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“Siamo Culture – Ponte tra Oriente e Occidente”, progetto dell’assessorato alla Città della Cultura e della Solidarietà di Corigliano-Rossano guidato da Donatella Novellis realizzato in collaborazione con Officine delle Idee, continua a celebrare i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri.

Dopo “Amando Dante” che ha visto la partecipazione dei cittadini nel realizzare un video dedicato a Dante Alighieri (filmato attualmente in fase di montaggio e che verrà proiettato in una serata estiva), venerdì 4 giugno, dalle ore 16.30 nella Sala degli Specchi del Castello Ducale di Corigliano-Rossano, si terrà la lectio magistralis “Dante a Corigliano-Rossano. Testimonianza di un filosofo francese” tenuta dal professor Bruno Pinchard, presidente della Société Dantesque de France.

Prima della lectio magistralis interverranno l’assessore alla Città della Cultura e della Solidarietà Donatella Novellis e il dott. Vincenzo Piro dell’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne

Per partecipare in presenza è obbligatoria la prenotazione al numero 0983 81635 e il rispetto delle normative anti Covid per gli eventi pubblici. Data la limitata disponibilità di posti, l’evento sarà visibile anche online sulle pagine Facebook di Siamo Culture e del Comune di Corigliano-Rossano oltre che sul canale Youtube di Siamo Culture.

«Sono molto orgogliosa che il progetto “Siamo Culture” possa ospitare il professor Pinchard – dice l’assessore Novellis – con lui racconteremo come il pensiero dantesco ha toccato le nostre latitudini. Abbiamo la possibilità di ascoltare le lectio magistralis di un raffinato studioso del pensiero e delle opere di Dante Alighieri che continuiamo a celebrare in questo anno che il mondo ha deciso di dedicargli».

“E se c’è amore in questa vita, non c’è ostacolo che non può essere abbattuto”

4 maggio 2021

1 anno di noi

A te che hai sempre creduto in me dal primo giorno che mi hai incontrata…
A te che ogni giorno riesci a rendermi la ragazza più felice del mondo…
A te che amo da un anno e lo farò per il resto della mia vita…

Una volta una persona mi ha detto di lottare per raggiungere i miei sogni e io ho sempre detto che non potevo farcela, non ero in grado, come non sono stata in grado in 18 anni di affrontare realmente le mie paure; la stessa persona mi ha detto che le paure sono per i forti e che se non si ha paura non si va da nessuna parte. Dopo tante riflessioni un giorno mi sono chiesta che cosa bisogna fare in questo mondo per essere veramente felici, poi mi sono guardata intorno e ho capito che la felicità non esiste o se esiste, quanto dura? O meglio quanto la facciamo durare noi?

Qualcuno dice che la felicità non esiste, che la felicità sono i soldi, che la felicità è solo dei bambini, ma nessuno si è mai realmente chiesto perché; forse perché siamo noi stessi a negarcela, siamo noi stessi  a mandarla via. Io credo che la mia felicità è in tutte quelle cose che non noto: la mia felicità è mia madre che nonostante tutto è riuscita ad andare avanti; la mia felicità è mio padre che nonostante non sia presente ha sempre un pensiero per me; la mia felicità è mia sorella con i miei nipoti che amano tanto zia Anna e la cercano sempre; la mia felicità sei tu che mi hai accettata per quella che sono.

Un giorno ti ho detto che volevo scrivere un libro e tu hai creduto in me; un giorno ho aperto una pagina instagram di poesie e tu non hai riso per le sciocchezze che ho scritto; un giorno ti ho scritto una lettera su come avrei raccontato ai nostri figli come ci eravamo conosciuti. Un giorno ho preso il computer è mettendo tutte queste idee assieme ho capito cosa dovevo fare, ho capito che era arrivato il momento di posare i libri sulle mensole e scriverne uno mio. Un giorno voglio solo che i miei figli o addirittura i miei nipoti aprano questo libro  è leggeranno la storia d’amore più bella degli ultimi 50 anni, almeno per me.

Aprile 2020

Mentre la vita passava lenta e il mondo si era fermato a causa del Covid-19, stavo per cambiare la mia vita in meglio senza saperlo. Avevo 17 anni e mi sembrava di avere il mondo contro, mi sembrava che tutto succedesse a me senza un motivo e  in più ci fu la pandemia a bloccarmi. Il mio sogno più grande era quello di scrivere un libro anche se non ero molto convinta di farcela, non credevo in me. Era all’inizio di aprile quando mentre ero su instagram mi salta all’occhio un ragazzo, si chiamava Livio e mi sembrava affascinante quindi decisi di contattarlo senza pensarci due volte.

Non so se avete mai sentito la frase “quando stai bene con una persona il tempo vola”, era la cosa che ripetevo ogni volta che finivamo di parlare al telefono, ed è proprio vero che quando stai bene con una persona il tempo vola, forse te ne innamori anche di questa persona, ti innamori di tutti i piccoli particolari, così piccoli che neanche te ne rendi conto o fai finta che sia solo un illusioni della tua mente. Ma poi un giorno ti accorgi che queste illusioni sono reali e che non riesci a vivere senza la presenza di lui nella tua vita, e te ne accorgi di notte quando decidi di rivelare i tuoi sentimenti, perché è vero, dopo la mezzanotte tutti diventano più confidenziali.

30 Aprile 2020

“Sai a volte mi sembra di vivere in una favola, la favola che stai costruendo appositamente per me, solo per me. Sto capendo tante cose nell’ultimo periodo. Ora so che se mi sveglio la mattina c’è qualcuno che davvero è interessato a sapere come sto e non me lo chiede solo per gentilezza , qualcuno che mi fa sorridere sempre anche quando di sorridere non è ho voglia. Come già detto in passato io quando devo dire una cosa non aspetto ricorrenze, perché la devo dire e basta. Come le tante frasi già fatte da internet ti dico che sei stato un arcobaleno dopo la pioggia, si banalissima come frase ma a volte è veramente significativa perché per tanto ha piovuto nella mia vita è nessuno di passaggio che mi prestasse un ombrello e oggi ci sei tu, che oltre a porgermi l’ombrello ci rimani anche con me. Sono un sacco di esempi lo so, probabilmente domani rileggendo ciò mi sento stupida per quel che sto scrivendo ma l’importante che in un modo te lo dimostro. Non riesco a togliermi quel maledetto sorriso dalla faccia quando sto con te, e anche sta sera che ero molto pensierosa sei riuscito a farmi dimenticare tutto, amo quel momento che si crea tra di noi, ma odio tutti gli abbracci che non ti posso dare. Ogni tanto ho paura che questa favola abbia una svolta, qualcosa di cattivo, come Gaston che vuole uccidere la bestia o l’uomo nero che impedisce l’amore tra il principe e Tiana, ma come in quelle favole, che tu gentilmente ti vedi tutte le sere con me, so che al tuo fianco si può sconfiggere tutto il male che ci può distruggere. Non desideravo altro dalla vita, qualcuno che ha dato una svolta e spero per sempre. Scusa per tutti i complimenti che non accetto ma delle volte non mi sento neanche abbastanza per te, e so, almeno spero, che non è così. Grazie per avermi reso la ragazza più felice del mondo.
Buonanotte”

4 maggio 2020

Quello che doveva essere un semplice lunedì, in una settimana si trasformò nel giorno più bello degli ultimi due mesi. Finalmente potevamo uscire e finalmente potevo rivedere le mie amiche e i miei nipoti, ed anche se era maggio e la fine della scuola era vicina insieme alle 1000 verifiche da fare, quel giorno la scuola era uno dei miei ultimi pensieri, mi dovevo solo preparare per bene e uscire di casa come se fosse la prima volta nella mia vita. Proprio mente mi stavo preparando arriva quella telefonata inaspettata, quella telefonata che probabilmente è durata due secondi, il tempo di realizzare se ero sveglia. Di fretta e furia misi le scarpe e la mascherina, ero così tremendamente felice che non aspettai neanche l’ascensore e feci le scale di corsa e solo quando arrivai giù capii che non stavo sognando. Lo vidi fermo lì, con gli occhi lucidi e pieni di speranza, come se in quel momento fossi la cosa più importante della sua vita così corsi verso di lui e lo abbracciai come non ho mai fatto con nessuno in vita mia, e non mi interessava se c’era il covid o se mia mamma mi avrebbe sgridata perché non dovevo abbracciarlo, lui era lì e dopo un mese di videochiamate l’unica cosa che desideravo era perdermi in un suo abbraccio. Inutile negarlo da un abbraccio poi c’è stato un bacio, forse anche due, ma forse ne erano molti di più. Ed è così che il 4 maggio del 2020, in quei 5 secondi di abbraccio, ho conosciuto la mia felicità.

“C’è il momento in cui guardi una persona e capisci di aver trovato il tuo posto. Non è questione di chimica, non è istinto: è amore, è guardarsi e capire di essersi sempre cercati.”

I giorni passavano velocemente e io mi contavo ogni singolo minuto ogni volta che lui mi diceva che stava venendo da me. Iniziavo alle 15.00, “A che  ora hai il treno? Sei arrivato alla stazione?” nonostante sapessi che il treno passava alle 15.30, ma l’ansia predominava i miei pensieri, e se da un lato ero impegnata a fargli domande continue, dall’altro lato mi chiedevo se ancora gli piacevo, se quei 20 minuti di treno gli avessero fatto cambiare idea su di me. Mi ricordo che la prima volta che ci siamo visti, avevo un’ansia assurda, avevo quasi vergogna e avevo paura che mi diceva che in realtà mi riteneva solo un’amica, poi mi ha baciato prima con la mente poi con gli occhi ed in fine con la bocca ed è stata la sensazione più bella della mia vita, credo una sensazione nuova, mai provata prima o se mai l’ho provata, l’ho dimenticata del tutto.

Era il 15 maggio del 2020 quando la prima volta è venuto a casa mia, mi portò una rosa e aiuto me e la mia amica in una sorpresa per un compleanno. Conobbe mia mamma, mia sorella e mia nonna e in più ci rimise anche con una bella figuraccia con mia mamma, che in realtà si rivelò una svolta: in solo 1 ora era entrato nelle grazie della mia famiglia. Rendeva felice me ed automaticamente rendeva felice la mia famiglia. Ricordo che quel mese di maggio, nonostante avesse la maturità veniva un giorno si e uno no, ansi a volte veniva anche due giorni consecutivi solo per vedermi, solo perché stare con me era una delle sue priorità maggiori, solo perché quando stavamo insieme tutto il mondo che era intorno a noi scompariva e restavamo soli anche quando eravamo in mezzo alla gente. Le favole non esistono ma con lui ogni giorno per me era una favola nonostante le complicazioni e come in ogni favola c’è quell’avvenimento che sconvolge tutta la storia e noi proprio alla fine di quel lungo maggio abbiamo stravolto questa storia rendendola ancora più passionale.

“Forse un giorno saremo due persone che s’incontrano di nuovo per la prima volta”

Certe cose non vanno dimenticate, non vi scandalizzate se mi ricordo la data, mi ricordo sempre tutto.

L’estate è alle porte, la scuola è finita e anche la sua maturità ormai era andata, avevamo festeggiato 1 mese e lui mi portò un dolcino,per festeggiare, mentre io gli diedi la prima di una lunga serie di lettere. Sono sempre stata un inguaribile romantica, mi piaceva scrivergli le lettere cartacee e dargliele di persona, forse un po’ all’antica ma sicuramente la cosa più romantica che esista.

4 Giugno 2020

“Amore mio,
già siamo arrivati ad un mese di noi. Sembra ieri che ti ho conosciuto ed ora guarda un po’. Ti sto scrivendo questa lettera per vari motivi: Il primo è che Ti Amo, il secondo è per ringraziarti, il terzo (banale), è che preferisco scrivere le cose a mano rispetto un semplice messaggio . Se un mese fa non facevi questo grande passo di venire da me sconfiggendo un nemico che è più forte di noi, ora probabilmente ancora dovevamo vederci. L’altro giorno me l’hai detto stesso tu che tutto ciò è destino, il nostro destino, e anche se mi chiedo spesso se stiamo correndo troppo poi cambio idea perché con te vale la pena tutto. Hai accettato il mio passato come se fosse il tuo. Ricordati che io mollo facilmente ma stanne sicuro che se in questo periodo se non c’eri tu sarei crollata da un bel po’ di tempo. Abbiamo discusso molto del nostro passato con la paura di non accettarsi a vicenda, ma io ‘ci sbatto la testa al muro pur di migliorarti la vita’, come tu fai con me tutti i giorni e spero per il resto della mia vita. Come cerchi sempre di farmi stare bene, io cerco di evitare le cose negative, perché quando sto con te nulla mi può sembrare negativo. Chissà se ci siamo incontrati proprio per salvarci la vita a vicenda, perché tutte le volte che potevamo mollare non l’abbiamo fatto  e siamo arrivati a noi. Come è volato questo mese eh? Ma soprattutto quante ne abbiamo già passate, e questo è solo l’inizio vero? Perché io già ti immagino per il resto della mia vita, accanto a me. Tu per me già sei l’uomo della mia vita, quello che un giorno sarà il padre dei miei figli. Si ti devo ringraziare per molte cose che hai fatto, ma la più importante è stata rendermi la ragazza più felice del mondo. Grazie perché mi stai insegnando a lottare anche quando si perde. Grazie perché hai riempito quei vuoti incolmabili lasciati da chi nella mia vita era stato solo di passaggio. Ora che mi ritrovo a piangere qui , non so se la mia vita vuole il mio male come pensavo prima, ansi ora credo che la vita mi stia sorridendo dicendomi che c’è l’ho fatta, ma tutto questo solo grazie a te . Sarò al tuo fianco, oggi, domani e per il resto della mia vita. Lo so che non è un periodo facile ma ricordati che io “ero un tuo volere non un tuo scopo”.
La tua piccola”

I mesi passavano e noi eravamo diventati una cosa sola. A due mesi mi ha regalato il carillon della Bella e la bestia ed io gli ho dato un piccolo bracciale rosso che simboleggiava “il filo rosso del destino”, quella leggenda che narra che nel mondo noi siamo legati alla nostra anima gemella tramite un filo rosso. Credo che lui sia proprio il mio filo rosso, la mia anima gemella, colui che mi ha salvato da un mondo crudele che mi aveva fatto perdere tutte le speranze. Immaginavo il futuro con lui tutti i giorni e non vedevo l’ora che arrivasse il momento giusto per avverare questo mio grande sogno. Lui iniziò a lavorare e si prese la patente; iniziammo a vederci sempre di più e finalmente io stavo realizzando il sogno di avere una relazione perfetta, ma non vi credete che sempre tutto va per il verso giusto, ansi delle volte va tutto male ma credetemi che insieme abbiamo superato tanto. La relazione perfetta non esiste per nessuno, tantomeno per noi, siamo noi a volerla rendere speciale, perfetta a modo nostro. Mi diceva sempre che non dovevo progettare il futuro perché portava male e io invece ogni giorno facevo delle ipotesi assurde sul nostro futuro: dove abiteremo, quanti figli faremo e come li chiameremo, avevamo deciso per Marco ed Emanuela, chissà se ora è stata realmente presa questa decisione. Ero così decisa a passare il mio futuro con lui che un giorno gli ho anche scritto una lettera particolare. Era inizio luglio e ero rimasta senza telefono per una giornata, mi mancava tremendamente e non sapevo come contattarlo, ci sentimmo solo per il buongiorno e per la buonanotte e quella notte la sua mancanza si faceva sentire tremendamente, così presi foglio e penna e …

9 Luglio 2020

“Caro amore mio,
questa giornata lontano dai social e sfortunatamente anche lontano da te mi ha fatto riflettere un po’. Tante volte ci ritroviamo a parlare del nostro futuro, di come chiamare i nostri figli, del lavoro dei nostri sogni, dei viaggi che faremmo insieme e di tante altre cose. Ogni tanto ti chiedo come racconterai la nostra storia ai nostri figli, ma io non ti ho mai detto come gliela racconterei io:

Era il 3 aprile 2020, nel bel mezzo di una pandemia “Covid-19”, erano le 3.00 di notte e non mi ricordo bene se faceva freddo, anzi credo si respirasse un aria quasi estiva, ma nonostante ciò io ero infilata sotto le coperte. La quarantena portava molta noia tanto che ogni settimana provavo a fare qualcosa: una volta un puzzle, una volta volevo suonare la pianola, una volta ho letto un libro ecc … ma proprio quella notte decisi di aprire quest’app e di scrivere ad una persona totalmente casuale. Il mio sguardo cadde su un ragazzo che come informazioni aveva solo la località ‘Napoli’, ma oltre alle foto dove non sembrava il mio tipo, aveva una foto in divisa di non so bene cosa ma ciò mi incuriosiva molto. Lo contatto e dopo un po’ di conoscenza mi sembrava antipatico, quasi quasi non volevo neanche più parlarci, ma con il passare del tempo notavo che i suoi messaggi di buongiorno mi facevano stare bene. Ricordo una data particolare, 11 aprile 2020, dove per la prima volta mi aprii mostrando le mie debolezze e mi congratulai con lui per ciò che faceva, ‘ Protezione Civile’, e si, in quel periodo papà è stato un grande eroe nonostante la sua giovane età ed il rischio che correva tutti i giorni . Il 12 aprile, nonché il giorno di pasqua tra una cosa e l’altra ci siamo dedicati la nostra prima canzone “Viceversa”e subito il giorno dopo ci siamo scambiati i numeri e parlato fino a notte fonda di cose assurde e dei problemi che ci hanno colpito durante la nostra vita, abbiamo riso e pianto insieme e nonostante la quarantena ci sentivamo vicini. Abbiamo visto film e programmato progetti scolastici , tutto tramite uno schermo. Un giorno mi ha giurato che alla fine della quarantena la prima persona che avrebbe incontrato sarei stata io, e alla domanda ‘ è un tuo scopo?’ lui mi rispose ‘è un mio volere’. Inutile girarci intorno, il 4 maggio 2020, Conte aveva annunciato l’avvio della fase due, dove potevi incontrare parenti e fidanzati. Il 4 maggio 2020 alle ore 17.27 ci siamo abbracciati come se ci conoscessimo da sempre, e questa volta non tramite uno schermo. Il 30 aprile gli avevo confessato il mio amore e il 3 maggio, all’insaputa di ciò che sarebbe successo il giorno dopo, gli ho detto per la prima volta ‘Ti amo’. Ora è tutta storia, siamo fidanzati da due mesi ma io ho già visto come sta diventando maturo, con il diploma, la patente e un lavoro, lui vedrà maturare me pian piano ma state certi che all’altare ci siamo arrivati. Non c’è distanza, ne difficoltà, ne quarantena a fermare due persone, perché ricordate sempre che se c’è amore in questa vita, non c’è ostacolo che non possa essere superato. Ecco cosa racconterò o cosa leggeranno i miei figli, quanto ti ho amato e i amerò per il resto della mia vita.

Ti amo, la tua piccola.”

E anche se mi ha sempre ripetuto che il futuro non si progetta, io non riesco ad immaginarmi un futuro senza di lui. Ormai l’estate era terminata ed era stata la più bella della mia vita, ogni attimo che ho passato con lui era un ricordo speciale e indelebile; mi ha fatto conoscere nuovi posti e nuovi amici; ha deciso anche di presentarmi sua sorella che sin da subito mi ha fatto sentire a mio agio; mi ha aperto gli occhi su tante cose e mi ha fatto capire che d’avanti ai problemi non ci si deve buttare giù. Il 4 settembre facevamo 4 mesi e io ricordo particolarmente quel giorno: eravamo in macchina quando per la prima volta scoppiai a piangere nelle sue braccia dimostrando più del solito le mie debolezze e le mie paure e lui mi disse che dovevo trovare la forza perché ne avevo tanta solo che non volevo dimostrarla. Da quel giorno ci ho pensato tanto a quelle parole ed ho capito che potevo essere forte anche da sola ma tutto ciò l’ho capito solo grazie a lui e io non so come ringraziarlo per ciò.

Fidanzarsi in piena pandemia non porta molti benefici e spesso porta a delle limitazioni. Ad ottobre del 2020 abbiamo fatto i conti con tutti i decreti e l’Italia a colori, e mentre ci godevamo gli ultimi attimi di libertà, tutto stava cambiando. Misero il coprifuoco alle undici, quindi ogni volta che uscivamo il tempo diminuiva e ogni volta che ci vedevamo avevamo paura di vederci per l’ultima volta chissà per quanto tempo; ogni viaggio di ritorno a casa mi facevo un pianto che puntualmente diventava sprecato perché la settimana dopo ci rivedevamo. Ricordo che addirittura gli ho portato il regalo di compleanno prima perché avevo paura di non vederlo il giorno esatto del suo compleanno, che poi per fortuna riuscimmo a vederci ed io ero felicissima perché in quel giorno riuscivo a stare con lui nonostante tutto. Il coprifuoco diminuì dalle 11 alle 10 e il tempo diminuiva ancora di più, così iniziammo ad uscire alle sei del pomeriggio quasi sempre senza una meta, l’importante era uscire e vederci. Poi arriva novembre, precisamente era il 14 novembre, e lì il pianto non fu così sprecato. Dal 16 novembre la Campania sarebbe passata in zona rossa e ciò significava che non potevano esserci spostamenti tra i comuni quindi noi non potevamo vederci chissà per quanto. Iniziammo a fare videochiamate un giorno si e uno no e ogni giorno controllavo i nuovi decreti ma di vederci se ne parlava a dicembre direttamente, che poi in realtà non potevamo vederci neanche in zona arancione ma l’amore ti porta a tutto. Fu un mese veramente difficile sia per me che per lui. Io piangevo un giorno si e quello dopo pure per colpa della scuola, lui era molto indaffarato con il lavoro e ci trovavamo in situazioni dove non riuscivamo neanche a chiamarci la sera. Era inizio dicembre e non se ne parlava proprio di passare in zona arancione e per la prima volta festeggiavamo il mesiversario lontano e lì iniziai a crollare ma come ho detto prima per amore si fa tutto ed è per questo che si presentò sotto casa mia nonostante la zona rossa. Fu un pomeriggio magnifico, passò velocemente ma non potevo crederci che ero di nuovo tra le sue braccia. Tornò la zona arancione e lui venne a pranzo da me per la prima volta e anche lì fu un pomeriggio indimenticabile, lo passammo sotto le coperte a guardare dumbo e lì , dopo sette mesi, mi resi conto che lo amavo ogni giorno sempre di più e che non potevo stare lontana da lui.

14 dicembre 2020

“Quando sei entrato nella mia vita non avrei neanche immaginato a quest’ora dove sarei stata. Era l’inizio della primavera, una primavera un po’ strana e se ti chiedi il perché basta dirti che era il 2020. Avevo perso tutti i miei sogni, tutto il mio romanticismo, tutte le mie speranze, mi ero rassegnata ad una vita che non mi rendeva felice. Odiavo me stessa per quello che ero diventata e non avevo più fiducia in nessuno. Sei arrivato tu, con la tua sfacciataggine sei riuscito ad entrarmi nella mente e in seguito nel cuore; mi ricordo tutto e solo a rileggere certi messaggi mi si ferma il pianto in gola, solo al pensiero che è arrivato qualcuno a stravolgermi così tanto la vita. Esprimo  troppo amore e lo so ma a volte non riesco neanche ad esprimere tutto il mio amore, tutte le emozioni che provo solo quando mi sfiori, quando mi prendi per mano, quando mi guardi negli occhi, quando ci perdiamo in quei baci appassionati e ogni volta che ci fermiamo ci scappa quella risatina come a dire “baciami ancora”, quando litighiamo, quando mi accarezzi i capelli, quando siamo in macchina e mi tiri a te per abbracciarmi, quando oggi a tavola mi hai messo il braccio sulla spalla e mi hai tirato per darmi un bacio sulla guancia, potrei fare ancora tanti altri riferimenti, ma mi fermo a questi per farti capire che solo con questi piccoli gesti tu riesci ad esprimere più amore di quanto io riesco a fare normalmente. Ti ho amato dal primo istante e lo farò per il resto della mia vita, come sarà sarà, tu resterai per sempre una parte di me, la più bella, la parte di me che dopo anni è tornata a sorridere ed essere forte. Se il destino ci ha fatti incontrare e perché noi ci completiamo perfettamente, in verità non so io come ti completo ma tu mi completi perché sei forte, quella parte forte che mi manca ma solo grazie a te sta tornando. Sono rimasta senza nessuno ma finche ho te al mio fianco ho tutto. Cosa mi porto da 7 mesi è un amore infinito per te, oggi sicuramente l’unica cosa che mi porto è la felicità di questo pomeriggio passato insieme e il tuo profumo sul cuscino che mi ha dato ispirazione per questa lettera è mi ha fatto scendere anche una lacrimuccia di malinconia. Ti amo così tanto che non riesci neanche ad immaginarlo.

Per sempre la tua bimba.
Buonanotte”

Purtroppo la zona arancione durò molto poco a causa delle vacanze natalizie, dovevamo passare il primo natale insieme ed invece no, ci trovammo addirittura a passare un altro mesiversario lontani. L’unica gioia che ci portava quella zona rossa era quella che probabilmente al mio compleanno eravamo zona gialla e quindi potevamo vederci.

Gennaio 2021

Era passato il 2020, tutti festeggiavano perché sembrava la fine di un incubo, quando in realtà era solo un altro inizio, io festeggiavo perché quello era il mio anno, sarei diventata maggiorenne e neanche ci credevo e stentavo a crederci anche che io e Livio avremmo fatto già un anno, mi sembrava che il tempo fosse passato troppo veloce, ansi era passato troppo veloce. Quel mese di gennaio che sembrava una boccata d’aria a tutti, nei mesi successivi sarebbe poi diventato un inferno ma per mia fortuna il 6 febbraio tutto andò liscio. Mi svegliai alle 7, era il giorno del mio 18esimo compleanno e io ero così emozionata ma allo stesso tempo non era il compleanno che desideravo anche se mi è andata meglio delle mie amiche che non hanno potuto festeggiare neanche un minimo. Quel giorno l’attenzione era tutta concentrata su di me: mamma mi aveva regalato delle rose le mie amiche mi avevano fatto una sorpresa trasportandomi nel mio cartone animato preferito, ma l’unica persona che aspettavo era lui, non vedevo l’ora di vederlo e di abbracciarlo per scappare da tutte le emozioni di quel giorno, non vedevo l’ora che veniva perché lui era l’unico capace di riempire quel vuoto che avevo, quello che purtroppo mio padre quella sera non era a festeggiare lì con me. Pur di non farmi sentire la sua mancanza mi ha regalato un orso gigante che nei giorni seguenti mi ha causato il problema di dove metterlo ma che poi ho incastrato con molta delicatezza sul letto; la cosa che più mi stupì e che la sua famiglia, nonostante non mi conoscesse bene, ha avuto un pensiero per me nel mandarmi dei regali, mentre lui mi conosceva così bene che mi ha regalato l’anello della bella e la bestia, la mia favola preferita, quella dove ci rivedo molto la mia vita. Ricordo che ci furono così tante emozioni che on riuscii a dirgli nulla, l’unica cosa che facevo era perdermi nei suoi baci.

6 febbraio 2021

“Amore mio,
Eccomi qui a fine serata a dirti innanzi tutto scusa, scusa se non ho avuto la reazione che ti immaginavi e se non ti ho considerato molto ma sono qui per dirti soprattutto Grazie.

Grazie perché questo giorno non era lo stesso senza di te, accanto ad una principessa ci deve essere sempre un principe e tu sei il principe perfetto. Mi ritrovo a guardare l’anello e penso a quanto sono fortunata e quanto mi ami, mi ami veramente tanto eh?

Da quando ti ho incontrato il mio sogno era solo venire a ballare un lento con te,  come una principessa che va incontro il suo principe. Oggi non è stato così ma succederà e non solo una volta ma due. La prima vestita di rosso, la seconda di bianco.
Ti amo alla follia.

Grazie amore mio senza di te questo giorno non sarebbe stato lo stesso”

Fu un compleanno indimenticabile nonostante tutto, grazie a lui ma in realtà grazie a tutti quelli che lo resero speciale a modo loro.

Passato il mio compleanno ci fu il nostro primo san Valentino e il modo migliore per passarlo era quello di conoscere finalmente i miei suoceri, che sin da subito mi hanno fatto sentire speciale e soprattutto mi hanno fatto sentire in famiglia. Erano passati già 9 mesi che stavamo insieme e io ricordo che all’inizio che ci fidanzammo gli ripetevo sempre che quando avrei fatto 18 anni, noi avremmo fatto 9 mesi e quando ormai ci eravamo arrivati mi sembrava surreale. Febbraio passò molto velocemente ma gli ultimi due giorni mi regalarono emozioni uniche. Il 27 febbraio andai a pranzo per la prima volta da Livio e io e la mamma facemmo un dolce, mentre la sera restammo da me e fu una sera piena di emozioni e piena di confessioni, lì mi sono aperta ancora una volta, gli ho detto ciò che provavo nonostante fosse passato del tempo e che anche se il futuro non si progetta, gli dissi che non vedevo l’ora di costruirmi una vita con lui e vederlo in lacrime mi sciolse il cuore, mi tolse tutti quei dubbi che ogni tanto mi tornavano in mente: “gli piaccio ancora?” “sono troppo pesante’”, e gli mostrai anche che nonostante il tempo io avevo ancora vergogna di mostrarmi a lui per quello che ero. Il 28 febbraio invece dopo molto tempo uscimmo con i miei migliori amici e non credo che ci sia cosa più bella di trovarsi del tempo da passare con la persona che ami e le persone che ti sono state vicino nei momenti difficili nonostante gli alti e i bassi che ci sono stati. Ma quell’uscita si rivelò fatale poiché una delle mie amiche uscì positiva al Covid-19 e quindi in  quella prima settimana di marzo mi toccò fare il tampone che per fortuna era negativo. Era il 6 marzo quando feci il tampone e anche se uscii negativa , quella giornata sarebbe stata tragica, l’ 8 marzo la Campania tornava zona rossa per chissà quanto tempo. Quella sera fu veramente tragica e le prime settimane sembravano interminabili e in più un altro mesiversario lontano, l’ultimo per giunta, 11 mesi. Quando abbiamo fatto 11 mesi ho iniziato a fantasticare su che regalo potevo fargli ad un anno, e ho deciso di fargli un bracciale collegato al mio, ma ho scoperto che a Livio non garbano tanto i bracciali e allora avevo bisogno di stupirlo e così ho pensato a come combattere questa mancanza che mi sta uccidendo e il modo migliore per farlo era quello di rivivere la nostra storia.

Un giorno una persona mi ha detto di lottare per raggiungere i miei sogni, ed eccomi qui, quella persona eri tu e io ho cercato di dimostrarti che in piccoli passi cererò di realizzare i miei sogni. Questo è solo l’inizio, ansi è quasi nulla, ma io ci ho provato e continuerò a provarci. Questa è solo la nostra storia, che non potrà mai superare i romanzi più famosi del mondo ma sicuramente resterà uno dei “libri” più belli che io abbia mai letto. Spero che ciò ti avrà stupito un minimo, anche se te lo aspettavi lo so, non so mantenere i segreti.

A proposito, quanto dura la felicità?  La mia dura da quando sei entrato a far parte della mia vita esattamente il 4 maggio del 2020. Buon Anniversario amore mio.

Ti amo da morire

Con amore la tua piccola

To be continued…

 

Anna Romito, Torre del Greco

LeggoScrivo è uno strumento di cultura che attraverso la narrazione collettiva e l’arte dello storytelling racconta un luogo, un territorio, un’opera d’arte, una tradizione culinaria e un prodotto locale da diversi punti di vista e angolazioni, con l’obiettivo di conferirgli valore. Uno strumento di scambio delle conoscenze al servizio di turisti e viaggiatori affamati di bellezza, ma anche un contenitore virtuale per mete turistiche consolidate e soprattutto per quelle che possiamo definire mete turistiche minori, solo perché spesso sconosciute e quindi fuori dai circuiti tradizionali.

Il progetto nasce dall’esigenza di valorizzare il cosiddetto turismo esperienziale, condividere i nostri viaggi e di creare una guida turistica alternativa, o meglio una vera e propria antologia di racconti, grazie ai quali avremo la possibilità di scoprire e riscoprire un luogo in infiniti modi diversi.

Il mondo di LeggoScrivo raccoglie altri mondi, quelli di chi ama scrivere, raccontare, leggere e di chi non può fare a meno di viaggiare, animato dalla voglia di esplorare nuove destinazioni che se raccontate con gli occhi e il cuore giusto diventano territori degni di essere visti e visitati.

Sarete voi, i nostri social reporter, a svelare una meta, a darle concretezza con parole e scatti, a farne conoscere la storia, le curiosità, le sfumature e perché no le complessità.

Come diventare un Social Reporter e far parte della redazione?

Tutti possono chiedere di partecipare e far parte della community dedicata alla scrittura e al viaggio. È necessario compilare il form nella pagina dedicata per inviarci un racconto o un vostro reportage fotografico accompagnato da una breve descrizione scritta.
Questa avventura sta per iniziare, noi abbiamo lanciato la sfida, adesso ci aspettiamo colpi di scena e sorprese letterarie, exploit fotografici e storyboard disegnati con la fantasia.

Potete trovarci anche sui social: Facebook, Instagram e Twitter.

Osvaldo Barone, di Torino. Null’altro.

D’altronde come si può, mi chiedo, aggiungere qualcosa per descrivere un ragazzo di appena sedici anni.

Era uno dei tanti. Non ancora uomo, non più bambino, impaziente anche lui come tutti i suoi coetanei di superare di slancio quegli anni difficili, di attraversare correndo, il più in fretta possibile, il ponte di assi sconnesse, malsicuro e scricchiolante che è l’adolescenza per mettere piede sull’altra sponda, quella della maggiore età, quella degli uomini, immaginario e illusorio paradiso di delizie da scoprire.

Chi procede su questo ponte è come un plotone compatto di piccoli soldati uguali tra loro, perfettamente intercambiabili.

Stessi tatuaggi, a volte un piercing, le scarpe da tennis rigorosamente Nike, jeans a vita bassa e dopo un po’ a vita alta secondo le cicliche maree imposte dagli stilisti nostrani. I polsi zeppi di braccialetti, l’ultimo modello di cellulare in tasca e gli auricolari incollati alle orecchie. Poi lo slang da branco e le pose da vissuti, lupi di mare che fingono di aver solcato tutti gli oceani.

Vorrebbero in questo modo ingannare i guardiani del ponte e passare di soppiatto dall’altra parte.

Ma loro, inflessibili, incorruttibili, inevitabili sorridono beffardi a questi espedienti.

Hanno stabilito un prezzo per chi ha goduto della gioiosa riva dell’infanzia ed è un prezzo molto alto che solo il  cuore di questi piccoli soldati  dovrà pagare un giorno. Sono lì, alla fine del ponte e aspettano, aspettano  senza fretta per cancellare i loro sogni.

Perché è questo e non altro ciò che vogliono: i sogni.

Ma per Osvaldo non era ancora arrivato il tempo delle riflessioni amare.

Andava a letto presto, presto si svegliava la mattina per ripassare la lezione. Poi svogliatamente andava a scuola, terzo anno di perito elettronico, e tra un canto dell’Inferno ed un’equazione la sua mente correva già alla felicità che gli avrebbe riservato il pomeriggio, pieno di un rettangolo verde e di un pallone.

Perché anche lui come quasi tutti i soldati di quel ponte era appassionato di calcio , anzi di più ; Osvaldo il calcio lo amava. Un amore certamente esigente, che tanto pretendeva, ma per lui nessun sacrificio era troppo gravoso.

E così alla fine delle lezioni mangiava un panino di corsa ed era già in strada,  per arrivare in tempo all’inizio degli allenamenti.

A proposito dei quali mister Giordano aveva idee molto chiare. Se si voleva giocare a pallone, ebbene doveva essere il pallone il centro di ogni pensiero. Non ammetteva deroghe a questa regola. Bisognava conoscere l’attrezzo.

Non si era lasciato sedurre dalle nuove teorie di Coverciano sostenute da rampanti ex professori di ginnastica assurti al fasto nominalistico di preparatori atletici. Secondo loro un calciatore prima di tutto deve essere un atleta e pertanto andava privilegiata la preparazione fisica.

Così quando hai smesso di correre e ti capita la palla tra i piedi ti prende il panico, chiosava Giordano. Ragazzi, non facciamo che quella cosa rotonda che vi rotola davanti diventi un ufo – oggetto non identificato.

E allora non c’era che il muro per ricoprire i piedi di velluto. Due, tre metri di distanza e poi piatto destro, uno due tre, piatto sinistro, uno due tre, destro  sinistro, destro sinistro, e avanti così per  ore, mesi, anni.

Giordano  pretendeva  che tra un colpo e l’altro si contasse mentalmente, uno due tre destro, uno due tre sinistro. Solo così si prendeva il ritmo, diceva, si raggiungeva la giusta concentrazione e le gambe, il pallone, i movimenti diventavano parte di un’unica danza.

Poi si passava alla conduzione della palla, da porta a porta; interno ed esterno, interno ed esterno. Per ore, mesi, anni.

Poi si imparavano i primi movimenti per superare l’avversario. Dieci paletti conficcati in fila indiana a distanza di un metro l’uno dall’altro; si portava il pallone lì dentro, zigzagando, prima con l’interno, destro e sinistro, poi con l’esterno, destro e sinistro. Per ore, mesi, anni.

Poi arrivavano gli scambi con i compagni, l’uno-due, vale a dire l’abc del calcio, il mattone sul quale si costruisce l’intero edificio del gioco collettivo. Si passa la palla ad un compagno che di prima te la rimette davanti con l’avversario che rimane alle spalle.

Giordano aveva escogitato per l’uno-due un marchingegno semplice ma geniale,  chissà se l’aveva costruito lui stesso o l’aveva commissionato ad un falegname. Un triangolo di legno, tre lati inchiodati assieme. I calciatori in fila, uno dietro l’altro, in velocità per un tratto, poi tum, pallone contro la sponda di legno e avanti a riprenderlo per chiudere l’uno-due. Per ore, mesi, anni.

Poi si continuava con gli stop; di petto, di coscia, di piede, e con il piede, di destro, di sinistro, di interno, di esterno, con la suola. E poi i tiri in porta; destro, sinistro, al volo, da fermo, in corsa, rasoterra, di controbalzo, in acrobazia, di interno, d’esterno, di collo. Poi i  colpi di testa; saltando da soli o dietro l’avversario, da fermi o in corsa. Ed infine i cross e i lanci. Per ore, mesi, anni.

Alla fine di tutto questo sarà venuto fuori un calciatore? Quasi mai.

Non esistono leggi sicure nel calcio. Due più due  quasi mai fa quattro. La cultura positivista ed il metodo scientifico non troveranno mai asilo in uno spogliatoio. Per dire, a Galilei il calcio non sarebbe piaciuto. E se sarete un giorno il presidente di una squadra di calcio e dovrete scegliere il vostro allenatore tra il nuovo scienziato e l’altro, quello notoriamente  baciato dalla buona sorte, non abbiate dubbi: scegliete il culoso. Nel calcio regna sovrana l’eterna magia dell’imponderabile. In una partita tutto può cambiare in un attimo :bastano un paio di centimetri e la palla destinata in fondo alla rete si stampa sul palo. Così accade per i destini umani

L’impegno naturalmente è importante ma più di ogni cosa contano nascita e sorte.

Giordano lo sapeva bene, per questo non rispondeva mai quando gli chiedevano una previsione su uno dei suoi allievi. Aveva visto ragazzi con il magnete tra i piedi fare mirabilie nei tornei giovanili e poi perdersi perché incapaci di reagire alle prime difficoltà. Aveva visto ragazzi prodigiosi in allenamento, sicuri e pieni di personalità, trasformarsi in anonimi comprimari durante la partita  perché spaventati dal pubblico.

Sapeva bene che in fondo calciatori si nasce , e non si diventa.

Ci vuole carattere e talento, qualità che non si possono apprendere.  Quando arriva la palla sapere già cosa  fare, pensare un attimo prima degli altri, avere sveltezza e coordinazione per trasformare in azione quel pensiero,inventare , sorprendere ogni volta gli avversari, non aver paura di rischiare un tiro al volo anche se la palla finirà in curva.

Rendere semplice ciò che è difficile, tra le diverse soluzioni scegliere la più efficace, dribblare solo se è necessario, mai fare una giocata per compiacere se stessi ma pensare sempre e solo all’utilità della squadra.

E se all’ultimo minuto ti fischiano un rigore a favore e stai perdendo uno a zero, prendere la palla, appoggiarla sul dischetto e spararla nel sette, così, senza un brivido.

La natura, si diceva. Dipende da ciò che alla nascita ti ha messo dentro il Padreterno, che è sempre molto parsimonioso in questo senso. Per questo di calciatori ne nascono pochi. Ma Osvaldo Barone era un calciatore. Lui era nato calciatore.

Giocava nel Beinasco ma Giordano sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo anno. Troppe squadre importanti avevano già telefonato in sede per avere informazioni, troppi osservatori si erano avvicendati negli ultimi  mesi in tribuna .

Sarebbe volato via dal nido, era inevitabile. Giordano sperava solo che gli lasciassero il tempo di aiutare la squadra a vincere il titolo piemontese.

Anche la direzione del cielo era segnata. Giordano sapeva anche questo. Osvaldo non avrebbe mai accettato un trasferimento che non fosse quello da lui desiderato.

Era il sogno che lasciava ogni mattina sul cuscino quando si alzava svogliatamente per andare a scuola.

Soltanto al mister aveva osato confessare quel nome e quel nome era Juventus, la squadra della sua città, la più forte, la più nobile, la più titolata.

Era il settantacinque e lui passava ore davanti all’album Panini. Sapeva a memoria la formazione della Juve, peso, altezza e carriera di tutti i giocatori, riserve comprese.

Quando non era impegnato con gli allenamenti passava interi pomeriggi in piazzetta a giocare, a giocare ancora, a giocare sempre: a palla, pallone, pallina. Qualsiasi cosa purchè rotolasse e si potesse prendere a calci.

In realtà le dimensioni dell’attrezzo, tanto per dirla alla Giordano,  variavano a seconda del  campo  e delle porte.

Se si giocava in piazza, quindi c’era spazio e le porte erano grandi, si prendeva il pallone. Se invece si giocava nei giardini, con uno spazio esiguo e le panchine come porte, ci voleva la palla, più piccola.  Ma a volte si prendevano due cassette tra i rifiuti del mercato e si appoggiavano sul lato lungo. Quelle diventavano le  porte e allora bisognava usare la pallina da tennis.

Così per ore, mesi, anni.

Sicuramente arrivava da quegli infiniti pomeriggi la straordinaria capacità tecnica di Osvaldo.

Durante le partite con gli amici  simulava la telecronaca di Nando Martellini.  Furino prende palla a centrocampo, resiste al contatto di un avversario, la smista sulla destra alla volta di Causio, Causio si  libera di un uomo, si invola sulla fascia ed effettua il traversone, irrompe a centro area Anastasi… Anastasi…gol!  Anastasi con un gran tiro  al volo mette il pallone alle spalle di Ginulfi portando in vantaggio la Juventus. Juventus 1-Roma 0.

In quelle epiche battaglie pomeridiane lui era sempre Anastasi.

Si identificava nella sua storia di ragazzo del  sud, da Catania a Torino, alla Juventus. Gli sembrava un po’ simile alla sua, nato a Torino ma figlio di siciliani. Gli sembrava che  la scelta fosse in qualche modo inevitabile, non poteva esserci altro campione per realizzare una identificazione credibile.

In verità il suo modello era un altro, era Bettega, per lui aveva un’ammirazione sconfinata.

Il suo era un calcio chirurgico, di una pulizia assoluta. Mai una sbavatura, mai un leziosismo, mai un tocco in più. Faceva sempre e solo quello che andava fatto in quella situazione, e non sbagliava mai. Lui era il manuale del calcio.

Anche Osvaldo giocava con il numero undici ma Bettega gli sembrava troppo altolocato, troppo borghese, inavvicinabile per lui. Che era un popolano, che veniva dalla strada, come Pietro Anastasi, e allora viva Petruzzu.

La chiamata  del destino arrivò proprio il giorno dopo la partita che sanciva la vittoria del titolo regionale.

La raccomandata informava che la Juventus aveva ottenuto dal Beinasco il prestito del giocatore Osvaldo Barone per tutta la durata del torneo in notturna  Golden Boy di Abbiategrasso.

Giordano dandogli il via libera l’aveva fatto uscire dal nido; sapeva che Osvaldo era pronto a volare. Adesso c’era il cielo da conquistare.

Osvaldo pianse la sera in cui si vide addosso quella maglia. Niente di imbarazzante, non voleva farsi vedere  dai nuovi compagni; solo due lucciconi in bilico sull’orlo delle palpebre risospinti indietro appena  un istante prima che precipitassero sulle guance.

Era il sogno  che aveva lasciato il cuscino per diventare realtà.

Ma non c’è più tempo per la commozione. L’arbitro è già lì per l’appello. Quando esce dallo spogliatoio il campo è un catino di luce. Esegue gli ultimi scatti per tenere caldi i muscoli e  si comincia.

Osvaldo  gioca bene i primi palloni che riceve, i più importanti, quelli che decidono il corso personale di una partita. Gli tornano in mente i consigli di Giordano prima di partire: gioca come sai , gioca facile, non strafare.

Si sente bene, si muove con agilità e mano a mano che il tempo passa acquista sempre più fiducia.

“Bravo Barone, forza” sente gridare ogni tanto dalla panchina.

Non è la voce di Giordano ma la sente ugualmente calda. E gli fa bene.

Ecco, si trova ora a metà campo, si fa vedere smarcato, chiama la palla… troppo lunga, si distende in scivolata, vede un avversario incombere su di lui….

Un dolore lancinante mi prende la gamba e urlando mi accascio a terra. La gamba destra è piegata all’altezza del ginocchio, non riesco più a distenderla.

Un capannello di gente mi si forma attorno, osservo le loro espressioni sconvolte.

Arriva la barella, qualcuno mi butta addosso una coperta , mi caricano in fretta sull’ambulanza mentre il dolore spalanca davanti a me baratri spaventosi.

Spostarmi dalla barella al tavolo dei raggi e poi sistemare le lastre sotto la gamba è come precipitare in un abisso.

Non voglio urlare, mi sforzo di non farlo ma fitte terribili mi annichiliscono ad ogni leggerissimo movimento, ondate di dolore invadono ogni fibra del mio corpo. Alla fine piango, ed urlo. Basta, vi prego, pietà.

La liberazione arriva finalmente con il sonno; in anestesia totale riducono la frattura. Perché di questo si trattava: frattura scomposta del condilo mediale del femore destro.

Quando mi risveglio mi sembra di essere disteso sotto l’albero maestro di un veliero. La gamba sopra un paio di cuscini, informe per il gonfiore, è incassata dentro una lunga conchiglia di gesso. Vedo strani fili e tiranti che partono da un lungo tubo d’acciaio sopra di me, l’albero della nave. Il lenzuolo, teso come una vela, copre tutto.

Ho indosso solo le mutande. I calzettoni, la maglia, perfino i pantaloncini, non ritrovo più nulla, è tutto sparito, opera evidentemente di qualche infermiere del pronto soccorso a cui non è parso vero di arraffare con tanta facilità un tale prezioso bottino.

Mi spiegano che il veliero è il congegno necessario alla trazione.

Sette giorni e sette notti di immobilità assoluta, pappagallo e padella per le umilianti necessità del corpo. Infine l’operazione. Due viti incrociate dentro il femore, mezzi di osteosintesi le chiamano.

E’ passato un mese da quella sera.

Sono qui, sul terrazzino dell’Ospedale di Abbiategrasso, insieme ad altri malati, a godermi gli ultimi caldi raggi del sole che calando si portano via un altro giorno. Sono seduto su una sedia a rotelle, mi hanno detto che tra qualche giorno potrò finalmente tornare a casa.

Davanti a me gli alberi si ergono maestosi e sembrano schiacciare ancora più in basso le case e le fabbriche ma li vedo lontani, lontani come sono ora  i miei sogni.

Perché Osvaldo Barone sono io.

Il calcio per me è diventato un ricordo. D’ora in poi ne potrò solo parlare. Di ricominciare a giocare non se ne parla nemmeno.

I dottori  non mi hanno dato nessuna speranza. E’ già tanto se non rimarrò zoppo per il resto della mia vita; la frattura ha leso una cartilagine di accrescimento. Una gamba potrebbe crescere e l’altra no.

Boniperti mi ha mandato un telegramma augurandomi una pronta ripresa ma è la solita formula di cortesia. La Juventus comunque è stata perfetta.

Ha mandato più volte il dottore della prima squadra per visitarmi e spedito all’ospedale  buste piene di spille, penne, portachiavi, gagliardetti.

In tutta la storia del calcio  probabilmente sono stato l’unico ad essersi rotto il femore nel corso di una partita ma non entrerò per questo nel guiness dei primati. Rimarrò solo uno dei  tanti sfigati. Ricordate? si parlava di fortuna.

L’ho scritto io questo racconto, disteso sul mio letto, nel tentativo di rimediare almeno in parte alla monotonia  della vita d’ospedale.

Quella che ho scritto dunque è una storia vera, tremendamente vera purtroppo, ma solo ad un certo punto sono intervenuto in prima persona perché se i sogni e le speranze che coltivavo un tempo potevano essere comuni a migliaia di altri ragazzi come me così da poterne scrivere impersonalmente , il resto della storia è diventato solo ed esclusivamente mio.

Il dolore fisico è un’esperienza che non puoi dividere con  nessuno, riguarda solo te stesso. E’ un mostro orribile che devi affrontare da solo quando decide di affondare  i suoi artigli  dentro di te e strapparti la carne.

Qui sul terrazzino, di fronte a questo meraviglioso crepuscolo, rileggo ciò che ho scritto all’inizio del racconto.

C’è un momento nella vita  in cui ci si rende conto che l’adolescenza è rimasta per sempre alle spalle, che abbiamo attraversato il ponte. E questo momento coincide sempre con un dolore.

Da lì  in poi si chiudono gli occhi dell’immaginazione e si aprono quelli della realtà di tutti i giorni. E ci si accorge che in fondo non era così bello come si pensava il mondo che ci stava aspettando e che noi aspettavamo.

Anch’io ho pagato il pedaggio, anch’io ho attraversato il ponte lasciando ai  guardiani i miei sogni mentre dietro di me fitte schiere di altri ragazzi si stanno approssimando.

Per ora non vedono i mostri al termine del ponte con la mano protesa ad esigere il loro  tributo.

Ma è solo una questione di tempo.

Teodoro Lorenzo, Torino

 

Marcello Ravveduto studia la modernizzazione delle mafie. Insegna  ditigal public history all’ Università degli Studi di Salerno e Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Ha scritto per l’Ediesse Libero Grassi. Storia di un siciliano normale (1997), Le strade della Violenza (2006), con Isaia Sales, per l’ancora del mediterraneo (Premio Napoli per la saggistica), Napoli… Serenata calibro 9. Storia e immagini della camorra tra cinema sceneggiata e neomelodici (2007), con la prefazione di Giuliano Amato, per la Liguori editore. Ha curato l’antologia Strozzateci Tutti (2010) per Aliberti editore ed è responsabile dell’edizione digitale del blog contro le mafie www.strozzatecitutti.info Ha vinto nel 2005 il Premio Nazionale Marcello Torre per l’impegno civile. È presidente dell’associazione antiracket Coordinamento Libero Grassi.

Si è fatto intervistare per LeggoScrivo e ci ha parlato di immaginari, presenti, reali e futuribili, non solo legati al mondo della criminalità organizzata ma anche del lavoro, dell’economia,per riscrivere tutti insieme un’altra storia possibile.

L’8 gennaio è stato il centenario della nascita di Leonardo Sciascia, il 6 l’anniversario dell’assassinio di Piersanti Mattarella, sono passati 40 anni, era il 1980. Lei ritiene che al di là della memoria episodica, legata al singolo avvenimento, quasi a uso e consumo, ci sia voglia e spazio di riscrivere e di ripensare alla storia d’Italia inglobando non soltanto fatti delittuosi, e date commemorative?

I tempi sono maturi per non separare la storia delle mafie da quella d’Italia. Le mafie sono delle strutture di potere che interagiscono con altri pezzi di Paese (imprese, Stato, società civile). Se è vero che la borghesia, il ceto medio è stato protagonista di molti mutamenti, come sostiene Paul Ginsborg, in questo ceto medio vi sono anche i mafiosi, che hanno avuto anche un ruolo economico e politico, oltre che criminale. E la società civile non è avulsa dal contesto, non può dirsi innocente. Indagare in profondità, con rigore scientifico, questi aspetti senza complottismi, perché come diceva Sciascia, se tutto è mafia allora niente è mafia, può essere non soltanto utile, ma anzi, necessario per comprendere i fenomeni.

 

Nella sua carriera come nella sua bibliografia lei si è sempre occupato dell’immaginario delle mafie, della globalizzazione delle cattive idee nel mondo della musica, dei social e del mondo del cinema, recentemente, di come cioè il brand “mafia” fattura e produce. Ci sa dire se e come è cambiato negli anni?

Se guardiamo indietro ai media, ad esempio, il racconto da loro fornito era pieno di folklore. Per l’importanza che riveste, per aver attentato alle libertà, il racconto della criminalità merita altre attenzioni; e nel cinema di là dagli stereotipi e di alcuni punti fermi, dall’omicidio di Dalla Chiesa e poi dopo dalla fase stragista del ’92 questi stereotipi si sono ribaltati e ne sono stati costruiti degli altri. La mafia, sempre più centrale nel narcotraffico, è rappresentata in modo globalizzato.

Se dovesse usare tre parole per descrivere la sua attività di ricercatore e divulgatore quali sceglierebbe?

Ci sono tre parole che riassumono la mia attività non solo di studio e ricerca e si uniscono in unica dimensione di racconto e sono: coscienza, responsabilità e impegno. Dedicandomi agli aspetti poco conosciuti legati all’immaginario delle mafie, il mio interesse è scaturito da una scelta consapevole. Nel 1992 avevo vent’anni, quello fu un anno di cesura, come il ’68. Emerse una consapevolezza nuova, una coscienza civica che si doveva contrapporre all’elemento eversivo dell’ordine democratico che la criminalità aveva fatto emergere con chiarezza.

 Dal suo punto di vista, quello di docente universitario, ritiene che il mondo accademico sia stato dimenticato o comunque accantonato nel dibattito pubblico a causa della pandemia? E dal suo punto di vista ritiene che possa proporre nuovi modelli di speranza, forza, modelli alternativi per una rinascita?

Il mondo accademico ha riflettuto sulla pandemia in modo classico: discutendo fra loro. È anche vero che la società civile non è interessata a queste riflessioni elaborate nella “torre d’avorio”.  Bisognerebbe mettere fine al dialogo tra sordi. Negli ultimi anni, con lo sviluppo del digitale, abbiamo assistito alla disintermediazione del sapere, sostenuti dalla convinzione che si può aggirare il sapere e avere google come medico. Quindi, non soltanto la cittadella non viene ascoltata, ma viene attaccata, pensiamo ai no vax. Vi è stata una continua messa in discussione delle scienze naturali ritenute opinabili, ancor più quelle umane.

Concentrandoci ancora sulla situazione attuale e sull’emergenza sanitaria che stiamo vivendo quali vantaggi ritiene abbia ricavato la criminalità organizzata, come si è ingrossato il loro giro di affari?

Il mondo delle mafie è flessibile agli accadimenti internazionali e nazionali. Ha trovato nuovi modi di lucrare in questa situazione. Ma il narcotraffico, principale fonte di guadagno, non si è fermato, non conosce crisi. Esso alimenta investimenti che sono spostati in altri segmenti, come ad esempio imprese che si occupano di contraffazione o legate al mondo dei servizi della sanità, o della grande distribuzione organizzata.

Nella sua Regione di provenienza, la Campania, nei mesi scorsi è esplosa una bomba sociale, sembrerebbe in modo più violento e plateale. Ritiene che la rabbia e il mal contento siano sufficienti a spiegare la situazione ed esaurire le motivazioni all’origine di quelli che vogliamo definire i “moti ” di Napoli o al contrario si tratta di fenomeni più complessi e variegati?

Hai fatto bene a chiamarli moti, perché non si è trattato di una mobilitazione matura che avrebbe prodotto una trasformazione. La rabbia non fa ottenere un risultato. Si è trattato di lamentare problemi endemici della città metropolitana di Napoli esplosi in una rabbia senza soluzione, che fa persistere l’aspetto violento. Vi erano dei settori borderline, legati all’economia sommersa e alla vita precaria, magari fomentati dalla criminalità che però non ha alcun interesse a far accendere i riflettori sulla città, necessita al contrario di silenzio. Se la criminalità fosse stata promotrice dei disordini avrebbe messo ancor di più e per più tempo a soqquadro la città. Esistono invece dati strutturali di marginalità e espedienti di vita al limite della legalità che la pandemia ha svelato in modo ancora più evidente. La mancanza di misure per contrastare tali fenomeni e di scelte istituzionali e politiche a ogni livello fa sfogare una rabbia inutile alla risoluzione di questi problemi.

Un augurio per il futuro e un prospetto, cosa sarà destinato a cambiare e cosa invece probabilmente porteremo con noi ancora a lungo?

Dal modello ibrido dell’intermedialità del digitale non si può tornare indietro. Tornerà il contatto umano, la vicinanza e la prossimità, ma la digitalizzazione della società va accettata, sarà sempre più elemento di normalità. Del resto il digitale permette di costruire più facilmente una rete di contatti che abbatte le barriere geografiche. Il digitale riveste un ruolo fondamentale nella smaterializzazione dell’economia, pensiamo ai riders. Molti mestieri saranno riconvertiti o scompariranno. La mia preoccupazione è che non vi sia coscienza della trasformazione che non appartiene a un futuro distopico e fantascientifico, ma è già in atto. La classe dirigente manca di progettualità, di una visione del futuro, pensa ad aspetti marginali. Nel mondo che sarà la guerra si combatterà con l’intelligenza artificiale, con l’automazione. Per renderci protagonisti del futuro bisogna dirigere il cambiamento non averne paura.

Allora…un passo a destra e poi a sinistra. Continua a camminare; passeggia su e giù in questo tugurio. Urla. Piangi. Distruggi. Crea. “Orbene, mi sono mosso?” e getto un’occhiata furente e disperata attorno a me: sono ancora qui. Maledizione! La voce si fa fioca e debole; si aggrappa per la gola ma rimane bloccata. Qualcosa la blocca, è sicuro. Un tremolio pervade il mio corpo. All’inizio è debole. D’un tratto non riesco nemmeno a tenere la sigaretta salda fra le mie dita sudicie.

La getto via: “Al diavolo” penso. Le labbra s’impallidiscono, quasi come se fossero preda d’una congestione per via del gelo. Poco dopo, tutto il corpo somiglia ad una statua di cera. E mi sento bloccato, non riesco a muovermi. Mi divincolo, con tutta la forza che ho; il risultato è alquanto patetico e fallimentare. Allora cesso di lottare: ascolto il silenzio.

“Quanto rumore fa questo silenzio, che strazio!” discorro ancora fra me, come se servisse a qualcosa poi. Qualche minuto dopo riesco finalmente a muovermi. Gioisco. “Finalmente!” urlo con aria vittoriosa. Poi mi giro attorno. Bene, non so per quale motivo l’abbia fatto. Per condividere la mia gioia con qualcuno? Per riderci sopra? Ma qui non c’è nessuno!

La sola luce presente nella stanza inizia a singhiozzare. Poi, si spegne. La mano delle tenebre s’annida in ogni angolo, fino ad annidarsi nei miei pensieri. Ed ecco qui: luci e ombre. Due sentimenti opposti in perenne lotta; continuano a massacrarsi fino a che non ne rimanga solo uno.

Piango: non verso lacrime. Queste riempiono le pupille, per poi rimanerci aggrappate. Non vogliono cadere al suolo per poi finire dimenticate: un po’ come la morte prima ch’essa venga a bussare alla porta. Tutto ciò balena nella mia mente come un lampo, qualche secondo e non so neanche più a cosa sto pensando.

Potete aiutarmi? Dove sono rimasto? Dov’eravamo rimasti? Dove siete finiti tutti voi? Dove finirò io?

E le domande s’accumulano come i rimpianti. “BASTA!” urlo con tono furente. Questa volta la voce finalmente ha trovato il modo d’uscire. Le pupille si tingono d’un rosso color sangue, le vene paiono uscire fuori dal collo. Le pareti tremano; non avevo mai visto vederle tremare così! Comunque, prendo le prime cose che riesco e decido d’uscire.

Apro la porta: torno nella stanza. Perplessità. Ci riprovo, niente da fare. Continuo a provarci fino a giungere alla stanchezza; il risultato non cambia. Corro quindi verso la finestra: mi fermo. Osservo il cielo divenuto nero, colmo di collera. La pioggia sembra non finire mai. Un tuono mi da uno scossone, che fa battere forte il mio cuore. Così forte che or ora giace nell’inquietudine. Provo ad aprire la finestra. Cerco di respirare un po’: vengo catapultato di nuovo nella stanza.

In quel momento la rabbia prende il possesso delle mie facoltà. Spacco qualsiasi cosa mi capiti a tiro: finestre, vasi e tanto altro ancora di cui non ho memoria. Sospiro di sollievo.

Chiudo gli occhi per rilassarmi; quando li riapro tutto è come prima. L’arredamento, i vasi intatti, le finestre ancora al loro posto. La disperazione a quel punto prende il posto di quell’ira furente. Provo a scappare ma non ci riesco. “CI SONO!” penso con aria soddisfatta questa volta. M’avvicino al mio scrittoio, accendo una candela. L’ultima che m’è rimasta. Non prendo la penna: come una magia di poggia soave nella mia mano destra. E senza ch’io dica o pensi nulla comincia a scrivere. E quante cose riesce a scrivere, non ne avete idea! Dipingere un intero mondo con l’inchiostro; se non è questo vivere allora cos’è? Tant’è che noto qualcosa di diverso. Sono riuscito a fuggire! Da lontano, quasi di sfuggita appare ai miei occhi quella casa, quella stanza. Qualche secondo di silenzio e poi…

BOOM! Un’esplosione la fa saltare in aria. Mille pezzi son ora sparsi sul pavimento: non è rimasto più niente. Ma alla fine non v’è mai stato nulla, in quella prigione. No, solo lacrime e sofferenza. Solo un giullare che s’è travestito da vita e cerca di imitarla! E la cosa peggiore è che sembro l’unico in mezzo a tanti altri unici ad essersene accorto.

Mentre continuo a pensarci, noto che la sera è calata. Com’è passato veloce il tempo! Ma d’altronde per noi ch’amiamo alla follia: il tempo non è. Il cielo è sereno, pulito, limpido. Le stelle riescono a vedersi tutte, come un dipinto. Lucenti come mai prima d’ora, brillano. E la luna…come s’alza trionfante di fronte al canto mio! O forse è il contrario? Fatto sta che un fascio di luce, proveniente dal suo grembo, si poggia sul mio viso. Mi mostra paziente la via, contandomi storie su storie. Ed io rimango lì ad ascoltarla. Come un bambino rimane estasiato quando scopre il mondo, in preda ad una morbosa curiosità. Mi trascina in luoghi dimenticati, di tempi oramai andati. Mi dice che se le cose andranno nel verso giusto, questi luoghi saranno di nuovo colmi di vita. Non come quella che c’era in quelle pareti: rabbrividisco solo a ripensarci. Il nostro viaggio continua. Ad un certo punto, dalle sue labbra saggie viene pronunziate la seguente frase:

“Non t’ho mai lasciato solo figlio mio e mai avrò intenzione di farlo.”

Vorrei abbracciarla, ma è così distante! D’improvviso però l’animo mio si libra in aria, spiccando le sue ali fiammeggianti come il fuoco e candide come le gote d’una fanciulla. Una volta raggiunta, mi perdo fra le sue braccia. La stringo così forte, così forte che dimentico ove finisco io e comincia ella. Una volta staccatoci, mi guarda. Non ha occhi, lo sapete: eppure riesce a guardare meglio di tutti noi. Dicevo, mi guarda fisso e prendendomi fra le sue mani gentili, m’adagia di nuovo al suolo.

Una volta arrivato, riprovo a raggiungerla.

“Salgo.”

“Salgo…”

“Ci riesco…”

“Dai…”

“Ancora un altro po’…”

Stranamente però s’allontana. Ma non solo: inizia a divenire un’immagine sfocata. Sento che il sogno sta per svanire, quanto vorrei che mi perdessi per sempre in quelle braccia!

Apro gli occhi, sono di nuovo nella stanza. Tutto è rimasto intatto, niente è mutato. Da fuori osservo malinconico il grigiore dei palazzi, il temporale travolgere ogni cosa. Tiro un sospiro, un grosso sospiro. Apro la finestra, conto fino a tre e salto giù.

“Sono morto? Sono vivo?”

Apro ancora gl’occhi, sono coricato sul letto osservando il soffitto cadere in pezzi, tutto andare in pezzi. E stavolta piango realmente, perché non posso far nulla.

Silenzio assordante: l’oscurità continua ad inghiottire ogni cosa.

Nicola Barbarisi, Avellino

La superficie del lago era uno specchio. I raggi del sole , prossimo all’imbrunire, Vi rimbalzavano sopra e trasformavano l’area colpita dalla luce in una sorta di abbacinante ed enorme diamante. Lo specchio d’acqua era circondato da alte colline , le quali non sarebbero mai riuscite ad escludere la vista di un’altissima montagna spoglia coperta dalle cicatrici di antichissimi ghiacciai.

Un movimento sulla superficie, un corpo che emerge e si immerge, emerge e si immerge.

Horis si apprestava a rientrare dal suo giro di pesca – in quel momento si trovava quasi al centro esatto del lago- , di li ad 1 ora lo aspettava un’eccitante conferenza tenuta dal suo docente di astronomia. Egli era un illustre personaggio ed insegnava nella scuola del giovane , l’ High Remote Institute . Era un eccentrico esperto nella sua materia e Horis trovava avvincenti le sue teorie sulla storia dell’universo e la possibilità di vita su altri pianeti anche perché egli stesso fin da piccolo era sempre stato estremamente affascinato dalle stelle e fantasticava spesso su intelligenze o addirittura intere civiltà che prosperavano , ignare le une delle altre , sotto i cieli di mondi remoti.

Girò su stesso e si diresse verso la riva, il bottino non era stato male, quasi 5 kg di pesce che la madre avrebbe sicuramente preparato su una graticola di  brace ardente la sera stessa, era un abile pescatore nonostante il suo fisico più gracile rispetto alla media dei suoi coetanei.

Giunto a riva , si sedette sulla sabbia e si lasciò asciugare dalla tiepida luce del sole  , poi salì sul veicolo, mise in moto ed imboccò la strada che lo avrebbe riportato in città.

– E’ sicuro di inserire questo argomento nella conferenza di oggi signor Kov?- chiese il giovane collega al professore. – Certo mio caro Joben – rispose l’anziano docente – cosa dovrebbe esserci di male?-.

Joben era insegnante di fisica all’ High Remote Institute e provava una stima incondizionata nei confronti dell’illustre professor Kov , autore di numerosi saggi sulla storia del cosmo , sebbene alcuni di essi fossero  stati considerati eccessivi e fuorvianti da una certa parte del mondo accademico.

– Le sia chiaro – continuò Joben – lei sa quanto i suoi scritti mi abbiamo sempre appassionato professore , il fatto è che il nuovo preside , pur essendo senza dubbio un individuo brillante , ha una mentalità analitica e strettamente scientifica . In poche parole , vuole che le lezioni in questo istituto vengano tutte condotte sulla base di fatti comprovati e non ha molta simpatia per le speculazioni e le ipotesi … ehm.. diciamo così… più fantasiose- .

– Fantasiose? – sbottò Kov – mi stupisco di lei signor Joben- , proprio lei che mi conosce cosi’ a fondo dovrebbe ben sapere che le mie teorie si basano su ipotesi ragionevoli e non su stupide speculazioni !- .

– Mi scusi professore, non intendevo offenderla – disse il giovane – spero solo che il preside Rej non abbia nulla da obiettare – .

– Vedrà, vedrà mio timoroso amico , il signor Rej rimarrà anch’egli affascinato dalla mia lezione di oggi pomeriggio – , cosi’ dicendo il professore si congedò.

-Accidenti Horis , hai fatto il pieno oggi!- disse la madre quando lo vide entrare con la grossa sacca , – c’è da mangiare per una dozzina di noi! – . – Va bene mamma –  , rispose lui sorridendo – vorrà dire che inviterò qualcuno. – Si certo , tanto tocca a me pulire poi – finì lei.

La mamma di Horis , Leena , era amorevole e premurosa con il figlio , aveva trovato nell’amore per il suo cucciolo  , l’unico antidoto contro le occasionali ( ma giornaliere ) fitte di dolore che ancora la tormentavano dopo la morte del marito , avvenuta appena 1 anno e mezzo prima.

Vivevano della sua pensione da vedova  , dei suoi lavoretti occasionali e anche di quelli del figlio ( Horis era un giovane giudizioso che trovava sia il tempo per studiare sia per aiutare la madre ) . La loro non era la miglior vita possibile , ma neanche tanto male.

– Io vado mamma, il professor Kov ci aspetta , ci vediamo stasera – . – Va bene caro a dopo allora , si avvicinò al figlio e sfregò la propria guancia sulla sua , in segno di affetto.

La sala della facoltà di astronomia era gremita -probabilmente la metà dei presenti era li per sincero interesse e curiosità  e l’altra metà per farsi beffe del bizzarro personaggio che di li a poco sarebbe intervenuto- . Lungo il perimetro circolare erano disposti moltissimi pali di zinco. I posti in prima fila erano riservati ai giornalisti locali -quasi tutti , chi più e chi meno , annoiati e indisposti per il fatto di dover essere lì a prendere appunti su una tediosa lezioncina di scuola da riportare sul quotidiano della città invece di occuparsi di faccende dal loro punto di vista molto più importanti-. Immediatamente dietro di loro si trovavano insegnanti e alunni della scuola, sul lato destro -sulla parte destra , essendo un cerchio parlare di lato non sarebbe stato corretto – un gruppo di scienziati ed esperti in vari rami scientifici quali fisica, astronomia, biologia , matematica ecc..

La parte sinistra era occupata da uomini di culto -il preside teneva molto ai rapporti con la grande chiesa unita – tra i quali una decina di esponenti del movimento ultraconservatore dei “portatori di luce” , un gruppo di religiosi che sosteneva senza riserve la teoria del “fabbricatore” ,  colui che da solo creò il mondo , l’universo e praticamente la realtà per come la conosciamo.

Per come la vedeva Horis erano soltanto degli invasati del cazzo.

Il  giovane entrò nel grande spazio circolare e si guardò attorno rapito, era la prima volta, da quando frequentava l’istituto, che vedeva la sala quasi completamente piena .

-Ehi Horis da questa parte ! – . Era Rog , un suo compagno di classe nonché il suo migliore amico

-Ciao tesoro , mi hai tenuto il posto? – scherzo’ Horis con il compagno di corso . – Falla finita smilzo, ricordate l’accenno al gracile fisico del nostro protagonista a inizio racconto? , prendi posto e sentiamo questo matto cosa ha da dire- – Kov non è una matto! – rispose Horbis stizzito –  Probabilmente è più intelligente di tutti i presenti messi assieme !-

– Sarà… – borbottò Rog che evidentemente non condivideva la stima che l’amico provava verso il professore.

Comunque sia Horis prese posto e attese l’inizio della conferenza.

-Ha visto che cosa le dicevo?- disse Joben al docente poco prima di salire sul palco , guardi Rej chi ha avuto il coraggio di invitare per metterle i bastoni fra le ruote, quei pazzi seguaci del fabbricatore! –  è abbastanza ovvio che dei membri ultraconservatori di una setta religiosa non sia ben visti all’interno di un covo di scienziati . – Stia tranquillo mio buon amico, so badare a me stesso, rispose il vecchio-. Joben vide nel sorriso di Kov un misto tra sincera tranquillità e una punta di perfida soddisfazione , quella che si prova , a volte , nel cercare di spazzare via tutte le dogmatiche certezze di qualcuno che non si è mai preso il disturbo di mettere in discussione , nemmeno per un istante , ciò di cui è convinto .

Il primo a prendere possesso del palco fu il preside Rej .

Alla sua comparsa ci fu una cacofonia di approvazione ed egli attese compiaciuto un minimo di silenzio per poter prendere la parola . Si appoggiò l’amplificatore sulla testa ed annunciò: – Signore e Signori , sono compiaciuto di tanta affluenza , prima di iniziare voglio dare il benvenuto a tutti voi, in particolare a coloro che vengono da fuori come gli illustri scienziati alla mia destra ( rumore ) e gli egualmente illustri uomini di culto alla mia sinistra ( rumore ). Ora, essendo io un tipo di poche parole , vengo subito al dunque ed ho il piacere di introdurre il professor Erki Kov, una persona stimata , di notevole intelligenza ed anche di notevole eccentricità  – disse strizzando l’occhio, non con complicità ma , vista la scarsa simpatia che correva tra i due , sicuramente con malizia per la conferenza di oggi intitolata “Storia inedita dei pianeti del sistema solare”

Il professore salì sul palco e prese la scena , dopo che il preside si scostò per lasciarlo passare in modo non poco infastidito  : – Benvenuti a tutti e grazie di essere qui , non credevo che avrei avuto tanto successo di pubblico-  risate-. Il docente iniziò la conferenza parlando della storia del sole e di quella del nostro pianeta , ampliando il discorso anche all’intero sistema solare.

Mano mano che il discorso proseguiva in sala scese quel silenzio tipico di quando si ascolta un individuo parlare di un argomento per il quale non è tanto l’interesse per l’argomento stesso a catturare l’attenzione, ma la competenza dimostrata da chi ne parla. In altre parole , alcune persone starebbero a sentire per ore qualcuno parlare di una cosa di cui loro non sanno nulla, solamente per la capacità del narratore di coinvolgerle e fargli notare che lui invece ne sa , eccome.

Horbis ascoltava rapito le sue parole di certo non immaginando che il bello doveva ancora venire.

-Come tutti noi sappiamo, la vita sul nostro pianeta è iniziata circa 5,5 miliardi di anni fa , quando si crearono le condizioni per lo sviluppo della stessa. Ora , non voglio annoiarvi con termini troppo scientifici ma , grossomodo, il nostro pianeta era freddo e inospitale, completamente ghiacciato, la temperatura in superficie era di quasi 180 gradi sotto lo zero. Come immaginate la vita in queste condizioni ( o perlomeno la vita per come la conosciamo noi ) è impossibile.

– Ma accadde qualcosa –

Giungevano borbottii dalle fila dei religiosi e Horbis era convinto che provenissero dai fan del fabbricatore , quei selvaggi non vedevano l’ora di trovare nel discorso dell’amico qualcosa che non gli andasse a genio per poter intervenire  – Ho idea che da qui a poco si creerà un dibattito molto acceso – disse Rog – il migliore amico di Horbis . – E allora? A me piacciono i dibattiti – rispose Horbis, a meno che per dibattito non si intendeva un’ insana e inopportuna discussione.

Il professore notò con piacere che aveva catturato l’attenzione di tutti e continuò: – il sole esaurì l’idrogeno del suo nucleo trasformandolo tutto in Elio e la nostra cara stella divenne una gigante rossa, talmente grande da avvicinarsi al nostro pianeta e riscaldarlo a sufficienza per trasformare , nel corso del tempo e dopo svariate reazioni chimiche ,  il ghiaccio in un liquido adatto per le condizioni di nascita e sviluppo della vita . Acqua signori.

-Che prove ci sono a sostegno di questa tesi? – intervenne Fregh , uno dei portatori di luce. “ Ecco , ci siamo , è intervenuto uno degli scervellati” – penso’ Joben tra divertimento e timore –

– Anni e anni di studi mio buon amico , teorie basate sulla conoscenza della chimica, della fisica e sull’analisi complessa di modelli astronomici comprovati- rispose Kov.

– Mah io credo che voi scienziati forniate sempre prove e teorie molto fumose  – continuò il tizio.

– Beh , sono comunque più plausibili della teoria di un super essere che ha creato tutto dal nulla , vogliamo parlare delle vostre di prove? – , ad intervenire era stato Jiw Bui , astrofisico dal carattere molto irruento.

– Ci siamo amico mio ! – disse Rog sgomitando l’amico. Ad Horbis non piaceva per nulla la piega che aveva preso il discorso , lui era sempre stato per i confronti civili e pacifici , qualsiasi forma di ospitalità lo faceva stare male.

– Come si permette di parlare cosi?- disse un altro membro della “setta” , lei è una persona irrispettosa!-

– Voi siete irrispettosi verso la scienza , verso l’unico vero modo di scoprire la verità ! Stavolta era stato Joben ad intervenire, non senza uno sguardo di rimprovero del relatore, non avrebbe permesso che la conferenza del signor Kov diventasse una sceneggiata.

– Signori , basta così vi prego! – , il preside aveva preso possesso dell’amplificatore  e stava cercando di moderare la folla , – non tollero questo tipo di comportamento da nessuno! – continuò , esigo che tutti i presenti in sala lascino finire l’esposizione del professore diamine!-

La folla si placò un poco ed Erki Kov potè proseguire nella sua esposizione: – come stavo dicendo , miliardi di anni fa la vita comparve sul pianeta e….. –

“ Sei contento pallone gonfiato?”  stava pensando Joben col pensiero rivolto verso il Signor Rej , “ ho visto il tuo sorrisetto compiaciuto quando il professore è stato interrotto, avrai anche incantato la folla col tuo intervento da maschio alfa , ma io so che sei solo un viscido ipocrita di merda”

-……. e dopo 2 miliardi e 500mila anni di evoluzione , eccoci qua, esseri complessi che discutono il miracolo della creazione – , lo disse con una punta di sarcasmo che non sfuggì ne agli scienziati ne tantomeno ai religiosi.

– Ma non è questo il punto – proseguì – il punto è che ho seri motivi di credere che il nostro non sia l’unico pianeta del sistema solare che sia stato capace di ospitare una vita complessa-

Brusii tra la folla , a Horbis parve di sentire dei commenti tipo “ma siamo sicuri che prima di iniziare a parlare abbia bevuto solo acqua ..” e “questo ha letto troppi romanzi.”

-…. o meglio sono quasi certo che forme di vita evolute , se non addirittura una o più civiltà abbiamo abitato , centinaia di milioni di anni prima della comparsa della vita sul nostro mondo , l’estinto pianeta H501 –

– Che cosa?- stavolta l’interruzione veniva da Grekl , uno stimano astrofisico della Piana D’argento – H501? – come può un ammasso di roccia e carbone, un tizzone di brace rovente che vaga nei dintorni del nostro sistema aver ospitato la vita ? Cazzo , lo chiama anche pianeta! Al massimo è un blocco di minerali! –

Horbis conosceva l’eccentricità del professore e le sue teorie rivoluzionare, ma un conto era averle esposte a volte ai suoi studenti al termine delle lezioni , poco prima di congedarsi , quasi come una confidenza , un racconto meraviglioso  , tutto un altro paio di maniche era declamarle davanti a tutti e alla presenza di giornalisti ( seppur locali) e uomini di chiesa , i quali ora si dimenavano più di un branco di pesci senza acqua.

Il preside Rej era allibito , ma in fondo era anche contento , finalmente Kov si stava distruggendo la reputazione con le sue mani. L’odio per il docente era sia accademico che personale , accademico perché Rej non sopportava che quel tale , così stravagante e bizzarro , avesse un quoziente intellettivo non di poco superiore al suo , personale perché la Signora Kov , un tempo era stata la compagna di Rej.

-Se posso rispondere alla sua domanda- disse il relatore , il nostro sole, come lei di certo saprà , non era la gigante rossa che tutti oggi conosciamo come tale bensì una “nana gialla” . Aveva una massa di circa 1,9890 X 10 alla trentesima kg , era quindi notevolmente più piccolo di oggi e la sua temperatura in superficie era di circa 5770 K. Secondo delle recenti stime  che mi sono permesso di fare , sempre che i signori qui presenti non ne facciano un cruccio personale ,  ( stava cominciando a spazientirsi perché non tollerava dibattiti come quello nei quali una delle due parti in discussione non aveva un minimo di collaborazione intellettuale )  , esso si trovava , in quella fase a circa 150.000.700 kilometri da H501. Ho motivo di credere che tale distanza , unita alla composizione della nostra stella , abbia fatto si che su tale pianeta si sia sviluppata la vita e forse una civiltà evoluta  , perché no , addirittura simile ( per così dire ) alla nostra –

– Eresia!- tuonò stavolta Fregh  – non le permetto di parlare in questo modo! –

– NO! – tuonò stavolta il professore – sono io che non le permetto più di interrompere la MIA conferenza , sono stato chiaro?! –

Il rettore era ammutolito , cosi come anche Joben e Horbis , forse gli unici veri seguaci di Kov , il docente era sempre stato un esempio di calma e ragionevolezza , raramente , anzi forse mai , era capitato loro di vedergli perdere le staffe in quel modo .

Per fortuna anche il portatore di luce era stato momentaneamente zittito e questo consentì al professore di proseguire.

-Inoltre volevo aggiungere – continuò con quel minimo di calma ritrovata , e sia ben chiaro che queste sono solo mie ipotesi , mie umilissime teorie e non obbligo nessuno a farne un dogma  – che tra la distanza interposta tra il sole e H501 vi siano stati forse un altro o due pianeti che sono stati disintegrati dal passaggio della nana gialla a supernova dei quali non abbiamo nessuna traccia oggi e sui quali , forse , un paio di miliardi di anni ancora più indietro , possono essersi sviluppate le condizioni necessarie alla vita.

– Professore  – intervenne finalmente Rej ( e non senza la solita punta di soddisfazione )   , io non approvo di certo le reazioni poco ortodosse rispetto al contesto in cui ci troviamo , da parte di alcuni membri della platea , lei però sta mettendo in discussione , senza reali e tangibili prove , il fatto che l’unico pianeta del sistema solare su cui sia mai stata presente la vita , o meglio la vita complessa , a quanto ci è dato di sapere , è il  nostro mondo , Titano –

– Si , infatti , su nessun altro pianeta del sistema solare , è stato trovato nulla fino ad oggi – intervenne un altro astronomo – nemmeno su quello in cui riponevamo più speranze: il nostro pianeta madre , Saturno , di cui noi siamo solo un satellite -.

– Nessun grande passo è mai stato mosso dalla scienza senza che prima qualcuno abbia osato idee che , nel momento in cui furono espresse , non fossero sembrate folli! – disse il relatore stavolta alzando la voce

– Basta! – io me ne vado! – tuonò un anziano del gruppo dei religiosi staccandosi dal palo di zinco sul quale , fino a qualche momento prima era saldamente ancorato grazie alle micro ventose presenti in maniera uniforme sulla liscia pelle argentea-

– Signori ora basta ! – disse di nuovo il preside , ormai però il dibattito si era trasformato in una sorta di lite

– No, basta lo dico io! – terminò il professore staccandosi l’amplificatore dal cranio .

L’amplificatore ( nome tecnico : diffusore ad ampio spettro di onde cerebrali ) era uno strumento che permetteva ad un solo essere di gestire e comunicare telepaticamente in caso fossero presenti in maniera simultanea più di dieci soggetti impegnati nella medesima conversazione.

Gli abitanti di Titano infatti comunicavano solo attraverso onde mentali , il termine “voce” , per questi esseri senza ne bocca ne orecchie stava ad indicare il tono e la frequenza di tali onde.

La situazione era ormai ingestibile , ognuno diceva la sua senza rispettare ne tempi ne tantomeno le buone maniere, ma non tutti erano contrariati della cosa.

I giornalisti erano in parte stupefatti ed in parte entusiasti di poter dare una nota piccante alla tiepida notizia della conferenza la quale , senza un tale e inaspettato epilogo , sarebbe stata sicuramente tediosa a non finire.

Dato che nella sala stava per scoppiare un putiferio, Horbis lasciò l’ancoraggio del suo palo di zinco ed uscì all’aperto.

Un osservatore esterno e totalmente ignaro della realtà di Titano, ovviamente, affacciandosi nella sala conferenze , non avrebbe visto  una folla in preda a grida e non avrebbe sentito alcun frastuono, per via della telepatia come solo mezzo di comunicazione, ma dinnanzi ai suoi occhi si sarebbe palesato un gruppo di creature, tra le quali alcune intente a trascinarsi da una parte all’altra della sala lasciando una sottilissima patina semi-trasparente al loro passaggio e altre che si dimenavano ancora avvinghiate al palo che fungeva loro da sostegno.  Tali esseri muovevano freneticamente strani arti e si sbracciavano, anche se di braccia non si poteva parlare, i loro occhi umidi pulsavano come in preda ad una strana eccitazione , ma la cosa incredibile era che tutto ciò , per chi avesse avuto orecchie umane , era accompagnato da un quasi totale silenzio , spezzato solo da brevi schiocchi e rumori acquosi.

Il giovane rimase eretto sulla sola grossa protuberanza che sorreggeva un corpo glabro e lucente , le 4 lunghe appendici distese lungo il corpo.

Contento di aver lasciato la frenesia della sala conferenze , escluse mentalmente la rissa verbale che avveniva dietro di lui sì, anche questo erano in grado di fare, e si mise ad osservare il cielo.

L’enorme massa di Saturno con i suoi anelli ghiacciati era ben visibile sulla volta grigio-celeste , ed Horbis penso’ a H501 , quel misero ed inospitale resto di pianeta  e non poteva certo immaginare che H501 altri non era che l’estinto corpo celeste che , innumerevoli millenni prima , veniva chiamato Terra.

Pensò anche che sarebbe stato bello se le parole del professore fossero state vere , se li’ , a quell’enorme distanza , miliardi di anni prima , qualcuno si fosse posto le sue stesse domande.

 

Note:

questo racconto ( spero che sia abbastanza riuscito da potersi almeno definire tale ) mi venne in mente una sera , mentre ero supino sul letto e per caso capitai su un canale che dava un documentario sui pianeti del nostro sistema solare. Nel filmato alcuni scienziati ipotizzavano ( o meglio azzardavano ) che quando il Sole muterà la sua forma in Gigante Rossa , distruggerà sicuramente Venere e Mercurio, ma la Terra potrebbe rimanere li’ dov’è ( ovviamente il calore ucciderà tutte le forme di vita e diventeremo solo un inutile roccia ) . Ipotizzavano anche che , aumentando di massa , il sole , avvicinandosi ad esempio a Titano , potrebbe modificare radicalmente la temperatura , la morfologia e la composizione del satellite di Saturno , sul quale , potrebbe in quel caso , nascere la vita , anche grazie allo scioglimento dei suoi ghiacciai .

Questo scenario sarebbe comunque “attuabile” circa 5 miliardi e mezzo di anni nel futuro

Ho pensato che sarebbe fantastico se sarà cosi’.

Alessandro Maramici, Ladispoli

 

 

Dicono che il tempo guarisca le ferite.

È solo una grandissima menzogna, una frase creata ad arte per tamponare con illusoria speranza una parte di sé che sanguina, per raccogliere con fiducia i brandelli di carne spazzati via con immenso dolore dalle circostanze della vita o da chi, ignaro complice del destino, è costretto a conficcare un pugnale nelle profondità di un animo indifeso, semplicemente per adempiere ad un dovere celeste.

Il tempo non guarisce le ferite, il tempo aiuta a comprendere, a trovare spiegazioni, ad accettare.

Il tempo è quel piccolo grande alleato che prende un libro bianco per inciderci sopra una storia scritta con il sangue, per poi tamponarlo con una misera garza sterile in modo tale da non macchiare il resto delle pagine. Il tempo riempie ogni singolo foglio, lo arricchisce di frasi, di risposte, di soluzioni. Spiega e urla ogni volta in cui si accorge che non lo si vuole ascoltare.

Aspetta con pazienza. Dieci, cento, mille pagine ancora… Il tempo è lì.

Aspetta.

Scrive e attende fin quando l’inchiostro finalmente si sostituisce al rosso ematico e si è quindi liberi di vivere nell’illusione di essere guariti. Ma basta tornare indietro, sfogliare le pagine a ritroso per accorgersi che le parole macchiate di sangue sono sempre allo stesso posto, che quella breve o lunga storia scritta con dolore non è stata stracciata via, ma solo allontanata di qualche pagina.

Allora, tornando indietro, gli occhi rivedono i fogli dolenti macchiati per sempre, e con forza e rabbia li sfogliano via, ma le dita, tinte inavvertitamente dai residui color porpora, trasportano la traccia di quel dolore nei nuovi e più tranquilli capitoli, creando un filo sottile fatto di acciaio.

Il tempo è ancora lì. Aspetta.

Aspetta che il libro continui a riempirsi di macchie, di impronte indelebili, di consapevolezza.

Aspetta di scrivere nuove pagine, nuove storie, nuove esperienze.

Aspetta che quei segni tinti di rosso non siano più il ricordo del dolore, ma di un dolce trionfo.

Roberta Capriglione, Roma

Mio padre è una cittadina vuota, silenziosa, dove solo il canto notturno dei grilli anima il paesaggio. Mio padre è anche un ospedale abbandonato, dove non si possono curare le ferite, ma solo immaginare come sarebbe stato ricevere una medicazione dal dottore più importante del reparto. Mio padre è anche una festa affollata, dove il suono è così forte da far girare la testa. In una casa riesco a vedere una donna con il viso adagiato sul cuscino, una lacrima opaca le riga il viso. Chissà, mi chiedo, quale sofferenza ha abbracciato l’animo di quella sconosciuta, lontana. Mia madre invece è il Sole che sorge al mattino e fa cantare gli usignoli, irradia la stanza con la sua risata, quando genuina. Mia madre è anche la Luna, misteriosa, che si sveglia di notte e sorveglia l’oscurità. Mia madre è un albero che non è potuto crescere, piantato in un misero giardino abbandonato a sé stesso. I suoi rami sembrano avvilirsi ogni giorno di più, e nonostante lei sia andata via da quella fredda cittadina silenziosa, ancora scruto in lei palpitii di sofferenza, nostalgia. Chissà, mi chiedo, cosa le manca. Cosa le attraversa il pensiero, al di fuori della preoccupazione mondana dell’esistenza? Mia madre ha poi visitato altre piccole città, eppure, in ognuna di esse, nessuna casa l’è mai sembrata sicura. Vorrei donarle il mondo, così come lei prova a donarlo a me, nel suo piccolo. Oh madre, sai, anch’io ho visto i miei sogni sgretolarsi dietro un pannello di vetro, e non potevo far nulla se non osservare i rimasugli dei desideri perduti, ch’ormai son morti. Tutt’ora mi rivolgo alle stelle e ai pianeti quando chiedo qualcosa ma sai, mamma, io ormai non desidero più. Non desidero più nulla. In me non v’è più alcun desiderio. Io aspetto che la corrente mi faccia muovere, quasi mi muovo d’inerzia, non più un briciolo di brama è presente nel mio animo. Ho solo un unico desiderio che mi divora il petto fino a risalire alla gola. Io vorrei compiere la mia vocazione. Il mio piccolo demonietto ancora non s’è pienamente manifestato, e ciò mi divora. Forse devo solo attendere, ma sai, questa volta disprezzo il non poter conoscere tutto subito. Qual è il mio scopo? Conosco troppo poco mio padre e non riesco a trovare sintonia tra le nostre vite. Anzi, forse qualcosa la conosco. Ma nessuna di queste cose mi spinge a voler intraprendere un viaggio che durerà quanto tutta la mia esistenza. Mamma, secondo te qual è il mio scopo? Quale pensi sia il motivo per cui io son venuta al mondo, per cui io risiedo in questo corpo? Quale pensi sia il motivo per cui voi siete i miei genitori, e cosa ho ereditato da voi? Son troppo lontana da voi, e non riesco nemmeno a sentirmi in colpa per questo. Ho sofferto così tanto da non farmi più sfiorare da nulla e le persone mi hanno ferita così tante volte da sentire di non poter mostrare loro a pieno quanto è immensa e coinvolgente la mia essenza, nemmeno a coloro più vicini a me. Ora sono apatica alla loro esistenza, tanto tutto è solo di passaggio, vero? Niente dura nel tempo, ma niente è perso, questo lo so. Come pensi possa sentirmi dopo che mi è stato strappato via tutto, anche il nome? Pensi che la gente si diverta a giocare con il mio cuore di cristallo? Mi sembra di esser discesa su questa terra perché ho il potere di calmare gli animi, di connettermi con ciò che non tutti vedono, di percepire ogni piccolo movimento. Ho il potere della creazione e della comunicazione. Ma cosa mi porteranno mai tutte queste abilità? Potrebbero giovare un uomo, una donna, un bambino. Ma cosa mi porteranno tutte queste abilità se non sofferenza e incomprensione? La mia voce non m’ammalia, né la mia corazza. Io mi sento viva solo quando provo amore, quando dono amore e quando lascio pezzi della mia anima, in eterno, sulla carta. Forse la mia vocazione è l’amore devoto, o lo spiegare l’amore devoto attraverso delle rime. Ma sai, mi sembra d’esser discesa su questa terra nel momento peggiore; tra odio, rivalità, invidia, menefreghismo, malvagità… io non risuono con tutto questo, mamma, io son troppo sensibile per affrontare questo caos a testa alta! Oh, quanto vorrei potermi dare una risposta. Quanto vorrei potermi leggere dentro, poter leggere il futuro, poter scegliere senza paura di rimorsi che verranno. Forse non posso ancora rispondermi. O forse l’ho già fatto, ma non so d’essermi risposta. Mi vien da pensare che forse è proprio mio questo compito: la ricerca dell’amore. Questa è la mia passione, l’amore religioso che risiede nelle azioni d’espressione creativa. Io voglio portare l’amore nel mondo, voglio diventare amore per il mondo e discendere nel capo d’ogni singolo essere. Voglio brillare di luce perché io la luce non l’ho mai vista, non l’ho mai vissuta. Voglio brillare così tanto da riuscire ad annullare il male. Perché l’amore porta bellezza, e la bellezza devozione, e la devozione fede, e la fede ti fa vivere in ogni attimo per l’eternità. E non avrò desideri, ma ho un’immensa fede nello svolgersi degli eventi perché, nonostante il cosmo, in passato, mi abbia catapultato in voragini buie, m’ha sempre teso la mano nell’atto di risalire. Mamma, io nel mio ventre ho il destino della nostra discendenza e nelle mani ho l’evoluzione dei nostri avi.

Dalila Antonelli, Avellino