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LeggoScrivo è uno strumento di cultura che attraverso la narrazione collettiva e l’arte dello storytelling racconta un luogo, un territorio, un’opera d’arte, una tradizione culinaria e un prodotto locale da diversi punti di vista e angolazioni, con l’obiettivo di conferirgli valore. Uno strumento di scambio delle conoscenze al servizio di turisti e viaggiatori affamati di bellezza, ma anche un contenitore virtuale per mete turistiche consolidate e soprattutto per quelle che possiamo definire mete turistiche minori, solo perché spesso sconosciute e quindi fuori dai circuiti tradizionali.

Il progetto nasce dall’esigenza di valorizzare il cosiddetto turismo esperienziale, condividere i nostri viaggi e di creare una guida turistica alternativa, o meglio una vera e propria antologia di racconti, grazie ai quali avremo la possibilità di scoprire e riscoprire un luogo in infiniti modi diversi.

Il mondo di LeggoScrivo raccoglie altri mondi, quelli di chi ama scrivere, raccontare, leggere e di chi non può fare a meno di viaggiare, animato dalla voglia di esplorare nuove destinazioni che se raccontate con gli occhi e il cuore giusto diventano territori degni di essere visti e visitati.

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“Signora D’Orazio, la classe è questa, prego”.
Il bidello Gennaro aprì la porta come a dire “…Ora sono cavoli tuoi…”.
Noemi entrò sfoderando un sorriso radioso come il Sole ma dentro di sé pensò che avrebbe voluto sputare per terra!
Ed era solo il primo giorno.
Lei non conosceva, nemmeno, quei giovani studenti romani dell’Istituto Alberghiero “Pellegrino Artusi”; eppure sentiva già di odiarli.
Lei sentiva di odiare tutti.
Erano tre anni, ormai, che girava le scuole di Roma per fare punteggio e poter, così, ottenere una cattedra più vicina casa a sua.
Ed anche quel quarto anno, lei, si sarebbe dovuta svegliare alle tre del mattino, per prendere il treno delle quattro e poter arrivare alle sette a Roma.
Tre anni erano, già, passati a viaggiare di notte per poter lavorare al mattino e fare, poi, ritorno a casa solo a tarda sera; giusto poche ore prima di dover ripartire di nuovo.
Soprattutto in inverno, poi, lei usciva di casa col buio e ritornava a casa col buio.
Una dimensione di notte eterna che si era ingoiata la sua stessa anima…
Mezz’ora di macchina, durante quelle che sono le ore del sonno più profondo, attraverso strade di campagna scarsamente illuminate, per giungere alle quattro meno dieci, alla stazione di Cangiano.
Quel piccolo snodo ferroviario, perso in mezzo al nulla, a quell’ora della notte, lei lo aveva soprannominato “la casa degli spettri”.
Anime dannate che aspettavano l’arrivo del treno per cercare di riprendere un sonno lacerato dall’incombenza del doversi svegliare.
Noemi chiamava lei e tutte quelle ombre smunte, “i deportati della scuola”.
Si domandava per quale ragione i romani, docenti e studenti, si potessero svegliare alle otto, per poi essere a scuola alle nove; mentre loro, deportati della scuola, alle nove del mattino, avevano già fatto una prima giornata di viaggio.
Ed ancora, perché i romani, alle due del pomeriggio, dopo una normale giornata di lavoro e di studio, potessero rincasare agevolmente a riposare; mentre loro, deportati della scuola, appena finito il lavoro scolastico, iniziavano una terza giornata di viaggio per poter tornare a casa?
Praticamente, loro, facevano tre giornate di lavoro in una: ogni giorno!
Nello specifico, quattro ore e mezza di treno al giorno!
Ma, poi, quel maledetto orologio alla stazione di Roma…
Lei lo fissava tutte ogni giorno, era posto sulla sommità di una colonna, poco sotto il soffitto.
Ogni mattina, al suo arrivo nella capitale, segnava sempre la stessa ora!
Le cifre del display cambiavano la data ogni giorno, ma c’era sempre la stessa ora!
Sempre la stessa maledetta ora…!
Una visione che la faceva, letteralmente, uscire di senno, ma che non riusciva a smettere di guardare, ogni mattina.
Talvolta doveva farsi forza, per staccarsi da quella osservazione e proseguire il suo cammino; si sentiva come imprigionata in una dimensione senza tempo.
Però lei doveva stare attenta perché nessuno doveva accorgersi dei suoi pensieri strani, altrimenti non avrebbe trovato nemmeno più uno straccio di incarico.
La docente pensava, a volte, che, forse, nemmeno i deportati dei campi di concentramento nazisti avevano subito una tale privazione del sonno e della propria libertà per così tanto tempo.
Lei faceva studiare le bambine mentre era sul treno, collegata in videochiamata con il tablet del marito.
Lei parlava con il logopedista, dove suo marito aveva portato la loro secondogenita alla visita settimanale, sempre mentre era in treno, collegata in videochiamata sempre sul suo tablet.
Tutto questo inferno solo per poter portare uno stipendio a casa.
Perché solo con lo stipendio di quello che, nel frattempo, era divenuto il suo ex marito, maresciallo dell’Aeronautica militare, non si riusciva a far quadrare i conti.
Poi perché, infondo, quello era il mestiere che lei aveva voluto fare sin da quando era ragazza; lei aveva studiato per essere un insegnante.
Non aveva mai immaginato, però, in quale budello oscuro sarebbe stata intrappolata la sua vita e la sua stessa anima.
Noemi si era data una spiegazione per tutto questo.
I suoi genitori erano stati insegnanti ma non avevano fatto una vita tanto assurda.
Allora si insegnava nella propria provincia.
Perché, adesso, invece, si doveva scegliere tra svegliarsi alle tre del mattino o emigrare al nord?
Lei sapeva che il problema stava tutto nel ritorno a casa serale dei politici…
Negli anni settanta ed ottanta, infatti, quando i politici tornavano a casa, non sapevano mai chi avrebbero potuto trovare lì ad aspettarli.
Che fossero le brigate rosse comuniste, i Nar fascisti o l’anonima sequestri, infatti, i politici sapevano che dovevano accontentare la gente, altrimenti la gente avrebbe coricato loro a terra…per sempre!
Oggi, invece, i politici potevano fare quello che volevano, danneggiare famiglie, imprese e lavoratori, che tanto tornavano a casa tranquillamente; senza che nessuno stesse lì ad aspettarli.
Era per questo motivo che lei, e tutti gli altri come lei, vivevano da deportati della scuola.
Queste cose, Noemi, le aveva dette anche al suo psichiatra.
Ma lui non aveva capito nulla, aveva detto che la mancanza di sonno le stava creando dei seri problemi e che non doveva covare tanta rabbia; altrimenti, prima o poi, questa sarebbe esplosa.
E tale esplosione di rabbia avrebbe prodotto degli atti di violenza verso gli altri o dell’autolesionismo.
Così si chiamava, infatti, autolesionismo, ed è quello che venne refertato in ospedale quando lei tentò di gettarsi dal balcone di casa.
Poi, da allora, le cure, la separazione e l’affidamento congiunto con collocazione prevalente, delle sue due figlie, all’ormai ex marito.
La vita di Noemi era perduta come il suo sonno ed era successo tutto per colpa di quella maledetta scuola.
Scuola, però, alla quale non interessava nulla della sua vita; difatti, era bastata una semplice messa a disposizione per ottenere l’incarico, anche quell’anno.
L’ingranaggio della scuola macinava tutto. Senza accorgersi di nulla. Nemmeno di quello che Noemi aveva tentato di fare. Nemmeno dell’odio che lei covava nel profondo della sua anima.
Ed allora eccola lì, dinanzi ai suoi occhi, un’altra classe di tossici, teppisti e sgualdrine; di tutte le razze e di tutti i colori del mondo.
Il peggio del peggio della evoluzione umana.
Il posto che restava ai deportati della scuola come lei; dopo che i docenti più anziani, e con più punteggio, lo avevano, prontamente, scartato ed evitato.
Ma sin dall’anno prima, Noemi, aveva architettato un metodo per poter avere una destinazione migliore ed un lungo periodo di malattia e congedo retribuiti.
Il metodo era semplice, bastava eccitare quelle scimmie troglodite che sapevano bofonchiare solo suoni gutturali del tipo: “Ao! Annamo! Se Vedemo!”.
Poi loro avrebbero fatto il resto.
O mediante messaggi sul telefonino o, ancora meglio, con volgari apprezzamenti davanti a tutta la classe.
Dopo di che tutto sarebbe stato semplice.
Lei sarebbe andata in presidenza, avrebbe detto di venire infastidita o molestata da questo o da quello e che, non volendo sporgere denuncia per non rovinare dei ragazzi in piena tempesta ormonale, voleva chiedere un periodo di malattia per far calmare le acque e fare dimenticare la cosa.
Il preside di turno, ovviamente, per non avere problemi e fare scoppiare scandali nella sua scuola, abbozzava convintamente alla richiesta della sua docente.
Assecondandola nella sua volontà.
Con questo stratagemma, l’anno prima, Noemi aveva fatto due mesi di malattia, da febbraio ad aprile, senza nemmeno essere sottoposta a visita medico fiscale.
E, una volta tornata a scuola, era stata dirottata sull’insegnamento di sostegno ad una ragazza che veniva a scuola, al massimo, un giorno a settimana.
Così, anche quella prima mattina di quel nuovo anno, lei si era messa in tiro come una adolescente che va in discoteca.
Aveva delle zeppe che la innalzavano ancora di più del suo metro e settantacinque; una canottiera color corda che lasciava aperto un décolleté mozzafiato ed aveva un pantaloncino bianco che non copriva nemmeno le sue natiche per intero.
Uno spettacolo che camminava insomma.
Immediatamente accolta dai commenti “bavosi” dei maschi in aula e dai sorrisi di intesa delle ragazze che si trasmettevano “ telepaticamente” il messaggio: ”.. Ma questa è impazzita?!?…”.
Però questa volta, Noemi, voleva qualcosa di più.
Il solo pensiero di dover vivere un altro anno infernale, come quelli passati, le aveva, oramai, lacerato l’anima fin nel midollo.
Il solo pensiero di doversi aggirare, nottetempo, in quei reami di dimenticanza, che erano le strade per raggiungere la stazione di campagna, le metteva i brividi addosso.
L’essere sulla via di casa verso le sei della sera, dopo 15 ore tra lavoro e viaggio, ed a sole 9 ore dalla successiva partenza; le avevano scavato il cervello come un pozzo di petrolio.
A volte aveva pensato di cambiare lavoro, di fare qualcosa che fosse più vicino a casa, ma cosa?
Lei aveva studiato tutta la vita per essere un insegnate ed ora cosa mai si poteva mettere a fare?
I colleghi le dicevano di resistere un altro paio di anni, poi avrebbe avuto il punteggio per potersi avvicinare.
Ma il punteggio della sua vita era, ormai, andato a farsi fottere…
Il suo matrimonio era finito.
Le sue bambine le poteva vedere solo il sabato, per due ore, ed in presenza dell’assistente sociale, così come aveva disposto il Tribunale.
Oramai non le interessava più nulla, nemmeno di avere un avvicinamento.
Lei voleva solo dormire…
Perché in quelle poche ore di sonno prima della sveglia alle tre del mattino, lei non riusciva più nemmeno a dormire.
Nessuno lo aveva capito, ma quando aveva provato a volare giù dal quarto piano, lei voleva solo poter dormire.
Dormire veramente.
Noemi, intanto, si sedette al suo posto ed accavallò le gambe, riuscendo a sentire, su di sé, gli occhi sgranati di quelle scimmie antropomorfe dei suoi studenti.
Le ragazze le rivolsero delle domande per farla parlare ed indagare che tipo di persona fosse una che vestisse in quel modo a scuola.
Noemi rispose a quelle puttanelle tatuate, sfoderando un sorriso radioso come un mattino di primavera.
E quando loro le chiesero se fosse sposata, lei disse di si, di avere due bambine ma che suo marito non la voleva, mai, portare a ballare.
Tanto nessuno poteva sapere la verità.
Il suo mondo era, così, lontano da quella classe.
Immediatamente i ragazzi si proposero di portarla a ballare e le ragazze le dissero: “Professoressa, non si preoccupi, sabato la portiamo noi in discoteca…”.
Noemi rispose sorridendo: “Ragazzi, guardate che vi prendo in parola..!”.
I maschi della classe, quasi, non ci credevano che una “Milfona”, sventola, come quella volesse andare a ballare con loro.
Le ragazze si interscambiarono dei sorrisi di ammiccamento, come a voler dire: “…Questa ha proprio voglia di divertirsi!…”.
Noemi sorrideva e mostrava copiosa le sue grazie.
Ma nel suo animo c’era il buio assoluto.
Lei sentiva solo di volersi addormentare in quel buio.
Lei voleva solo poter dormire. Finalmente dormire.
Ed allora, stavolta, avrebbe fatto il lavoro per bene, si sarebbe presa un anno intero di riposo, pagato e spesato.
Bisognava solo organizzare bene la cosa.
Però stesso quel giorno, perché il solo pensiero di doversi svegliare alle tre del mattino successivo, le faceva mancare la terra sotto i piedi.
Ci volle poco ad individuare l’obiettivo.
Noemi lo capì subito che lui era il capo branco.
I ragazzi ridevano fragorosamente ad ogni suo commento, anche il più cretino, come fossero delle scimmie ammaestrate.
Le ragazze si fissavano e sbuffavano ad ogni sua battuta, come a dire: “…Ti pareva che non era sempre lui…”.
Lui si sentiva gli occhi dei suoi accoliti addosso e, per acclarare il suo dominio, li faceva ridere bofonchiando e scimmiottando, frasi e comportamenti, ad ogni movimento delle gambe della “Prof”.
Lei lo guardava sott’occhio, e si convinse che lui era quello giusto.
Doveva essere egiziano o roba simile, era scuro, magro e coi capelli corti.
Non era molto grosso, ma si pompava tenendosi sempre ritto e fiero nel suo posto per mostrare una imponenza che non possedeva.
Non emetteva una sola sillaba in italiano, parlava solo dialetto romano e qualche frase araba con altri due suoi conterranei che erano in classe.
Noemi si convinse, sul serio, che fosse lui quello giusto.
Ed allora, nelle due ore di lezione che seguirono, non appena si accorgeva che nessuno la potesse scorgere, gli dedicava degli sguardi che avrebbero fatto incendiare anche un iceberg!
L’egiziano non se lo aspettava, d’altronde come tutti i bulli, anche lui, viveva un profondo complesso di inferiorità nei confronti degli altri.
Un po’ per la sua condizione familiare, un po’ per le privazioni dovute alla sua situazione economica, lui si era sempre sentito estraneo.
Estraneo nel suo quartiere, estraneo a scuola, estraneo sul campetto di calcio o alle feste.
Fino a che non aveva capito che anche lui poteva avere un ruolo, qualcosa per cui essere rispettato e temuto; una sua collocazione nel giudizio e nella considerazione degli altri.
E quel ruolo era il bullo.
All’inizio ci volle solo un po’ di coraggio: qualche litigata e qualche atto vandalico.
Però tanto valse a fargli ottenere l’incoronazione a ras del quartiere e della classe.
Ed ora il suo “curriculum” in Tribunale vantava, già, qualche piccola ma “promettente” citazione.
Queste cose, quantunque in modo intuitivo e percettivo, Noemi le aveva carpite e perciò lo scelse.
Lo smilzo egiziano, alla fine delle due ore di lezione, era talmente su di giri che sarebbe potuto decollare.
Noemi lo aveva cucinato a puntino con sguardi furtivi e movimenti sinuosi.
Solo quel tanto che bastava, però.
Perché nessuno avrebbe, poi, dovuto testimoniare, in seguito, che era stata la “Prof” a far “ingrifare” il suo studente.
Questo non doveva assolutamente accadere perché, nei propositi di Noemi, la vittima doveva essere, solo e soltanto, lei.
Un sacrificio necessario e dovuto, che però le sarebbe valso il non dover più vagare, nelle notti dei giorni feriali, in strade buie e deserte.
Una delle sue tante prove da dover superare, ma che le avrebbe portato in dono ciò che lei agognava più di ogni altra cosa…poter dormire.
Quando la docente di economia uscì dall’aula salutando tutti, rivolse un ultimo fugace sguardo d’intesa all’egiziano.
Lui, quasi, si sollevò dalla sedia!
Il docente che entrò per la terza ora, trovò una classe in mezzo subbuglio.
I ragazzi commentavano, frenetici, ogni curva ed ogni lembo di pelle scolpita ed abbronzata della loro insegnante.
Le ragazze spettegolavano sul fatto che suo marito, con una moglie tanto bella e focosa, dovesse avere più “corna” di un cesto di lumache…
Ma lui non c’era.
L’egiziano si era mosso prima ed aveva ordinato agli altri di dire che era andato in bagno.
Lui, invece, la stava seguendo. A distanza.
Lei se ne accorse e, girandosi, gli fece un sorriso malevolo.
L’egiziano non si accorse della luce folle che balenava negli occhi della docente.
Non se ne accorse nessuno, erano tutti intenti ad aggredire le macchinette distributrici di cibi e bevande.
Noemi salì al piano superiore, si diresse al bagno dei docenti e vi entrò, non prima di aver rivolto un ultimo sguardo di invito al suo inseguitore.
Lei fece ingresso nel bagno delle signore e si portò allo specchio, non c’era nessuno.
Quando lui entrò ansimante, lei gli sorrise attraverso il vetro.
L’egiziano non comprese quale follia si celasse dietro quel sorriso.
La docente si mosse lenta e sinuosa verso la porticina di un water.
Lui fece per parlare ma lei si portò la mano alla bocca e gli fece segno di fare silenzio.
Lei entrò nella porticina e la lasciò semi aperta.
Lui la seguì e, entrando, trovò la donna più bella che avesse visto nella sua vita, appoggiata con la schiena contro le piastrelle della parete.
Lui la prese come se volesse sbranarla.
Lei accettò. Ma il suo pensiero era uno solo.
Presto quello schifo sarebbe finito.
Presto lui avrebbe finito.
E lei sarebbe andata in presidenza…
Lo avrebbe denunciato per violenza sessuale!
In tanti lo avevano visto seguire la sua professoressa.
Poi lei sarebbe andata in ospedale a farsi curare ed a far refertare l’avvenuto rapporto sessuale, a riprova di quanto lei asseriva.
I carabinieri lo avrebbero arrestato all’uscita da scuola.
D’altronde Noemi era certa che quel ragazzo avesse dei precedenti penali.
Si sarebbe fatto, certamente qualche anno di carcere…
Ma per uno come lui, un po’ di carcere in più o in meno, contava poco.
Però lei sarebbe stata libera!
Quell’anno lo avrebbe passato, a casa sua, in congedo per malattia; retribuita regolarmente ogni mese.
L’anno successivo, poi, manco a dirlo, avrebbe avuto l’assegnazione in ruolo praticamente sotto casa sua.
Finalmente avrebbe potuto dormire come una persona normale.
Finalmente avrebbe riavuto le sue bambine a casa…
Avrebbe riavuto suo marito.
Lei non sarebbe stata più sola…
Noemi pensava questo mentre l’egiziano compiva il suo rapporto sessuale.
Le fece schifo, come può fare schifo fare sesso con un asino.
Sadicamente, però, ella pensava, di quel ragazzo che la stava prendendo nel bagno dei docenti: “…Goditela…perché poi ti ci vorranno alcuni anni, prima di rivederne un’altra……!”.
Questo pensiero masochista e sadico fece eccitare la donna, la quale partecipò con foga all’amplesso, emettendo gemiti e sospiri che fecero imbufalire ancor di più il giovane egiziano.
Quando il rapporto terminò non ci furono parole.
L’egiziano parve pienamente soddisfatto dalla sua prestazione: “Secondo me tuo marito, non te ne fa vede’ mai bene! Se vede da come c’hai dato, t’è piaciuto davero – disse il ragazzo – però nun te sta’ a preoccupà che mo a te ce penso io, per tutto l’anno…”.
“…Che romantico…” rispose sarcasticamente Noemi mentre si rimetteva lo slip.
L’egiziano si girò verso il water come se volesse urinare e, dopo, qualche secondo si udì la voce registrata della donna che ansimava per il rapporto di poco prima.
“Cosa diavolo è questo?” sbottò la Prof.
L’egiziano si girò verso di lei e sorrise: “Che te credi che me faccio denuncià?! Questo mo’ conservo, così se te viene qualche strana idea in testa, faccio sentì il festival di Sanremo che hai fatto nel gabinetto dei professori!”.
L’egiziano continuò a parlare sempre girato di spalle e non riuscì a vedere cosa era diventato il volto di Noemi, letteralmente sfigurato da una follia incontenibile.
“Poi – continuò il giovane – se te dovesse venì de cambià idea, o se nun me vuo’ fa’ qualche regalino de tanto in tanto, te che pigli lo stipendio; questo o famo sentì pure a tuo marito…”.
L’anima di Noemi si lacerò. Pensò che non avrebbe mai più rivisto le sue bimbe.
Si sentì condannata senza appello, come sprofondare in un pozzo senza uscita.
Ora sarebbe stata vittima sessuale ed economica di quel teppistello pregiudicato per tutto l’anno e, forse anche, dei suoi amici.
Avrebbe perso tutto e, nonostante, questi inquietanti pensieri, quello che le fece più rabbia fu che…anche il giorno dopo non avrebbe dormito!
Noemi colpì con la zeppa che aveva in mano l’egiziano mentre questi era ancora di spalle.
Il colpo fu scagliato con una violenza inaudita e raggiunse il giovane proprio dietro al cranio.
L’egiziano perse i sensi e crollò sul water.
Noemi allungò il piede destro e lo mise sul capo del ragazzo, spingendolo dentro il gabinetto.
Lo spinse con la faccia nell’acqua, ringhiando con tutta la rabbia che aveva e tenendolo così per qualche minuto.
Tirò lo sciacquone, in continuazione, come se lo volesse far inghiottire dalle fogne.
Noemi sollevò, quindi, la gamba e lasciò l’egiziano con il viso, praticamente, incastrato nel water.
La docente rimase a guardare ciò che aveva fatto, per qualche secondo, come se stesse vedendo la scena di un film in tv.
Quindi indossò il suo pantaloncino e corse fuori dal bagno.
Tornò immediatamente dopo a prendere il telefonino del ragazzo che era caduto in terra e lo raccolse.
Mentre si abbassò, Noemi notò la totale immobilità del corpo del giovane e si alzò lentamente, non staccandogli occhi di dosso.
La docente riprese, allora, la via d’uscita e non si fermò nemmeno quando venne chiamata dal bidello Gennaro, che le indicava la classe dove avrebbe dovuto fare la terza ora; già abbondantemente cominciata.
Noemi corse via; via da tutto.
Ormai non si sarebbe fermata per nulla al mondo.
Scese in metropolitana e prese la corsa che portava alla stazione.
Mentre era seduta non rispose alle telefonate che giunsero dalla scuola.
Lei guardò il telefonino dell’egiziano e si rese conto che era stato tutto inutile.
L’avevano vista in tanti salire le scale seguita da quel ragazzo.
Così come altri l’avevano vista camminare verso il bagno dei docenti, sempre seguita da lui.
Ormai era spacciata, per lei era finita.
Si rassegnò a quel pensiero e la sola cosa che riuscì a sentire, distintamente, in quel momento, era di avere sonno…tanto sonno.
Lei voleva solo tornare a casa e mettersi a dormire.
Quando arrivò in stazione, vide l’orologio sulla colonna e, per la prima volta, fu diverso!
Non era quel mostro notturno che condannava ed incatenava la sua vita, giorno dopo giorno, in una dimensione di buio senza fine.
L’orologio era illuminato dalla luce del mezzogiorno che stava arrivando, era luminoso e colorato; Noemi rimase a fissarlo, per alcuni minuti, sorridendo.
I volti delle persone, poi, non erano freddi e smunti dalla privazione del sonno e dalle ore di viaggio nella notte.
La gente sorrideva, era allegra e piena di vita.
Noemi si mosse leggiadra verso il suo binario e si mise in attesa del treno che sarebbe arrivato.
Camminò lungo il marciapiede, fino a quando non raggiunse una panchina dove si sedette spossata.
Il sonno diventava sempre più pesante.
Lei non ce la faceva più, sentiva che non era giusto continuare a resistere.
Il sonno le stava cancellando anche i ricordi.
Ormai non contava più nulla.
Quel Sole e quella luce erano bellissimi.
Finalmente lei avrebbe dormito e le importava solo questo.
Il treno fischiò il suo impetuoso arrivo in stazione.
In quel momento, Noemi si girò e vide provenire, dalla stazione ed a passo spedito, due carabinieri e due agenti della polizia ferroviaria.
La Prof riuscì a malapena ad alzarsi dalla panchina, mente sentiva come di vivere in un sogno.
Ce l’aveva fatta. Forse stava dormendo, finalmente lei stava dormendo!
Noemi chiuse gli occhi assonnati e, con un sorriso dolce, si lasciò cadere sui binari mentre sopraggiungeva il suo treno.

l’autore

Giuseppe Borrelli nasce a Caserta il 14/12/1973.
Vive e risiede a Calvi Risorta, piccolo centro della provincia di Caserta, ai piedi del Monte Maggiore. Ha intrapreso gli studi classici ed umanistici, diplomandosi al Liceo Classico “A.Nifo”. Laureato in Giurisprudenza alla Seconda Università degli Studi di Napoli, Avvocato ed ex giornalista pubblicista.
Ha iniziato a svolgere la attività di pubblicista come inserzionista per riviste quali “ Presenza Missionaria” e testate di cronaca locale come “Sting”. Ha collaborato con il quotidiano “ Il Mattino” e con alcune emittenti televisive campane.
Studioso ed appassionato di Fisica e Scienze Astronomiche. Autore, principalmente, del genere Fantasy e Fantascienza, ha sviluppato anche narrazioni a carattere Storico, Thriller e racconti Horror. Tra le sue pubblicazioni: “Il Volto della Bestia”, “Gamurra”, “L’Androzoide”, “I Guardiani di Rameno”, “Il Luparo” La Favola del Sempregiorno” e “The Globster. Il Demone del Corallo”.

“Wow! Si! È lei!
È la sua macchina! Lo sapevo!
La mattina viene qui!
Adesso, però, calma e sangue freddo!
Devo entrare con indifferenza, come se venissi qui ogni mattina, come effettivamente faccio, e come se l’intruso fosse lei……
Cavolo ci sono poche macchine e nessuna appartiene a quei barboni che le corrono dietro!
E vaaiiii! Oggi me la gioco alla grande!!!”.

Purtroppo per lui, Vito aveva effettuato questa disamina della situazione, mentre stava parcheggiando la sua auto nell’area recintata della Tenuta Serreto, a voce alta e con i finestrini aperti.
Non appena ebbe, però, superato la 500 bianca di Tina, ed un’altra auto posta alla destra di quest’ultima, il giovane non fece in tempo a parcheggiare la sua macchina che la bionda tormentatrice dei suoi sogni aprì la sua portiera sinistra e, con il cellulare all’orecchio, si diresse spedita al giardino di ingresso della piscina!
Se ci fosse stato qualcuno ad osservare Vito in quel momento, avrebbe visto la sagoma di un essere umano, seduta al posto di guida della propria autovettura, letteralmente impietrita!

Il giovane ripassò in rassegna, nella sua mente, quegli ultimi secondi.
Le scene che aveva visto, le parole che aveva detto e cercò, al contempo, di rievocare il volume della voce con la quale, lui, aveva parlato.
Immobile e quasi trattenendo il respiro, Vito, trovò un po’ di conforto nell’immagine dei finestrini chiusi della macchina di Tina.
I quali, unitamente, alla conversazione al telefono della stessa, dovevano averle precluso la facoltà di udire i propositi del suo spasimante.
Perlomeno Vito volle convincersi di questo.
Ora però bisognava muoversi.
Lei, probabilmente, non lo aveva nemmeno visto, impegnata com’era a conversare al telefono.
Anche se, quest’ultimo pensiero, tolse quel po’ di ristoro che si era radicato nell’anima del giovane.
Perché Vito traspose, nella posizione di osservazione che aveva dovuto avere Tina poco prima; l’immagine di lui che, nel girare attorno al recinto di legno, subito dopo la salita, si era sporto, con tutta la testa, fuori dal finestrino per osservare “famelicamente” l’auto di lei.
Il giovane si biasimò per cotanta sbadataggine.
“Si, ok! Però io stavo osservando attentamente la zona del parcheggio per trovare un posto…”.
Vito volle convincersi di questa sua interpretazione dell’accaduto che, effettivamente, poteva avere una sua base concettuale e fattuale solida.
Ed allora, presi asciugamano ed occhialini da sole, lo spasimante scese dall’auto e si diresse, convinto e motivato, all’entrata della piscina.
Pochi metri attraverso il vialetto di ciottoli, costellato da curati e squadrati cespugli di rose, ed il giovane vide crollare, miseramente, tutti i suoi propositi di conquista.
Tina aveva, difatti, appena occupata la sdraio vicino a quella di Gennaro…!
Ed, allora, ecco svelato l’arcano.
Lei era al telefono con lui, poco prima nel parcheggio, in quanto non avendone intravista l’auto, lo aveva chiamato.
Il nano malefico tatuato con le ciglia e la barbetta curate, invece, per fare lo splendido, era venuto in bici e le aveva confermato di essere già a bordo vasca a prendere il Sole.

Vito stette, per un istante che gli sembrò eterno, sul punto di girarsi e di andarsene.
Però, oramai, lei lo aveva visto e sparire, così, di punto in bianco, avrebbe significato palesare a lei e, forse, al mondo intero, i suoi sentimenti più reconditi.
Ed allora bisognava andare avanti.
D’altronde nessuno sapeva. E non c’era alcun problema di sorta per uno che, in piena estate, se ne andava a fare due tuffi in piscina.
Perciò Vito ingoiò il boccone amaro e si diresse verso il locale bar a bordo vasca, laddove solitamente versava la quota di ingresso alla cassiera e le indicava, poi, quale ombrellone dovesse aprire.
Stranamente, però, non c’era nessuno.
Vito rimase un attimo interdetto da questa anomalia, ma poi, guardando tutta già in acqua o sulle sdraio, ritenne che, forse, il personale di piscina era, momentaneamente, rientrato nella struttura.
Comunque, importava poco, perché lì, lui era di casa ed avrebbe saldato il dovuto in un secondo momento.
Vito decise, allora, di sistemarsi da solo e, manco a dirlo, ovviamente, il giovane scelse una posizione diametralmente opposta a quella di colei che gli aveva spezzato il cuore per l’ennesima volta.
Come sempre, però, il destino parve volersi burlare di lui e, non appena, si fu posizionato nella sua zona, il giovane non fece a tempo a girarsi che si trovò Tina dinanzi ai suoi occhi!
“Vito ciao – disse lei sorridente – anche tu qui, vedo. Perché non ti vieni a mettere vicino a noi. Siamo io e Gennaro Doria, tu lo conosci, no?!?
Ha organizzato lui che conosce il posto. Tra poco dovrebbero arrivare anche gli altri”.
Vito fece in tempo solo a vedere gli occhi “infuocati” di Gennaro che lo fissava da lontano e che lo faceva sentire come fosse un ospite decisamente indesiderato.
Però la sorpresa di avere tanta considerazione da Tina, gli fece davvero piacere: “Ciao Tina, grazie, chi siete? Sai com’è, non vorrei occupare il posto di qualcuno.”
Il giovane cercò di mascherare il turbinio di emozioni che sentiva vibrare dentro di sé.
“Maria Teresa, Vitaliano, Antonio, Anna Clelia…questi” rispose Tina.
Vito stava per assecondare l’insperata ed allettante richiesta della bionda e formosa protagonista dei suoi sogni; quando, però, intravide, nuovamente, lo sguardo “fiammante” con il quale Gennaro stava inviando strali ed anatemi nei suoi confronti.
Vito percepì subito che il suo “malefico” concorrente non lo volesse tra i piedi, così come ebbe la sensazione, per lui fantastica, che Tina non volesse restare da sola con Gennaro, perlomeno fino all’arrivo degli altri.
Ciò nonostante, però, Vito ritenne che doveva guadagnare tempo, anche per vedere tutta la comitiva che stava giungendo.
Così, ne approfittò per spararsi un po’ la posa: “A dire il vero- rispose lo spasimante- dovrebbe arrivare un’amica…
Magari aspetto prima lei e, se non riesce a liberarsi, vi raggiungo”.
“Certamente – rispose Tina- oppure, appena viene anche lei, ci raggiungete. È una che conosciamo?”.
Al giovane non parve vero che Tina volesse sapere chi fosse la ragazza in arrivo.
“No- bofonchiò il giovane- è un’amica di fuori, non è mai venuta da queste parti.”.
“Va bene, allora- sorrise lei – appena viene raggiungeteci, oppure vieni tu se lei non dovesse arrivare”.
Il giovane sorrise a trentadue denti, preoccupandosi, però, subito dopo, di aver eccessivamente mostrato interesse verso di lei ed il suo invito.
Tina, nel frattempo, si era mossa, sinuosa e delicata, verso il suo posto e Vito, dopo averla guardata camminare, sentì, fortemente, il bisogno di doversi subito rinfrescare…
Qualcosa, però, attirò nuovamente l’attenzione del giovane.
Come un qualcosa di stonato in mezzo ad una situazione apparentemente normale.
Vito si tolse la maglietta ed il pantaloncino, restando in costume, mentre passava in rassegna le persone intorno a lui.
Sembrava tutto normale, però, c’erano i soliti clienti abituali.
C’erano i due culturisti che spesso pernottavano nella struttura.
Lei con il viso gentile ed i capelli lunghi e fluidi da una parte, ed il braccio sinistro tatuato e la stazza imponente dall’altra; che la facevano sembrare una “bambinona gigante” cresciuta ad omogeneizzati; quantunque paresse essere, sempre, intimidita e riservata, tanto che non si era ancora tolta i vestiti di dosso.
C’erano, poi, le due lesbiche con il loro inseparabile cane.
Le quattro “salsere”, con le due più avanti negli anni, che avevano, già, dato inizio alle danze latino americane a bordo vasca; sulle note del cellulare di quella più alta del gruppo.
C’erano i quattro “pensionati” con le due signore in acqua ed i mariti sdraiati ad abbronzare le pance.
C’era la tipa “fighettina” con la cagnolina “fighettina” che avevano preso l’ombrellone “fighettino” chiuso su tre lati.
Vito non riusciva mai a comprendere come si riuscisse a stare in quella gabbia di seta, con la calura insostenibile che c’era.
Questa, insomma, era la solita “fauna” della Tenuta Serreto che lui ben conosceva.
Fino a che Vito non scorse altri volti…
O meglio, udì qualcosa di poco consono.
Una voce femminile stridula ed atona che proveniva dall’acqua.
Una donna adulta che cantava, come una bambina impazzita, una canzone che inneggiava alla camorra!
Vito la fissò per un attimo: “Oh merda! Ma non può essere?!”.
Il giovane si rese conto di conoscere quella donna, così come, poco dopo, riconobbe anche i brutti ceffi che erano con lei, insieme a due medici ed un’infermiera.
Erano gli internati della residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza!
Lui li riconobbe tutti.
Il corvo, il barbuto, il rosso con i tatuaggi il torvo, il pelato senza sopracciglia, quello con gli occhiali che parla sempre ed il turco con il turbante e la barba bianca.
Questi erano i nomi che erano stati affibbiati dalla gente ai residenti che spesso, accompagnati dai medici ed infermieri, facevano lunghe passeggiate per le vie cittadine.
Tra di loro c’era il corvo che sembrava essere un personaggio, alquanto, particolare.
In paese, era chiamato così perché vestiva sempre di nero e, di lui, si diceva che fingesse di fare il pazzo per evitare la detenzione carceraria.
“Ma come si fa? – bisbigliò Vito – il migliore di questi ha ammazzato la mamma e l’ha messa in freezer! Già farli camminare per il paese è una follia, addirittura farli venire qui a contatto con le persone…”.
Ogni volta che il giovane vedeva in giro i “residenti” della REMS, pensava che i veri pazzi fossero quelli del personale sanitario che li accompagnavano, liberi e senza vincoli, in mezzo alla gente.
Ed anche stavolta egli rivolse delle occhiate di disapprovazione, verso il medico anziano con la barba bianca, quello giovane al telefono e verso l’infermiera intenta a curare la sua abbronzatura.
A Vito parve tutta una situazione paradossale, tanto che, in condizioni normali, se ne sarebbe andato via subito.
Ma stavolta c’era lei.
Non poteva lasciarla nelle mani di quel nano, scroccone seriale, di Gennaro Doria.
Tanto più adesso che lei aveva mostrato una inaspettata attenzione nei suoi confronti, invitandolo ad andare in mezzo alla loro comitiva.
Oltretutto, poi, pensò lui, sarebbe stato semplice intrufolarsi; bastava dire che la “lei” di turno non era venuta per qualche imprevisto e che lui era libero di potersi unire a loro.
Ora, però, pensò il giovane, bisognava fare una bella nuotata, anche per mostrare a Tina la propria “sfolgorante” condizione atletica; a differenza di quel nano malefico, tatuato e con le ciglia curate, che le stava accanto.
Mentre si toglieva i vestiti, il giovane, si vide, incredibilmente, osservato da lei e questo lo fece ringalluzzire non poco; egli si sentiva come il bomber di una squadra di calcio che si involava a rete in solitaria con la porta sguarnita.
Sentiva che, ormai, il goal era vicino.
Ce l’aveva fatta…
Quando entrò in acqua, Vito transitò vicino alle due “pensionate”, le quali stazionavano, in piedi, attaccate al bordo.
Un rapido saluto ed uno sguardo di disapprovazione verso la “residente” che continuava la sua insana litania di devozione verso la criminalità organizzata partenopea, però, trasmisero al giovane la sensazione che le signore volessero dirgli qualcosa.
Vito si fermò.
“Sta facendo questo da stamattina, da quando siamo arrivati”, disse una delle due signore.
“Non so perché non esce nessuno del personale? Così almeno chiediamo che dicano qualcosa a quei dottori che se ne fregano”, disse l’altra.
“Ma perché nemmeno voi avete incontrato qualcuno della Tenuta? – chiese Vito- Io ho aspettato un po’, poi ho deciso di tuffarmi, magari verso la quota appena esce qualcuno, tanto sto sempre qua, quasi tutti i giorni”.
“No, non abbiamo trovato nessuno – disse la prima – solo “questi”. Anche i loro medici sono arrivati dopo”.
“Secondo me hanno dormito qui- disse la seconda – i medici sono venuti a prenderli stamattina. Sarà qualche esperimento sociale di reinserimento o cose simili”.
Vito avvertì una inquietudine indefinita.
Si chiese dove fossero il Professore, la signorina Lucia, la signora Palma e la “Morositas”; il proprietario, cioè, ed il personale della struttura e perché non fossero ancora venuti in piscina?
Certamente dovevano essere impegnati nell’allestimento della sala interna, pulizia delle camere o cose simili.
Anche perché il Professore si affacciava sul balconcino della sua mansarda solo a mattinata inoltrata.
I pensieri del giovane vennero distolti dal gracchiare di una voce rauca e fastidiosa che proveniva dal lato opposto della vasca.
Tempo di girarsi e Vito si accorse di quanto stesse accadendo.
Il nano infame aveva urtato uno dei residenti: il torvo!
Quest’ultimo, come faceva sempre, lo aveva fissato con uno sguardo minaccioso senza proferire parola alcuna; ed, allora, Gennaro aveva cominciato a sbraitare per farsi notare da tutti, soprattutto da Tina.
Solo che, anche un tappo stappato come lui, avrebbe dovuto sapere chi fosse quella gente e che mettersi a fare questione con loro non era per niente una grande idea.
Era come lanciare una bomba atomica in un vulcano che dorme!
Difatti i medici erano accorsi, subito, a calmare le acque…
Vito ritenne che non ci fosse espressione più adatta di questa, per indicare la vicenda e si lanciò verso la scena della litigata.
Lo gnomo malefico stava inveendo come un forsennato contro il torvo, il quale lo fissava in silenzio con degli occhi che sembravano schizzati dalle orbite.
I due dottori e l’infermiera stavano, intanto, cercando di dialogare con Gennaro per dirgli che il loro paziente non era completamente padrone di sé ed era per tale ragione che pareva fissare in maniera minacciosa le altre persone.
Frattanto anche gli altri residenti si erano agitati.
La bambina folle aveva cominciato ad inveire, con la sua voce stridula, contro il tappo stappato; mentre il rosso si era alzato dalla sdraio, aveva cominciato a tremare ed a ringhiare e bofonchiare contro lo gnomo in acqua.
Vito, forte della sua possanza fisica, si frappose dinanzi al nano e, facendogli comprendere che stava litigando con degli psicopatici rinchiusi, riuscì a trainarlo via.
Ormai, però, la miccia era stata accesa.
Il barbuto gridava contro il nulla, il rosso pareva un dobermann che ringhiava contro il nano, la bambina folle emetteva dei gridolini atoni ed acuti insopportabili, il turco si alzava e si sedeva in continuazione, come fosse un filmino in continuo riavvolgimento.
Era un trambusto insensato, in ogni dove, che i medici facevano fatica a contenere.
Fino a che il corvo, seduto sulla sua sdraio, non fece un cenno con la mano.
Si placò ogni rumore…all’istante!
La bambina folle smise di strillare, il barbuto si placò, il rosso si sedette come nulla fosse successo ed il torvo riemerse dalla scaletta per andarsi a sedere al suo lettino.
Era sopraggiunta la quiete, improvvisa ed assoluta, dopo la tempesta.
Un fenomeno che aveva dell’innaturale.
Era come se lo stesso umore dei residenti fosse mutato d’improvviso.
Addirittura il barbuto, si era avvicinato al bordo dove si trovava il medico più anziano e ripeteva, a macchinetta: “…Dottore qui è bellissimo, è bellissimo…”.
Tutte le persone rimasero esterrefatte da un tale accadimento, e ripresero, man mano, le loro precedenti occupazioni.
Le salsere ricominciarono a ballare al ritmo latino, la fighettina si rimise nella sua posizione cristallizzata, il culturista tornò a sedersi vicino alla sua culturista, le lesbiche riuscirono a calmare il cane che aveva abbaiato fino a quel momento ed i pensionati si riunirono in conciliabolo per decidere cosa fare…d’altronde non avevano ancora pagato la quota…
Quest’ultimo pensiero allarmò, ancora di più Vito…
“Dannazione! Non sono usciti nemmeno con tutto questo casino?!”.
Il giovane decise che era venuto il momento di andare a chiamare qualcuno nella Tenuta.
Dopo aver sentito, ancora per un po’, le acide contestazioni del nano ed aver sorriso alla sua “amata”; Vito si incamminò verso la struttura, attraverso il giardino.
Non prima, però, di aver notato il modo famelico con il quale il corvo stava fissando Tina…
Questa ultima immagine non fece altro che aumentare il senso di inquietudine nell’animo del giovane.
Tanto più che, proprio nel momento in cui Vito entrò nel prato che suddivideva la piscina dagli ombrelloni della sala da pranzo all’aperto, non potette fare a meno di notare tutti gli oggetti, motorizzati e non, che stanziavano in giardino e che, come una mostra permanente della civiltà rurale, richiamavano l’antica vocazione campestre e contadina della struttura originaria.
C’erano rastrelli, zappe, vanghe, un trattore ed una falce!
Si vedeva che erano oggetti vecchi di decenni, ma erano ancora utilizzabili e, pertanto, potenzialmente pericolosi.
Bisognava parlare con il personale della struttura, subito!
Perlomeno far togliere quegli attrezzi dal giardino o per farli colloquiare con i medici e fare in modo di tenere i residenti in una parte della piscina ed i clienti in un’altra.
Vito superò la sala da pranzo all’aperto ed entrò nella struttura dagli ingressi posteriori.
Uno era quello della sala da pranzo interna e l’altro era quello della cucina.
Il giovane entrò in entrambi, disse buongiorno in ambedue i casi, ma nessuno rispose.
C’era il tavolo dove aveva fatto colazione un gruppo di persone, ed era ancora in disordine.
Vito si allarmò, e contò i posti a quel tavolo.
Il conteggio fu veloce: il corvo, il rosso, il barbuto, il torvo, la bambina folle e, poi, il pelato e quello con gli occhiali che parlava sempre ed il turco.
“…Hanno dormito qui… senza i medici…”. Sospirò Vito.
“Signorina Lucia…! Signora Palma…! Professore!”.
Il tono di voce alto di Vito non ebbe risposte e tornò indietro dai piani alti come un eco ramingo e solitario.
Il giovane si domandò cosa fosse accaduto, perché non ci fosse Lucia, carina e sempre sorridente, alla reception? Perché non c’era la signora Palma, la quale assomigliava a Sofia Loren da giovane, in cucina a collaborare, ed a far girare la testa, al giovane cuoco con la barbetta? Perché non c’era la “Morositas” che si muoveva tra i tavoli, con la sua carnagione olivastra ed il suo sedere grande e tondo come il mondo? Perché non si vedeva scendere il professore, dalla sua mansarda, con il suo fare, incedere e parlare da comandante in capo?
Vito, dentro di sé, sentiva di conoscere la risposta e, già, vedeva la scena da film dell’orrore che si aspettava, di lì a poco, di andare a scoprire…
Erano stati tutti uccisi! Tutti! Quella notte! dai residenti!
E quando al mattino erano arrivati i medici, avevano trovato i detenuti già in piscina.
Ora le camere dei piani superiori erano dipinte del sangue e delle membra dei membri del personale della struttura!
Vito salì le scale preparandosi, già, alla visione da girone infernale che avrebbe visto di lì a poco.
Invece le camere erano vuote…tutte vuote!
I letti erano ancora sfatti e c’erano i vestiti dei residenti dappertutto.
Però il sangue, le membra e le ossa del personale non c’erano…
Fortunatamente Vito non scese nelle cantine dove si trovavano i freezer a pozzetto.
Per fortuna per lui, non li aprì.
Altrimenti li avrebbe trovati tutti lì! Il Professore, la signora Palma, la signorina Lucia, la Morositas, il cuoco con la barbetta che, mentre lavorava, ammirava sempre la scollatura della signora Palma…
Tutti fatti a pezzi, imbustati e con la scritta sulla bustina che indicava la parte del corpo contenuta nel sacchetto, il proprietario alla quale apparteneva in precedenza e la data di refrigerazione!
D’altronde il giudice di sorveglianza lo sapeva che alcuni dei residenti erano molto metodici ed ordinati in tema di refrigerazione dei loro “alimenti”, ed avevano fatto la stessa cosa a madri, sorelle e parenti vari.
Però, lui era uno dalle vedute progressiste e le attività di socializzazione dei residenti, come prospettate dal personale medico, erano più importanti della incolumità della gente del paese o di quella del personale della Tenuta.
Anche perché lui, non si era trovato nei boschi, la notte prima, allorquando il personale della Tenuta era stato soppresso, smembrato, cotto sul fuoco ed imbustato….
Vito, intanto, era ancora fermo nel corridoio delle camere superiori, a domandarsi cosa stesse accadendo, nel momento in cui cominciò a percepire, al di sotto del frastuono della musica in piscina, qualcosa che non era ritmo o melodia.
Erano grida di terrore!!
Il giovane trasalì, ed urlando il nome di Tina si precipitò alla finestra.
Quello che egli vide in quel frangente, restò per sempre scolpito nei suoi occhi e nella sua anima, come la materializzazione terrena della dimensione concettuale di Inferno!
Ciò che lui aveva temuto si era verificato! I residenti avevano imbracciato gli attrezzi restaurati che facevano bella mostra, in giardino, della antica civiltà contadina che abitava quelle terre.
Ora, però, quegli stessi attrezzi erano usati per massacrare degli esseri umani!
E con la musica così alta, la “festa” doveva essere iniziata già da qualche minuto.
Il culturista, infatti, era riverso nel prato, immerso in una pozza di sangue|!
La sua “bambinona gigante”, invece, aveva cercato scampo correndo verso il cancello principale, ma lo scienziato con gli occhiali che parlava sempre, l’aveva raggiunta sul vialetto di ciottoli.
Laddove l’aveva, evidentemente, colpita con una “pirocca” di legno, che era a terra vicino a loro; ed ora stava abusando di lei, quantunque ella fosse ancora semi tramortita.
Uno dei pensionati erano sdraiato sui lettini e non si muovevano più.
Le due pensionate galleggiavano con il viso riverso sul pelo dell’acqua.
Seppur la musica latina proseguisse la sua scaletta, due salsere non ballavano più; erano a pancia sotto a bordo vasca.
La fighettina arrivò dal giardino correndo ed urlando disperatamente, mentre si diresse alle spalle del locale bar, inseguita dalla “bambina folle” che emetteva un risolino acuto e famelico.
Il braccio di una delle due lesbiche penzolava dalla sua sdraio ed il cane le abbaiava contro come se volesse svegliarla.
I medici e l’infermiera non c’erano.
Vito rimase agghiacciato da quel set di un film dell’orrore che si stava svolgendo sotto i suoi occhi e si domandò se stesse accadendo veramente.
Restò così fino a quando non udì una voce, concitata e rotta dal pianto, chiamarlo dalle scale.
Il giovane urlò il nome di Tina e si precipitò giù fino alla sala da pranzo invernale, quella con il camino.
Abbracciò la sua bella, quasi investendola in velocità, ed entrambi corsero alla porta di ingresso principale, chiudendola a chiave.
Quindi, corsero entrambi, seppur Tina venisse praticamente trascinata, verso la porta della sala da pranzo estiva, e chiusero anche quella.
A quel punto, ambedue, si portarono in cucina, posta a fianco della sala estiva, e chiusero l’ingresso che dava sulla sala da pranzo all’aperto.
“Tina fermati! – urlò Vito – smetti di piangere! Cosa è sucesso?”.
Non lo so! – rispose lei con la voce rotta dal pianto – è iniziato tutto all’improvviso! Hanno cominciato ad ammazzare tutti!!”.
“E i medici- chiese Vito- dove sono?”.
Lei scosse il capo significando che anche loro non potessero fare più nulla ormai: “Quello giovane ha gridato “Io non volevo mettervi quei cosi in testa”. Quello più vecchio ha urlato “Salvatore, tu li puoi fermare”. L’infermiera ha gridato..aiuto!!”.
Tina si mise le mani sul viso.
Vito comprese e chiese: “Hai il cellulare con te?”.
Lei non riuscì a parlare ma fece un cenno di diniego con la testa.
“Gennaro? – chiese Vito- che gli è successo?”
Tina dovette sforzarsi per riuscire a rispondere che non lo sapeva: “Mi sono nascosta…hanno cominciato ad ammazzare la genteeee!!!…le gridaaaaa!!…Perchè!!”.
“Calma- disse Vito- non facciamo rumore…”.
I due giovani si silenziarono fino ad accorgersi che non c’erano più rumori che provenissero dall’esterno.
“Ora verranno qui…” Sospirò Tina con un tono piagnucolante e spezzato.
Vito prese un grosso coltellaccio per il taglio della carne e ne porse uno più piccolo a Tina.
“Dobbiamo cercare un telefono- replicò lei fissando con aria dubbiosa la lama che Vito le aveva messo in mano- dobbiamo chiedere aiuto”.
“Non lo so se c’è un telefono fisso qui- rispose Vito- ogni volta che telefono sul numero che c’è sull’elenco, mi viene trasferita la telefonata sul numero di cellulare del professore. È possibile che non abbiano un telefono fisso”.
“Dove sono le persone della Tenuta? – chiese Tina – mica anche loro…?”.
Vito fece segno con la testa e con gli occhi di non sapere nulla circa il loro destino.
Fu in quel frangente che si udì un tonfo sordo, e pesante, provenire dalla sala da pranzo estiva, dall’altra parte del muro della cucina.
I due giovani si ghiacciarono e si silenziarono all’unisono.
Vito si portò alla finestra che dava sulla sala da pranzo all’aperto, seguito, poco dopo, anche da Tina.
Quando videro ciò che aveva provocato quel rumore, entrambi trasalirono e Vito dovette mettere, immediatamente, una mano sulla bocca di Tina per non farla gridare.
Ce la fece e, almeno per quel momento, non furono entrambi individuati dai residenti.
Ma la scena che i due ragazzi avevano visto aveva, letteralmente, ghiacciato il sangue nelle loro vene.
Il corpo pesante di uno dei pensionati era stato buttato a terra come fosse un sacco della spazzatura, proprio davanti alla porta di ingresso della sala da pranzo estiva.
La stessa sorte che era toccata da una delle lesbiche ed a una delle salsere.
Poi, via via, i medici e tutti gli altri.
Fatto ciò, i residenti, avevano chiuso la porta.
Dopo di che, avevano preso l’olio delle lampade che facevano da cornice “retrò” alle feste serali della Tenuta e l’avevano riversato sui tavoli e sulle sedie che erano stati usati per “seppellire” i corpi.
Ancora una volta, Vito ebbe la sensazione che il corvo “governasse” i residenti senza nemmeno dover parlare, quasi come se li comandasse con una sorta di controllo a distanza.
“Ci vogliono bruciare…” disse Tina con voce isterica, subito bloccata da Vito con una mano.
La bionda, però, aveva ragione.
Il corvo si girò, proprio in quel momento, in direzione della finestra e fece pietrificare i due giovani.
Dedicò loro un sorriso beffardo, mentre i suoi sterminatori appiccarono il fuoco!
Più che una fiammata, fu una vera e propria deflagrazione!
Vito e Tina gridarono e si gettarono a terra, mentre un terrificante odore acre di carne bruciata si spandeva all’interno della Tenuta, insieme ad un fumo nero che oscurava anche la luce del Sole.
Era la carne delle persone che si trovavano in piscina che stava bruciando!
Questa infernale dimensione di follia sanguinaria, che pareva avesse avvolto e sommerso le anime dei due giovani, li atterrì e li prostrò rendendoli inermi dinanzi a tale inumana ferocia.
Tina piangeva e chiedeva aiuto.
Questo fece ridestare Vito che si convinse a dover tentare una sortita.
“Dobbiamo uscire- disse lui- Tina, dobbiamo uscire dalla porta principale!”.
Tina lo fissava ma era come se non lo sentisse, ormai il suo equilibrio mentale era andato.
“Se qualcuno si è salvato- continuò Vito- comunque non farà in tempo a far giungere aiuto, ci sono tre chilometri di bosco prima del paese e se sbagliano strada…Tina dannazione ascoltami!!”.
Vito strattonò la ragazza ridestandola dal suo stato catatonico, mentre il fumo aveva invaso l’intera cucina ed il crepitio delle fiamme aveva avvolto la sala da pranzo estiva.
“Non possiamo più uscire nemmeno dalla porta principale- gridò Vito- dobbiamo usare la finestra dietro di te! Tina dobbiamo fare presto, prima che esplodano le condutture del gas!!”.
Vito sollevò Tina di peso e la trascinò verso la finestra che dava su di un piccolo cortile laterale.
Quindi, il giovane guardò fuori e non vide nessuno, anche se Tina non voleva saperne di uscire, sapendo che i residenti erano là fuori.
La sala dietro di loro, però, stava prendendo fuoco e presto ci sarebbe stata una esplosione terrificante.
Vito si mise il coltellaccio tra i denti e scavalcò la finestra che aveva spalancato, nonostante le rimostranze di Tina, quindi afferrò la ragazza e la trascinò fuori.
In piedi, nel piccolo cortile sotto un colonnato, i due giovani si guardarono intorno.
Tina non aveva più il suo coltello, ma Vito era pronto alla lotta con la sua arma.
La porta laterale, che dava sul cortile, era chiusa e sembrava che nessuno stesse per arrivare, perciò il giovane si diresse verso il giardino, tirando la sua amica con la mano sinistra.
Vito puntò, allora, sul vialone di ciottoli che portava al cancello principale.
Fino a che Tina non diede un urlo spaventoso!
Comparso, praticamente, dal nulla, il corvo aveva afferrato la ragazza e la stava tirando verso di sé.
Vito caricò il braccio destro per sferrare un fendente con il suo coltellaccio, ma venne affrontato dal rosso con i tatuaggi che, con un falcetto in mano, cercò di tranciarlo.
Il giovane dovette mollare la presa sulla sua amica, la quale venne portata via dal corvo.
Il ragazzo, allora, gridò il nome della sua amata, in risposta alla invocazione di aiuto di lei.
Ma l’assalto del rosso coi tatuaggi fu veemente e furioso.
Ancora una volta, Vito, seppur impegnato nella colluttazione, ebbe l’impressione che il corvo comandasse i residenti senza nemmeno dover parlare!
Entrambi i contendenti, nel frattempo, si procurarono delle ferite e finirono per carambolare a terra.
Il rosso perse il suo falcetto e, nel tentativo di recuperarlo, si allungò strisciando sui ciottoli.
Così facendo, però, quest’ultimo, diede le spalle al suo avversario, il quale inferse un taglio al suo polpaccio sinistro.
Il rosso urlò come vitello che stava per essere sgozzato e prese a correre via zoppicando.
Vito si rialzò sanguinante, con la lama intrisa del sangue del suo nemico.
Era arrivati tutti!
Tranne la bambina folle.
Il barbuto, il turco, il torvo, il pelato e quello con gli occhiali che, però, adesso, non parlava.
Vito rimase immobile e senza più alcuna speranza.
Il corvo aveva lasciato Tina, la quale era ruzzolata all’indietro finendo per sedersi radente alla parete della struttura.
Anche lei non era più in grado di muovere un solo muscolo.
Le fiamme avvolsero il lato posteriore della struttura, il fumo nero si alzò alto nel cielo.
Presto, gli occupanti delle abitazioni limitrofe avrebbero visto il fumo innalzarsi dalla struttura e sarebbero accorsi.
Ma Vito e Tina non avevano più tanto tempo.
Il turco porse una grossa falce al corvo e tornò subito in formazione con gli altri residenti.
Come un presagio di morte, allora, il corvo con una grossa falce in mano si mosse in direzione di Vito.
Fortunatamente non diresse alcuna attenzione a Tina, seduta con le spalle contro la parete; mostrando, così, che il suo obiettivo era lei.
Il giovane raccolse il falcetto del rosso e si rialzò con ambedue le armi in mano.
Il corvo vestito di nero non era molto grosso, ma la falce che aveva in mano, invece, si.
Vito arretrò con brevi passi all’indietro, stando attento a non finire con le spalle contro il cancello.
Entrò nel giardinetto piccolo, circondato da cespugli curati e costellato da dondoli, gazebo e divanetti coperti, dove egli poteva cercare di rendere più lenta e farraginosa la manovra del suo nemico.
Le colonnine di tali strutture semoventi, divennero difesa naturale contro il primo terrificante affondo del corvo, il quale caricò con una furia inaudita, seppur senza emettere alcun fiato o gemito.
Il corvo manteneva imperturbabile l’espressione del suo volto scuro e non mostrava alcun tentennamento.
Affrontare una falce, però, era praticamente impossibile, quando il residente caricava il colpo, così come era inutile ogni tentativo di reazione o di parata del fendente; bisognava solo scappare.
Le colonnine dei gazebo cominciarono a cadere, una ad una, sotto i colpi della falce del corvo.
Vito, però, si trovò con le spalle contro il denso e compatto cespuglio di rose e di rovi che delimitava il giardinetto.
Superare quella barriera, restando indenni, era impossibile.
Il corvo parve pregustare il compimento finale del suo disegno di sterminio.
Assestò il colpo, con una bramosia famelica di vedere scorrere il sangue di Vito.
Il giovane, però, gli tirò contro il coltellaccio che aveva nella mano sinistra e, quantunque, il corvo riuscì ad eludere, con un movimento del capo, il tiro del suo avversario; ne venne, comunque, parzialmente intaccato.
Vito guadagnò, nuovamente, il campo aperto, mentre il corvo emise un rauco urlo di dolore mantenendosi la parte sinistra del collo, laddove si era aperta una ferita.
Lo stesso grido, di eguale inflessione e tonalità, venne emesso, all’unisono, anche dagli altri residenti…
Vito, però, adesso aveva solo il suo falcetto in mano.
Il corvo era, intanto, divenuto furente e mostrava il volto sfigurato da un ghigno di collera e di rabbia.
Egli non eseguiva più dei movimenti coordinati e mirati ma caricava il suo nemico in preda ad una furia incontenibile.
Così facendo, però, anche la sua micidiale ed inattaccabile arma diveniva difficilmente manovrabile.
Ciò nonostante, Vito venne quasi falcidiato da un colpo mortale del corvo, riuscendo ad evitare il fendente solo compiendo una giravolta attorno alla colonnina dove si era appoggiato a bordo piscina.
La lama, però, gli aprì uno squarcio poco più sotto delle spalle ed il giovane, gridando di dolore, cadde a terra.
Vito cercò di rialzarsi utilizzando un lettino, mentre avvertì lo spostamento d’aria provocato dal corvo che aveva portato la falce dietro di sé per caricare e sferrare il colpo finale.
Il giovane si girò, di scatto, mentre era, praticamente, a pancia sotto sul lettino e scagliò con tutta la sua forza il falcetto contro il suo nemico.
Spostando, con veemenza il lettino, allora, Vito, cercò di trovare scampo strisciando tra i mattoni di cotto ed il susseguente prato.
Ormai sapeva di essere spacciato.
La falciata finale, però, non arrivò.
Vito si girò, mentre usava mani e piedi per rialzarsi e vide la scena.
Il residente aveva ancora la falce innalzata sopra la sua spalla sinistra, mentre con gli occhi sgranati fissava il falcetto di Vito che gli si era conficcato in bocca!
Il corvo emise un rantolo soffocato prima di stramazzare al suolo.
La sua falce, cadendo e rimbalzando, ribaltò un lettino.
Vito si allontanò di scatto, mentre fissava la sagoma nera del suo aguzzino, tremare a terra con dei movimenti riflessi ed incondizionati; poco prima di bloccarsi del tutto.
Il giovane si toccò la schiena sanguinante e si girò verso i residenti, ancora messi in formazione sul viale.
Ormai lui era ferito in più punti, dopo i due scontri, e non aveva più forza per lottare.
Egli sentiva che la fine era vicina.
I residenti, intanto, fissavano con degli sguardi vitrei il corpo del corvo.
Si mossero, quindi, tutti insieme.
Vito cercò di trovare scampo correndo verso il trattore della mostra della civiltà contadina che era nel prato; però gli assassini non erano diretti verso di lui…
Come una silente processione di morte, allora, i residenti presero la salma nera del corvo e, tutti insieme si diressero verso il retro della struttura avvolto dalle fiamme.
Non comprendendo nulla di quanto stesse succedendo, Vito risolse però di correre in direzione di Tina.
La ragazza aveva perso i sensi, forse da prima dello scontro del suo amico con il corvo.
Vito la alzò di peso e la trascinò verso il parcheggio, oltre il giardino.
Quando giunsero le auto di Antonio, Anna Clelia, Gino, Lella, Vitaliano, Maria Teresa e gli altri amici di Tina, videro Vito insanguinato che trascinava di peso la loro amica, mentre la Tenuta Serreto bruciava…

La fighettina sopravvisse e venne trovata a vagare nei boschi, nuda ed in stato di shock, trascinata da una delle lesbiche che l’aveva salvata.
Quest’ultima, infatti, nascostasi durante il massacro, aveva preso una grossa pietra ed aveva tramortito la bambina folle mentre costei stava soffocando la fighettina, dopo averla denudata.
Anche un pensionato si salvò, così come la bambinona gigante che, dopo aver subito la violenza carnale dall’occhialuto che parlava sempre, sin era finta svenuta ed aveva scavalcato, poi, il cancello non appena ne aveva avuto l’occasione.
Così come vennero ritrovate che si aggiravano spaesate e sperdute tra i boschi anche le due salsere sopravvissute.
Il nano malefico tatuato Gennaro Doria, venne trovato abbarbicato sulla sommità di una quercia, laddove si era nascosto tra i rami.
Dei residenti sopravvisse solo la bambina folle, la quale venne rinchiusa in una struttura di detenzione meno progressista e permissiva.
Da quel giorno, però, ella non emise mai più parola.

l’autore

Giuseppe Borrelli nasce a Caserta il 14/12/1973.
Vive e risiede a Calvi Risorta, piccolo centro della provincia di Caserta, ai piedi del Monte Maggiore. Ha intrapreso gli studi classici ed umanistici, diplomandosi al Liceo Classico “A.Nifo”. Laureato in Giurisprudenza alla Seconda Università degli Studi di Napoli, Avvocato ed ex giornalista pubblicista.
Ha iniziato a svolgere la attività di pubblicista come inserzionista per riviste quali “ Presenza Missionaria” e testate di cronaca locale come “Sting”. Ha collaborato con il quotidiano “ Il Mattino” e con alcune emittenti televisive campane.
Studioso ed appassionato di Fisica e Scienze Astronomiche. Autore, principalmente, del genere Fantasy e Fantascienza, ha sviluppato anche narrazioni a carattere Storico, Thriller e racconti Horror. Tra le sue pubblicazioni: “Il Volto della Bestia”, “Gamurra”, “L’Androzoide”, “I Guardiani di Rameno”, “Il Luparo” La Favola del Sempregiorno” e “The Globster. Il Demone del Corallo”.

È successo.
Adesso.
7 miliardi, 412 milioni, 868 mila, 332 anni secondo il calendario del Nazareno.
Il giorno 9 dell’undicesimo mese, seguendo sempre la linea temporale che si fa risalire alla nascita del Cristo di Nazareth.
12 miliardi di anni dopo, invece, se si considera la nascita della nostra meravigliosa stella.
E’ accaduto proprio nel momento previsto dalla “Tecnomente” della mia nave.
D’altronde essa è parte del mio cervello, ha i miei stessi ricordi ed è collegata a me.
Una piccola parte del mio tessuto cerebrale, integrata nell’apparato bioconnettivo della nave e strutturata recependo e riproducendo le frequenze elettriche che costituiscono la mia memoria.
Ora sembra che anche la mia nave sia prostrata dalla malinconia che attanaglia la mia stessa anima.
Cammino fino all’ultimo punto di osservazione, in coda al mio vascello.
La luce dell’ultimo Evento non ci ha ancora raggiunti.
Io lo vedo ancora lì, piccolo puntino lontano in mezzo a milioni di altre luci stellari, ma il magnetoscopio della nave ha già rilevato l’avvento della Singolarità: il Sole è esploso!
Avevano detto che non sarebbe accaduto, che la condizione di Gigante Rossa della nostra stella sarebbe degradata fino ad una Nana Bianca e poi, forse, ad una Nana Rossa.
Eppure io ho sempre saputo che questo non era vero.
Per questo motivo decisi di partire tanto tempo fa, anche se non ricordo più quando questo sia avvenuto.
Non sono diretto ad Alfa Centauri, ove si dice ci sia un mondo che, in passato, fu colonizzato da noi umani.
Le voci dicono di un tempo remoto, però, nel quale l’umanità aveva preso una strada sbagliata e riteneva di dover imporre il suo infausto cammino anche alle sue più remote colonie.
Allora l’uomo si era fuso con la natura e con le sue specie animali, fino quasi a rinnegare la sua stessa identità.
Questo, però, ci aveva resi ancora più arroganti ed aggressivi e ci aveva fatto muovere guerra a quel mondo lontano.
Fino a quando l’umanità di quella nuova Terra aveva, infine, ridestato anche la nostra appartenenza atavica, ed una rinata razza umana non aveva, allora, deciso di lasciare in pace la progenie di quel luogo remoto.
Per tale ragione, sin da quel tempo lontano, Alfa Centauri è spazio precluso ad ogni intrusione della nostra stirpe.
L’età di quel sistema Tristellare, poi, è contigua a quella della nostra stella e le simulazioni circa l’arrivo dell’onda di Super Nova, tra circa quattro anni, in quello spazio, non sono chiare.
Perciò devo cercare altrove.
Si, ma cosa? Forse una casa? Un mondo dove poter vivere? Con chi?
Abbiamo trovato, tanto tempo fa, un altro mondo abitabile nel sistema solare di Gleese, ma la mia vita non basterà a compiere un viaggio tanto lungo.
Tutti gli altri astri sono ancora più lontani e raggiungere gli altri mondi terraformi finora trovati nelle loro orbite, mi è precluso dalle immani distanze.
Sono condannato.
La cosa più giusta sarebbe stato restare sul mio mondo ed attendere la fine della mia razza.
Perché laddove la nostra razza è nata ed è vissuta, lì sarebbe dovuta sparire.
Io, invece, mi sono ribellato al Destino ed ora ne pagherò le conseguenze.
Io, da solo.
Perché non c’è nessuno là fuori.
Noi non abbiamo trovato nessuno negli spazi infiniti.
Seppur di mondi abitabili ne sono stati trovati tanti, infatti, di razze intelligenti non ne sono mai state scoperte.
Solo strani segnali provenienti da luoghi e tempi remoti e dimenticati.
Forse scaturiti da fenomeni naturali sconosciuti o, forse, da disperati ultimi vagiti di civiltà che stavano scomparendo.
Ci fu solo un episodio, in un passato lontano, sulla Terra che diede i natali alla nostra stirpe.
Accadde, in un luogo chiamato Braxton, in una regione chiamata New Mexico, in quella che era la più importante delle antiche nazioni nelle quali era divisa la umanità primordiale: gli Stati Uniti d’America.
Si narra di due oggetti volanti sconosciuti, di una città distrutta e di un oggetto che lasciò la Terra.
Però nessuno è mai riuscito a stabilire cosa sia realmente accaduto.
Se quell’incidente sia stato causato da un fenomeno naturale, da un esperimento militare o da esseri di altri mondi.
Le distanze in questo Universo sono un limite invalicabile, anche per la Luce e per il Tempo; io continuo a vedere la luce del nostro Sole, eppure esso non esiste più, è esploso nella sua infinita gloria di Super Nova.
Questo perché anche lo stesso Tempo, seppur di un evento tanto immane, fa fatica a colmare le distese eterne della incommensurabile trama dello Spazio-Tempo.
L’appartenere a luoghi diversi significa, di fatto, appartenere a dimensioni temporali infinitamente distanti tra loro.
Perciò la possibilità che due razze intelligenti si possano incontrare è una illusione anche in termini percentuali.
Perché l’Universo è questo, è solo questo: solitudine.
Immane, immutabile ed immensa solitudine.
La stessa solitudine che ora ha avvolto la mia esistenza.
O ciò che ne rimane.
Per una insana e vacua vanità, poi, ho raccolto tutto ciò che noi siamo stati, fino alla nostra estinzione, nella sconfinata memoria della Tecnomente del mio vascello.
Ultimo atto di supponente superbia dell’ultimo membro di una razza che si è si ritenuta padrone di tutto, e che ora è divenuta polvere cosmica.
Davvero, solo, uno spreco di risorse della memoria della mia nave.
A cosa è servito portare con sé tutta la storia della mia razza? Le sue opere, le sue invenzioni, la sua arte e la sua filosofia.?
Chi mai ascolterà quei suoni? Chi ammirerà quelle immagini? Chi mai potrà leggere quelle parole?
Ora, davvero, mi rendo conto che la Natura ha una sua logica.
Noi siamo nati ed abbiamo vissuto nello Spazio che ci ha ospitati, riscaldati dal Sole che ci ha illuminati.
Consumando ciò che era utile ed adatto a noi.
Ora quel luogo non esiste più. E con esso doveva sparire ogni traccia del tempo che è stato.
Un giorno lontano, quella stessa forza che ora ha distrutto ogni cosa, ritornerà ad essere materia e sostanza.
Una nuova stella si accenderà e nuovi mondi nasceranno.
In essi forse sorgerà una nuova razza che percorrerà il suo cammino e scriverà la sua storia.
Così è. Così è sempre stato. Forse così sempre sarà.
Io, però, mi sono ribellato a questa legge universale.
Solo io non ho accettato la stessa sorte del mio mondo e della mia razza.
Ed ora sono qui, davanti alla camera di conservazione dove è rinchiusa lei.
..Zana…
L’altra metà della mia anima. La mia compagna.
Non ricordo quando sia morta. Ormai è passato troppo tempo.
Nessuno poteva saperlo, nemmeno uno scienziato come me.
Ma il viaggio così lungo le ha, praticamente, consumato i globuli rossi fino a farla spegnere.
Ho inutilmente provato a trasferire la sua coscienza nella Tecnomente della nave.
Se ci fossi riuscito, mi sarei addormentato anche io ed, entrambi, avremmo vissuto nella dimensione che il vascello avrebbe creato per noi.
Magari in quella che fu la nostra meravigliosa Ganimede, dove siamo nati e dove abbiamo vissuto, sotto la gargantuelica magnificenza di Giove nel cielo.
Fino al giorno della infausta decisione di intraprendere questo viaggio.
Pensavo che il tentativo fosse andato a buon fine, però la coscienza di Zana non ha dato segnali di sussistenza nella Tecnomente.
E da allora sono solo.
Zana è chiusa in questa stasi biologica, affinchè un giorno io possa trovare il modo di riportarla in vita.
Ci riuscirò, devo riuscirci, perché altrimenti, in caso contrario, anche porre termine alla propria esistenza è una condizione migliore della eterna solitudine.
Intanto, ho dovuto evitare di fare la sua stessa fine e, per questo motivo, ho dovuto modificare radicalmente la struttura del mio DNA.
Adesso, però, non riesco nemmeno a guardare la mia immagine riflessa attraverso il vetro della camera di conservazione di Zana.
Vedere ciò che sono diventato mi riesce difficile.
Delle volte, nei lunghi interminabili periodi vissuti in silenzio, mi rivolgo, con la mente, a riflettere sulla possibile esistenza di un Creatore.
Egli dovrebbe correre in aiuto di una sua creatura perduta nel buio infinito.
Egli dovrebbe mostrare la strada al suo figlio che si è smarrito.
Però finora non ho percepito alcunchè.
Delle volte penso che, forse, Egli lo stia già facendo.
Ed allora mi perdo a riflettere sul modo nel quale si esprimerebbe un’entità che ha creato il Tutto e che forse è la sostanza di ogni cosa che esiste.
Forse sono anche io parte di esso?
Ed allora è inutile cercare un segno esteriore della presenza del Determinatore.
Egli, forse, si esprime attraverso la sua stessa essenza, della quale io faccio parte.
La sua voce, allora, sovviene dal dentro della mia stessa coscienza.
Può mai un Creatore, però, dirmi di fare quello che sento di dover fare in questo momento?
È possibile tutto questo?
Davvero egli mi sta chiedendo di accettare lo stesso Fato di Zana e di tutti gli altri esseri umani?
Può mai egli chiedere ad una vita, da esso stesso creata, di spegnersi?
Non so se sia questo quello che il Creatore mi sta spingendo a fare.
In me ci sono delle spinte contrastanti e divergenti, da una parte della mia essenza c’è qualcosa che mi dice di fermarmi, qui, adesso e per sempre.
Dall’altra, c’è una voce lontana e remota che mi dice di proseguire, di continuare a viaggiare e di continuare a sperare.
Quale di queste è la voce del Determinatore?
Talvolta chiudo gli occhi e percepisco che la voce che sento più lontana e flebile, non è la mia.
È quella di Zana.
Ed allora, io la vedo ancora sorridere felice e piena di vita, mentre dona significato e ragione ad ogni mio respiro.
Forse è questo il modo che ha Creatore di parlare ai suoi figli?
Ricordare a noi che è solo nella gioia di chi amiamo che risiede la nostra stessa felicità?
Non sono più sicuro di nulla.
Ma forse ciò è normale per l’ultimo esemplare di una specie ormai estinta.
Ed allora mio Creatore, essendo io l’ultimo della mia razza, lascerò a Te l’ultima mossa.
Decidi Tu cosa deve essere. Io mi fermo qui.
Credo di chiamarmi Hor.
Forse nacqui 304 anni fa su Ganimede, Luna di Giove.
Forse 160 anni fa partii insieme a mia moglie Zana per sfuggire alla imminente esplosione della nostra stella.
Forse 70 anni fa, mia moglie Zana si spense.
Da allora sono solo.
Ora io mi addormenterò insieme a lei, chiederò alla Tecnomente del mio vascello di interrompere il viaggio e di fermarsi alla deriva nel Cosmo.
Allorquando l’onda di Super Nova ci raggiungerà, forse ci distruggerà.
O comunque danneggerà in maniera irreversibile la coscienza della nave ed i suoi parametri vitali.
Sarai Tu, dunque, a decidere, infine, ciò che sarà, Determinatore.
Ascolta, soltanto, l’ultima parola dell’ultimo degli uomini e tienila per sempre con Te, negli Universi che verranno.
Essa è…Zana…
Noi due, piccoli ed insignificanti esseri umani persi nell’Infinito, abbiamo fatto ciò che abbiamo potuto…fino alla fine.

l’autore

Giuseppe Borrelli nasce a Caserta il 14/12/1973.
Vive e risiede a Calvi Risorta, piccolo centro della provincia di Caserta, ai piedi del Monte Maggiore. Ha intrapreso gli studi classici ed umanistici, diplomandosi al Liceo Classico “A.Nifo”. Laureato in Giurisprudenza alla Seconda Università degli Studi di Napoli, Avvocato ed ex giornalista pubblicista.
Ha iniziato a svolgere la attività di pubblicista come inserzionista per riviste quali “ Presenza Missionaria” e testate di cronaca locale come “Sting”. Ha collaborato con il quotidiano “ Il Mattino” e con alcune emittenti televisive campane.
Studioso ed appassionato di Fisica e Scienze Astronomiche. Autore, principalmente, del genere Fantasy e Fantascienza, ha sviluppato anche narrazioni a carattere Storico, Thriller e racconti Horror. Tra le sue pubblicazioni: “Il Volto della Bestia”, “Gamurra”, “L’Androzoide”, “I Guardiani di Rameno”, “Il Luparo” La Favola del Sempregiorno” e “The Globster. Il Demone del Corallo”.

Le molte stranezze di un gruppo di persone ritrovatesi a fuggire per i boschi della Vecchia Europa.
Ciascuna delle quali aveva un passato ignoto e sconosciuto a tutti gli altri.
Dovevo trovare quel maledetto.
Anche perché era chiaro che non si sarebbe fermato, fino a che non avesse trovato ciò che stava cercando.
Cosa però?
Pensai ad un’ipotesi.
E la misi in pratica.
La sola uscita più agevole, ed alla portata di tutti, era la galleria sotterranea.
Fino a che, quindi, quella porta restava chiusa, ciò stava a significare che, molto probabilmente, nessuno era uscito da Fort Apache.
Tutto questo, sempre che l’assassino fosse uno e non avesse dei complici.
Però, questa, era la sola pista alla quale potevo appigliarmi.
Dovevo solo fare una cosa e dovevo stare attento.
Nessuno avrebbe dovuto scoprirmi.
Altrimenti sarei stato incolpato di tutto quanto accaduto.
Le regole che vennero stabilite presupponevano che nessuno dovesse chiudere le porte sotterranee delle proprie abitazioni.
In primis, perché era chiusa la porta della galleria principale di accesso a Fort Apache.
Ed in secondo luogo, perché ciascuno dormiva armato, chiuso nella propria camera.
Camere che, peraltro, avevano delle porte di legno solide e spesse.
Oltre al fatto, poi, che eventuali spari sarebbero stati uditi anche dagli altri, i quali sarebbero, prontamente, accorsi.
Siccome le entrate delle singole abitazioni, che dovevano restare chiuse, erano blindate e non si sarebbero aperte nemmeno con le fucilate; l’unica strada per poter soccorrere qualcuno, erano le gallerie.
Quindi, seppur barricati in casa e, di notte, nelle proprie stanze; le porte sotterranee dovevano restare aperte.
Non sapevo appieno cosa stessi facendo.
Avevo solo un’intuizione e la stavo seguendo.
Il mio disegno si articolava in diversi passaggi, tutti collegati tra di loro.
La trama che mi ero prefissato, infatti, presupponeva il verificarsi di eventi concatenati, i quali avrebbe dovuto stendersi nell’esatto modo che avevo programmato.
E che tutto ciò avvenisse come avevo previsto; non era, per niente, detto.
Se avevo ragione, ed avevo visto giusto, dovevo azionare la reazione di una persona.
Dovevo allarmarla e costringerla ad uscire allo scoperto.
O a fuggire.
Questo suo comportamento, allora, avrebbe costretto anche l’assassino ad uscire allo scoperto.
Insomma dovevo liberare la volpe per catturare il cane….
E lo feci.
Quella stessa notte.
Tutto avvenne, dinanzi ai miei occhi come avevo previsto, passaggio dopo passaggio.
Mi nascosi nel buio.
Nelle prime ore del mattino, quando in superficie dovevano essersi illuminate le prime luci dell’alba; una figura si mosse nei cunicoli.
Furtiva e veloce, questa sagoma ignota era stata allarmata da ciò che io avevo fatto.
Ora dovevo solo attendere.
Chi sarebbe passato dopo; sarebbe stato, quasi sicuramente, l’assassino.
Però questo ultimo evento non si verificò come avevo previsto.
Il cane da presa non passò.
Qualcosa non aveva funzionato.
A meno che…………..
Corsi come un forsennato dietro alla volpe che, intanto, doveva essere già riemersa al di là del Forte.
Difatti il fuggitivo era risalito in superficie e se ne stava andando.
Mi misi alle calcagna, tenendomi, però, in disparte.
Perché forse…….
Sperai, profondamente, di aver visto giusto.
Venne giorno.
Le cose si mostrarono per quello che erano.
Caroline Ramier corse via nella boscaglia, anche se il peso dei bagagli che aveva deciso di portare con sé, la rallentavano.
Avrei potuto raggiungerla, però, ormai, avevo una mia teoria riguardo a tutta questa storia e questo era l’unico ed ultimo momento nel quale avrei potuto scoprire tutta la verità.
Mi tenni a distanza.
Caroline non doveva vedermi.
Albert Prunier comparve, quasi, dal nulla.
Caroline se lo trovò di fronte e diede un urlo.
“Dove vai dottoressa?” chiese lui.
“È morta troppa gente, Albert, non ce la faccio più, voglio andare via!”.
“Delle volte serve che qualcuno si sacrifichi perché tanti altri possano sopravvivere……”.
“Che significa Albert? Cosa vuol dire? Tu sai chi ha ucciso i nostri compagni?”.
“…Ti ronzavano troppo attorno, dottoressa…….parlavi troppo tempo con loro…
Polster era, forse, il tuo fidanzato.
Dario, probabilmente, voleva diventarlo, anche se aveva deciso di andarsene dal Forte e non potevo permetterlo.
Iwona era con te, sin dall’inizio del tuo viaggio, forse era la tua socia…..
Dovevo sapere di cosa avevi parlato con loro…”.
“Oddio li hai uccisi per questo?! Soltanto per questo?!!
Perché parlavano con me!!!”.
“No! Perché dovevo sapere che cosa tu avessi detto loro.
Quello che, adesso, tu dirai a me, devo conoscerlo solo io.
Solo così noi avremo in mano l’arma assoluta.
Non potevo permettere che altri lasciassero questi luoghi dopo aver ricevuto le tue informazioni”.
“Ma di quali informazioni parli!!? Io non so nulla!!! Voglio solo andarmene!!……..Che cosa hai fatto a Lupo? Era nella abitazione con te?!”.
“Non lo so, quel gorilla se l’è svignata senza che me ne accorgessi.
Ma poco importa, con lui ci hai parlato poco e niente; siete stati spesso in disaccordo.
Lui può andarsene liberamente.
Il problema è Valeria, lei ha abitato con te….Non posso rischiare…”.
“Non le ho detto niente! Albert non le ho detto nulla!! Non so cosa cerchi ma ti giuro che non ho detto niente a Valeria!!”.
“Ormai è tardi Caroline, devo completare il mio lavoro, non posso correre rischi”.
Camminai piano, mentre loro parlavano.
Avevo ragione su tutto.
La storia era quella che avevo immaginato.
…E questo era l’epilogo…
Mi mossi braccia a penzoloni, fino a quando non arrivai in mezzo a loro.
Mi videro e si stupirono.
“Non sei fuggito allora, camionista!” disse Prunier.
“No, non ancora” risposi: “Dovevo prima verificare una cosa, e, mentre lo facevo, ho visto Caroline che usciva da Fort Apache”.
“Ah ecco dove eri andato!………..
Comunque tu non mi interessi, puoi anche sparire”.
Prunier si girò nuovamente verso Caroline.
“Tu, invece, mi interessi Econazista, assassino schifoso….…”.
“Ah ma allora non sei uno scimmione stupido?!” Sbottò Prunier, con manifesta ironia, e rigirandosi verso di me.
“Sei della Polizia Ambientale, Albert?!! Perché hai ucciso i nostri compagni?!’” gridò Caroline.
“Dopo dottoressa, una cosa alla volta, ora mi occupo del nostro amico barbone e, poi, penso a te……e a tutti gli altri…..!”.
“Allora camionista? Come la risolviamo?”.
Non risposi.
Prunier sorrise fragorosamente: “Che fai…!?
Cos’è quella posizione?
Ti senti come un pistolero di quei vecchi film Western?
Dobbiamo fare un duello?
Però, non sento la colonna sonora ed il soffio del vento….. Ahahaahah….!!”.
Non risposi.
Prunier smise di ridere.
Si irrigidì.
Effettivamente mi sembrò, davvero, una scena da selvaggio West.
Due uomini che si fronteggiavano l’uno contro l’altro.
Uno dei due avrebbe estratto la sua arma prima dell’altro.
Chi arrivava secondo moriva.
Il gioco era questo.
Ma non me ne importava.
Quel maledetto aveva ucciso tre persone innocenti solo in base ad un semplice dubbio che gli era venuto.
Lui era un esecutore implacabile che non aveva nessuna considerazione e nessuna carità della vita degli altri.
Avrebbe ucciso anche Caroline, Valeria e gli altri.
Non potevo permetterlo.
E doveva pagare per Iwona, che era una ragazza solare, per Simon, che era un gigante buono ed anche per quel rompiballe di Dario.
Il Poliziotto Ambientale doveva pagare.
Forse sarei morto anche io, proprio in quel momento.
Però, ormai, in questa Umanità dilaniata, tutto intorno a noi era……. morte.
Ed anche io volevo la sua morte.
Come lui voleva la mia e quella di tutti.
Io, però, dovevo battermi per la vita.
Per la vita di Valeria, Caroline, Anna ed Andrea.
Volevo, solo, che loro vivessero ed andassero avanti.
Sapevo che, forse, quell’assassino sarebbe stato più veloce di me.
Pensai che, forse, saremmo morti entrambi.
Mi sembrò di vedere, in quel momento il sorriso di Gabriella e di sentire la sua voce.
Tenni gli occhi sulla mano destra di quel maledetto.
Non distolsi lo sguardo, nemmeno, quando Caroline prese ad urlare, chiedendo di fermarci.
Le urla della dottoressa mi giungevano come lontane e perdute.
Percepii la contrazione del braccio destro di Prunier, prima che si muovesse.
Quando lui arrivò ad afferrare una qualche arma posta dietro la sua schiena, io avevo già estratto la pistola dalla tasca interna sinistra del mio gilet jeans smanicato.
Lo centrai in pieno petto.
Albert Prunier volò, letteralmente, via.
Ricadde un metro all’indietro, a braccia e gambe aperte; cercò di sollevare la testa verso di me e di dire qualcosa, ma soffocò nel suo stesso sangue.
Mi avvicinai a lui puntando la mia pistola.
Verificai che fosse morto.
In quel momento giunsero Valeria, Anna e Andrea.
Erano armati.
Caroline, gridando con disperazione, cercò di spiegare cosa fosse successo, mentre Anna la sosteneva.
“Chi era Albert Prunier, Lupo?” chiese Valeria.
“Un sicario della PolVerde”, risposi.
“Perché ha ucciso gli altri del gruppo?”.
“Già! perché?…… Per fare il suo lavoro credo, per avere quello che stava cercando e per escludere la possibilità che altri se ne fossero appropriati.
Infondo non era il solo a non essere ciò che diceva di essere…….”.
Guardai Caroline, dritta negli occhi.
Avevo detto, esattamente, quello che dovevo dire in quel momento; per questo la fissai ed attesi.
Lei ansimava profondamente ed, alla fine, cedette.
“È colpa mia! È solo colpa mia!!
Sono morti tutti per causa mia!!
Come allora!!
Come è sempre stato!!!
Solo per colpa mia!!!!!
Perché io…..Io sono…..Io sono un Crudeliano!!!!!…”
Queste parole della dottoressa generarono come una deflagrazione in mezzo a noi.
Anna gridò e, per allontanarsi, quasi cadde.
Andrea rimase come ghiacciato dal terrore, sollevando un grosso arnese metallico a sua difesa.
Valeria puntò la pistola contro Caroline con una determinazione fredda che, poco, si confaceva allo sbigottimento generale che aveva attanagliato tutti noi.
Anche io tenevo la pistola puntata contro………..Valeria!
“Non farlo Valeria, non la uccidere, abbiamo bisogno di lei”.
La mia amica rimase immobile e dura nella sua determinazione; fino a quando non sembrò cambiare tono di voce; assumendo un timbro grave e solenne:
“….. Dopo che avete cancellato Dio, ora volete salvare il pianeta?
Dopo che avete soppresso i figli dell’uomo, ora volete salvare gli animali?
Dopo che avete cancellato i generi, ora volete salvare le specie?
Dopo che avete aiutato gli uomini a morire, volete salvare le foreste?
Dopo che avete divorato gli esseri umani, volete curare gli alberi?
Gli alberi nascono e crescono da soli, gli uomini no!
Noi sbagliamo, siamo fallaci e siamo umani.
Ma il Mondo di Domani sarà senza Crudeliani!”.
Anna e Andrea guardarono attoniti Valeria, in quel momento dovettero comprendere, anche loro, che lei era un membro delle Brigate Umane.
Io, invece, già sapevo che lei non aveva mai, realmente, smesso di essere un Androguerriero.
“Ora pronuncia per l’ultima volta la tua schifosa preghiera, Mangiateste……..
Recita il tuo Libera Mater, tanto li troverò, lo stesso, quei Files!”.
Caroline Ramier guardò il cielo, sembrava quasi in catalessi, quando rispose: “No Valeria.
Mai più……….
Non dirò mai più quelle parole……
Muoio libera dal mostro che sono stata e dalle mostruosità in cui ho creduto…….
Però i Files non li ho più con me, ed è la verità”.
“Li ho io i tuoi Files” intervenni: “Comandante Valeria, se è questo il tuo vero nome.
Sono in una chiavetta e si trova nel taschino interno della mia giacca”.
Valeria si girò, allora, con un movimento fulmineo ed, allontanandosi da me, puntò la sua arma contro tutti noi.
“Voi non avete nulla da temere!” esclamò: “Voglio quella chiavetta e voglio….lei!
Voi potete andare per la vostra strada.
Siete puliti, a voi non sarà torto un capello.
Lei no…..Lei è nostra…….Voi non la conoscete!
Caroline Ramier non è la placida e tenera dottoressa che vuole mostrare di essere.
È colei che è conosciuta con il nome di Morte Bionda!
È tra gli ispiratori della ideologia dei Crudeliani!!!!
È il loro Profeta!!
Colei che vuole lo sterminio della razza umana per preservare il pianeta!!!
Lupo ti prego, dammi quella chiavetta!”.
“Te la do, ma la dottoressa viene via con noi, non te la faccio ammazzare”.
Io e Valeria ci puntavamo, le rispettive armi, uno contro l’altro.
“Lo sai che questo non è possibile” rispose l’Antropartigiana: “Ora sai chi è lei e quale è stato, sin dall’inizio, il mio compito.
Non so come hai fatto a capire tutto; però adesso è tardi, questa è la resa dei conti.
Questa è la fine.
O lo sarà per lei, o lo sarà per tutti noi!”.
“Non ho paura di nessuno Valeria, lo sai” risposi: “Perché non mi frega di lasciarci le penne.
L’unica cosa che voglio adesso è andarmene in Siberia, lontano dalle vostre follie, e nel posto che dice Caroline.
Solo che per arrivarci, abbiamo bisogno di lei.
All’inizio non avevo capito il gioco ed i giocatori di questa schifosa partita.
Però, poi, tutti gli eventi che si sono susseguiti mi hanno, man mano, aperto gli occhi; ed, allora, ho cominciato a rimettere insieme i tasselli di tutta questa storia.
Tu e Carmen avevate bisogno di una copertura per la vostra missione ed avete scelto un cacciatore barbuto che viveva in un casolare abbandonato.
Avete pensato che la Ramier stesse nell’agriturismo che attaccammo.
Ma lei non era lì.
Hai deciso di rimanere con me, dopo, per avere una copertura credibile, però, intanto, cercavi lei.
E la trovasti.
Invece tu, dottoressa…..
Quando ci scontrammo con i Crudeliani, andasti a parlare con loro, ben sapendo che non si trattava di un gruppo di “fighettini” green in scampagnata.
Tu sapevi chi fossero e cosa volessero…………..
Allora diedi inizio io, inavvertitamente, allo scontro.
Eri in prima fila, eppure i cecchini ammazzarono quelli dietro, ma non te.
Questa cosa mi sembrò alquanto strana, insieme ad un altro particolare.
Si dice in giro che i Mangiateste, prima di cannibalizzare le vittime, recitino una loro preghiera.
Le uniche due parole di questa terrificante orazione che abbia, mai, sentito proferire, in giro, sono solo “Libera Mater”.
Anche perché, tutti quelli che sentono pronunciare tale invocazione, di solito, non sopravvivono per raccontarla.
Tu, invece, Caroline, dopo l’imboscata dei Crudeliani, dicesti una cosa che mi allarmò: Confermasti, cioè, che uno di loro aveva pronunciato tale preghiera, ma la chiamasti: “Libera Mater de Immundo Semine”.
Non ho mai sentito nessuno, in vita mia, conoscere tante parole di quella sinistra supplica!
Cominciai a pensare che non eri sopravvissuta a quell’agguato, solo perché scampata per miracolo.
Ebbi l’impressione che eri ancora viva perché i nostri aguzzini non volevano che tu morissi.
Almeno non prima di aver cantato.
Volevano solo che tu tornassi indietro o che dessi loro quello che, essi, stavano cercando.
Quando, poi, giungemmo a Grunes Feld, lo scenario cambiò.
Lì non eri al sicuro, come con i tuoi sodali.
Perchè qualcuno, probabilmente, ti conosceva o ti riconobbe.
Per questo quegli Androguerrieri si decisero ad organizzare il nostro sterminio………………
Tu, invece, avresti potuto fermarli, Comandante Valeria.
Però non lo hai fatto, perchè la tua copertura sarebbe saltata.
Ed allora fu battaglia.
Quando, poi, ritrovammo il nostro gruppo a Sopron, nel Campo di Rieducazione.
Non so dire se, in quell’occasione, la comitiva venne catturata per una coincidenza fortuita o perchè era stato Prunier a contattare la Polizia Ambientale.
Penso più alla prima ipotesi, perché l’obiettivo non era catturare Caroline, ma era appurare se fosse ancora in possesso di quei dati con i quali era fuggita.
E soprattutto bisognava cercare di sapere se li avesse comunicati a qualcuno ed a chi.
Sta di fatto, comunque, che tu non volesti lasciare la città, nonostante i nostri compagni fossero rinchiusi in una fortezza inespugnabile.
Non potevi lasciare la città, ovviamente, perché dovevi trovare la chiavetta e, perché, dovevi attendere l’arrivo del tuo Battaglione con gli Aviocopteri invisibili.
Battaglione che tu, in qualche modo, avevi chiamato!
Appena siamo arrivati in questo strano posto, poi, chiusi e nascosti al mondo esterno; siamo divenuti come degli animali in gabbia.
Ognuno doveva fare il suo gioco in fretta, perché nessuno sapeva a chi appartenesse questa struttura e se stessero arrivando i rinforzi.
A quel punto bisognava capire chi fossero gli altri membri del gruppo e, soprattutto, da che parte stavano.
Era, dunque, divenuto vitale ed impellente conoscere dove Caroline avesse quei dati e se li avesse consegnati, o comunicati, a qualcuno di noi.
Così è cominciata la mattanza di Prunier.
Quella che lui non poteva mettere in pratica mentre viaggiavamo nei boschi o affrontavamo i pericoli che abbiamo incontrato.
Questo sicario della PolVerde, penso, avrebbe iniziato e terminato il suo lavoro in Siberia; una volta che ci fossimo stanziati in quel luogo.
I dati di Caroline erano il suo obiettivo; ottenuti quelli, poi, avrebbe fatto piazza pulita dei testimoni.
Quando, invece, si è accorto che avevamo deciso di non andare più in Siberia e di fermarci a Fort Apache, temendo che potessero sopraggiungere forze concorrenti e nemiche; Prunier ha cominciato il suo lavoro, facendo fuori coloro i quali stavano più vicini alla dottoressa, o erano con lei da prima che si aggregasse lui.
Anche perché, credo, anche lui deve essere stato assalito dal dubbio su quale delle parti in gioco avesse edificato il Forte.
Sono certo che la storia sia andata in questo modo…”.
Valeria rimase in silenzio: “Scommetto, allora, che sai anche cosa contiene quella chiavetta…”.
“Immagino” risposi: “È una chiavetta di un pezzo grosso dei Mangiateste.
Uno dei capi assoluti dei Crudeliani.
Quindi, in questo dispositivo, penso ci devono essere i nomi, le foto e tutte le informazioni di tutti i Mangiateste del mondo; compresi i loro covi”.
“Comprendi allora quanto sia importante quell’aggeggio, Lupo?” rispose Valeria soddisfatta: ” I Crudeliani sono quelli che ti hanno portato via Gabriella.
Con i dati racchiusi in quella chiavetta, noi li stermineremo tutti.
Non faranno mai più del male a nessuno!”.
“Potete sterminare tutti i Crudeliani che volete” risposi secco: “Tanto ne arriveranno degli altri.
Il problema non sono gli uomini, sono le loro idee.
Brigate Umane, Polizia Ambientale e Crudeliani possono, anche, essere estinti completamente; ma niente impedirà ad altre persone di assimilare e perseguire le loro idee.
A me non frega niente, di nessuno di voi!
Prenditi pure la tua fottuta chiavetta e pensa a vincere la tua guerra, magari lasciando a terra anche tante vittime collaterali!
Problemi vostri!
Ma Caroline Ramier viene con me!”.
“Lasciale fare il suo dovere, Lupo” intervenne Caroline: “Prendi le mappe ed andate via di qui.
Tu, Anna e Andrea raggiungete la Siberia.
Lì sarete al sicuro ed io sarò felice per voi.
Io resto qui.
Dovunque vado c’è morte.
Basta.
Io…… adesso…..Io sono stanca…….”.
“Non mi incanti con i tuoi sermoni, cannibale!!” proruppe Valeria.
“Sono sicura che li lascerai andare per la loro strada” continuò la Ramier: “Il Comandante Valeria Silvano deve fare il suo dovere, ma l’architetto Erika Rizzo vuole bene a Lupo…
Il Capitano Carmen Darseno, anzi la professoressa Clelia D’Amico, era tua amica ed il tuo braccio destro, ma non era la tua compagna; io sono una donna e lo vedo come guardi Lupo….”.
Caroline sorrise.
Valeria, invece, assunse un espressione folle che bramava sangue: “Come fai a conoscere i nostri nomiiii……??!!!”.
La dottoressa parve, in quel momento, come se volesse accendere la miccia di una carica esplosiva.
“In quei Files ci sono anche tutti i vostri nomi e tutte le vostre basi….”.
Furono le ultime parole di Caroline Ramier.
Valeria urlò con una furia disperata e scaricò l’intero caricatore della sua pistola su Caroline.
Io rimasi fermo come di ghiaccio, vidi la dottoressa cadere giù.
Fu allora che il mio corpo si mosse, quasi, autonomamente.
Non ebbi il coraggio di sparare.
Non ce la feci.
Mi lanciai su Valeria e le tolsi la pistola, ormai scarica, spingendola e facendola cadere.
Anna urlava e piangeva, mentre Andrea non riusciva nemmeno a parlare.
Io abbassai la mia pistola, sapevo che non avrei, mai, potuto sparare a Valeria.
“Dammi la chiavetta Lupo! Dammela!!” disse lei urlando disperatamente: “C’è il futuro dell’Umanità in gioco!! Come fai a non capirlo!!!??”.
Io guardai Caroline a terra.
Poi guardai la mia amica che l’aveva uccisa.
Valeria sembrava, in quel momento, avere il volto trasfigurato dalla insana follia che la pervadeva.
Mi diede l’impressione che, in nome di ciò che sentiva giusto, e se avesse potuto, ci avrebbe uccisi tutti.
Non dissi una parola.
Presi la chiavetta e la lanciai a Valeria.
Lei parve rasserenarsi.
“Dovevo farlo, Lupo!….Dovevo farlo!……Lei conosceva i nostri nomi, le nostre vite, le nostre case, le nostre famiglie e i nostri eserciti……Sarebbe stata la nostra fine!
Avrebbero vinto loro! Lupo ascoltami!!!
Avrebbero vinto i cannibali!
I mangiauomini………Non potevo permetterlo……Non avevo scelta…..
Ti prego cerca di comprendermi!!…….”.
Non la stetti nemmeno a sentire.
Mi avvicinai a Caroline.
Era rimasta con gli occhi aperti, come se avesse voluto guardare il cielo un ultima volta.
Le chiusi gli occhi lasciandole impressa quell’immagine…
Chiesi ad Andrea di darmi una mano.
Andammo a prendere delle pale.
Mentre io, Anna ed Andrea scavavamo la buca dove avremmo deposto Caroline Ramier, Valeria si rialzò riacquistando la dignità di un soldato.
Rimase a guardarci, in silenzio.
“Tra poco verranno a prendermi, Lupo” disse: “Venite con noi, sarete al sicuro, nessuno vi potrà più fare del male”.
Nessuno rispose.
Terminammo il lavoro e restammo in piedi dinanzi alla tomba che avevamo scavato.
Facemmo una croce con delle aste di ferro legate e la deponemmo sul sepolcro.
Valeria rimase dietro di noi, in silenzio; fissava la tomba di Caroline.
Io recitai una vecchia preghiera che ricordavo dall’infanzia…..il Padre Nostro….
Tornammo, quindi, al Forte e facemmo i bagagli.
Prendemmo quel che era necessario e lasciammo Fort Apache intatto.
Resettammo il sistema gestionale, cancellando ogni traccia o memoria della nostra presenza.
Forse, agimmo allo stesso modo di tutti quelli che erano stati in quello strano luogo prima di noi.
I quali, probabilmente, erano finiti a scannarsi tra di loro, esattamente, come noi.
Valeria, intanto, si fermò in giardino in prossimità della abitazione più grande e proiettò un ologramma con la chiavetta di Caroline.
Rimase fredda per ciò che vide, ed, allora, entrò di corsa nella casa.
Inserì la chiavetta in un computer per inviarne il contenuto a chi lo stava attendendo.
Prima, però, l’Androguerriera, volle controllare ciò che aveva visto all’esterno.
Un dettaglio che l’aveva atterrita.
Ne ebbe la tragica conferma.
La chiavetta era vuota……
Non c’era nulla….Nulla!
Caroline Ramier aveva cancellato i dati raccolti, in anni di spionaggio, dalla sua squadra segreta.
Li aveva cancellati da ogni dispositivo e, forse, in quei giorni, anche dalla sua chiavetta.
Valeria controllò ogni computer di quel luogo, ogni file, ogni cartella.
Cercò disperatamente quei dati che, lei sperava, la dottoressa avesse lasciato da qualche parte.
Non c’era nulla.
Valeria spulciò eventuali mail o messaggi inviati con quei dispositivi; però non vi era, lo stesso, niente.
La dottoressa aveva cancellato tutto!
Caroline Ramier aveva, semplicemente, deciso che quella guerra non era più la sua guerra.
Che nessuno mai, sarebbe più morto per causa sua………A parte lei.
Valeria lo comprese e rimase senza fiato, si portò le mani in volto e pianse….
Per Caroline, per lei, per il mondo…….
Ci corse dietro mentre andavamo via.
“Lupo hai cancellato tu i dati dalla chiavetta? Ti prego dimmelo! Sei stato tu o lo ha fatto Caroline?
Ti prego dimmelo!!”.
“Avresti potuto chiederglielo” risposi furente: “Invece di ucciderla come un cane, senza nessuna…..Umanità!”.
Valeria chiese perdono, disse che non era riuscita a controllarsi, disse che non avrebbe dovuto uccidere Caroline; che aveva sbagliato.
Forse, in quel momento, Erika Rizzo prese il posto del Comandante Valeria Silvano.
Forse…per sempre.
Io, Anna ed Andrea lasciammo quel luogo e ci incamminammo verso il nostro domani.

l’autore

Giuseppe Borrelli nasce a Caserta il 14/12/1973.
Vive e risiede a Calvi Risorta, piccolo centro della provincia di Caserta, ai piedi del Monte Maggiore. Ha intrapreso gli studi classici ed umanistici, diplomandosi al Liceo Classico “A.Nifo”. Laureato in Giurisprudenza alla Seconda Università degli Studi di Napoli, Avvocato ed ex giornalista pubblicista.
Ha iniziato a svolgere la attività di pubblicista come inserzionista per riviste quali “ Presenza Missionaria” e testate di cronaca locale come “Sting”. Ha collaborato con il quotidiano “ Il Mattino” e con alcune emittenti televisive campane.
Studioso ed appassionato di Fisica e Scienze Astronomiche. Autore, principalmente, del genere Fantasy e Fantascienza, ha sviluppato anche narrazioni a carattere Storico, Thriller e racconti Horror. Tra le sue pubblicazioni: “Il Volto della Bestia”, “Gamurra”, “L’Androzoide”, “I Guardiani di Rameno”, “Il Luparo” La Favola del Sempregiorno” e “The Globster. Il Demone del Corallo”.

Dulcis in fundo; il monolite 1, il più grande, aveva anche un secondo piano adibito a palestra e centro benessere.
Quando rincasammo, a sera, eravamo, praticamente, senza parole per tutto quello che avevamo visto.
Ormai cercare di convincere gli altri ad andare via di lì, era, pressochè, inutile.
Passai la notte, come quella prima, in uno stato di dormiveglia sul divano.
Pensai a quel posto.
A quanto fosse strano e singolare.
A quanto fosse, completamente, autonomo dal mondo esterno.
A quanto fosse nascosto.
Lontano da tutto.
A circa 1200 metri di quota.
Perso in una boscaglia fitta e sconfinata.
Non visibile dall’alto, in quanto pienamente mimetizzato e conforme con l’ambiente circostante; fatto caratterizzato da alberi e da quegli ammassi rocciosi.
Fort Apache non aveva entrata od uscita alcuna.
Eppure sembrava fatto apposta per accogliere chi si trovasse a transitare da quelle parti.
Le porte blindate si aprivano da sole.
Il sistema gestionale era intonso e pronto all’uso per il primo arrivato.
In quel luogo era, tutto, una palese contraddizione.
Fort Apache era chiuso ed aperto allo stesso tempo.
Celato e manifesto in maniera speculare.
Chiuso al mondo, ma completamente aperto per chi vi giungeva.
Pareva che quel luogo svolgesse, solo, una selezione naturale della specie.
Dovevi essere abbastanza avveduto per scovarlo.
Quindi dovevi avere il coraggio di entrare in un perimetro murato che non aveva porte o entrate.
Ancora, poi, dovevi interpretare la natura e la conformazione dei luoghi al suo interno.
Quindi dovevi saper utilizzare il sistema gestionale.
Sembravano, tutte, delle prove selettive in serie.
Superate le quali, era come se avessi conseguito il tuo diritto a poter abitare quel luogo.
Era tutto così strano.
Mi addormentai.
Dei rumori all’esterno!!!
Mi svegliai di soprassalto.
Non riuscì, a primo impatto, ad orientarmi.
Eccoli sono arrivati!!!
Sono venuti a prenderci!!!!
Avevo visto giusto!!!
È una trappola!!!
È come la casa di marzapane di Hansel e Gretel!!!.
Ci hanno chiusi in gabbia come dei topi soddisfatti del formaggio trovato.
Aprii la finestra in pvc e la sua protezione di metallo.
Puntai il mio fucile pronto a sparare a raffica!!!
Le prime luci dell’alba mi avrebbero indicato il bersaglio da colpire.
Imprecai contro il mondo intero, quando vidi…i robottini discoidali in azione a tagliare il prato…!!!
Mi misi a ridere.
I giorni che seguirono furono i più belli insieme.
Ognuno di noi sembrava aver trovato la sua dimensione privata e personale all’interno del Forte.
Tanto che, oramai, i nostri incontri, come gruppo, si limitavano, unicamente, agli orari di pranzo e cena.
Poi, per il resto, ciascuno si dedicava alle proprie attività.
Alcuni erano in officina.
Andrea Rozzi costruendo oggetti metallici di uso comune e Albert Prunier cercando di capire a chi appartenessero l’Aviocoptero ed il Blindogommato.
Caroline ed i suoi “segretari” Dario e Iwona Putski, prendevano confidenza con le apparecchiature in infermeria.
La personal trainer Anna Weck si dilettava tra l’attrezzata palestra e le sue strane posizioni corporee orientali, di meditazione, che eseguiva in giardino.
Valeria si studiava, una ad una, le armi dell’arsenale.
Ed io giravo.
Giravo e riflettevo.
Sul fatto che, probabilmente, quel posto non avesse ancora esaurito le sue prove selettive in serie e che vi fossero, ancora, altre cose da dover, prima, conoscere e scoprire; per poterne, poi, usufruire.
Mi convinsi che il perimetro murario fosse costellato da entrate segrete a scomparsa che, presumibilmente, si attivavano, mediante un visore ottico, come le porte.
Però non ne trovai.
Realmente Fort Apache non aveva né entrate né uscite.
Però c’era un Blindogommato in officina.
Ed, allora, vada pure per l’Aviocoptero che era entrato in volo, ed, allo stesso modo, se ne sarebbe, eventualmente, uscito.
Però il Blindogommato doveva essere transitato da qualche parte!
A meno che non lo avessero trasportato in volo.
Però, comunque, in tal caso, tale macchinario, sarebbe stato quasi inutile ed inutilizzabile; in quanto non sarebbe, comunque, potuto uscire da quel perimetro, se non in volo.
L’Aviocoptero, presente al Forte, poi, non era, certamente, in grado di prelevare e trasportare un Blindogommato.
Per tale azione, sarebbe servito, perlomeno, un Naviplano.
Ero convinto, ormai, che conoscessimo, davvero, molto poco di quel luogo.
Col passare dei giorni il nostro mondo divenne Fort Apache.
Il resto era fuori e non ci riguardava più.
Non pensavamo, più, nemmeno, a Belaya Gora, in Yakuzia, sul fiume Indigirka.
Sembrava non fossimo, più, interessati ad andare in Siberia.
Era come se ogni nostra volontà, ogni nostro desiderio ed ogni aspirazione si fossero sopiti; insieme alle nostre ansie ed inquietudini.
Stavamo divenendo parte di Fort Apache.
Ci sentivamo al sicuro tra le sue mura.
Io, però, mi sentivo in gabbia, e, perciò, non smisi di cercare un’uscita.
Fino a che non la trovai.
Ero nel deposito sotterraneo del monolite 2, il secondo in termini di grandezza del Forte.
Anch’esso munito di ogni dotazione necessaria per la persona e la casa.
Fu per mero caso che trovai una semisfera vitrea di colore rossastro posta alla parete.
Mi sembrò strano che in uno sconfinato deposito, nel quale le cose erano ordinate e catalogate in maniera quasi maniacale, c’era qualcosa che era stata messa alla rinfusa.
Come al solito, in quel luogo, bastava riflettere ed avere l’intuizione di cercare qualcosa che, alla fine, la trovavi.
Ero nel reparto prodotti per la casa del sotterraneo, infatti, allorquando notai che le scope ed i bastoni per la pulizia del pavimento, erano appoggiati alla parete in maniera disordinata.
Ne dovetti spostare un bel pò, però, alla fine, trovai quello che stavo cercando.
Era uno strano oggetto di colore rosso, dalla forma semisferica e che pareva, a tutti gli effetti, essere un interruttore.
Stetti un pò a pensare ai pro e ai contro della mia azione.
Dopo di che, d’impulso, lo premetti.
Ci fu uno scatto ed uno scorrimento metallico che aprirono una porta.
Il luogo oscuro all’interno si illuminò ed una rampa di scale si palesò dinanzi ai miei occhi.
Armi in pugno la discesi.
Giunsi ad una porta che sembrava la cassaforte di Fort Knox.
Girai la manopola rotante ed aprì il pesante portale.
Si accesero le luci.
L’interno era areato e, quasi sicuramente, rifornito dalla stessa fonte energetica geotermica del Forte.
Era un ambiente vasto, suddiviso in stanze.
Era un rifugio!!!
Con le medesime stanze del monolite superiore.
Atto ad ospitare, all’occorrenza, le stesse otto persone che dovevano abitare il blocco superiore.
Vi erano camere da letto, cucina, infermeria, sala giochi, etc.
Quel posto avrebbe potuto ospitare i suoi otto occupanti per un tempo notevolmente lungo.
Vi erano depositi di generi di prima necessità, anche laggiù.
Ero sconcertato da tanta straordinaria organizzazione.
Però non ero ancora soddisfatto, perché ci doveva essere dell’altro.
Dovevo solo ragionare e riflettere con attenzione.
Effettuai una attenta ricerca.
Fino a che, nel pannello comandi della cucina, qualcosa attirò la mia attenzione.
Era un pulsante simile a quello del deposito superiore, seppur fosse più piccolo e sistemato in mezzo a pulsanti di forma simile, però, tutti di colore diverso.
Lo premetti pieno di trepidazione.
La parete si aprì.
Luci nella roccia illuminarono quell’antro oscuro.
Era una galleria!!!
Trovai una porta similare a quella incontrata prima.
La aprì e continuai il cammino.
Nella galleria incontrai altre porte, poste sui lati.
Quel cunicolo aveva altre entrate, presumibilmente, riconducibili agli altri blocchi presenti in superficie.
Ormai ne ero certo, quella galleria era raggiungibile da tutti i monoliti di Fort Apache.
Era la galleria principale!!!!
Era la porta segreta del Forte!!
Camminai per circa tre chilometri.
Una scala mi riportò su.
La porta era aperta.
Questa cosa non mi piacque per niente.
Riemersi nel bosco a circa trecento metri dalla cinta muraria!!
Fuoriuscii da una caverna che si apriva in un grosso monolite di roccia ricoperto di alberi e vegetazione.
Mi guardai intorno.
Ero fuori dal Forte!!!
Avevo visto giusto!!
Avevo trovato il punto di entrata e di uscita da Fort Apache!!
Però l’ultima porta, per analogia con tutte le porte incontrate fino a quale momento, non sarebbe dovuta essere aperta…
Chi aveva lasciato tutte le porte chiuse, avrebbe dovuto richiudere anche quella…
A meno che…
Un urlo!!
Uno sparo nel bosco!!
Mi lanciai nei cespugli.
Feci rumore.
Intravidi una figura che correva tra gli alberi.
Corsi nel punto da dove era provenuto lo sparo.
Temevo di sapere…
Trovai una persona a terra.
Era riversa a pancia in giù.
Era stata colpita da dietro, all’altezza della nuca.
Era Dario!!!!
Morto!!!!
Dannazione, cosa ci faceva lì?
E chi era il suo assassino?
Mi misi al coperto, temendo di essere un facile bersaglio.
Il sicario, però, si era dileguato.
Si, ma dove?
Era risalito per il muro ed era andato dentro, o si era nascosto nel bosco?
Era uno di noi, o qualcuno dall’esterno?
Continuai a studiare il luogo, per cercare di risalire alla dinamica.
Realizzai, così, che lì c’erano state due persone.
Dario che correva in avanti ed il suo sicario che lo rincorreva alle spalle.
Imprecai per non aver controllato le altre porte che avevo incontrato nella galleria.
Perché, seppur uno dei due, o entrambi, erano riemersi dallo stesso punto che avevo utilizzato io; la loro porta di ingresso alla galleria non era stata la stessa che avevo aperto io.
Sempre che essi avessero usato la medesima galleria, utilizzata da me, e non ve ne fossero delle altre.
Comunque fosse, ormai, era tardi.
Se l’assassino era uno di noi, di sicuro era, già, tornato dentro e si era precipitato a richiudere il varco di accesso alla galleria sotterranea, aperto in precedenza da lui o da Dario.
Pensavo a “lui” , ben sapendo, però, che il killer poteva essere anche una “lei”.
Tornai indietro e raccontai agli altri, i quali avevano udito e si erano allarmati per lo sparo, della galleria sotterranea
Insieme, facemmo lo stesso percorso che avevo intrapreso, poco prima, e seppellimmo Dario, nel punto dove l’avevamo trovato.
Alcuni piansero, mentre altri rimasero sgomenti senza, quasi, proferire parola.
Quella sera cenammo in silenzio.
Inutile dire che io divenni il principale indiziato.
Seppur, in tal caso, certo non sarei corso a svelare l’esistenza del rifugio e della galleria sotterranei, a tutti gli altri….
Cominciammo, da quel momento, a pensare al Forte ed a quei luoghi in maniera differente.
La possibilità che Fort Apache fosse, tutta, un esca per attirare i viaggiatori, ci inquietava.
Però ci destabilizzava, ancor di più, il pensare che, tra di noi, ci potesse essere l’assassino di Dario.
Da quel momento, ci richiudemmo in piccoli gruppi.
Si parlava sottovoce e si frequentavano, poco, le altre persone.
Ispezionammo il Forte per scovare il covo di un ipotetico assassino che si fosse nascosto nell’ombra, per poi colpirci furtivamente; però non trovammo nulla.
Anche perché, ormai, tutti avevamo realizzato che quel luogo celasse cunicoli e passaggi segreti, dei quali, molti, ci erano ancora ignoti.
Fort Apache non era più, per noi, quel rifugio nascosto, sicuro e protetto, che avevamo pensato che fosse, solo fino a pochi giorni prima.
Ormai giravamo tutti armati e nessuno aveva piacere di stare da solo o in coppia.
Una coltre di sospetti e di dubbi era calata sulla nostra compagnia.
Caroline Ramier stava, ancor di più, con il suo “vice segretario” Iwona Putski e con il suo “amico” Simon Polster.
Andrea Rozzi, Anna Weck ed Albert Prunier sembravano aver allestito un altro sodalizio.
Mentre io e Valeria facevamo squadra insieme, come sempre.
L’aria era divenuta pesante.
L’ipotesi che l’assassino fosse un “esterno” perse consistenza, man mano che ricostruivano la dinamica degli eventi e degli ultimi spostamenti di Dario; allo stesso modo di come, di pari passo ed in maniera direttamente proporzionale, cresceva la nostra insofferenza a dover vivere, tutti insieme, in quello spazio chiuso.
Non riuscivamo a capire perché Dario era stato inseguito ed ucciso.
Quale ne fosse la motivazione.
Però qualcosa doveva aver scatenato la mano omicida dell’assassino.
Non passò molto tempo, ancora, che dividemmo le nostre abitazioni.
Io e Valeria restammo nel monolite 4.
Il gruppo di Caroline si spostò nel Blocco 2, mentre quello di Anna nel monolite 3.
Questa risoluzione ebbe, almeno nel breve periodo, l’effetto di allentare la tensione tra di noi, che ormai era divenuta insostenibile.
Però, comportò un sostanziale isolamento dei tre diversi gruppi, i cui componenti si incontravano, ormai, solo negli spazi aperti e nei monoliti “lavorativi”.
Per il resto ogni gruppo pensava per sé.
Utilizzavamo, insieme, solo gli spazi comuni, ma solo nei momenti in cui ciò era necessario.
Questa suddivisione, comunque, un pò, ci rasserenò.
Soprattutto perché credo che ognuno di noi avesse una propria opinione circa l’identità dell’assassino.
Ed ovviamente, tutti noi, collocavamo il “nemico” tra le fila di un altro gruppo.
Tutto ciò ci faceva sentire al sicuro tra le mura della nostra dimora ed in compagnia dei nostri coabitatori.
Temo che questo fu un grave errore.
Ce ne accorgemmo, amaramente, la notte in cui Caroline giunse urlando terrorizzata, dapprima, al monolite 3 del gruppo di Anna Weck e, quindi, tutti loro al nostro Blocco 4.
Simon ed Iwona non erano rientrati, come al solito, per la cena.
La dottoressa aveva controllato ed i loro bagagli erano nelle loro camere.
Non avevano, quindi, perlomeno autonomamente, deciso di lasciare il Forte.
Molto probabilmente, a questo punto, ci sovvenne che uno dei due doveva essere, per forza, la vittima mentre l’altro il carnefice.
Cominciammo a cercare a tappeto.
Forse eravamo ancora in tempo per salvare la vittima che, giocoforza, individuavamo in Iwona; facile preda del gigante austriaco.
Purtroppo non fu così.
Perché trovammo Simon Polster esanime, riverso al suolo e con la testa fracassata, presumibilmente, da un pesante oggetto contundente.
Lo strazio di Caroline fu irrefrenabile.
In quel momento capimmo che, forse, tra loro due era sorto un qualche sentimento affettivo.
La dottoressa, una volta appurato che il capellone austriaco fosse deceduto, e dopo aver urlato il suo nome con evidente disperazione, crollò in ginocchio dinanzi al suo cadavere.
Anna e Valeria cercarono di sostenerla e di rincuorarla.
Io, Albert ed Andrea ci guardammo in volto e ci comprendemmo subito.
Dovevamo trovare Iwona.
E fargliela pagare.
Non la trovammo.
La corda che avevamo utilizzato per entrare al Forte, la prima volta, però, era stata usata per uscire.
Iwona era fuori.
Anche se c’era la galleria sotterranea per rientrare od uscire a piacimento; quindi non potevamo essere sicuri di dove fosse l’assassina.
Comunque c’era solo lei là fuori ed, in quel momento, pensammo che non era sicuro addentrarsi, là, nei sotterranei o fuori nel bosco.
Quella notte, stemmo tutti insieme a Caroline, al Blocco 2.
Come gli antichi cacciatori nelle caverne, però, tutti noi, a parte Caroline, ci preparammo a dare la caccia a Iwona.
Venne il mattino.
Partimmo.
Uscimmo dall’albero, utilizzando la fune.
Scendere di sotto ci avrebbe esposti ad un potenziale agguato o ad una trappola.
Iwona Putski era una donna di circa 35 anni, con i capelli biondi a caschetto, più rotonda che atletica; era difficile pensare che lei avesse eliminato un gigante di quasi due metri come Polster.
Però era quella l’evidenza dei fatti.
Ed ora dovevamo braccarla senza tregua.
Giungemmo al punto di riemersione di Fort Apache, nel bosco.
La porta blindata dentro la caverna era chiusa dall’interno, come l’avevamo lasciata l’ultima volta.
Da lì non era passato nessuno.
Iwona non era rientrata, perlomeno non da quella galleria; era, ancora, lì fuori.
Difatti la trovammo…
Morta soffocata!!!
Aveva, ancora, i segni sul collo fatti da chi l’aveva rincorsa e strangolata a mani nude.
Come si poteva uccidere in questo modo?
Poi una giovane donna come Iwona?
L’assassino era ancora tra di noi.
E questa certezza lacerò le nostre anime ed i nostri rapporti.
I giorni che seguirono la sepoltura dei nostri amici furono pesanti.
Ognuno di noi poteva essere il mostro che ci stava uccidendo tutti.
Presto o tardi, se non fuggivamo via da Fort Apache, saremmo finiti uccisi dall’assassino o ci saremmo ammazzati tra di noi.
Decidemmo di dividerci in gruppi di due, ciascuno in una abitazione del Forte.
Io e Albert.
Caroline e Valeria
Anna, la quale, data la marmorea e sportiva struttura fisica, non avrebbe avuto problemi, nel caso, a difendersi e neutralizzare il magro e minuto Andrea.
Questo era l’unico modo di sapere chi fosse l’assassino.
Se qualcuno di noi fosse stato eliminato, infatti, il suo coinquilino, sarebbe stato il serial killer.
L’unico problema era il dedalo di gallerie che si snodavano sotto Fort Apache.
Controllarle tutte era complicato.
Tenuto conto che nessuno di noi, forse, conoscesse appieno quel labirinto sotterraneo.
Tutte, però, confluivano nella galleria principale di entrata e di uscita da Fort Apache.
Perlomeno dovevamo dare questo per assodato.
Quello era il condotto sotterraneo nel quale si snodavano tutte le gallerie, per, poi, uscire dal Forte.
La grossa porta blindata che riemergeva nel bosco, era chiusa dall’interno.
Quindi nessuno poteva uscire dal Forte, da sottoterra.
In quanto, ove mai, lo avesse fatto, non avrebbe, poi, potuto chiudere più la porta dietro di sé.
Togliemmo la fune dall’albero, per rendere, estremamente difficile ridiscendere dal muro e, quasi impossibile, entrarvi; perlomeno senza l’ausilio di altre persone.
Ora eravamo tutti dentro.
Vittime ed assassino.
Dovevo scovare l’identità di quel maledetto.
Ad ogni costo.
Capire perché avesse dato inizio alla carneficina, non appena eravamo arrivati al Forte e non mentre eravamo in viaggio.
Collegai tante cose, tante voci, tanti sguardi e tante azioni.
Continuai a seguire un’idea che mi balenava in testa da molto tempo.

l’autore

Giuseppe Borrelli nasce a Caserta il 14/12/1973.
Vive e risiede a Calvi Risorta, piccolo centro della provincia di Caserta, ai piedi del Monte Maggiore. Ha intrapreso gli studi classici ed umanistici, diplomandosi al Liceo Classico “A.Nifo”. Laureato in Giurisprudenza alla Seconda Università degli Studi di Napoli, Avvocato ed ex giornalista pubblicista.
Ha iniziato a svolgere la attività di pubblicista come inserzionista per riviste quali “ Presenza Missionaria” e testate di cronaca locale come “Sting”. Ha collaborato con il quotidiano “ Il Mattino” e con alcune emittenti televisive campane.
Studioso ed appassionato di Fisica e Scienze Astronomiche. Autore, principalmente, del genere Fantasy e Fantascienza, ha sviluppato anche narrazioni a carattere Storico, Thriller e racconti Horror. Tra le sue pubblicazioni: “Il Volto della Bestia”, “Gamurra”, “L’Androzoide”, “I Guardiani di Rameno”, “Il Luparo” La Favola del Sempregiorno” e “The Globster. Il Demone del Corallo”.

Questa impostazione concettuale della Ramier mi piaceva, decisi che l’avrei seguita.
Così come fecero tutti.
Costeggiammo quel muro per circa un chilometro, mentre scendevamo.
Quel manufatto era perfettamente uguale in ogni suo punto, compresa la copertura degli alberi che lo sovrastavano.
Di tanto in tanto, qualcuno si arrampicava su qualche albero, per scorgere qualcosa all’interno del perimetro.
Però la fitta boscaglia, anche all’interno del recinto, non permetteva di vedere nulla.
Si scorgevano all’interno, soltanto, qualcuno di quei grossi macigni che avevamo visto, fino a quel momento, in quello strano e fitto bosco.
Man mano che cercavamo di sfuggire a quella barriera, unica testimonianza umana in un reame incontaminato della Natura, ci sentivamo, stranamente, sempre più attratti dal significato recondito di quella struttura.
Essa ci pareva misteriosa ed insensata, come qualcosa che non avrebbe dovuto trovarsi lì.
Ci sentivamo invogliati da una irresistibile curiosità.
Quando, dopo un paio di chilometri, giungemmo ad un angolo del muro, prendemmo, quasi automaticamente, una direzione verso sinistra; continuando a costeggiare il muro.
Non era quella la strada per sfuggire ed allontanarsi.
Ma nessuno obiettò.
Camminammo ancora per mezz’ora, fino a che non giungemmo ad un altro angolo del perimetro.
L’area di quella cinta muraria era, insolitamente, vasta.
Questa volta, però, eravamo usciti dal cammino parallelo alla struttura.
Ora dovevamo solo allontanarci.
Però non lo facemmo.
Andrea Rozzi, un giovane meccanico magro e sveglio, disse che non avevamo incontrato nessuno fino ad allora, e che, perciò, potevamo pure quella costruzione.
Lo facemmo.
Percorremmo l’intero perimetro del manufatto.
Tornammo, quasi, al punto di partenza.
Quel muro non aveva entrate!!!
Nessun cancello.
Nessuna porta.
Nessun passaggio.
Niente di niente.
Era solo un muro quadrato, di alcuni chilometri, completamente nascosto dagli alberi e, praticamente, invisibile dall’alto.
Al suo interno vi erano solo alberi.
Insomma qualcosa di veramente anomalo e che non aveva alcun senso.
Cosa stava a significare costruire un muro senza nessuna entrata?
Un muro serve a delimitare, a proteggere, a circoscrivere un’area o una zona ben precisa.
Sempre nell’ottica, però, di usufruire, poi, di quella zona.
Una entrata era necessaria in ogni cinta o recinzione, qualunque fosse l’attività, l’opera o l’impresa che venisse svolta al suo interno.
A cosa, dannazione, serviva, invece, un muro che non aveva entrate?
….A tenere qualcosa rinchiuso…..!
Il pensiero ci sovvenne e ci fece rabbrividire.
C’era qualcosa in quel perimetro.
Qualcosa di talmente pericoloso che si era deciso di circoscrivere e rinchiudere in un luogo tanto sperduto ed isolato.
Qualcosa che non sarebbe, più, dovuta essere stata vista o raggiunta da chicchessia.
Qualcosa che doveva rimanere celata senza via di uscita per essa o di entrata per qualche malcapitato visitatore.
Queste ipotesi, per quanto strane, furono valutate e dibattute a lungo.
Piano piano, però, ogni suggestione di stampo orrorifico, fantasy o fantascientifico decadde, in favore di una visione più strettamente razionale.
Qualcuno ipotizzò che si trattasse di una prigione dei Crudeliani e che lì, rinchiusi, vi fossero delle persone che, presto, sarebbero state divorate.
Ma i Crudeliani compivano i loro rituali di devozione alla Madre Terra, nell’arco di qualche ora o, al massimo, di qualche giorno.
Essi non tenevano dei prigionieri a lungo.
In quanto….avrebbero inquinato…
Soprattutto, poi, in un luogo tanto incontaminato, questi cannibali puristi della Natura, non avrebbero tenuto degli HPF, dei fattori inquinanti umani ad “ insozzare” un bosco così florido e rigoglioso.
Quello, probabilmente, era, invece, a tutti gli effetti, il peggiore dei Campi di Rieducazione della Polizia Ambientale.
Era un famigerato e fantomatico Campo di Confinamento.
Una struttura della PolVerde, della quale si vociferava, ma, della quale, non ne era mai stata provata l’esistenza.
In tale carcere, venivano confinati coloro i quali non sarebbero mai più tornati alla civiltà.
Restammo a confabulare, ancora, dinanzi a quello strano muro che non aveva entrate o uscite.
La anomalia di una tale struttura in un luogo tanto remoto e sperduto era, insolitamente, accattivante e magnetica.
Tanto che, alla fine, la maggioranza del gruppo decise che si doveva entrare per dare un occhiata.
Anche perché dall’interno della cinta muraria non giungeva alcun rumore.
Allora procedemmo a tappe.
Polster e Prunier che erano i più alti sollevarono il mingherlino Andrea Rozzi, fino alla sommità del muro.
Arrivato in quel punto, discendere dall’altra parte era semplice, in quanto si sarebbe utilizzata una delle tante querce che parevano essere state messe lì apposta per nascondere il manufatto.
Però Andrea non scese subito dall’altra parte.
Il suo compito era duplice; dapprima, egli, legò una fune alla quercia e la fece discendere fino a noi.
Quindi con l’ausilio di un binocolo ultravioletto guardò all’interno.
Il giovane meccanico ci comunicò che, al di là del muro, vi era solo il bosco, e che, a seguito della visione con ricerca calorica, non c’era niente altro che qualche esemplare di uccello o roditore.
Verificato che non vi fossero evidenti pericoli, Andrea discese, agevolmente, attraverso la quercia ed, armi in pugno si diresse all’interno della cinta.
Seppur non allontanandosi troppo dal punto di risalita.
Trascorse un quarto d’ora nel quale stemmo tutti protesi con le orecchie a sentire quanto accadesse all’interno.
Pronti, comunque, a salire attraverso la corda, ed a portare, eventualmente aiuto al nostro esploratore.
Il quale, però, dopo poco tornò indietro veloce come un lampo e, risalito l’albero con l’agilità di un felino, giunse a noi ansimando.
La storia che ci portò fu abbastanza singolare.
Riassunta, essa si sostanziava in questi punti salienti:
Il meccanico aveva intravisto un grosso macigno bianco, parzialmente sormontato da alberi ai suoi due lati.
L’insolita stazza e dimensione di tale macigno, che, dal racconto, era alto una decina di metri e largo una trentina; avevano attratto il nostro incursore.
Il quale si era avvicinato, notando, dapprima che questa roccia, di colore insolitamente bianco, fosse, eccessivamente, levigata e liscia per essere una normale conformazione rocciosa.
Giungendo, allora, in prossimità del blocco di roccia granitica, Andrea intravide che il monolite aveva……….Porte e finestre!!!!
Rimasto allibito da tale visione, allora, l’esploratore si era appropinquato, ancor di più, per essere sicuro di quanto stesse vedendo.
Ed a quel punto uno scatto, dovuto ad un impulso elettrico, aveva fatto aprire la grossa porta metallica di ingresso.
Tanto era bastato per far fuggire via, a gambe elevate, il malcapitato incursore.
La storia ci destabilizzò.
La frangia di chi voleva abbandonare, in fretta, quel luogo riprese vigore.
Anche se, approfondendo il racconto di Andrea, costui ci confermò che, si, la porta si era, effettivamente, aperta; però lui non aveva, comunque, visto nessuno.
Né tantomeno qualcuno si era lanciato al suo inseguimento.
Tralasciando, allora, elucubrazioni circa una forma di esca per attirare i viaggianti, in stile Hansel e Gretel; l’ipotesi che il nostro meccanico avesse attivato un meccanismo automatico, di tipo ottico, di apertura della porta, venne ritenuta plausibile.
Seguì, allora, una articolata discussione ed una, non unanime, decisione di entrare tutti a verificare cosa fosse la struttura narrata da Andrea.
Salimmo e ritirammo la corda, lasciandola appoggiata sul muro e pronta per una, eventuale, veloce discesa.
Armati e compatti, quindi, ci dirigemmo all’interno della fitta boscaglia.
Un particolare mi allarmò.
A terra vi era un prato molto curato e che sembrava essere stato tagliato di recente.
Mentre i rami degli alberi denotavano, invece, la natura selvaggia del luogo.
Queste evidenze, tra esse, contrastanti, mi confusero un pò.
Quando giungemmo in prossimità del monolite narrato da Andrea, ci accorgemmo subito che si trattava di una abitazione in piena regola.
Scavata in una roccia o edificata in modo da sembrare roccia.
Provammo a mettere in pratica quanto avevamo immaginato ed, giunti alla porta, questa fece uno scatto e si aprì di qualche centimetro.
Allontanatoci, di poco, allora, l’entrata della roccia, magicamente si richiuse.
Cercammo, quindi, il visore ottico e lo trovammo mezzo metro in alto, a destra della porta.
Quando ci avvicinammo ancor di più al grosso monolite, ci accorgemmo che non era pietra.
Era un materiale levigato ed uniforme, certamente di tipo calcareo, però era un minerale che non conoscevamo.
Parlottammo un pò tutti, quindi decidemmo.
Caroline era rimasta titubante circa il da farsi.
Ed ovviamente il suo “segretario” Dario, cercava di smorzare ogni opinione sorgesse circa le azioni da intraprendere.
Comunque, alla fine, entrammo.
Superata la grossa porta di metallo, ci ritrovammo in un’ampia stanza all’interno.
La soglia, al nostro passaggio, si richiuse automaticamente.
Anche se, a tranquillizzarci, ci pensò il fatto che, ogni qualvolta ci avvicinassimo all’uscio, questo si aprisse di scatto.
Ci guardammo intorno.
L’ambiente era spazioso ed elegante, con le pareti in legno ed un arredamento, per così dire, “boschivo”.
Il salotto, sulla sinistra era grande e spazioso con dei divani appoggiati ad una sorta di scalino, da dove degradava il piano stesso della stanza; posti in prossimità del grande camino in pietra.
Mobili in legno, tavoli, sedie e credenze facevano da arredo.
Sulla sinistra, invece, vi era la spaziosa cucina di colore bianco.
Anch’essa ampia e spaziosa, era, praticamente, dotata di tutto, oltre che: “ funzionante”.
Difatti, in quel luogo, incredibilmente vi era la corrente.
Seppur non vi fossero, infatti, collegamenti alla rete, pannelli solari o pale eoliche; comunque, stranamente, vi era energia elettrica.
Ci dividemmo in due gruppi.
Uno rimase in quell’androne, mentre l’altro si diresse nel piano superiore della struttura; mediante le scale che si trovavano, subito, fuori alla cucina.
Il piano superiore era caratterizzato dal medesimo arredamento ligneo e con richiami in pietra calcarea di quello inferiore.
Vi erano quattro camere da letto, con i relativi servizi igienici.
Riscendemmo di sotto e comunicammo quanto avevamo visto.
Iwona Putski, una donna polacca, che fungeva da “vice-segretario” di Caroline intravide uno schermo all’ingresso della cucina.
I televisori di varie dimensioni, in quel posto, erano molti; da quello gigante in salotto, fino a quelli piccoli nei bagni.
Però quello schermo era diverso ed Iwona che era una programmatrice di postazioni computer per gli impiegati di banca, se ne rese conto subito.
La donna si accorse che quello schermo era un interfaccia.
Un terminale di accesso ad un sistema informatico.
Iwona toccò lo schermo e fece fuoriuscire una tastiera “qwerty”.
Il primo commento della donna fu: “ Questo sistema non è stato mai utilizzato….Mi sta chiedendo la password…..Quale metto?”
Non so come mi venne, sarà stata, forse, la mia passione per i vecchi film western; comunque, in quel momento, mi guardai intorno, pensando a quel muro in mezzo al nulla e dissi…….Fort Apache!…..
E Fort Apache fu.
Iwona entrò nel sistema e cercò di richiedere una panoramica dell’intero sito.
Il terminale proiettò, allora, un ologramma in alto e ci mostrò cosa fosse Fort Apache.
Il monolite nel quale ci trovavamo era, solo, uno dei cinque presenti nel sito.
Il quarto per dimensioni.
Tra gli alberi vi erano altre quattro strutture simili.
Iwona chiese da dove provenisse l’energia elettrica della casa.
Il terminale ci indicò un altro monolite nel giardino.
Quando Iwona chiese dove fosse il processore che governava il terminale che stavano utilizzando; ci venne indicato il piano superiore di quello stesso monolite dove si trovava il generatore della struttura.
La programmatrice chiese di chi fosse tutta la struttura?
Il sistema non seppe rispondere.
Allora la Putski domandò se vi fossero altre persone in quel luogo.
Il sistema, dopo una ricerca a spettro calorico, nella quale individuò anche noi; diede il responso che eravamo i soli umani presenti a Fort Apache.
A quel punto, avemmo una panoramica della situazione nella quale ci trovavamo.
Dopo un breve conciliabolo e, tenuto conto che si appropinquava la sera, decidemmo di accamparci in quella abitazione.
D’altronde con un muro di cinta intorno e chiusi in un blocco granitico, si sarebbe potuto dormire, abbastanza, tranquilli.
Escludemmo il congegno di apertura automatica dell’ingresso, attraverso un pulsante posto vicino alla soglia e ci preparammo per la notte.
Decidemmo di utilizzare i bagni al piano superiore.
A turni ci saremmo fatti le docce, cambiati ed avremmo lavato i vestiti sporchi nelle vasche da bagno.
Cosa che facemmo.
Quindi noi uomini accendemmo il camino, in quanto, col buio, la colonna di fumo non sarebbe stata visibile; e ci mettemmo seduti a sorseggiare i liquori presenti in gran quantità ed a fumare sigari, sigarette e pipe, delle quali la casa era, altresì, massicciamente dotata.
Le signore prepararono la cena.
Cenammo in salotto, sul grande tavolo di legno che sembrava la sezione di una grossa quercia.
Iwona, intanto, fece pratica con il processore di Fort Apache.
Ci disse di aver individuato una struttura che era la “lavanderia” del Forte…..
Con immensa soddisfazione di Andrea Rozzi, poi, Iwona gli comunicò di aver trovato un altro monolite nel quale vi era un grosso garage e che conteneva l’officina…….
Il giovane meccanico dichiarò che il mattino seguente sarebbe andato a vederla.
Io mi preoccupai di un’altra cosa, invece, chiesi alla programmatrice polacca dove fossero le entrate e le uscite del Forte?
Lei mi rispose che, ancora, non sapeva utilizzare il sistema, in quanto le era parso che lo stesso le avesse risposto che non vi fossero varchi di accesso e di uscita in quel sito………
Era tardi, quando decidemmo di andare a dormire.
I letti erano a due piazze, quindi Caroline e Iwona ne occuparono uno.
Valeria e Anna un altro.
Il gigantesco Simon Polster ed il piccolo Andrea Rozzi, il terzo.
Mentre io avrei dovuto dividere il quarto con Albert Prunier.
Siccome non mi andava; glielo cedetti e me ne stetti in salotto davanti al camino.
Passai la notte sul grande divano, con il fucile in mano, tra il dormiveglia ed un pò di tv.
Non aveva, ancora, albeggiato quando scese Valeria.
Fece un caffè e me lo portò.
Mi disse di comprendere perchè non riuscissi a dormire tranquillo, dopo tante notti passate all’aperto con le armi in pugno.
Le risposi che non era solo quello.
Che c’erano tante cose che non mi tornavano.
Delle quali, le ultime, erano cosa fosse Fort Apache, a cosa servisse, chi lo avesse costruito e, soprattutto, se e quando i proprietari sarebbero tornati.
Lei mi disse di non preoccuparmi più di tanto, poiché al ritorno dei proprietari ce ne saremmo andati e, poi, non per forza doveva trattarsi di appartenenti alle fazioni in guerra.
Allora le domandai, a suo parere, da quale entrata sarebbero arrivati i proprietari ed, invece, noi, da quale uscita ce ne saremmo andati?
Valeria rispose che Iwona aveva ammesso di non saper, ancora, usare il software di gestione della struttura e che, certamente, un entrata ed un uscita da qualche parte dovevano pur esserci.
Altrimenti che senso avrebbe avuto edificare il Forte.
Si svegliarono anche gli altri.
Facemmo colazione e stabilimmo il da farsi.
A prescindere dalla decisione di lasciare quel luogo, c’era in tutti la volontà di esplorarlo.
Così iniziammo.
Allora, infatti, non avevamo nessuna idea della conformazione di quel sito.
Visitammo, dapprima, i luoghi dei quali eravamo a conoscenza.
Quindi i due blocchi di “pietra” che costituivano la lavanderia e l’officina del Forte.
La prima era attrezzata di tutti i macchinari atti a poter gestire un servizio di pulitura, addirittura, per una trentina di persone.
L’officina, invece, ci mise addosso una grossa dose di inquietudine.
Non, però, dovuta alla presenza di ogni dotazione in materia di macchinari per la lavorazione di oggetti metallici, la meccanica e l’edilizia.
Ma per la presenza, in garage, di un Aviocoptero e di un Blindogommato.
Erano armi da guerra!!
Ora ne avemmo la certezza, eravamo finiti in una base segreta di una delle parti in conflitto.
Non era chiaro a chi appartenesse il Forte, anche, perché i due mezzi non recavano simboli o effigie di alcuna delle fazioni in lotta.
Però erano degli armamenti bellici in piena regola.
Per tale ragione, alcuni di noi, soprattutto io ed Albert Prunier, dicevano di fare provviste di viveri e di darcela a gambe.
Però, questa, era una posizione minoritaria nel gruppo.
Ormai gli altri erano avvinti dall’alone di mistero che pervadeva quel luogo e, seppur titubanti dinanzi alla visione di due mezzi da guerra; non sembravano intenzionati a voler levare le tende.
Anzi, parevano tutti rapiti dalla conformazione e dalla organizzazione di Fort Apache.
Raggiungemmo, quindi, il monolite che racchiudeva il centro sistemico del Forte.
Il software gestionale della struttura si aprì e potemmo entrare nel suo ambiente.
Lì, comprendemmo anche la ragione della presenza di energia elettrica in quel luogo.
Vi era, infatti, un innovativo impianto geotermico che, traendo calore dal sottosuolo, lo convertiva in elettricità.
Non solo.
Notammo anche che, in quel blocco, vi era un piccolo impianto di termovalorizzazione dei rifiuti organici, il quale traeva metano dai resti della nostra tavola, dallo scarto di oggetti in plastica vegetale o, eventualmente, da materiali di risulta di lavorazione agricola.
Così come vi era un frantumatore ed un tritovagliatore di rifiuti vitrei e lignei; i quali finivano per divenire minuscola polvere inerte.
Tutto ciò inebetì ancor di più gli altri, che furono, letteralmente, rapiti dalla assoluta indipendenza e dalla circolare autonomia funzionale di Fort Apache.
Iwona si piazzò alla postazione del centro nevralgico del Forte e ne ricavò una mappa, stavolta, veramente dettagliata.
Come avevamo visto la sera prima, infatti, i blocchi abitativi erano cinque.
Allo stesso modo di quelli, per così dire, “ lavorativi”, ve n’erano altrettanti.
Avevamo visitato, la lavanderia, l’officina e il centro nevralgico del sistema.
Vi erano altri due monoliti da visitare: L’infermeria e…..L’arsenale!
Non ci meravigliammo più di tanto, ormai, per quello che vedemmo in seguito.
Caroline ci disse che, poche volte, aveva visto una struttura poliambulatoriale talmente attrezzata e dotata di presidi medici.
Mentre per me e Valeria che eravamo appassionati di armi automatiche, il blocco dell’arsenale ci sembrò il “ Valhalla” del settore armamenti.
Fort Apache era un mondo a parte; completamente avulso da tutto quanto si trovasse fuori da esso.
Tornammo al Blocco 4 per il pranzo.
Aprimmo con la Key card che Iwona aveva attivato.
Pranzammo e, successivamente, passammo il pomeriggio a visitare quelli che il sistema ci aveva indicato essere i depositi sotterranei di ogni monolite.
Fu incredibile.
Già solo il deposito sotterraneo del Blocco 4 era, probabilmente, molto più vasto del suo ambiente superiore.
Sembrava un supermercato in piena regola, con tanto di cella frigorifera per i prodotti deperibili.
Al di sotto, poi, vi era la cantina “ old stile” per il vino, i salumi in essiccazione ed i formaggi in fermentazione.
Questi ultimi, poi, erano anche conservati in una fossa di canne di bambù e paglia.
Fummo rapiti da tutto questo.
Anche perché lo stesso scenario si presentava anche per gli altri sotterranei.
Solo in misura, addirittura, più grande; eccezion fatta per il blocco 5, invece, più piccolo.
I blocchi “lavorativi”, poi, avevano depositi sotterranei specificamente attrezzati, per la materia trattata; con tanto di cella frigorifera per i farmaci.
Dove Caroline ci disse che, addirittura, antibiotici e farmaci erano conservati in polvere per assicurarne una durata, negli anni, molto lunga.
All’uopo, poi, vi era un semplice macchinario che, caricato con la polvere desiderata, ne porzionava delle compresse da poter assumere all’occorrenza.

l’autore

Giuseppe Borrelli nasce a Caserta il 14/12/1973.
Vive e risiede a Calvi Risorta, piccolo centro della provincia di Caserta, ai piedi del Monte Maggiore. Ha intrapreso gli studi classici ed umanistici, diplomandosi al Liceo Classico “A.Nifo”. Laureato in Giurisprudenza alla Seconda Università degli Studi di Napoli, Avvocato ed ex giornalista pubblicista.
Ha iniziato a svolgere la attività di pubblicista come inserzionista per riviste quali “ Presenza Missionaria” e testate di cronaca locale come “Sting”. Ha collaborato con il quotidiano “ Il Mattino” e con alcune emittenti televisive campane.
Studioso ed appassionato di Fisica e Scienze Astronomiche. Autore, principalmente, del genere Fantasy e Fantascienza, ha sviluppato anche narrazioni a carattere Storico, Thriller e racconti Horror. Tra le sue pubblicazioni: “Il Volto della Bestia”, “Gamurra”, “L’Androzoide”, “I Guardiani di Rameno”, “Il Luparo” La Favola del Sempregiorno” e “The Globster. Il Demone del Corallo”.

Per i quali, invece, normalmente, esiste una regola tacita tra le imprese recettive locali e la Polizia Ambientale; al fine di non spaventare i visitatori che giungono in città.
Quella mattina, io e Valeria restammo nei paraggi dell’albergo, non ci allontanammo.
Le notizie ricevute e le eventuali azioni da compiere furono l’oggetto della nostra discussione, mentre passeggiavano tenendoci mano nella mano, per simulare una normale coppia di turisti italiani.
Ero rabbioso con quegli idioti del nostro gruppo.
Erano entrati in un grosso centro abitato, senza nessuna precauzione.
Eravamo felici di sapere alcuni di loro ancora vivi.
Però, eravamo atterriti dal pensiero di saperli in un Campo di Rieducazione.
Volevamo sapere dove si trovasse il Campo, però dovevamo stare attenti a fare le domande giuste, e soprattutto a farle alle persone giuste.
In città, infatti, c’era molta gente stramba.
Soprattutto di notte.
Individui abbigliati in modo strano, con delle pettinature stravaganti ed i colori, di capelli e viso, talmente bizzarri da rendere difficile l’individuazione della stessa identità sessuale.
Solitamente era in mezzo a questa umanità ibrida e variopinta che si nascondevano Crudeliani e collaborazionisti della Polizia Ambientale.
Dovevamo essere discreti e cercare di non dare troppo nell’occhio.
Riuscimmo a conoscere l’ubicazione del Campo di Rieducazione e ci pentimmo di averlo fatto.
Quando giungemmo in prossimità dell’insediamento, ci sentimmo, anche noi, reclusi.
Il Campo era stato, infatti, ricavato nell’antico Castello di Sopron, ubicato nella periferia ovest della città.
Un recinto metallico circoscriveva, poi, la vasta area intorno al sito.
Non si riusciva, nemmeno, a vedere al suo interno.
Seppur non fossimo in grado di vedere la vasta area che componeva il Campo, le storie su cosa accadeva a chi finiva in Rieducazione erano alquanto dettagliate.
Interrare i propri escrementi, per non dover allestire una rete fognaria.
Divieto assoluto di utilizzo di saponi e detersivi.
Divieto assoluto di utilizzo di farmaci.
Fabbricazione di unguenti di cura e pulizia, solo attraverso raccolta e lavorazione di erbe spontanee e selvatiche.
Alimentazione fredda delle medesime erbe; in quanto cuocere gli elementi è, rigorosamente, vietato.
Raccolta ed utilizzo per ogni necessità, unicamente, di acqua piovana; non sempre, successivamente bollita.
Utilizzo di riscaldamento solo da energia solare; quindi non funzionante di notte e nei giorni di pioggia.
Questo era l’inferno di un Campo di Rieducazione.
Chi ce la faceva e conseguiva un P.I.R. positivo poteva rientrare in società.
Chi rimaneva un H.P.F., un Fattore Inquinante Umano o non resisteva a causa delle malattie e degli stenti; non lasciava il Campo nemmeno da morto.
Perché veniva sepolto, spoglio, nella nuda terra.
Sapere i nostri compagni là dentro era devastante.
Tanto più che quel luogo era, a tutti gli effetti, una fortezza inespugnabile!
Sapere i nostri compagni lì dentro fu come vederli nelle bare di un cimitero.
Sapevamo che non ne sarebbero più usciti.
Così come eravamo consapevoli di poter fare poco o nulla per liberarli.
Valeria insisteva, però, che dovevamo trovare un modo per liberare i nostri compagni.
Le rispondevo che, al netto della inespugnabilità della fortezza, comunque non potevamo sapere se la Ramier fosse viva e tra coloro che erano stati imprigionati.
Lei mi rispondeva che il fatto che fossero giunti fin qui, stava a significare che la dottoressa ce li aveva condotti.
Io rispondevo che anche noi eravamo giunti fin lì; forse qualcuno, come me, aveva visto e memorizzato il tragitto tracciato da Caroline.
Valeria, però, non voleva sentire ragioni.
Dovevamo fare qualcosa.
E lei non se ne sarebbe andata senza i nostri compagni.
Decisi di farla sfogare e darle il tempo di concepire, con calma, la situazione.
Tentare un attacco ad un Campo di Rieducazione, era già di per sé una follia insensata.
Ma farlo senza avere nemmeno la certezza che Caroline fosse ancora viva era come buttarsi in mare con un blocco di cemento legato al collo.
Valeria era fatta così, ormai la conoscevo bene.
Talvolta era ubbidiente e remissiva, precisa ed osservante di ogni consiglio o indicazione che le dessi.
Mentre, in alcune occasioni, mostrava una determinazione inesorabile che non permetteva nessuna interlocuzione.
Lasciai trascorrere altri due giorni per darle il tempo di svaporare la rabbia.
Poi cercai di farle comprendere che non potevamo restare tanto tempo in quella piccola cittadina, perché avremmo finito per dare nell’occhio.
Già i tipi “green” variopinti cominciavano a guardare il mio barbone con aria investigativa.
E questo non mi piaceva.
Finalmente Valeria si convinse.
Ne fui sollevato.
Fui anche sorpreso dal fatto che non avesse più un espressione grave ed afflitta, come nei giorni appena trascorsi.
Anzi, mi sembrò avesse compreso appieno che più di quello che avevamo fatto, non potevamo fare.
Dovevamo andare avanti da soli.
I nostri compagni, se avessero voluto, ci avrebbero raggiunto un domani; una volta rilasciati dal Campo e riassegnati alle loro comunità.
Mi dispiacque, ovviamente, il solo pensiero di tutto ciò, però non avevamo altre possibilità.
Saldammo il conto in albergo alle undici del mattino.
Bagagli in mano ed armi ben nascoste facemmo un ultimo giro in città.
Valeria mi chiese di partire in serata perché faceva troppo caldo.
Non che l’idea di addentrarci di notte nei boschi, mi allettasse; però volli farla contenta.
Anche perché sarebbe stata una notte di Luna piena ed allora non avremmo avuto particolari difficoltà a viaggiare.
Passammo, così, la giornata in città.
Scese la sera e dopo una piadina romagnola che, mai, avrei pensato di trovare in Ungheria, ci incamminammo come due boy scouts verso i boschi.
Valeria non mi chiese nemmeno di passare per il castello e la vasta area recintata che racchiudeva il Campo di Rieducazione.
Segno che, ella, aveva compreso appieno l’ineluttabile epilogo della nostra Compagnia.
Eravamo già fuori città.
Nel bosco, già, illuminato a giorno da una Luna grande e bianca.
Ci trovavamo in ascesa su di una collina che ci permetteva una visuale completa di Sopron e del suo castello.
Le luci della città si innalzavano verso il cielo notturno.
Ci fu un boato.
Un lampo.
Una fiammata.
Poi ancora.
Di nuovo.
Ed ancora.
Rimanemmo attoniti.
Guardammo e cercammo di capire.
Proveniva dalla città…..
In direzione del lago di Neusiedl…..
Era il castello!!!!
Erano esplosioni al castello.
Qualcosa stava attaccando il Campo di Rieducazione.
Io e Valeria ci guardammo in viso.
Ci accorgemmo dei traccianti dei colpi sparati, che provenivano dall’alto.
Qualcosa era sospeso sopra il Castello e stava bombardando il Campo di Rieducazione.
Non riuscivamo, però, a scorgere nulla in aria.
Forse l’attacco era condotto da dei bombardieri stratosferici, talmente alti da non poter essere visti.
Però gli eserciti della Polizia Ambientale erano i soli a detenere tali velivoli semispaziali.
Ed era impensabile che gli Econazi attaccassero un loro campo.
Doveva, quindi, per forza trattarsi di Aviocopteri invisibili, forse pilotati da remoto.
E tali armamenti, invece, sono, effettivamente, in dotazione anche alle Brigate Umane!
Questa volta assecondai Valeria.
Per quanto potesse essere pericoloso, c’era un attacco in corso al Campo di Rieducazione, dove erano detenuti i nostri compagni; questo stava a significare che non potevamo esimerci dall’intervenire, dovevamo andare anche noi……
Ci precipitammo in città, in direzione del castello.
Nel senso di marcia opposto a quello in cui stava fuggendo la popolazione.
Ormai i boati sconquassavano la notte di Sopron.
Era battaglia.
Aerea contro contraerea.
Brigate Umane con gli Aviocopteri, contro la Polizia Ambientale ed i loro cannoni a disgregazione ultrasonica.
Ma c’era di più, e ce ne accorgemmo mentre ci avvicinavamo.
Era un blitz in piena regola; un vero e proprio raid.
Il fuoco dall’alto degli Androguerrieri serviva, solo, a tenere impegnate le difese del Campo, mentre…….uno squadrone di assalto irrompeva all’interno del recinto!!
Gli Antropartigiani stavano prendendo possesso di quel luogo!
Gli spari erano in ogni dove, i proiettili saettavano sopra le nostre teste.
Le esplosioni ci devastavano i timpani e le fiamme sembravano volerci avvolgere tutti.
Però la paura maggiore era costituita dai fasci ultrasonici.
Se fossimo stati raggiunti da tali raggi, infatti, ci saremmo frantumati in pezzi senza nemmeno accorgercene.
Proprio come stava succedendo agli Aviocopteri che cadevano sulla città in fiamme.
Però l’assalto era in grande stile.
E gli invasori prevalsero.
Il Campo di Sopron cadde.
Le difese contraeree furono sbaragliate.
Cercai di urlare, invano, a Valeria di non entrare nel Campo.
Spari ed esplosioni coprirono la mia invocazione.
La mia amica si precipitò dentro ed io temetti che sarebbe stata impallinata.
Così la seguii, imprecando per una fine tanto stupida che avremmo, certamente, fatto.
Però ci trovammo sommersi dalla massa dei prigionieri del Campo che, liberati dagli Androguerrieri, si precipitavano fuori come una mandria di buoi impazzita.
Gli Antropartigiani, in quei frangenti, parlavano con megafoni ed altoparlanti; dicendo ai prigionieri di guadagnare la libertà, in fretta, prima dell’arrivo di altri Econazisti.
Al contempo, poi, gli invasori, assicuravano l’immunità a quelli della PolVerde che avessero deposto le armi e si fossero arresi.
Cosa che avvenne.
Disarmati i soldati della Polizia Ambietale e liberati i prigionieri, le Brigate Umane si diedero alla fuga, prontamente, dileguandosi nel caos che erano divenute le strade di Sopron.
Io e Valeria fuoriuscimmo insieme ai prigionieri nelle strade e……li vedemmo!
Caroline, Dario e gli altri.
Erano, però, in sette e non otto come avevamo, erroneamente, calcolato nella battaglia di Grunes Feld.
Li raggiungemmo, li fermammo, e ci salutammo come se fossimo rinati in quel momento.
Ci dirigemmo verso il percorso che stavamo facendo io e Valeria in precedenza.
Però accadde una cosa strana.
Eravamo seguiti!
E non da altri prigionieri in fuga, ma da quegli stessi fricchettoni variopinti che mi avevano adocchiato, nei giorni precedenti, in città.
Erano armati!
Sparavano!
Fu chiaro e tragico, al contempo, per tutti…..Erano Crudeliani!!
E per qualche strana ragione, tra tanta gente in fuga per le strade della città, avevano deciso di seguire proprio noi.
Mentre scappavamo, risposi al fuoco.
Credo che ne beccai uno.
Però eravamo nella boscaglia e non ne fui certo.
Anche Valeria sparava come una amazzone inferocita.
Nonostante ciò, però, ci stavamo per raggiungere
Solo io e Valeria eravamo armati.
Ormai non avevamo più scampo.
La Luna piena, tanto chiara e luminosa, non ci permise di trovare un riparo sicuro nei boschi.
Ci stavamo addosso!
Era finita!
Ma non mi avrebbero avuto vivo e, di sicuro, non senza trascinare qualcuno di loro all’inferno con me!
Dissi a Valeria di scortare il gruppo al sicuro, in quanto lei, come me, era la sola armata.
Io sarei rimasto lì a sbarrare la strada ai Mangiateste maledetti.
Quella sciroccata, però, doveva trovarsi in uno dei suoi momenti di disobbedienza.
Difatti si piazzò dietro un albero, come avevo fatto io, e prese a guerreggiare con i cannibali.
L’esito di quello scontro, però, era scontato.
Non saprei dire quanti fossero i Crudeliani, però, erano tanti.
E presto ci avrebbero circondato.
Fu allora che sentimmo cadere una pioggia di colpi dal cielo!
I Mangiateste caddero come birilli!
Altri di loro fuggirono via terrorizzati.
C’era un Aviocoptero sulle nostre teste!
Aveva fatto fuoco sui nostri inseguitori, aveva capito si trattava di Crudeliani e li aveva abbattuti.
Rimanemmo fermi ed impietriti aspettando che il velivolo dilaniasse anche noi.
Ma non successe.
Incredibilmente, infatti, il controllore remoto di quel velivolo, intelligenza umana o artificiale che fosse, aveva compreso appieno la situazione.
Aveva capito che eravamo dei prigionieri in fuga, inseguiti dai cannibali ed aveva, chirurgicamente, selezionato i suoi bersagli.
Salvaguardando noi.
L’Aviocoptero entrò in modalità invisibile, sparendo alla nostra vista.
Valeria urlò a tutti di correre via, e lo facemmo.
Sparimmo nella notte.

Nei giorni a venire fummo cauti.
Il territorio era militarizzato.
Si cercavano gli autori della liberazione al Campo di Sopron.
A noi, però, serviva di tutto.
I prigionieri del Campo di Rieducazione avevano solo i vestiti, in plastica vegetale, con i quali erano fuggiti.
Caroline che si era accorta del mio CWR, me lo chiese.
Glielo diedi e lei inserì dei codici nel mio cellulare senza ricarica.
Da quel momento, in ogni paesino che incontravamo, Valeria scendeva con il mio CWR a fare compere; mostrando i codici inseriti dalla dottoressa.
Era rischioso, però, dopo aver ripreso vestiario ed attrezzature; tornammo a sembrare nuovamente una comunità di trekkers.
Superammo l’Ungheria e passammo in Slovacchia, che era, già, cominciato Luglio.
Eravamo ancora in tempo con la tabella di marcia ed eravamo felici di essere ancora vivi, liberi e di nuovo insieme.
Anche se qualche screzio si palesò, nuovamente, una volta che venne ricostruita la dinamica della battaglia di Grunes Feld vecchia.
Il solito Dario mi diede la colpa di aver, anche in quell’occasione, iniziato io a sparare….
Questa volta, però, non fui io ad ignorarlo di nuovo.
Stavolta fu Valeria che lo voleva strangolare a mani nude…..
Dovetti fermarla.
Comunque sia, fummo felici di esserci ritrovati e di camminare insieme.
Però ci tenevamo lontani.
E quando pernottavamo in qualche albergo, lo facevamo dividendoci, in gruppi, a seconda delle strutture presenti nella zona.
Avevamo perso, già, più della metà del gruppo e volevamo cercare di arrivare tutti sani e salvi a destinazione.
Eravamo entrati in Slovacchia, tenendo come punto di riferimento la città di Kosice, seppur tenendoci a debita distanza da essa.
Così facendo, però, giungemmo velocemente al confine con l’Ucraina.
Difatti non so dire se fossimo ancora in Slovacchia o se avessimo, già, varcato il confine con l’Ucraina, quando, in una fitta e remota boscaglia, caratterizzata da strani blocchi monolitici calcarei di differente grandezza; incontrammo qualcosa………
Era un muro….!!
Sarà stato alto circa un quattro metri.
Ci misi un po’ di tempo a visualizzare bene quell’immagine, perché la vegetazione copriva, per intero, la cinta muraria.
Subito dopo, quella solida e doppia barriera di cemento, poi, nella parte interna, vi era una fila continua e sistematica di grossi alberi di pino che sormontavano il manufatto.
Gli alberi erano disposti in una fila ordinata, ad una distanza uguale l’uno dall’altro.
Ma cosa ci faceva quel muro lì?
In mezzo ad un bosco a giorni di cammino da qualunque presenza umana?!
Non era tanto il fatto che non vi fossero strade o vie d’accesso in quella selva fitta ed isolata; l’aspetto più singolare era che, da chilometri e chilometri, non avevamo nemmeno più incontrato, nemmeno, il benchè minimo sentiero di camminamento!
Intorno a noi, dappertutto, era solo boscaglia fitta ed impenetrabile.
Qualsiasi insediamento necessita, per ovvie ragioni, di vie di accesso.
Per i più svariati motivi, che possono essere il raggiungimento del sito, i suoi rifornimenti e la sua fruibilità.
Di tutto ciò, in quei luoghi, non vi era nulla.
Non vi erano nemmeno segni di antichi passaggi, quali mulattiere o vie di transumanza.
Quel posto era un totale ed integrale dominio della Natura.
Da tempi immemori.
Cosa cavolo ci faceva, allora, quel muro, spesso e granitico, in mezzo al bosco?!
Osservando la struttura, però, compresi la ragione di una tale disposizione arborea.
Era quella di nascondere il muro da eventuali osservazioni dall’alto!
Quello era un luogo segreto!
Che non doveva essere avvistato!
“ ….Crudeliani…!!.
Con questa esclamazione ruppi il silenzio del gruppo che si era posato, come me, in nascosta ed attenta osservazione.
La mia constatazione venne accettata dagli altri.
Doveva essere per forza così, eravamo finiti in un covo dei Mangiateste!
Ci guardammo intorno, poi ci guardammo tutti in viso; dovevamo fuggire via!
Senza, però, fare rumore e, soprattutto scappando dalla parte giusta.
Altrimenti saremmo finiti in trappola da soli.
Stringemmo le nostre armi.
Ed in quel momento, probabilmente, facemmo tutti lo stesso pensiero.
Meglio morti in battaglia contro quei maledetti che catturati e mangiati da loro!
Restammo in silenzio ad osservare per qualche tempo.
Decidere quale strada intraprendere era complicato.
Tornare indietro?
Puntare verso le valli?
O decidere di salire più in quota verso le vette innevate?
Ogni scelta avrebbe comportato dei rischi e dei problemi.
Caroline scelse.
Propose di scendere verso le valli.
Albert Prunier, un tizio alto, magro e calvo, che diceva di provenire dalla Val D’Aosta, ma che parlava con un evidente inflessione francese, disse che, facendo in questo modo, saremmo tornati indietro, vanificando il faticoso passaggio, in quei boschi sperduti, fatto fino ad allora…..
Si parlava troppo, si stava perdendo troppo tempo, e questo non mi piaceva.
Dovevamo allontanarci da quel luogo; subito.
Simon Polster, un capellone gigantesco di nazionalità austriaca, confermò il fatto che, nella direzione indicata da Caroline, si sarebbe tornati indietro.
Troppe opinioni, troppe teste a voler pensare, mi stavano dando sui nervi.
Le opinioni diverse e la supponenza che fossero verità avevano portato degli esseri umani a cibarsi di altri esseri umani.
Mi stavo innervosendo.
Ancora un po’ e, piuttosto che farmi scoprire dai Crudeliani, avrei aperto il fuoco ed avrei tolto di mezzo questi rumorosi problemi.
Anna Weck, una donna ceca dal corpo marmoreo, che era dovuta fuggire dalla Svizzera, prima che venisse presa dalla PolVerde, laddove aveva dovuto lasciare i suoi due figli, al loro padre italiano, suo ex marito; diede, invece, ragione a Caroline.
Proseguire in direzione di quel muro o salire era pericoloso.
Io ascoltavo quel conciliabolo linguisticamente variopinto.
Valeria mi fissava in silenzio ed aveva, già, capito le mie intenzioni.
Se avessi ritenuto la scelta del gruppo corretta li avrei seguiti.
Altrimenti, ognuno per la propria strada…..
Percepii che Valeria, comunque, sarebbe venuta con me.
Mi guardavo intorno per verificare che non fossimo stati sentiti ed individuati.
Tra poco avrei fatto rumore io, ma col mio mitragliatore.
La dottoressa insistette sul fatto che il tornare indietro sarebbe stato un disagio meno gravoso che affrontare coloro i quali si trovavano al di là di quel muro.
E che, poi, al netto della convenienza, nessuno era obbligato a fare nulla; ciascuno poteva liberamente decidere per sé stesso.

l’autore

Giuseppe Borrelli nasce a Caserta il 14/12/1973.
Vive e risiede a Calvi Risorta, piccolo centro della provincia di Caserta, ai piedi del Monte Maggiore. Ha intrapreso gli studi classici ed umanistici, diplomandosi al Liceo Classico “A.Nifo”. Laureato in Giurisprudenza alla Seconda Università degli Studi di Napoli, Avvocato ed ex giornalista pubblicista.
Ha iniziato a svolgere la attività di pubblicista come inserzionista per riviste quali “ Presenza Missionaria” e testate di cronaca locale come “Sting”. Ha collaborato con il quotidiano “ Il Mattino” e con alcune emittenti televisive campane.
Studioso ed appassionato di Fisica e Scienze Astronomiche. Autore, principalmente, del genere Fantasy e Fantascienza, ha sviluppato anche narrazioni a carattere Storico, Thriller e racconti Horror. Tra le sue pubblicazioni: “Il Volto della Bestia”, “Gamurra”, “L’Androzoide”, “I Guardiani di Rameno”, “Il Luparo” La Favola del Sempregiorno” e “The Globster. Il Demone del Corallo”.

Comunque sia, avevamo bisogno di quelle persone e perciò decidemmo di seguirle.
Compimmo un aggiramento largo del tragitto che stava percorrendo il nostro gruppo, non molto dissimile da quello che, forse, stavano attuando gli Androguerrieri.
Ci tenemmo a distanza, ben consapevoli che, in tale nostra manovra, avremmo potuto incontrare qualche sentinella nemica.
Ci spostavamo silenti, armi in pugno, attenti ad ogni rumore o punto scoperto.
Ad un certo punto, infatti, perdemmo il contatto visivo con il nostro gruppo.
Però intravedemmo, in lontananza, il paese abbandonato.
Grunes Feld vecchia.
Era il punto dove stava andando a finire la nostra comitiva.
Non incontrammo nessuno e questo ci fece dubitare della nostra eccessiva preoccupazione riguardo la scomparsa dell’intera popolazione della Grunes Feld attuale.
Avemmo, altresì, la certezza che nessuno stava seguendo il nostro gruppo, perché, altrimenti, dal posto in cui eravamo saliti e con la circospezione con la quale ci eravamo mossi; avremmo, certamente, visto chi ci stava pedinando.
Quando, però, ci trovammo in prossimità dell’antico insediamento di Grunes Feld, ci ghiacciammo…
Io per primo guardai col binocolo, impostandolo sulla visione a spettro calorico, poi, lo passai a Valeria.
Li vedemmo dall’alto.
Erano lì.
Erano tutti lì.
Fucili e mitragliatori puntati!
Sui tetti, dietro i muri delle case, sugli alberi e tra i cespugli!!
Era tutto il paese.
Donne, vecchi e ragazzi compresi.
Tutti pronti in agguato a sferrare il loro attacco!
Il nostro gruppo era in trappola!
Caroline e gli altri, stavano andando a grandi passi verso la loro fine.
Gli Androguerrieri avrebbero giocato a tiro al bersaglio.
Non c’era modo di avvisare i nostri compagni.
Non saremmo, mai, riusciti a scendere, in tempo, per bloccare l’entrata del nostro gruppo nella Grunes Feld vecchia.
Pensammo di urlare, però, da quella distanza si sarebbe udita solo la nostra voce e non sarebbero state distinguibili, invece, le nostre parole.
Così facendo avremmo finito per ottenere, probabilmente, l’effetto contrario; perché il nostro gruppo, attirato da urla indistinte, avrebbe potuto, addirittura, accelerare la propria entrata nel paese abbandonato.
Eravamo disperati.
La scena sotto di noi si palesava, già anticipatamente, nel suo funesto e terrificante esito.
Eravamo impotenti dinanzi al volgere di eventi ineluttabili.
Avremmo visto la fine dei nostri compagni di viaggio come in un film.
Da spettatori.
Valeria disse di provare a correre giù per avvisare la nostra comitiva.
Le risposi che era un’azione avventata, perché spostarci rapidamente senza controllare il territorio, ci avrebbe reso dei facili bersagli.
“ Allora spariamo noi!!” disse Valeria.
Rimasi fermo un secondo a riflettere.
“ Lupo non c’è più tempo!!! Stanno per entrare!! Apriamo il fuoco sugli Androguerrieri!! Forse diamo il tempo, ai nostri, di scappare via!!!”.
Accettai.
Puntammo le nostre armi verso il paese abbandonato.
I nostri mirini a campo ultravioletto ci proiettarono le sagome dei cecchini appostati.
Però non riuscimmo a sparare.
La prima immagine che intravidi nel mirino, fu una ragazza coricata a pancia in giù sulla tettoia di una stalla.
Lei aveva il suo fucile puntato contro la strada principale.
Avrei dovuto colpirla alle spalle.
Non me la sentii.
Spostai il mirino da un’altra parte.
Ingaggiai un altro bersaglio.
Era un tizio con la barba bianca.
L’avevo visto la sera prima alla birreria, fare il barbagianni con la barista prosperosa.
Adesso avrei potuto seccarlo, in un solo secondo, con un colpo dietro la nuca.
Ma non ce la feci.
Spostai ancora il mirino.
Puntai un ragazzo dietro l’angolo di un casolare.
Una donna su di un balcone.
E cosi via.
Mollai il visore del mio fucile e mi girai verso Valeria.
Anche lei mi fissava avvilita.
Nemmeno lei, che un tempo era anche stata una di loro, riusciva ad eseguire il suo compito.
Uccidere esseri umani in questo modo, a sangue freddo, era qualcosa che non ci apparteneva e che non eravamo in grado di fare.
Se avessimo avuto la certezza che si trattasse di Crudeliani non avremmo avuto, forse, alcuna remora a fare fuoco.
Però trattandosi di Androguerrieri, nonostante il loro fanatismo parossistico, comunque stavamo parlando di gente che liberava e salvava i propri simili dagli Econazisti e dai Mangiateste.
Intanto, però, i nostri erano, quasi, giunti al punto dell’agguato.
Non potevamo assistere inermi ad una carneficina folle ed insensata.
Valeria, quasi piangendo, mi chiese cosa dovevamo fare per salvare i nostri compagni.
Risposi la prima cosa che mi venne in mente.
Le dissi di non guardare nel mirino.
Di non puntare nessun bersaglio.
Di fare semplicemente fuoco verso il paese.
Lo facemmo!
Prendemmo a sparare all’impazzata verso il basso.
In direzione di quella che un tempo era stata Grunes Feld.
Senza mirare o puntare alcun bersaglio.
Era il solo modo che avevamo di avvisare i nostri compagni dell’agguato imminente.
E lo facemmo.
Da quel momento, quella valle, divenne un luogo di selezione naturale della nostra specie.
Chi era pronto, infatti, chi si era trovato, fortuitamente, ben al riparo o chi era ben armato, lottò per la sua vita.
Chi non aveva eretto difese, chi non si era preparato e chi non si era armato; cadde giù.
Le reazioni furono molteplici ed immediate.
Per qualche secondo gli unici a sparare fummo io e Valeria.
Quindi, pur non comprendendo appieno da dove provenissero gli spari, gli Androguerrieri posero in esecuzione la loro imboscata.
La nostra comitiva aveva reagito, già, alla nostra prima scarica di colpi.
Taluni di loro, grazie alla nostra intuizione, erano corsi indietro nei boschi.
Talaltri si erano nascosti, dove potevano, all’ingresso del paese.
Altri, ancora, erano rimasti accovacciati a centro strada, urlando di non avere intenzioni bellicose o colpa alcuna.
Purtroppo, però, questo non era bastato.
Costoro furono i primi ad essere abbattuti.
Io e Valeria assistemmo alla scena e fummo avvinti da bramosia di vendetta.
Puntammo i nostri nemici nel visore dei nostri mirini e facemmo fuoco.
Gli Androguerrieri, seppur non riuscissero ad individuare la nostra postazione, delimitarono la porzione di bosco dalla quale giungevano gli spari e scaricarono il loro potenziale di fuoco su di noi.
Ma noi non potevamo, purtroppo, abbandonare la nostra posizione.
Perlomeno non in quel momento.
Dovevamo ingaggiare duello e tenere impegnate le Brigate Umane nel conflitto a fuoco, per dare, così, il tempo ai sopravvissuti del nostro gruppo di fuggire via.
Tenemmo fino a che potemmo.
Fino a quando non furono chiare due cose.
La prima fu che a salvarsi, forse, erano stati solo coloro i quali erano fuggiti, dal primo momento nel bosco; mentre nulla potevamo fare, ormai, per quelli, dei nostri, che erano rimasti a terra e, nemmeno per quelli nascosti in paese.
La seconda era che gli Androguerrieri avevano mandato alcuni di loro a stanarci.
Ce ne accorgemmo dagli spari contro di noi che sembravano essere sempre più vicini.
Stavano risalendo il fianco della montagna dove eravamo assiepati.
Non potevamo fare null’altro.
Eravamo per numero e per armamento, troppo inferiori ai nostri aguzzini.
Convinsi Valeria ad abbandonare la posizione ed a fuggire.
Lei non voleva lasciare al loro destino quelli che si erano rifugiati nel paese abbandonato.
C’erano quattro dei nostri a terra in strada, i quali non davano più segni di vita.
Avevamo visto poi, circa sei di noi, cercare riparo tra le case della vecchia Grunes Feld.
Il fatto che si udissero, ancora, spari in paese stava a significare che quelli del nostro gruppo avevano ingaggiato un conflitto a fuoco con gli Androguerrieri.
Valeria non voleva abbandonare quelle persone al loro destino.
Mi gridò contro con veemenza che non se ne sarebbe mai andata di lì e che avrebbe continuato ad aiutare quelli del nostro gruppo, con un fuoco di copertura dall’alto.
Le dissi che c’erano circa otto persone che si erano rifugiate nella boscaglia, e che dovevamo aiutare loro.
Se facevamo in fretta e se ci salvavamo, almeno, avremmo potuto aiutare questi otto.
Ormai il destino di quelli in paese era segnato e se non ci muovevamo, subito, avremmo fatto la loro stessa fine.
Valeria gridò che non se ne sarebbe mai andata da lì.
Però, anche lei, sapeva che non avremmo, mai, potuto salvare quelle persone.
La sua reazione era solo frutto della frustrazione e della disperazione per la sorte di alcuni dei suoi compagni.
Io insistetti ancora che il tempo stava per scadere.
Stavano arrivando.
Avremmo solo finito per farci ammazzare anche noi.
La convinsi, perlomeno, a cambiare posizione; dato che, ormai, i proiettili ci volavano in testa!
Ci muovemmo bassi e veloci tra i cespugli.
Ci accorgemmo ben presto di essere braccati.
Probabilmente, i nostri inseguitori si muovevano in formazione a tenaglia.
Volevano chiudere il cerchio su di noi.
Se ci fossero riusciti saremmo stati circondati.
Ed una volta circondati, gli inseguitori avrebbero chiuso il loro accerchiamento su di noi, fino a stanarci.
Dovevamo essere veloci per sfuggire al tentativo di accerchiamento.
Soprattutto dovevamo percorre una direttrice evasiva rispetto alla loro manovra.
Muoverci, semplicemente in avanti, avrebbe, difatti, significato essere, prima o poi raggiunti, dalle ali dello schieramento nemico.
Dovevamo superare una delle due ali e rompere, così, il tentativo di accerchiamento.
Ci spostammo verso est.
Ormai non si sparava più.
Loro cercavano, solo, di raggiungerci, noi cercavamo, solo, di sfuggire.
Ci lasciammo indietro gli spari che giungevano, ormai lontani, dalla vecchia Grunes Feld.
E con essi il destino di quelle persone, lì assiepate.
Questo ci lacerò l’anima.
Però ora eravamo attanagliati dalla paura di essere catturati e fucilati.
Cominciammo a correre in posizione eretta.
Non fummo presi di mira da nessuno.
Questo voleva dire che, probabilmente, avevamo eluso l’accerchiamento.
Forse avevamo distanziato i nostri inseguitori.
Continuammo a correre a perdifiato.
Era mezzogiorno, quando ci fermammo e ci nascondemmo.
Eravamo, letteralmente, sfiniti.
Eravamo affranti e furenti per l’esito tragico di quella situazione assurda.
Rimuginavamo sulla stupidità dei nostri compagni.
Sul fatto che non riuscissero a comprendere come ci si dovesse comportare in un mondo che, per come la vedevamo noi, era in guerra
Rimanemmo, dunque, circa un ora a vedere se venivamo raggiunti dai nostri inseguitori.
Non giunse nessuno.
Eravamo salvi.
Ma soli.
Bevemmo, mangiammo qualcosa, ci togliemmo gli indumenti sudici di sudore; li avremmo lavati, in seguito, in qualche corso d’acqua.
Li riponemmo, chiusi, in borsa.
Ci lavammo ed asciugammo.
Ci rivestimmo con indumenti puliti.
E ripartimmo verso le quattro, camminando piano.
Tutto era silenzio.
Eravamo arrabbiati.
Con noi, con gli altri, con quel mondo maledetto.
Eravamo frustrati e devastati per la fine dei nostri compagni.
Eravamo spaventati, perché, ormai, soli.
Scambiammo le prime parole, forse solo due ore dopo la nostra partenza.
Valeria mi chiese cosa avremmo fatto adesso?
Purtroppo non avevo una risposta.
Non sapevamo chi di noi era ancora vivo.
Di certo non quelli che avevamo visto a terra per strada e, probabilmente, nemmeno quelli che si erano nascosti nella Grunes Feld vecchia.
Se non erano stati inseguiti, c’era, però, il gruppetto che si era rifugiato nella boscaglia che, forse, si era salvato.
Forse.
Caroline Ramier in quale gruppo si trovava?
Solo lei conosceva un tragitto sicuro per fuggire via da questa Umanità infame.
Anche se, ormai, in questo mondo, il concetto di sicuro era alquanto aleatorio.
Solo chi si sottometteva al razionamento alimentare ed idrico degli EcoNazisti, poteva dirsi al sicuro.
Solo chi accettava le regole della PolVerde sul controllo delle nascite o sull’autorizzazione agli acquisti, poteva, forse, dirsi al sicuro.
Però quella non era vita.
Dover chiedere il permesso per comprare qualcosa in più, per spostarsi, o per fare un figlio; non era la vita che volevo per me e per i miei figli.
Io indietro non potevo più tornare, ormai.
E nemmeno Valeria.
Andammo avanti.
Ricordavo il percorso tracciato da Caroline, soprattutto le fermate per il riposo ed il rifornimento nei piccoli centri.
Ci fermammo in altri due paesini.
Fortunatamente senza altri intoppi.
Chiedemmo se fossero giunti altri trekkers, prima di noi.
Però non avemmo più notizie del nostro gruppo.
Valicammo il confine tra Austria ed Ungheria.
Non trovavamo nessuno dei nostri, da nessuna parte.
In nessun paese o rifugio.
Ci convincemmo che i nostri compagni avevano, solo, deciso di non fermarsi in altri paesi, per evitare attacchi o retate.
Però sapevamo che, comunque, una doccia ed un letto erano necessari, al massimo ogni cinque giorni; ed ormai eravamo a circa dodici giorni dalla battaglia di Grunes Feld.
Nessuno poteva restare tanto tempo a vivere e dormire nei boschi, senza rifornimenti.
Soprattutto nel caso in cui ci fosse qualcuno che si era ferito nello scontro al paese abbandonato…….
Ecco!!!
In quel momento trovammo un barlume di speranza!!
Forse c’era qualche ferito tra i sopravvissuti!
Ed allora avevano evitato i paesini piccoli e si erano diretti ad un centro più grande dove ci fosse un ospedale!
Questo pensiero ci rivitalizzò.
Ora il problema era capire dove?
Un ospedale in Austria o uno in Ungheria?
La preoccupazione che i nostri compagni avessero desistito dal loro intento ed avessero intrapreso la strada del ritorno, ci devastava.
Al solo pensare a questa possibilità, ci sentivamo soli ed abbandonati.
Solo una cosa ci faceva sperare ancora, ed era il fatto che tutti avessimo un PIR molto alto.
Tutti noi del gruppo avevamo un Tasso di Impatto Inquinante elevato e questo ci aveva resi dei Fattori Inquinanti Umani da debellare.
Eravamo degli HPF da Confinamento Giudiziario nei Campi di Rieducazione.
Perciò non potevamo credere che i nostri compagni fossero tornati indietro.
Tutti loro avrebbero trovato la PolVerde ad aspettarli.
Avevano certamente proseguito, erano andati avanti; io e Valeria ci credevamo.
Proprio per questo raggiungemmo la prima città che incontrammo dopo il confine ungherese
Sopron.
Sembrava una città austriaca, con le strade bianche ed i tetti di mattoni rossi.
Era abbastanza grande, ma non caotica.
Cercammo un albergo fuori mano.
D’altronde eravamo turisti che viaggiavano a piedi, di quelli che spendono poco.
Poi questi posti fuori mano, nelle piccole città, accettano, a volte, anche moneta contante e questo era fondamentale per non essere individuato nei propri spostamenti.
Ci lavammo ed uscimmo come due turisti in villeggiatura.
Valeria cercò, invano, anche di farmi tagliare la barba.
La spuntai solo leggermente, perché, effettivamente, era lunga; però lasciai intatto il pizzetto.
La tarda serata di fine giugno era gradevole.
La città pullulava di vita e di gente al passeggio.
Ci sembrò tutto normale.
Nulla in confronto ai luoghi remoti, sperduti e dominati dalla violenza che avevamo, finora, percorso.
Ci sedemmo ai tavolini di un bar ed ordinammo dei frullati di frutta e verdura.
Il cameriere ci fece intendere che, seppur vietate, ci avrebbero potuto servire anche delle bibite gassate.
Rifiutammo per non dare nell’occhio.
Anche se, subito dopo, accettammo delle birre a basso contenuto alcolico; moderatamente consentite.
Ci guardammo intorno scrutando ogni volto ed ogni figura.
Cercavamo i lineamenti conosciuti di qualcuno dei nostri compagni.
Quello che vedemmo, di lì a poco, però, non ci piacque per niente.
Dapprima ci accorgemmo che qualcuno affrettava il passo e si guardava intorno con trepidazione.
Quindi, subito dopo, le persone cominciarono a parlarsi in maniera concitata e molti si alzarono dai tavolini.
Tutti quelli che stavano passeggiando serenamente, presero a camminare spediti ed a dileguarsi.
Non comprendemmo il perché, però, istintivamente ci alzammo anche noi e guadagnammo, subito, una stradina laterale che conduceva al nostro albergo.
Facemmo appena in tempo.
Arrivarono, infatti, in gran numero, con le loro divise verdi ed il simbolo della Terra con un albero incastonato in essa.
Alcuni applaudirono ed inneggiarono ai Guardiani della Natura.
La Polizia Ambientale stavano compiendo un prelevamento.
Non era un rastrellamento, perché la gente che fuggiva via non veniva bloccata dagli Econazisti.
Stavano cercando qualcuno in particolare.
Sentimmo le sirene.
Degli spari.
Percepimmo, pressappoco, la zona dove stava agendo la PolVerde e si stava svolgendo lo scontro.
Poi ci fu il silenzio.
Io e Valeria ricordammo, in quel momento, dopo che per qualche ora l’avevamo dimenticato; il motivo per il quale ci eravamo allontanati dall’Umanità.
Tornammo, fortunatamente, in camera
A luci spente guardammo le strade.
La gente fuggiva impaurita.
Il mondo che, per qualche momento, ci era sembrato bello e normale, era nuovamente, in un attimo, ripiombato nel buio della sua cieca follia.
Passai quella notte, armi in pugno, alla finestra.
Si sentirono, ancora, rumori, spari e sirene; di tanto in tanto.
Il mattino seguente tutto sembrava tornato normale.
Chiesi al personale dell’albergo, tra un po’ di inglese ed italiano, cosa fosse successo la notte prima.
Ricevetti delle informazioni che mi rallegrarono e raggelarono al tempo stesso.
Venimmo a sapere, infatti, che lì a Sopron, c’era un Campo di Rieducazione.
Che erano stati presi dei turisti, solo, qualche giorno prima.
Gente strana che era stata subito messa sotto osservazione non appena entrata in città.
Nelle perquisizioni, poi, erano state trovate delle armi.
I fermati, quindi, erano stati arrestati e condotti al Campo.
Da quel momento, la Polizia Ambientale, ritenendo che il gruppo fosse venuto in città per incontrare altri elementi, destabilizzanti, loro sodali; aveva dato inizio a dei prelevamenti mirati.
Gente del posto con il PIR elevato e che era, già, attenzionata, da tempo, dalle autorità.
Insomma era cominciata la solita “Caccia alle Streghe”.
Il personale dell’albergo era, però, sorpreso dalla anomala e solerte velocità con la quale erano stati puntati e prelevati dei turisti.

l’autore

Giuseppe Borrelli nasce a Caserta il 14/12/1973.
Vive e risiede a Calvi Risorta, piccolo centro della provincia di Caserta, ai piedi del Monte Maggiore. Ha intrapreso gli studi classici ed umanistici, diplomandosi al Liceo Classico “A.Nifo”. Laureato in Giurisprudenza alla Seconda Università degli Studi di Napoli, Avvocato ed ex giornalista pubblicista.
Ha iniziato a svolgere la attività di pubblicista come inserzionista per riviste quali “ Presenza Missionaria” e testate di cronaca locale come “Sting”. Ha collaborato con il quotidiano “ Il Mattino” e con alcune emittenti televisive campane.
Studioso ed appassionato di Fisica e Scienze Astronomiche. Autore, principalmente, del genere Fantasy e Fantascienza, ha sviluppato anche narrazioni a carattere Storico, Thriller e racconti Horror. Tra le sue pubblicazioni: “Il Volto della Bestia”, “Gamurra”, “L’Androzoide”, “I Guardiani di Rameno”, “Il Luparo” La Favola del Sempregiorno” e “The Globster. Il Demone del Corallo”.

Cercai un punto.
Sopra le nostre teste.
Qualcosa che non produceva alcun rumore.
Qualcosa che non era possibile vedere in quanto distorceva la luce.
Un punto, leggermente opaco, nel cielo azzurro.
Lo trovai!!
Feci fuoco.
Il suono metallico dei proiettili sulla corazza metallica provocarono scintille ed un suono stridente.
L’Aviocoptero era corazzato, ma lo erano anche i miei colpi che, difatti, danneggiarono il velivolo.
Fu il segnale che i cecchini, tra gli alberi, stavano attendendo.
Cadde una pioggia di colpi.
Le postazioni nemiche, nascoste nella boscaglia, al pari della sola postazione costituita da me e da Valeria, non potevano scontrarsi, in quanto nessuna conosceva la posizione dell’altra.
Entrambi i gruppi di cecchini, allora, facemmo fuoco su coloro i quali erano allo scoperto.
Le persone caddero giù come birilli!
Era un inferno di fischi, urla e boati.
Chi riuscì a reagire, prontamente, si buttò a terra o fece in tempo a fuggire dietro agli alberi.
Ma non tutti risposero con prontezza ad una situazione inaspettata.
Il giovane con le lunghe trecce che stava parlando con Caroline estrasse una pistola e puntò la dottoressa.
La Ramier non poteva essere, parimenti, veloce ad estrarre un fucile da sotto il giacchino.
Feci fuoco io e buttai giù il capellone.
Valeria fece fuoco insieme a me.
Anche noi, in quel momento, eravamo, a tutti gli effetti, dei cecchini nascosti.
I cinque caddero giù.
Così come alcuni dei nostri.
Caroline riuscì a nascondersi dietro gli alberi.
Dopo un primo scambio, terrificante, di colpi, le armi tacquero.
In campo aperto, ora, vi erano solo cadaveri.
Cinque loro e circa nove dei nostri.
Non c’era altro bersaglio da colpire, e sparare a vuoto avrebbe reso individuabile la propria posizione.
L’eco degli spari riempiva, ancora, l’aria.
Ma presto calò il silenzio dei boschi.
Un silenzio di morte.
Due gruppi attendevano, silenti, di poter scorgere una sagoma da colpire.
C’era una sola cosa da fare per rompere quello stallo: Ripiegare.
Tornare indietro.
Lo facemmo tutti, istintivamente e simultaneamente.
Forse lo fecero anche loro.
Importante era restare nascosti, e non spostarsi allo scoperto.
Io e Valeria ci ritraemmo nel bosco.
Dopo qualche metro di cammino accovacciati, ci unimmo agli altri.
Qualcuno salì in direzione del Passo di Vizze.
Io fermai Valeria ed attesi di vedere la Ramier.
La vedemmo.
Era insieme ad altri.
Stavano risalendo anche loro.
Ma non tornavano indietro; camminavano curvi dietro gli alberi, verso destra.
Li seguimmo.
L’Aviocoptero era stato danneggiato, però poteva essere ancora attivo, e poteva essere un drone militare armato.
Fortuna che il bosco era fitto e gli alberi non ci rendevano individuabili o, facilmente colpibili dall’alto, anche con i visori a ricerca calorica.
Dopo una mezz’ora ci fermammo in un punto ben nascosto tra alberi e massi.
Un arrocco ben coperto anche dall’alto.
Puntammo i fucili in tutte le direzioni.
Non scorgemmo nulla.
Prendemmo a parlottare sottovoce.
Ci domandammo con chi ci fossimo scontrati, se EcoNazi o Mangiateste.
La Ramier disse che quello davanti a lei, prima di estrarre la pistola, aveva pronunciato il “ Libera Mater de Immundo Semine”.
Erano Crudeliani!
Restammo, per un attimo, freddi!
Ci guardammo intorno tutti, ansimando e puntando le nostre armi.
Non c’era nessuno.
La dottoressa chiese chi fossero coloro i quali si erano accorti del tranello ed avevano sparato sull’Aviocoptero.
Quando la Ramier seppe che eravamo stati io e Valeria, ci ringraziò per aver salvato la vita a tutti.
Tutti tranne quelli che erano caduti.
Verificammo se ci fossero feriti tra di noi.
Dopo di che elencammo i nomi di chi era rimasto vittima dell’agguato.
Ci chiedemmo cosa fare per coloro che erano tornati indietro, fuggendo verso il Passo di Vizze.
Realizzammo che tornare indietro, a riprenderli, sarebbe stato un suicidio.
Ognuno aveva, ormai, preso la sua strada.
Qualcuno, che conosceva il nome e la storia delle vittime, spese una parola di cordoglio.
Stemmo in un silenzio rabbioso e frustrato.
Dario Bove, un ingegnere elettronico veronese, che si era preso la colpa dell’investimento di un cervo fatto da sua figlia ed era dovuto fuggire per evitare la punizione della Polverde; colui il quale, a tutti gli effetti, sembrava il braccio destro di Caroline, domandò come facessero, i Mangiateste, ad avere un Aviocoptero invisibile.
Gli risposi che quei maledetti avevano, senza una apparente e plausibile spiegazione, le armi militari più progredite, e che, forse, erano “ammanigliati” con la Polizia Ambientale.
La dottoressa era afflitta ed avvilita, si sentiva responsabile per un incontro imprevisto che era costato la vita a nove di noi.
Oltre alla separazione con altri, ancora, del gruppo.
Le dissi di non rimproverarsi più di tanto, perché quelli erano Crudeliani, ed era già tanto se eravamo ancora in vita.
I Mangiateste, infatti, sono perennemente a caccia di fattori inquinanti umani.
Essi nascondono la loro natura ed intenzioni, si camuffano, simulano altre personalità ed arrivano anche a rinnegare il loro credo e modo di vivere; il tutto al solo fine di poter compiere la loro missione fanatica.
Non è facile accorgersi di loro; almeno fino a quando, essi, non si mostrano.
La nostra guida si domandava in quale mondo e quale umanità stessimo vivendo e generando; al punto di essere costretti a dover sparare al solo incontro con un proprio simile.
Ormai incontrare altri esseri umani era divenuto, a tutti gli effetti, pericoloso.
La Ramier, visibilmente provata disse che, ormai, l’ultima Umanità eravamo solo noi.
Per me, invece, c’eravamo solo io e Valeria; gli altri erano da verificare.
Quella notte non accendemmo il fuoco.
Non ce la sentimmo nemmeno di dormire molto.
La mattina dopo, però, accendemmo dei fuochi per il caffè ed altre bevande calde.
Non era sicuro tornare sul percorso tracciato dalla dottoressa.
Dovevamo trovare qualche strada alternativa.
Difatti Caroline stava studiando la sua cartina e segnava dei punti su di essa.
Il percorso della dottoressa era studiato anche per fare tappa, di tanto in tanto, in piccoli centri.
Al fine di fare rifornimenti di tutto quanto necessitasse, per lavarci, lavare gli indumenti ed altre necessità.
Ora, invece, eravamo, dannatamente, fuori direzione.
Eravamo saliti in quota e ci eravamo mossi verso est.
Caroline Ramier decise.
Avremmo optato per un altro tragitto, per poi ricongiungerci sulla direttrice del percorso originale.
Per la dottoressa dovevamo scendere verso i Carpazi e la pianura ungherese.
Ci muovemmo.
Camminammo per tre giorni nella direzione indicata da lei.
Dopo di che avemmo necessità di lavarci.
Trovammo un piccolo paesino tra le montagne.
Poco più di una quindicina di case.
Però c’era un albergo per gli appassionati di sci che in inverno visitavano quella zona.
Era l’ideale per noi.
Nascondemmo le armi nelle borse.
Ci presentammo come i membri di una associazione di trekking.
Caroline Ramier aveva preparato tutto alla perfezione.
L’associazione era stata fondata e registrata col nome di un tizio canadese, credo un amico della dottoressa.
Così come, probabilmente, tutti i membri registrati della associazione fossero ex assistiti della Ramier.
Chissà quale era la storia della dottoressa?
Tra di noi nessuno chiedeva nulla, agli altri, circa il proprio passato.
Tranne i casi in cui era il diretto interessato ad aprire l’argomento, infatti, queste domande non erano permesse.
Prendemmo le camere.
In un piccolo negozietto che vendeva di tutto, acquistammo indumenti nuovi e detersivi per lavare quelli in nostro possesso.
Facemmo spesa di tutto.
La cosa singolare è che pagasse tutto la Ramier, con la carta dell’associazione; albergo e spesa comprese.
Nove giorni prima, la dottoressa, in Italia, aveva pagato con un’altra carta intestata ad una tizio greco.
Quella donna aveva organizzato la sua fuga dall’Umanità, strutturandola fin nei più piccoli particolari.
Non sapevo cosa pensare.
Era un piano architettato da anni per scomparire dal mondo? O era un segnale per chi ci stava seguendo?
Non ero sicuro di niente, cercavo solo di stare con gli occhi aperti.
Ripartimmo due mattine dopo.
Non prendemmo la strada principale che conduceva ad altri centri.
Ci addentrammo nuovamente nei sentieri tra le montagne austriache.
Mi sembrava che l’Austria fosse tutta una montagna.
Anche se dopo due giorni non ero più sicuro se ci trovassimo ancora in Austria o in Ungheria.
Sta di fatto che l’ansia della dottoressa di non mettere più in pericolo il gruppo e di portarci lontano da potenziali pericoli, ci conduceva in luoghi sperduti.
Quattro giorni dopo l’ultimo incontro con la civiltà, raggiungemmo un paesino a circa 1300 metri di quota.
Non saprei dire in quale nazione ci trovassimo.
Si chiamava Grunes Feld.
Poche case ed una sola struttura recettiva.
C’era solo una baita di montagna con il ristorante e tre camere.
Dovemmo fare a turno per la pulizia del corpo e degli indumenti.
Però quel posto non mi piaceva.
C’erano troppi giovani.
Un paesino di appena una ventina di case, in quota, sulle Alpi; doveva essere popolato, principalmente, da anziani.
Invece, lì, la cittadinanza era composta, quasi completamente, da giovani.
Dissi alla dottoressa di andarcene il prima possibile.
Valeria stava per confermare le mie preoccupazioni, in modo tale da lasciare intendere che, un tempo, lei era stata…
La fermai subito.
La mattina seguente ci organizzammo per la partenza…Ma in paese non c’era più nessuno!
Nessuno!!
Era, tutto, solo case e silenzio.
Solo grilli e strade vuote.
Una scena inspiegabilmente terrificante.
Una sensazione che, se non è mai stata vissuta prima, risulta, veramente, difficile da concepire ed interpretare.
Ci sentimmo, in quel momento, come dei violatori e profanatori di quel luogo di remota ed intima solitudine.
Ci chiedemmo di tutto e facemmo mille ipotesi.
Per me, invece, non c’erano dubbi
Alla reception chiamammo e cercammo i proprietari della struttura.
Non trovammo nessuno.
Uscimmo in strada con circospezione.
Non riuscivamo, nemmeno, a parlare tra di noi.
Temendo, quasi, di violare il silenzio di quel luogo.
Sembrava che il nostro stesso respiro fosse un boato sacrilego, in quella landa di silenzio.
La popolazione era, completamente scomparsa.
Dovevamo squagliare, e di fretta.
Ebbi la sensazione di aver visto giusto.
Non ci avevano, nemmeno, permesso di pagare.
Non dovevano esserci tracce del nostro passaggio, in quel luogo.
E temevo che non dovevano rimanere, nemmeno, tracce di noi.
Ora ne ero certo.
Eravamo finiti in una base degli Androguerrieri!
Erano gli Antropartigiani!
Erano le Brigate Umane!!
E ci avevano presi tutti per Mangiateste.
Eravamo in trappola.
Si sarebbero fatti qualche domanda solo dopo averci seppellito: Forse!
Caroline non concordò con la mia tesi e disse di andarcene senza tirare fuori le armi.
Un gruppo come il nostro, secondo lei, aveva spaventato gli autoctoni, i quali si erano nascosti, temendo un nostro raid.
Se la popolazione locale, in quel momento, ci stava osservando, non dovevamo farli allarmare ancor di più.
Ce ne andammo come una normale comitiva di trekkers.
Io, però, non mollai la presa sul mio fucile.
Certe volte, a mio avviso, la dottoressa e tutti questi “Hippies” del gruppo, avrebbero dovuto darmi retta.
Se gli Androguerrieri si erano nascosti, non era, certo, per paura.
Era, solo, per farci la pelle.
Ci stavano aspettando da qualche parte.
Dovevamo solo prendere la strada più impervia e meno percorribile, e, così, forse, li avremmo evitati.
Ma niente.
Questi non avevano, ancora, capito con chi avevano a che fare.
Presero a camminare sul sentiero sterrato verso le montagne, come tanti figli dei fiori…
Sembrava che avessero una scritta “ spara qui!” addosso.
Io e Valeria ci tenemmo, un po’, a distanza.
Le chiesi quali fossero le intenzioni dei suoi ex commilitoni.
Lei mi rispose grave e sicura: “ Vogliono farci allontanare dal paese…Poi….”.
Le domandai come si potesse essere talmente, stolidamente, sicuri da poter condannare le persone a morte, solo, sulla base di un semplice sospetto?
“ Lo sai perché si diventa un membro delle Brigate Umane, Lupo?” rispose lei: “Avviene quando hai perso qualcuno, che ti era caro, in un Campo di Rieducazione degli Econazisti o mangiato dai cannibali ambientali.
Da quel momento in poi, ciò che ti fa agire e pensare è, solamente, l’odio.
Puro e semplice desiderio di vendetta.
All’inizio liberi le persone dai Mangiateste o aiuti a fuggire la gente, prima di un rastrellamento della PolVerde.
Poi, però, finisci per renderti conto che il tuo odio e le tue azioni non sono tanto diversi da quelli dei Crudeliani…”.
Convenni con quanto diceva Valeria.
Però c’era, comunque, qualcosa che non mi tornava.
Perché mai, nel dubbio, non lasciare che andassimo via senza sospettare nulla, per poi seguirci e verificare chi fossimo in realtà?
Perché mettere in atto la messa in scena del paese svuotato, correndo il rischio di farci preparare allo scontro imminente?
Non sarebbe stato più logico farci andare via tra sorrisi e saluti, per poi colpirci a tradimento?
O magari vedere se ce ne andavamo via per la nostra strada senza problemi?
Come facevano questi Antropartigiani a non avere il benchè minimo dubbio che fossimo, realmente, una comitiva di trekkers?
I conti non mi tornavano.
Mi fermai di botto e presi ad urlare, chiamando Caroline.
Il gruppo si fermò e si girò.
Dissi alla dottoressa per quale motivo non avesse la minima perplessità circa quello che era successo, poco prima, in paese.
Le domandai come riuscisse a camminare tranquilla andando, probabilmente, incontro ad un’imboscata?
Le chiesi come facesse a non concepire nemmeno l’idea che tutto quanto stava accadendo fosse, a tutti gli effetti, l’esecuzione di una condanna che era stata, già, pronunciata su tutti noi?
Le domandai, ancora, come facesse a non guardare le sue mappe geografiche ed a cercare un modo di evitare zone e radure aperte o gole strette tra le montagne; luoghi, questi, dove saremmo stati dei facili bersagli.
Dario Bove mi disse che stavo esagerando e che stavo, solo, spaventando il gruppo.
Non lo risposi nemmeno.
Continuai a parlare con la Ramier; le ricordai la sparatoria contro i Crudeliani.
Dissi che se volevamo arrivare in Siberia e vivere in pace, dovevamo evitare gli altri esseri umani, perchè questo, oramai, era un mondo in guerra.
Non guerre tra le nazioni, ma guerre tra gli uomini.
Le guerre di prima, infatti, avevano dei ruoli definiti; costituiti e caratterizzati da uniformi, bandiere, aree geografiche e conformazioni fisiche specifiche.
Tutto questo, quindi, distingueva i contendenti e li rendeva, reciprocamente, identificabili.
La guerra globale no.
Ognuno poteva essere il tuo nemico.
Il tuo amico poteva diventare il tuo aguzzino.
Un tuo familiare, il tuo traditore.
Era una guerra, puramente, ideologica che avvinghiava l’intera razza umana, in ogni luogo del pianeta.
Parlamentare era inutile, con nessuna delle parti.
Ognuna di esse pensava di detenere una verità assoluta.
Si poteva solo combattere o fuggire via.
La dottoressa mi ascoltò.
Prese le sue carte e cominciò a spulciarle.
Dopo poco disse che il nostro attuale percorso ci avrebbe condotti in un paesino abbandonato.
Le dissi che, molto probabilmente, era lì che ci stavano aspettando.
“ Parleremo con loro, Lupo” disse la Ramier: “ Siamo solo persone che hanno violato le Leggi Ambientali e che devono transitare di qui per evitare i Campi di Rieducazione.
Ci capiranno.
Non abbiamo fatto nulla contro di loro”.
Cercai di spiegare alla dottoressa che era inutile tentare di ragionare con chi ci stava per tendere un agguato.
Valeria cercò di convincere Caroline circa il fatto che le Brigate Umane non avrebbero sentito ragioni di sorta.
Che avevano, probabilmente, provveduto, già, a compiere un processo contro di noi, a nostra insaputa, e che tale processo si era concluso con la nostra condanna.
Ora tale condanna sarebbe stata eseguita!
Valeria mostrò di conoscere informazioni di cui pochi erano al corrente, circa gli Androguerrieri.
A mio avviso non doveva divulgare certe cose, perché così avrebbe potuto attirare, su di noi, sospetto degli altri.
Caroline e il gruppo, però, non parvero dare molto credito a quanto aveva appena esposto Valeria.
La dottoressa disse che, a prescindere da chi o cosa fossero le persone che ci stavano aspettando, ove mai ci stessero aspettando; comunque nessuno di noi era obbligato a fare alcunché.
Ognuno poteva prendere la decisione e la direzione che voleva…in ogni momento.
Si avviarono tutti dietro la Ramier.
Mi sembravano delle pecore che andavano, convinte e speranzose, verso il macello.
Non sapevo come poter convincere quella gente a desistere.
Valeria mi guardò avvilita per non essere riuscita a far cambiare idea al gruppo.
Per me, però, alla fine dei conti, importava ben poco di quello che volevano fare gli altri.
Volevano andare a fare una visitina alla tana del lupo?
Beh! Contenti loro!
Valeria mi fece riflettere, però, sul fatto che solo la Ramier conoscesse il percorso per la nostra meta in Siberia.
Senza di lei e le sue carte non potevamo affrontare, da soli, un viaggio tanto lungo e rischioso.
Saremmo finiti in mano alla PolVerde. O peggio.
Imprecai.
Però sapevo che la mia amica aveva ragione.
Decidemmo, allora, di seguire il gruppo ed il suo infausto destino.
Pensammo, però, di non rimanere su quella strada a fare i bersagli mobili.
Risalimmo, quindi, un fronte di una delle colline che delimitavano la valle che ospitava il sentiero principale percorso dal gruppo.
Delle volte nei comportamenti stolidi ed insensati dei miei compagni di viaggio vedevo il fanatismo dei peggiori membri della Polizia Ambientale.
Ritenere che il proprio modo di vedere le cose sia una verità assoluta, è fondamentalismo.
E’ integralismo.
Ed era proprio questa, la causa di tutti i mali di quest’epoca.
L’idolatria assoluta delle proprie idee, ritenute l’unica e sola verità.
Anche il principio più bello, pulito e positivo di questo mondo, infatti, senza la comprensione delle ragioni degli altri e senza il dubbio; diventa totalitarismo.
Invece chiunque, a questo mondo, pensava di vivere e di pensare nel modo giusto e legittimo.
Ritenendo, al contempo, gli altri e chiunque la pensasse in maniera differente, come degli elementi dannosi e destabilizzanti per una sorta di equilibrio globale che, a loro ritenere, si era, faticosamente, raggiunto.

l’autore

Giuseppe Borrelli nasce a Caserta il 14/12/1973.
Vive e risiede a Calvi Risorta, piccolo centro della provincia di Caserta, ai piedi del Monte Maggiore. Ha intrapreso gli studi classici ed umanistici, diplomandosi al Liceo Classico “A.Nifo”. Laureato in Giurisprudenza alla Seconda Università degli Studi di Napoli, Avvocato ed ex giornalista pubblicista.
Ha iniziato a svolgere la attività di pubblicista come inserzionista per riviste quali “ Presenza Missionaria” e testate di cronaca locale come “Sting”. Ha collaborato con il quotidiano “ Il Mattino” e con alcune emittenti televisive campane.
Studioso ed appassionato di Fisica e Scienze Astronomiche. Autore, principalmente, del genere Fantasy e Fantascienza, ha sviluppato anche narrazioni a carattere Storico, Thriller e racconti Horror. Tra le sue pubblicazioni: “Il Volto della Bestia”, “Gamurra”, “L’Androzoide”, “I Guardiani di Rameno”, “Il Luparo” La Favola del Sempregiorno” e “The Globster. Il Demone del Corallo”.