmente la Corte:

  • Prima i Grandi Collaboratori, scelti tra i migliori Corvi della città, neri come la pece, con la loro brava cartellina sotto l’ala. Si accomodarono sulle loro belle poltroncine di velluto rosso, e manifestarono la loro soddisfazione per averle trovate di loro gradimento, con un “Cra-cra” sonoro e devastante
  • Infine, entrò il Grande Giudice: un rarissimo esemplare di Aye-Aye, lemure del Madagascar, animale avvolto da fama abbastanza sinistra. La leggenda vuole che sia un demone, e si racconta che questo animale così bizzarro avrebbe la capacità di uccidere una persona soltanto puntandole contro il dito di una zampa.

I Macachi in Aula non si tenevano più, erano scatenati, e urlavano “Grande-Laguna! Grande-Laguna! Grande Laguna!”

Il Grande Cancelliere li zittì col verso tipico dei tucani, e disse: “La parola al Giudice!”

Il giudice esordì con una vocina flebile, stridula:

“Imputato Marcellino Dallepalle, nell’ imminenza dei fatti lei ha dichiarato di essere in via Santa Maria Maggiore solo di passaggio, dopo essere stato all’Harris per un drink. È vero questo?…”

“Sì, signor giudice”, rispose il nostro eroe.

“Ebbene, noi abbiamo esaminato la rubrica e il registro chiamate del cellulare della signora Einita Markovic, ed abbiamo trovato non solo il suo numero, ma anche numerose chiamate fatte da Lei, la sera del delitto. Come lo spiega questo?…”

Marcellino sbiancò, se possibile era più terrorizzato di prima. Pensò subito che sarebbe stato ritenuto responsabile di tutto, tanto al giudice cosa importava, serviva un colpevole da dare in pasto ai coccodrilli nella Grande Laguna, serviva riempire di titoloni i giornali del giorno dopo, per cui….

“È vero, ero un cliente di Einita”.

“Per me è sufficiente. L’avvocato difensore ha qualcosa da dire?”

Seduto al suo posto, l’avvocato era un micetto nero di un mese di vita, che dopo aver esordito con un “miao!” si limitò a dire: “mi rimetto alla clemenza della corte”.

“Bene” Disse l’Aye-aye, “la corte  si ritira per deliberare”. Dopo nemmeno un minuto, rientrò tutta la Grande Corte del Grande Tribunale, e il giudice lesse la sentenza:

“Imputato Marcellino Dallepalle, lei è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di Agnieszka Wizlew, che ha fatto fuori perché intralciava l’attività della sua assistita, Einita Markovic. Poi ha sparato anche alla sua assistita, ferendola non gravemente, per ottenere rispetto e obbedienza. La pena prevista è la Grande Laguna, con esecuzione immediata. Così è detto.”

Un boato di approvazione emerse dalla folla dei mille macachi,  mentre il Grande Custode, per mostrare di aver compreso la Sentenza, si produsse in un “Ahuuuuu” talmente prolungato che il giudice gli impose di smetterla.

Prese il povero Marcellino per la collottola, e lo affidò di nuovo a Gornano, il mite pellicano. Il quale disse con accento ciociaro: “alla Grande Laguna, vero?… che ce voi fà Marcellí, oggi a te, domani… sempre e solo a te!…”

Imboccò il nostro eroe, e si avviò volando verso la Grande Laguna non distante, dove già cento coccodrilli affamati aspettavano il loro pezzo di carne quotidiano….

“Io non ho fatto nulla, sono innocente. Lo dica, Gornano, al giudice, sono innocente”…

“Eh, oramai è tardi. È tardi…” e sganciò di nuovo Marcellino come una bomba della seconda guerra, stavolta sopra la Grande Laguna. I mille Macachi si erano trasferiti tutto intorno alla laguna per godersi lo spettacolo, e nell’attesa battevano gli alberi con dei bastoni:

Bum-bum-bum!…Bum-bum-bum!…Bum-bum-bum!

Bum-bum-bum, bum-bum-bum…..Era di nuovo qualcuno che bussava alla porta della mansarda di Marcellino, stavolta per davvero, e per svegliarlo da quell’incubo. Marcellino finalmente si svegliò, era tutto sudato, il cuore che gli andava a mille. Finalmente si rese conto di dov’era, e disse: “vengo, vengo subito…”

Aprì la porta: non era un anaconda, era Einita, più bella che mai nel suo vestitino leggero pieno di colori. “Allora amore, ti svegli o no?…”

“Ma…ma tu non eri….”

“No, io non ero, adesso ti sbrighi a vestirti che andiamo al mare?…”

“Ma come, non nevica?…”

“Per questo ti amo, perché sei più pazzo di me…. Ti aspetto in macchina”.

Marcellino eseguì, si mise il costume, preparò la borsa da mare e scese: “sarà questo clima impazzito”, pensava mentre scendeva le scale. Una splendida Ford Mustang Cabrio rosa, aperta e con Einita al volante, lo aspettava.

E se ne andarono verso il mare, come in quel film con Sharon Stone e Silvester Stallone

No….come la scena finale del film “Innocenti bugie”, con Cameron Diaz e Tom Cruise.

E sul cruscotto, un magnetino con una foto: quella di Agnieszka naturalmente, che sorrideva strizzando l’occhio e salutando….

E vissero felici e contenti. Fine

Fabio Mastropietro

Era giunto il tempo di uscire dal nido ed esplorare il mondo.
La mitica Pillolina era pronta a conquistare nuovi terrori.
Il mondo era la sua ostrica.
Decise che sposando la filosofia low cost avrebbe potuto passare un weekend al mese viaggiando senza far sprofondare le proprie economie nell’oblio.
La prima meta fu scelta dal destino.
Più precisamente fu scelta dagli agrumi.
In un noioso sabato pomeriggio di pioggia si era recata in un tranquillo bar di campagna per fare merenda.
Mentre cercava senza successo di pulire il cellulare dalle briciole del suo sandwich uova e bresaola, aveva rovesciato con una gomitata il suo bicchiere di spremuta.
Il liquido riversato si era diviso in cinque sottili diramazioni che somigliavano a dita di una mano che cercavano di afferrare il giornale abbandonato all’angolo del tavolo.
Quando prese il giornale per tamponare notò l’inserzione che offriva l’opportunità di noleggiare una baita a Taosburg ad un prezzo irrisorio.
Non era mai stata a Taosburg.
Un’avventura a sole due ore di treno.
Chiamò subito il numero indicato non solo per prenotare per il weekend successivo, ma anche per chiedere se nella baita c’era un bagno incorporato.
L’ultima volta che aveva orinato all’aria aperta una famiglia di zanzare le aveva addentato ripetutamente una chiappa trasformandole la natica in una lettera dell’alfabeto Braille.

Anche se sapeva che non sarebbe arrivata a destinazione prima di mezzogiorno si era rifiutata di fare una banale colazione a casa.
Quel giorno si sarebbe nutrita solo a Taosburg, in questo modo avrebbe potuto provare più prodotti locali possibili.
Il viaggio in treno lo avrebbe passato leggendo un fumetto giallo ed ascoltando musica spirituale.
Appena entrata nel vagone si pentì di non aver messo nulla sotto i denti.
La fame aveva già cominciato a divampare.
A metà strada un simpatico ragazzo basso si sedette di fianco a lei e le domandò qualcosa.
Non fece in tempo a togliere gli auricolari che il suo stomaco in sommossa rispose per lei.
Il ragazzo scappò come se temesse per la propria vita. Aveva paura che la ragazza lo divorasse.

La stazione dei treni di Taosburg era a due passi dal centro storico.
Con il suo zaino color universo sulle spalle la dolce Pillolina si incamminò sorridente verso la piazza.
L’aria pulita e leggera profumava di croissant.
l cielo era sereno e sgombro di nuvole.
Il sole scaldava piacevolmente con i suoi raggi premurosi.
Le strade non erano asfaltate ma piastrellate con mattonelle di pietra.
Ogni tre metri spuntava un albero in fiore.
Tutti gli edifici erano di un solo piano e composti da mura di pietra con i sassi a vista.
I tetti erano formati da lastre di pietra scura.
In un prato in lontananza vide un bambino che faceva lo slalom tra le mucche con lo skateboard.
Le passò di fianco una lenta carrozza trainata da un destriero bruno che le lanciò uno sguardo affettuoso.
Era tutto così pittoresco.
Sembrava essere tornata indietro nel tempo di secoli.
Si sedette su un tavolino all’esterno di una pasticceria.
Il locale si chiamava Dolcina.
I nativi del posto parlavano un dialetto stretto ed incomprensibile.
Non aveva mai avuto successo con le lingue straniere e derivati, ma all’università aveva studiato approfonditamente la comunicazione non verbale quindi gesticolando riuscì ad ordinare una coppetta di gelato ai gusti vaniglia e pistacchio.
Il cortese cameriere portò subito il gelato con tre deliziosi biscottini alla cannella in omaggio.
Appena annusò il cibo cominciò a salivare.
Sembrava tutto così bello.
Così gustoso.
Così armonioso.
In mezzo alla piccola piazza seduti sul bordo di una grande fontana, ornata da statue di daini, c’era una coppia di teneri nonnini che si tenevano per mano.
Poco distante una gioiosa bambina con un vestitino rosa faceva volare un aquilone con disegnato una buffa tartaruga.
Dall’altra parte un trio di giovani ragazze civettavano allegramente sedute su una panchina.
In un altro angolo della piazza due bambini stavano giocando a terra con un pulcino.
Un ragazzo atletico coi capelli verdi che stava girando in bici si fermò davanti al tavolo di Pillolina e le porse una rosa bianca.
La ragazza prese il fiore ed arrossì.
Il giovane sorridendo riprese a pedalare.
Sembrava che il treno l’avesse traghettata verso il paradiso terrestre.

Il padrone della baita, un uomo baffuto dal portamento caprino, aveva modi fin troppo cordiali ed affabili.
Esibiva il tipico comportamento di un commerciale quando riesce a vendere qualche prodotto non affidabile.
Non la accompagnò di persona all’alloggio, ma le consegnò le chiavi, una mappa turistica e un cioccolatino al latte a forma di albero.
Segnò sulla cartina con una matita una stella sul luogo dove era collocata la baita.
La dolce avventuriera ci mise quaranta minuti a piedi per raggiungere la destinazione.
Si godette ogni passo della passeggiata in quell’ambiente da sogno.
Nel centro, non essendo permesse automobili ed altre mostruosità del genere, il cinguettio dei passeri era forte e nitido tanto da sembrare di assistere a un’orchestra all’aperto.

La baita era rustica ed intima.
Arredata proprio come un rifugio di montagna.
Tutta completamente di legno.
Pareti, soffitto, pavimento, mobili.
Sembrava di essere dentro al tronco di un albero.
L’ambiente era molto pulito e profumato.
Sul lavello della cucina c’era una bottiglia di vino bianco, che avrebbe di sicuro aperto più tardi, e una bottiglia di un forte liquore locale fatto con radici di betulla.
Quello non l’avrebbe mai provato neanche se le avessero sparato.
Nel frigo era riposta una succulenta torta salata a base di spinaci, uova, fontina e prosciutto.
Sia l’aspetto che l’aroma davano l’impressione che fosse squisita.
Di fronte al divano scarlatto a due posti c’era un caminetto.
Non aveva freddo, ma voleva accenderlo solo per fare atmosfera.
Fuori ad una decina di metri dalla baita c’era una casetta di legno piena di legna da ardere.
Allineò qualche ceppo di legno nel focolare, ma aveva bisogno di qualcosa per innescare il fuoco.
Non vedeva carta o cartone da nessuna parte.
Sarebbe stato un peccato usare le colorate tende di seta per accendere il camino.
Trovò un quaderno in fondo all’ultimo cassetto di un mobile.
Era pieno di scritte a mano in una lingua che non conosceva.
Perfetto per il suo scopo.
Non poteva sapere che era il diario privato di una ragazza che aveva alloggiato lì prima di lei.
Dopo aver acceso la fiamma mise la torta salata a scaldare vicino al camino.
Stappò la bottiglia di bianco e si versò un calice.
Fuori il sole cominciava a spegnersi e il cielo si colorò di sfumature di rosa.
Accomodata sul divano mangiava a piccoli bocconi la torta salata, che era davvero sublime, mentre ispezionava la mappa.
L’indomani avrebbe visitato le spettacolari cascate e le affascinanti rovine del vecchio castello.
Se le fosse avanzato del tempo avrebbe anche osato strizzare una tetta alla famosa statua di Lady Mithra.
Avrebbe disseminato per l’internet recensioni molto cuorose di quel posto.
Sorprendendo pure se stessa si era ricordata di portare il caricabatteria del telefono.
Tuttavia si era dimenticata di fare la ricarica, perciò per ora avrebbe usato il cellulare solo per fare foto e prendere appunti.
Si era alzata per andare a riempire di nuovo il calice quando davanti a sé si materializzò un’oscura presenza.
Eretta di fronte a lei c’era una ragazza dall’aspetto malvagio.
Aveva lunghi capelli ricci più scuri della morte.
In contrasto con la pelle talmente bianca da sembrare candeggiata.
Gli occhi, privi di iride e pupilla, rendevano il volto ancora più maligno.
Squadrava, con sguardo tetro e gelido, la tenera Pillolina che cadde sul divano dallo spavento spappolando sotto il suo sederino una fetta di torta.
Il suo posto speciale per il weekend era stato violato.
Fin’ora era andato tutto a meraviglia, ma adesso il suo travolgente entusiasmo era stato trafitto da quell’essere che emanava crudeltà e meschinità.
Il cervello di Pillolina fuggì per un attimo dalla realtà e pensò che quella ragazza si truccava veramente col culo.
Era anche disgustata dal lungo pigiama con i panda che un tempo doveva essere stato bianco, ma che adesso si presentava di un colore misto tra l’arancio e il marrone.
La figura maligna per un attimo ringhiò sbavando ed esibendo denti lerci ed avariati poi lentamente cominciò a svanire.
Un pezzo alla volta si volatilizzò, prima le gambe poi il braccio sinistro poi busto, poi la testa.
Rimase per qualche momento visibile solo la mano destra che galleggiava nell’aria.
Poi la mano si mosse chiudendosi a pugno mostrando a Pillolina il dito medio, per poi sparire del tutto.
La piccola cucciola corse in bagno e si chiuse dentro a chiave.
Freneticamente entrò in doccia.
La doccia era sempre stata uno spazio sicuro.
Un luogo protetto dal male.
Niente di cattivo poteva mai capitare mentre ci si lavava.
L’acqua calda sulla pelle la fece calmare, quasi dimenticare.
Non notò neppure le ombre che danzavano per la stanza.

Dopo mezz’oretta di doccia meditativa il fuoco si era quasi spento.
Caricò di ceppi il focolare aggiungendo qualche versata di liquore per incentivare la combustione e cercò di pulire il divano, dalle molecole di torta spappolate, il meglio possibile.
Stava per riporre in frigo le ultime fette di torta sopravvissute quando lo spettro ricomparve.
Era alta poco meno di due metri e da viva doveva essere stata molto giovane ed agile.
Il suo volto era una maschera di odio e rancore.
La tetra figura era leggermente traslucida come se la morta non fosse bene a fuoco.
Le pulsazioni della ragazza impennarono facendole tremare le mani tanto che rischiò di far cadere la torta a terra.
Iniziò a singhiozzare e i palmi diventarono sudacicci.
Prima che gli avanzi potessero cadere definitivamente per terra li scagliò contro lo spirito.
La torta attraversò lo spettro e atterrò sul divano sporcandolo di nuovo.
L’essere infernale a lenti passi si avvicinò alla ragazza che questa volta le tirò addosso una forchetta.
La forchetta sbatté contro le membra della losca figura che aveva ripreso tutto il suo tetro colore.
Di scatto afferrò la giovane per la gola e la sbatté contro il lavello.
La stretta era ferrea e gelida.
La povera Pillolina indifesa smise di respirare e i suoi polmoni cominciarono a bruciare.
Lo spettro avvicinò la sua bocca al quella della giovane come per prepararsi a strapparle le labbra a morsi.
Il doloroso bacio della morte.
La creatura spalancò l’ampia bocca profonda come una grotta.
Ne uscì una lingua pelosa e piena di pustole verdi.
Con un suono simile ad un rombo di un motore sputò del catarro azzurro in faccia all’inerte Pillolina.
La sostanza granulosa, più simile al cerume che alla saliva, odorava di anice mista a benzina.
Mollò la presa.
La dolce ragazza cadde a terra e cominciò ad ansimare.
Ci mise qualche minuto prima di riprendere il controllo delle sue funzioni vitali.
Una volta pronta scattò in piedi come una furia combattente pronta ad avventarsi contro la stronza ed a strangolarla.
Ma la baita era deserta.
La sua unica compagnia era il scoppiettio dei ciocchi di legno ardenti.
Si mise freneticamente a lavarsi la faccia nel lavello, strofinandosi animosamente con le mani.
Continuò a sciacquarsi all’infinito.
Non si sentiva mai abbastanza pulita.
Poi un brivido le trotterellò su per la schiena.
Si sentì avvolta da un freddo pungente.
Percepì che la presenza era tornata.
Era fuori di sé.
Nella mano sinistra prese la bottiglia di vino, nella destra quella di liquore.
Si girò rabbiosa verso l’oscura infestatrice che la osservava ghignando.
Diede un occhiata veloce alle mani decidendo quale bene avrebbe sacrificato per primo.
Scelse il liquore.
Scagliò la bottiglia con forza animale verso lo spettro quasi stirandosi il tricipite.
La bottiglia transitò senza ostacoli attraverso il lurido pigiama coi panda.
Continuò il suo percorso per esplodere in una pioggia di frammenti di vetro dentro il camino.
Una nuvola di fuoco esplorò la stanza.
L’infame sorriso sparì dalla faccia del fantasma che ora sembrava smarrita come una bambina persa in un centro commerciale.
Pillolina scappò di corsa fuori dalla baita prima che le fiamme potessero accarezzarla.
Il raffinato legno della baita prese fuoco velocemente.
La giovane, ancora con la bottiglia di vino in mano, a distanza di sicurezza osservava attraverso una finestra.
Lo spirito stava cercando di fuggire da quel forno gigante senza successo.
Sembrava che non sapesse usare le maniglie delle porte.
Le fiamme danzavano e si riproducevano.
Il legno soffriggeva.
Rivoli di fumo trapelavano dai vari serramenti.
Lo spettro non poteva uscire.
Era in trappola.
Lo spirito rimase fermo immobile in mezzo al rogo.
Era morta in quella baita ed era lì che il suo spirito immondo era confinato.
Il sottobosco del mondo esoterico è zeppo di misteri ed enigmi e la graziosa donnina aveva appena scoperto che i fantasmi non sudano.
Si sedette sul prato a godersi lo spettacolo pirotecnico.
Ogni tanto buttava qualche ciocco di legno con il braccio sinistro addosso alla baita in fiamme per tenere vivo il fuoco il più possibile.
Quando il deposito della legna fu mezzo svuotato trovò una cassapanca che conteneva il cadavere ben conservato della fanciulla riccia.
Il proprietario della baita sarebbe andato in prigione e nessuno l’avrebbe sgridata per quell’improvvisato falò.
Arrivò una coppia di signori che stavano passeggiando nei dintorni.
Non dissero niente, semplicemente si sedettero intorno al fuoco abbracciandosi.
Arrivarono anche due teenager che si sdraiarono vicino alla cassetta della legna.
Uno tirò fuori dal marsupio un flauto di pan e iniziò a suonare. L’altro offrì a tutti i presenti degli snack.
Mentre sorseggiava vino e sgranocchiava crostini, la bella Pillolina, cullata dal tepore del rogo e coccolata dalla melodia, pensò che viaggiare era il vero nutrimento dell’anima.

Storia tratta dal libro LA DONNINA DEI MISTERI di Ronald Arkham

Erano gli anni sessanta, i cosi detti anni del boom economico, ovvero, gli anni del lento abbandono della montagna per raggiungere le città e le fabbriche. Anche il paese di Renato, un paesino fra i monti, a circa mille metri d’altezza, aveva seguito la stessa sorte e nel giro di pochi anni si era praticamente svuotato. Uomini e donne se ne erano andati, ed in paese erano rimasti solo anziani e uno sparuto gruppo di famiglie con figli. I ragazzi del posto diventavano sempre di meno ed un anno, la formazione della locale squadra di calcio, del gruppo sportivo dell’oratorio fu a rischio. Pertanto, anche Renato arrivò a far parte della squadra di calcio oratoriale, certamente lui non aveva un fisico d‘atleta, era decisamente in sovrappeso e piuttosto goffo nei movimenti, ma era di fatto indispensabile, per raggiungere una formazione con undici calciatori.

Una formazione dalla divisa molto semplice, nata dalla necessità di risparmiare, per fare in modo che ognuno potesse provvedere a realizzarsela da solo: calzettoni bianchi, pantaloncini neri e maglietta bianca. Non tutti i giocatori avevano le scarpette con i tacchetti, quelle rimaste in oratorio non erano sufficienti per tutti ed alcuni dovettero provvedere con scarpe proprie, ovviamente Renato era fra quelli che ne erano sprovvisti, ma la cosa non scalfì il suo entusiasmo. Renato, era contento ed orgoglioso, di essere entrato a far parte della squadra di calcio del paese e non appena sua madre gli consegnò calzoncini e maglietta, corse subito ad indossarli nella camera dei suoi, per rimirarsi nello specchio dell’armadio. Davanti allo specchio, con la divisa della sua squadra, Renato incominciò a fantasticare, ad immaginare un futuro sui campi di calcio, che lo avrebbero visto protagonista di azioni brillanti e goal stupefacenti.

Il campionato ebbe inizio e come tutti gli anni, vedeva sfidarsi fra di loro, le squadre degli oratori della loro vallata e delle vallate più vicine; le trasferte della squadra di Renato avvenivano quasi sempre a piedi ad eccezione dei paesi più lontani, in quei casi, ma solo in quei casi, si utilizzava l’autobus. L’allenatore della squadra di calcio di Renato, uno dei pochi uomini rimasti in paese, possedeva alcune mucche da latte e produceva piccole quantità del tipico formaggio a pasta semicotta di quelle zone di montagna. Si chiamava Toni, e anche se faceva il pastore, era più responsabile di un vero tecnico, allenava sul modo di comportarsi oltre allo stile di gioco, e anche se la priorità del gioco era di vincere, prima di tutto, insegnava ad imparare a stare insieme e a rispettarsi gli uni con gli altri. Grazie a Toni ed ai suoi insegnamenti, ma anche alle loro famiglie di provenienza, semplici e povere, la squadra era composta da ragazzi che sapevano comportarsi bene, ragazzi educati e rispettosi.

Il campionato ebbe inizio e Renato, quando era sul campo di calcio, cercava di dare il massimo, gli avevano assegnato il ruolo di difensore, un ruolo che accettò con piacere; certo avrebbe preferito fare l’attaccante, ma anche come terzino si sarebbe distinto, avrebbe compiuto azioni prodigiose, evitando alla sua squadra di subire delle reti. Quando gli avevano comunicato quale sarebbe stato il suo ruolo, a casa, aveva cominciato a documentarsi su chi erano i calciatori famosi, che ricoprivano il ruolo di difensori nelle squadre della serie A, calciatori come Guarnieri, Maldini, Burgnich, Facchetti, calciatori che divennero suoi idoli. Però’, una cosa era fantasticare ed un’altra la realtà dei fatti. Aveva già giocato, se così si poteva dire, alcune partite sia in casa che in trasferta e vide che non era facile raggiungere i risultati che aveva fantasticato. Si era reso conto, di non essere ancora riuscito, neppure una volta, a toccare il pallone, eccetto quando lo andava a raccogliere perché finiva fuori campo, inoltre, aveva l’impressione, che quando la sua squadra subiva dei goal, talvolta, uscissero delle imprecazioni a mezza bocca da parte dei compagni. Compagni che a lui piacevano molto, li sentiva amici e poi erano sempre molto gentili con lui, forse anche troppo, con lui non parlavano molto di calcio, preferivano affrontare altri argomenti e anche durante gli allenamenti, a volte, gli pareva che lo escludessero da certi esercizi. Fortunatamente possedeva un bel carattere, era un inguaribile ottimista, nonostante vivesse una situazione di scarso rendimento sportivo, era sempre convinto che prima o poi si sarebbe riscattato e avrebbe raggiunto quei traguardi calcistici che aveva sognato.

Purtroppo, gli eventi sul campo lo vedevano sempre soccombere, non gli riusciva mai di bloccare gli avversari, i quali lo scansavano con facilità e correvano più veloci di lui, inoltre, a volte capitava, che qualche centrocampista della sua squadra indietreggiasse verso la loro porta, quasi a sostituirlo nel suo ruolo di difensore. Andava convincendosi che forse non era proprio un campione, ma l’idea che prima o poi, sarebbe riuscito ad essere protagonista di qualche azione calcistica spettacolare, non lo abbandonava mai.

Ogni volta che finiva una partita, per quanto, come sempre non avesse toccato palla, lo accompagnava sempre la speranza che quella successiva sarebbe stata la partita giusta. Oltretutto, i suoi compagni credevano in lui, o almeno così pensava, perché quando la squadra vinceva, si complimentavano con lui per il risultato, sottolineando che s’era trattato di un lavoro di squadra e che il risultato comprendeva anche il suo contributo. Solo quando perdevano, li vedeva un po’ nervosi e a volte un pochino sgarbati, in quei casi, spesso interveniva Tonio per sottolineare che, prima di tutto, si giocava per divertimento e per fare dello sport e poi, ma solo secondariamente, anche per vincere.

Una domenica pomeriggio, finalmente Renato senti che era arrivato il suo giorno, che era arrivata quella partita che l’avrebbe incoronato protagonista della giornata. Quel giorno capitò qualcosa di incredibile, l’attaccante avversario possedeva la palla e stava correndo verso la porta con l’intento di calciare, quando Renato lo affrontò e miracolosamente riuscì a togliergli il pallone. Ora era Renato ad avere il possesso di palla, un suo compagno gli chiese di passargliela, ma era il suo momento, era il momento in cui lui aveva il possesso palla e incominciò a correre con la palla verso la porta avversaria. Fronteggiò diversi avversari, ma li superò con facilità, fu cosi che raggiunse la metà campo, per poi arrivare addirittura nell’area di rigore, davanti alla porta c’era rimasto solo il portiere avversario che anziché impostarsi per difendere la porta, fece l’errore di allontanarsi dalla porta, Renato decise di giocare il tutto per tutto, calciò e fu goal. Aveva fatto goal, fu un momento di vera e propria estasi, il grido di “goal” gli uscì come un boato, alzo le braccia in segno di vittoria, finalmente il suo giorno era arrivato, era arrivato il giorno che lo ripagava di tutta la frustrazione che aveva accumulato in tutte le partite precedenti. Renato, dopo l’urlo si girò, per cogliere il plauso dei suoi compagni e dei tifosi ma quando si voltò vide, con stupore, il portiere avversario di spalle che continuava ad incamminasi nella direzione che aveva intrapreso ancor prima che lui calciasse e poi si accorse che i calciatori non stavano più giocando, anzi lo stavano guardando da fuori campo e …ridevano…ridevano …ridevano …

Anche Tonio, con difficoltà cercò di restare serio, mentre gli spiegava, che non si era accorto del fischio di fine partita dell’arbitro e nemmeno delle grida dei compagni che lo avvisavano. Lui, mentre la partita era terminata, aveva proseguito con foga nella sua azione, senza incontrare ostacoli e calciando a porta vuota. Renato, tristemente si incamminò verso gli spogliatoi dando uno sguardo al cartellone con il risultato della partita, il cartellone confermava che quel giorno non c’erano state delle reti, la partita era finita in pareggio, a porte inviolate. Negli spogliatoi, tutti furono gentili e carini con lui, nessuno fece accenno alla brutta figura che aveva fatto, quello che lo infastidiva era che spesso, quando lo guardavano, poi non riuscivano a trattenersi dal ridere. Una volta che si furono rivestiti si incamminarono per il ritorno in paese, durante il percorso, Toni propose di prendere una scorciatoia fra i boschi per far ritorno più in fretta, raccomandando di muoversi con attenzione sul sentiero, poiché in diversi punti si affacciava su dei dirupi. Il gruppo procedeva in modo ordinato e i ragazzi parlavano fra di loro ma a volte spostavano lo sguardo verso Renato e cercando di non farsi vedere, si mettevano a ridere. Renato, si accorse che i suoi compagni e lo stesso Toni, per quanto gentili con lui come sempre, cercavano di evitarlo, perché non appena lo guardavano in faccia non riuscivano a trattenere il riso. Il sentiero era ripido e stretto e Renato, per evitare di incrociare gli sguardi dei compagni e le inevitabili risa, si lasciò superare da tutti, rimanendo l’ultimo della fila. Erano quasi arrivati al paese quando si accorsero dell’assenza di Renato, a nessuno venne voglia di mettersi a ridere, tutti tornarono sui loro passi, gridando a squarciagola il suo nome. Toni mandò i ragazzi in paese per chiedere aiuti e per tutta la sera e la notte, insieme ai pochi compaesani, perlustrarono con delle torce nel buio del bosco, ripercorsero più volte il sentiero, ma Renato non si trovava. Il mattino dopo il paese era in pieno allarme, arrivarono i vigili del fuoco, arrivarono i carabinieri, e per diversi giorni, perlustrarono tutta la zona, purtroppo senza risultati. Quell’anno la squadra del gruppo sportivo del paese dovette ritirarsi dal campionato locale di calcio, non erano in grado di presentare una formazione con undici calciatori e dovettero ritirarsi. Erano rimasti solo in dieci, dell’undicesimo calciatore nessuno seppe più niente.

Angelo Reccagni, Cornegliano.

Un fascio di luce solare piomba linearmente sul suo viso, sulle sue palpebre appesantite dal calore estivo. Sono le quattro del pomeriggio e se ne sta seduta nel vecchio appartamento di suo padre ascoltando vecchi album degli Afterhours, mangiucchiando una matita nell’atto di concentrarsi per completare l’ennesimo cruciverba pomeridiano. Io la guardo, disteso sul letto, fumando una sigaretta. I piccioni fanno un gran chiasso sui cornicioni della città vecchia e sembrano essere gli unici esseri viventi sopravvissuti alle torride temperature d’agosto. Suo padre è morto un anno fa. Lei non parla con sua madre da qualche mese. Dice di non riuscire più a sentire nulla. Fuma ininterrottamente, quando non mastica la punta di una matita screpolata. Non parliamo adesso, non abbiamo bisogno di parlare, non dobbiamo per forza lasciare sgorgare le parole dalle nostre bocche. Mi guarda: ha occhi neri come petrolio, occhi pesanti, malinconici… occhi ferini, occhi d’animale braccato… occhi pronti a piangere e a divorare ogni cosa nello stesso istante. Ha un sorriso ampio, quasi equino; le gengive rossastre emergono abbondanti e splendenti quando ride. Le cucino un piatto di pasta nella vecchia cucina di suo padre, con una vecchia e consunta padella, la salsa al pomodoro di una vecchia e impolverata bottiglia: sì, ho scritto così tante volte vecchio o vecchia ma davvero, tutto quello che ci circonda è infestato e impregnato di vecchiezza e ci sentiamo improvvisamente stanchi quando – dopo aver bevuto abbastanza vino – ci baciamo seduti sul letto, tra il frastuono di un vecchio ventilatore arrugginito e l’azzurro del cielo che sbirciamo fuori dal rettangolo della finestra spalancata su vecchi balconi spioventi, sulle tegole cosparse di erbacce ed escrementi, sulle persiane chiuse, sulle antenne svettanti verso il cielo come centinaia e centinaia di ossa rotte che squarciano la carne. Dobbiamo lavare i piatti prima che faccia notte perché nell’appartamento non c’è corrente elettrica. Un flebile alito di vento le accarezza i corti capelli che con le mani si sistema noncurante dietro le orecchie; il vento accarezza anche l’impercettibile peluria agli angoli delle sue grandi labbra, quella sulle sue braccia, ondeggiando tra le sue ciglia.

Torna al suo cruciverba. Io torno sul materasso duro come pietra; bevo un goccio di vino e la guardo pensando:

– Possiamo vivere così per sempre, in questo triste appartamento dimenticato… e d’inverno per riscaldarci distruggeremo tutti i mobili, le credenze, le cassepanche, le porte, i tavoli, le scrivanie, le cassettiere, le librerie, gli sgabelli, i divani, le sedie, i comodini e avvolti attorno ad una pruriginosa coperta di lana osserveremo tutto bruciare in un immenso falò, mentre la candida neve fuori scenderà lenta sulle strade gelide della città vecchia e i gatti cercheranno riparo tra i cantucci abbandonati miagolando ad una luna che non sarà più qui.

Mi alzo dal letto, cammino verso di lei e la bacio, lungamente; le sue labbra sanno di nicotina e balsamo labbra.

– Possiamo davvero restare così per sempre – penso, e il cuore sembra cedere nel mio petto come una vecchia baracca scossa dalle furiose raffiche del vento.

Non parliamo, non abbiamo bisogno di dire nulla, non vogliamo che il suono delle nostre voci superi quello dei nostri pazzi, solitari, sofferenti, magnanimi, mesti occhi.

C’è il tramonto con le sue luci infuocate all’orizzonte e poi c’è la notte con il suo spettacolo pirotecnico di stelle baluginanti nel cielo. Lei si alza, sguscia via sinuosa; la stanza è oramai avvolta nell’ombra; poi ritorna, ha tra le mani una candela accesa; la posa sul piccolo tavolo vicino ai suoi cruciverba, al pacchetto di sigarette spiegazzato, alle bottiglie di vino svuotate, alle matite mangiucchiate: la fiamma della candela è blu, blu come quella ballerina che sognai tanto tempo fa. Dal salotto dell’appartamento vicino la voce di Chris Isaak riecheggia morbida verso la nostra stanza:

“The world was on fire and no one could save me but you…”

Si spoglia lasciando cadere i vestiti sul pavimento e s’infila svogliata sotto le fresche lenzuola.

– Possiamo davvero… davvero… vivere così… per sempre…

Fabiano Di Campli, Lanciano

“Siamo Culture – Ponte tra Oriente e Occidente”, progetto dell’assessorato alla Città della Cultura e della Solidarietà di Corigliano-Rossano guidato da Donatella Novellis realizzato in collaborazione con Officine delle Idee, continua a celebrare i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri.

Dopo “Amando Dante” che ha visto la partecipazione dei cittadini nel realizzare un video dedicato a Dante Alighieri (filmato attualmente in fase di montaggio e che verrà proiettato in una serata estiva), venerdì 4 giugno, dalle ore 16.30 nella Sala degli Specchi del Castello Ducale di Corigliano-Rossano, si terrà la lectio magistralis “Dante a Corigliano-Rossano. Testimonianza di un filosofo francese” tenuta dal professor Bruno Pinchard, presidente della Société Dantesque de France.

Prima della lectio magistralis interverranno l’assessore alla Città della Cultura e della Solidarietà Donatella Novellis e il dott. Vincenzo Piro dell’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne

Per partecipare in presenza è obbligatoria la prenotazione al numero 0983 81635 e il rispetto delle normative anti Covid per gli eventi pubblici. Data la limitata disponibilità di posti, l’evento sarà visibile anche online sulle pagine Facebook di Siamo Culture e del Comune di Corigliano-Rossano oltre che sul canale Youtube di Siamo Culture.

«Sono molto orgogliosa che il progetto “Siamo Culture” possa ospitare il professor Pinchard – dice l’assessore Novellis – con lui racconteremo come il pensiero dantesco ha toccato le nostre latitudini. Abbiamo la possibilità di ascoltare le lectio magistralis di un raffinato studioso del pensiero e delle opere di Dante Alighieri che continuiamo a celebrare in questo anno che il mondo ha deciso di dedicargli».