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LeggoScrivo è uno strumento di cultura che attraverso la narrazione collettiva e l’arte dello storytelling racconta un luogo, un territorio, un’opera d’arte, una tradizione culinaria e un prodotto locale da diversi punti di vista e angolazioni, con l’obiettivo di conferirgli valore. Uno strumento di scambio delle conoscenze al servizio di turisti e viaggiatori affamati di bellezza, ma anche un contenitore virtuale per mete turistiche consolidate e soprattutto per quelle che possiamo definire mete turistiche minori, solo perché spesso sconosciute e quindi fuori dai circuiti tradizionali.

Il progetto nasce dall’esigenza di valorizzare il cosiddetto turismo esperienziale, condividere i nostri viaggi e di creare una guida turistica alternativa, o meglio una vera e propria antologia di racconti, grazie ai quali avremo la possibilità di scoprire e riscoprire un luogo in infiniti modi diversi.

Il mondo di LeggoScrivo raccoglie altri mondi, quelli di chi ama scrivere, raccontare, leggere e di chi non può fare a meno di viaggiare, animato dalla voglia di esplorare nuove destinazioni che se raccontate con gli occhi e il cuore giusto diventano territori degni di essere visti e visitati.

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A Daniel Defoe dobbiamo la nascita del romanzo moderno; il suo nome rimarrà pertanto scolpito fino a che esisterà l’uomo.

Sebbene vi siano dei precedenti anche illustri, in primis il Don Chisciotte di Cervantes, egli fu in effetti il primo ad utilizzare questa nuova forma letteraria in modo sistematico. Lo fece con Robinson Crusoe, altro nome sacro nel tempio della letteratura.

Celebrato come iniziatore del genere e acuto scrittore, che sia stato anche un furbo matricolato non è altrettanto noto.

Daniel Defoe nella sua vita fu molte cose: imprenditore (fabbricante di mattoni), commerciante (calze e articoli di lana poi tabacco e vino), speculatore, agente segreto al servizio del governo, giornalista.

Mise presto in atto la sua scaltrezza, tanto per cominciare modificando il suo cognome, che era Foe, aggiungendovi la particella nobiliare e trasformandosi così in Daniel Defoe. Voleva passare per nobile, anche se suo padre era iscritto alla corporazione dei macellai e di mestiere faceva il mercante di candele.

Il nuovo cognome poteva aprirgli le molte porte a cui bussava per ottenere credito e prestiti in denaro per le sue mille attività. L’unico scopo che ebbe nella vita infatti fu quello di fare soldi, nessun altro.

Per raggiungerlo non esitò a prendersi molti rischi e a mischiarsi anche con la politica, mettendosi a volte al servizio dei progressisti (i Whigs) a volte al servizio dei conservatori (i Tories). I rischi gli valsero la prigione per debiti, i traffici con la politica la gogna pubblica.

Ma aveva talento, questo è innegabile, e non era mai a corto di idee.

Nel 1704, quando in Inghilterra scoppiò l’interesse per la lettura dei giornali, fondò The Review, La Rivista, e andò avanti per nove anni. La scriveva praticamente da solo.

Si rese conto che per ottenere l’attenzione di un vasto pubblico, e di conseguenza il suo denaro, non bastava pubblicare solo notizie politiche od economiche  ma occorreva trattare argomenti più leggeri, tipo cultura, gossip e novità letterarie. Aggiunse così anche la rubrica di cronaca mondana e quella delle lettere dei lettori; fu il primo anche in questo.

Fiutava il vento ed era sempre pronto a cogliere nuove occasioni di guadagno.

Per lo stesso motivo, sempre i soldi, volle scrivere un libro.

Non sentì alcuna vocazione letteraria e del resto sarebbe stata alquanto tardiva dal momento che prese quella decisione alla bella età di cinquantotto anni. Ma i libri, come i giornali, erano la moda del momento e quindi un affare redditizio, a patto di centrare l’argomento.

Come tutti gli inglesi anche lui aveva letto la storia del marinaio scozzese Alexander Selkirk, sopravvissuto miracolosamente per quattro anni su un’isola disabitata al largo del Cile, e ne era rimasto colpito. Per questo lo volle incontrare di persona e si fece raccontare tutti i dettagli della storia.

Poi si presentò all’editore Taylor e con lui concordò persino il numero di pagine del libro che aveva in mente di scrivere.

Infine si mise all’opera. Il titolo? La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe.

Allinea poi una serie di furbate degne di lui. Finge che si tratti di una storia vera, perché è quello che reclama il pubblico, e sul frontespizio non stampa il suo nome ma firma solo la prefazione, facendo credere che il libro sia opera dello stesso Robinson, un uomo comune che, fatto ritorno a casa, scrive e poi fa pubblicare le sue memorie. Anticipa nella prefazione: “Se mai furono degne di pubblicazione per il mondo le avventure di un uomo comune, e certamente accettabili una volta pubblicate, il relatore della presente storia non dubita che questo sia il caso. Le meraviglie della vita di quest’uomo superano ogni altro caso che si conosca, la vita di un solo uomo difficilmente potendo accogliere maggiore varietà di eventi”. Per ultimo inserisce alla fine del libro dei rimandi a quello che sarebbe stato un seguito. Come nei film di Hollywood, per dire quanto avanti fosse il nostro amico.

Il libro esce il 17 aprile 1719 ed ha un successo strabiliante; in pochi mesi si susseguono quattro edizioni. Nell’agosto dello stesso anno Defoe pubblica Le ulteriori avventure di Robinson Crusoe e nell’anno seguente Serie riflessioni durante la vita e le sorprendenti avventure di Robinson Crusoe.

Nonostante tutto, Daniel Defoe non riuscì mai a raggiungere lo scopo della sua vita: morì nei pressi di Londra, all’età di 71 anni, solo e pressochè in miseria.

Teodoro Lorenzo

Mi aveva avvertito Steno, saldando un fusibile alla scheda, Due ore in auto sono una mazzata, eppure non lo capii prima di aver visto nell’oblò aeropiste identiche, qualche zigzag di fiume e ciuffi di bosco tra le reti delle città, l’oceano annoiato, la scatola di nuvole che chiudeva a stento l’alba e da lì a poco la ruvida costa di nord-est, il riverbero tedioso nella zona dei laghi, i campi di grano e mais sdraiati sul Nebraska, traboccanti e sterminati, splendenti d’ambra come il sole che si abbassava lento sulla statale, contro il senso di marcia, davanti ai nostri occhi arrossati dal fuso. Ogni tanto si scorgeva la sagoma di una cascina o il cartellone pubblicitario di un avvocato, a spezzare il piattume dell’asfalto, ma il resto ormai pareva tutto rettilineo fino a Kearney.

Il mio cellulare era puntato sulla mappa, il suo quasi scarico, di conseguenza Steno aveva chiesto di mettere canzoni ritmate per tenerlo sveglio. Gli avrei dato volentieri il cambio al volante, una chicca guidare negli States, ma sfortuna volle che la mia patente scadesse proprio al nostro atterraggio e avrei ricevuto la nuova tessera solo una volta tornato a Verona. Presi sul serio il mio ruolo di DJ, a pensarci forse per farmi perdonare, oltre che per mutua incolumità. Pescavo brani dance dalle onde FM e rigettavo le ballate non appena l’autista accennava sonnolenza. Testa inclinata in avanti: cambiavo stazione. Occhi socchiusi: altra canzone. L’unico che riuscimmo ad ascoltare per intero fu un pezzo di George Strait, grazie a una videochiamata di Steno a moglie e figli. Io a Giorgia giusto un breve messaggio, non era il caso di sentirsi dopo il litigio del weekend e quel breve viaggio ci sradicava dalla routine al momento opportuno. Stare un po’ schisci, a distanza di sicurezza, sembrava quanto di meglio.

Suonammo al campanello del cliente la mattina successiva, con un lieve ritardo dovuto alle sveglie rimandate e due facce da zombie. Nel vetro della porta la receptionist veniva ad aprirci e di riflesso, sovrapposta, la bandiera americana sventolava tra i pick-up del parcheggio aziendale. Lynette ci accolse, riccioli biondi e un bustone di caramelle assortite, domandò se in Italia facesse più o meno lo stesso tempo, poi chiamò Karen alla cornetta e chiese a bruciapelo se avessi mai visto nascere un vitellino, mimando con le grosse braccia il gesto di tirare. Steno si era girato per fatti suoi, la testa nello zaino a frugare qualcosa. Io esitai in un finto colpetto di tosse, pensando di aver capito male, tra l’altro piuttosto confuso perché la donna sorrideva tutte lentiggini e mi avrebbe invitato volentieri al ranch di famiglia, se ero un tipo dallo stomaco forte. Risposi che sarebbe stato favoloso, un’esperienza del genere non volevo perderla, ma il soggiorno durava appena due giorni e di certo Karen ci avrebbe portati a cena col boss entrambe le volte, come infatti fece. Non appena si fece viva, la sua sagoma florida riempì un angolo della hall, Morning gentlemen, sorriso e strette di mano, raggiante per il nostro arrivo. La vedevo per la prima volta, videochiamate a parte, a dispetto di anni di lavoro insieme. Indossava berretto e occhiali protettivi, con giacca rifrangente su camicia a quadrettoni e un paio di jeans nei quali sarei entrato due volte e una spanna. Il suo team arrancava col servizio post-vendita, noi lenti coi ricambi a causa delle dogane intasate, cominciavano a ricevere lamentele, alcuni clienti chiedevano rimborsi, per questo ci avevano pregato di formarli con una formazione tecnica sui prodotti. Dunque Steno giustificava la sua presenza da uomo skillato in materia, mentre a me spettava agevolare il dialogo in lingua.

Il primo giorno pareva andato ok, soddisfatti da ambo le parti, salvo alcune diffidenze iniziali e la parentesi del cazziatone di Karen alla povera April, stagista imbarazzata, per aver dimenticato il proiettore. Nella mattina del secondo giorno erano state discusse tutte le slide della presentazione, in anticipo sulla tabella di marcia, complice una latente svogliatezza dei sei tecnici da formare, perciò Steno approfittava del fuso utile per una chiamata alla moglie e io facevo quattro chiacchere con Lynette, la quale stava allineando sul carrello i sacchetti del pranzo: burger di manzo e porzione di coleslaw. La sera precedente era nato un vitellino in fattoria e le brillavano gli occhi, Lemme show you, il suo pollice rapido sullo smartphone per avviare il video della mucca sdraiata nella stalla, a collo teso e un ago di biada incastrato tra i denti, col ventre stremato di muggiti profondi e il budello trasparente del piccolo a fare lento capolino attraverso il velo di sangue, sforzo su sforzo, prima la testina e poi le zampe, unite a coppie, fino al prolasso liberatorio della madre e gli incerti passetti del neonato verso le gonfie mammelle. Il miracolo del parto. Quando Lynette lasciò la stanza, nella sala riunioni c’ero solo io e i cappellini degli operai sulle sedie. Presi panino e salse da un sacchetto, stappai una soda dal minifrigo, e masticando ebbi la grata sensazione di un tepore inatteso.

Alla fine del training, Steno non volle aspettare il mio incontro riassuntivo con Karen ed era rientrato in hotel per smaltire del sonno in sospeso. Tornai a piedi costeggiando vagoni abbandonati su un binario morto, lungo il quale la mia ombra sarebbe presto giunta in paese. Intorno a me solo basse costruzioni in mattone e campi arsi. Pali elettrici, pali della luce e campi arsi. Strumenti di irrigazione, trattori e campi arsi. Da quelle parti, il terriccio era sottile e si spargeva come una polvere sulle strade e sulle cose, quando il vento ne aveva voglia. E il suolo famoso per essere ricchissimo, da poter sentire le radici del mais crescere scrocchiando. Almeno così mi aveva detto un anziano in hotel. Non era la stagione giusta, mancava del tempo, ma provavo ogni tot di passi, aguzzando le orecchie stordite dal silenzio. La strada era semi-deserta, ancora tutti a lavoro o in casa al fresco. Mi fermai davanti a un negozietto e ascoltai immobile, oltre l’insegna scolorita. Un fremito pareva davvero di sentirlo, sotto la gomma delle scarpe, come un coro di sussulti dalla terra.

Al messicano quella sera cenammo ospiti del boss, tenuta casual e bottoni slacciati, elettrico per un grosso affare appena andato in porto e anche per questo loquace al contrario del solito, persino spiritoso, sebbene il suo assurdo accento scozzese misto a una sorta di erre moscia diventasse indecifrabile parlando con le frijoles in bocca. Raccontò di quella volta in cui la moglie si ubriacò in salotto con un’amica, cocktail assurdo di bourbon e whiskey, fatto sta che trovò le signore mezze nude in salotto a sghignazzare sguaiate, i cubetti di ghiaccio contro il bordo dei bicchieri, allora buttò lì un giochetto di parole che non colsi, figuriamoci Steno occhi fissi, Can you believe that crap, ma visto che il boss rideva come un idiota e Karen gli andava appresso col boccone affacciato nella gola, ridemmo come scimmioni anche noi due. Frattanto, alle loro spalle, la TV mostrava la sagoma del Nebraska marchiata da un’allerta incendi preoccupante, a partire dalle nove del mattino seguente. Se ci andava bene, per quell’ora saremmo già arrivati all’aeroporto e avrei provato a chiamare la Giò. In un paio di giorni l’avrei rivista e avrei finalmente pagato dazio.

Autore: Apolae

Ci furono degli attimi precisi in cui le piante dei piedi gli bruciarono così tanto che quasi pensò di star calpestando pentole roventi. A un certo punto gli parve persino di vedere il fumo uscire dalle scarpette malconce. A pensare alle pentole lo stomaco gli brontolò di appetito. Per lavorare, soprattutto nei campi, occorreva avere la pancia piena; su questo suo papà lo aveva sempre ammonito. I massari, proprietari terrieri di larga tasca e braccia corte, lo sapevano bene. Solo che loro, scaltramente, il lavoro lo facevano fare agli altri: “u spertu talìa, u lollu travagghia!”. Vecchio detto di campagna. I massari le pentole le facevano utilizzare alle donne di casa per farsi cuocere le pietanze del raccolto o della stalla che i picciotti gli portavano. Loro chiamavano gli aggeggi da cucina: “tannura” e, probabilmente, non avrebbe mai visto la sua mamma usarne uno. Quelle erano robe di gente coi piccioli, pensava. E per avere i piccioli bisognava possedere i terreni e la mercanzia da vendere alle piazze.

Lui, in fin dei conti, era solo Nittuccio, il picciotto che si occupava della vigna e del raccolto quando serviva manovalanza. Di anni ne aveva dieci ed era proprietario di null’altro che una tracolla, ricavata dai sacchi di semenze, e le vesti che indossava. Quel settembre raccoglieva le olive per conto di Don Masuzzo, uno dei grandi proprietari a cui non sfuggiva nulla e che se ne stava appollaiato sulla seggiola di legno capovolta, con avambracci poggiati sullo schienale e con petto sudato e villoso. Coppola in testa, sigaraccio e orologio a carica manuale scintillante a tal punto da scambiarlo per il sole. Il Don era grassoccio, a quanto pareva carente di stenti vissuti, aveva vene varicose e viso corrucciato. Raramente parlava, se non qualche grugnito di incitamento: “annacatevi”, ruggiva e sputacchiava pezzi di tabacco in terra. I picciotti muti come i pesci tutti pronti a scattare.

Il lavoro, Nittuccio, lo aveva rimediato per conto dei Cangemi, compari vicini di casa che, venuti a trovare suo papà con il lume a dargli conforto nella sera gli avevano detto: “Don Masuzzo cerca picciotti che ci raccolgono le olive. Picchì non ci mandi a Nittuccio!? Tanto sapi lavorare, no? E con le mille lire ci compri i mostaccioli alla famigghia; che la festa dei santi è vicina.” Dal Don, Nittuccio doveva lavorare un paio di giorni. Dormiva nella catapecchia dove gli altri mettevano il fieno e di giorno si toglieva le scarpette per non sentire il forte pizzicore ai piedi.

I braccianti al servizio del Don venivano da zone rocciose, partendo con muli e carretti carichi di attrezzi e leccornie di vario tipo, nelle ore di pausa li vedeva frantumare con i denti fichi e pezzi di pane, mentre lui campava di pane che sua mamma Teresina gli aveva infilato nella tracolla. Il primo giorno di lavoro aveva rimediato mezza cipolla e un chicco d’oliva dal Massaro. Si era infatti presentato da Don Masuzzo con il canestro pieno di olive corvine e verde smeraldo, timido e con il capo calato. Il massaro era nel capanno a farsi i conti su carta e a mangiare pezzi di salame. Il capannaccio a mò di ufficio attorniato da montagne di cipolle e olive in salamoia che li scambiò per i mille granelli che calpestava sulla via del ritorno.

Il Don gli porse mezza cipolla, tagliata al centimetro per non rischiare l’eccedenza, gli allungò poi una pallottolina d’oliva: “bravo picciotto, il panaro più bello tu l’hai portato. Ora però allestiti che me ne servono altri!”. Grugnì. Nittuccio lo assaporò così forte, il misero pasto, da sentire le vibrazioni di piacere inasprirsi per tutto il corpicino da coltivatore mingherlino e passò il restante giorno a ispezionarsi la bocca con la lingua per scovare qualche avanzo incastrato tra i denti.

Le cose funzionavano così nell’infinito agrario qual’era la Sicilia, come una gerarchia dittatoriale imposta da padri fondatori di cui nulla si sapeva. Paolino, zio materno di Nittuccio che aveva i mandorleti e i calli grinzosi, una volta gli aveva spiegato: “funziona accussì figghiu. Coi gradi come nei militari, se sei artigiano e bravo di carte diventi – Mastro – e dai conto a quelli più in alto che davanti al nome ci mettono – Zio -, come u Zíu Vastianuzzu che ci compra i fichi e se li rivende al doppio lasciandoci gli spiccioli. Se poi hai fatto lo sperto e da anziano ti ritrovi con i terreni e il porcile dove i picciotti muti danno da mangiare al tuo porco, allora diventi -Don- e ti chiedono il permesso anche per mangiare. E, figghiu caro, se in questo mondo non sei almeno un -Don- purtroppo non vali una minchia e con gli spiccioli ti ci lasciano davvero”.

Quando venne il tempo di tornare a casa, Nittucco aveva ancora le scarpette appese con i lacci intorno al collo. Tra le mani il pesante canestro ricolmo di olive pronto a presentarlo ai piedi del Don con tanto di inchino. – Mezza cipolla, mezza cipolla… Un chicco d’oliva, un chicco!- Lo bisbigliava a voce bassa, speranzoso di misericordia amara. Un rivoletto di bava scendeva sul labbro inferiore. Qualcuno dei braccianti rise pure, indicandolo.

Adesso che gli portò il secondo panaro il Don aveva finito i conti su carta ed era impegnato a conteggiare la caterva di lire, maniacalmente disposte in ritagli di forme uguali. Tossiva catarro, mormorava: “chìnnici, quattòrdici”, e così via. Nittuccio posò in terra il canestro, attese a un metro dal tavolo vecchio. “Centu, centucinquanta”. Il Don continuava a tossire. Il picciotto guardò il denaro lucido. Suo padre, alla sera, li tirava fuori dal fazzoletto di stoffa e li faceva tintinnare, per poi infilarsene qualcuno in tasca e posare gli altri nel cassetto. Tuttavia, così diversi e così tanti, non pensava neppure ne esistessero.

Alcuni ritagli raffiguravano quello che gli sembrò essere un volto femminile ornato di spighe, altri più grossi di color rosso camino avevano stampato sul retro uno strano ceffo dal grosso naso con una corona d’alloro in testa. Le monete erano tutte d’argento. “Perchè mai tanto a perderci tempo?”. Ne ignorava l’esistenza come anche l’utilizzo perché, alla fine, tutta la sua attenzione era rivolta alle cipolle e alle olive. Adesso prese a inumidirsi le labbra e a grattarsi il capo, inquieto, e il rivolo di saliva riprese a scendere sul mento insudiciato di terriccio.

Il Don lo guardò: “chi vvòi?”. Seccato per essere stato interrotto. Poi lasciò i soldi, “ah vìeru!” disse, “mi tocca che ti pago”. Gli allungò qualcosa e la sedia scricchiolò per le movenze goffe del grasso sedere. Nittuccio afferrò il biglietto, era secco e vi era visibile un altro volto di donna ma senza spighe. Provò a leggerlo ma non era capace e, come suo padre gli aveva detto, arrotolò il pezzo di carta infilandolo in un brandello di stoffa.

Dopo attese con le labbra ancora umide, rivolgendo lo sguardo alle cipolle. Masuzzo se ne accorse, “àutru ti serve? Non te l’hanno insegnato che si chiudono le porte?”. “Aspetto il mio pasto”, esclamò il picciotto. “Quello là!” sentenziò, indicando i bulbi rossi e i barili verdi. Il Don incrociò le dita, i gomiti larghi e pelosi tra tavolo e seggiola. “Ah. Il pasto vuoi? E le mille lire non ti bastano?”. Tossì. “A manciàri ti sei divertito. Adesso divertiti a non manciàri!”. Gli fece cenno con la mano di andarsene via.

Al ritorno il picciotto prese la via principale, terrosa e con alti ulivi da ogni parte. Spesso si asciugò la fronte e tagliò per i campi che conducevano alle zone dove si faceva il vino. Si soffermò tra le rocce bianche dell’arida landa in cerca di qualcosa. Notò i babbaluci incollati a chiazze, tra i rami secchi e i massi anneriti. Sorrise. Li accumulò nella bisaccia e più avanti ispezionò altri punti dove ne raccattò ancora e ancora. Poi all’imbrunire gli apparvero in lontananza le colline dorate con qualche pennellata di verde, erano i campi dove facevano i vini. Quelli buoni. Vide addirittura la sua mamma raccogliere del sanapo per cena e le galline scorazzare. Tirò su la bisaccia stando attento alle lumache e sudato sorrise. “Sono a casa.” Disse.

𝑆𝑎𝑙𝑣𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒 𝑃𝑜𝑟𝑧𝑖𝑜 – 𝐴𝑛𝑔𝑢𝑖𝑙𝑙𝑎𝑟𝑎 𝑆𝑎𝑏𝑎𝑧𝑖𝑎 (𝑅𝑀)

In realtà, ricordo alla perfezione il giorno in cui conobbi Elvira. Io e due miei amici molto stretti ne parlavamo da tempo, sembrava quasi trasudasse un certo odore di “novità”, nell’aria. Stavo mettendo i soldi da parte da diverso tempo e decisi che il fine settimana appresso, saremmo andati tutti e tre insieme a vederla. Inizialmente ero molto indeciso sul sesso e sulla razza, avevo già avuto un maschio e mi aveva procurato, oltre a immense gioie e indiscussi momenti di spensieratezza, come solo un cane leale al proprio padrone riesce a fare, anche parecchie beghe non troppo semplici da riuscir a risolvere. Perciò, viste le antecedenti esperienze, optai per una cucciolina.

Ero molto indecisa sulla razza poiché il mio vecchio labrador non sarebbe mai potuto venir rimpiazzato, né dalla medesima razza né da un’altra. Non avevo bisogno di un cane, in realtà, e fui molto razionale anche su tale decisione. E pur non sentendone il bisogno, seppur il mio cervello continuasse a negarlo, il mio cuore carpiva la necessità di vivere a stretto contatto con un cane. Diedi retta al cuore, come molteplici volte fatto in vita mia, spesso errando. Chiesi consiglio anche ai miei amici, i quali magari da esterni sarebbero riusciti a dare un giudizio un po’ meno offuscato sulla razza di cane che più mi si sarebbe potuta addire. Dopo miliardi di battute, di perdite di tempo e farneticamenti vari sul da farsi, consacrammo tutti e tre a pieni voti per un cane da guardia. L’idea mi balenava in testa da un po’, ad esser sincero, ma avevo sempre fatto in modo di farla rimbalzare il più lontano possibile. I cani da guardia sono i cani più tosti da gestire, in più non avevo lo spazio per poter tenere in casa un Dobberman o un Dogo Argentino. Venne fuori questa unica pecca, che fortunatamente, Rikkardino, uno dei due amici stretti li presenti, scacciò via con due parole:” PASTORE BELGA”. Rimasi un attimo interdetto, a esser sincero; era una razza che allora conoscevo poco, seppur la trovassi molto affascinante. Il Malinois nasce come pastore, ma col tempo è diventato un cane polivalente, che sia per la difesa, la guardia, il riporto e soprattutto come arma per i carabinieri cinofili. È un cane molto fedele al padrone, attaccato quasi visceralmente ad egli. Tenace di carattere, abile ed agile fisicamente. “Praticamente porti fuori una Glock al guinzaglio”, fu il primo pensiero di tutti.

Vi erano altri fattori da tenere in considerazione, quali lo spazio e il tempo necessario da poter dedicare al cane. Un cane molto attivo ed energico, il quale ha bisogno di scaricarsi in continuazione.

Altro fattore da dover tenere in considerazione.

Dopo brevi parentesi sempre per decidere il da farsi, optammo per il beccarsi al circolo sabato al tocco, che qui a Firenze sono le una del pomeriggio. L’allevamento era nel Mugello, non ricordo quale fosse di preciso il paese ma se non erro eravamo alla Ronta. Era una giornata di metá maggio a dir poco mozzafiato, col sole che ci puntava il viso e un venticello fresco e leggiadro che ci accarezzava la pelle. Il viaggio in macchina tra musica, canne e le solite cazzate voló come il vento. Lavoravo tutti i giorni, e solo ed esclusivamente per godermi quei piccoli momenti di libertà. In cui ti sentivi in grado di cambiare il mondo, anche da un piccolo quartierino grigio di periferia. Arrivati la, vennero i proprietari dell’allevamento a presentarsi ed a farci entrare nel posto, il quale, ci fece rimanere tutti e tre a bocca spalancata. L’allevamento era una distesa di verde immensa, in cui ogni cane correva libero come fosse selvatico. Appena arrivammo circa 5 cani ci saltarono addosso e ci finirono dalle leccate, cosa che fece stringere il cuore di tutti e tre. Loro furono più “duri”, affermando che l’unico ad andare in fibrillazione fossi stato io. Mai cazzata fu più grossa, specie quando li vidi sorridere a 32 denti accarezzando qualsiasi bestiolina passasse per i loro dintorni. Ci presentarono la nuova cucciolata, e fu lì che la vidi.

Era la cucciola più bella e più taciturna.

Fu la prima a venirmi incontro, e con un rantolio secco, quasi a mo di monito, pareva fosse stata ella a scegliermi. La presi in collo e il cuore cominciò a pompare leggermente più forte, i palmi delle mani si fecero più scivolosi, il respiro leggermente più affannato. La cucciola mi guardò e mi riempì di baci per 5 minuti abbondanti. I miei amici avevano già capito, proprio da lì nacque la storia di “Elvira”.

Paolino, l’altro mio amico presente, si avvicinò a me ed alla canina che tenevo in collo, e fece per darmi una pacchina.

La canina, d’istinto, si girò verso di lui e comincio a ringhiare, per poi abbaiare con tutta la forza che teneva in corpo.

Paolino mi guardò, stupito, ed esclamò: “L’unico nome che puoi dare a questo cane è Elvira!”.

Mi fece sorridere quell’espressione, sbloccandomi un ricordo.

Essendo sia io che Paolino fissati sin da giovanissimi con Scarface e con i gansta movie, avevo deciso di appendere in camera mia un poster, quale pensavo fosse a caratteri cubitali quando lo ordinai ma che arrivò molto più piccolo di quanto immaginato, raffigurante Tony Montana con il sigaro in bocca. E di fianco, con caratteri altrettanto giganteschi, la scritta “SCARFACE”. Inutile dire quanto poi oggetto di scherno fu quel cazzo di poster. Ci ridevamo spesso su, era un aneddoto divertente. Elvira è il nome della donna di Tony Montana nel film, interpreta da Michelle Pfifer, bella come il sole. L’associazione per Paolino, dopo il gesto del cane, fu rapida e semplice. Mi convinse seduta stante quell’epiteto, che da soprannome subito divenne nome. Non ero stato io a scegliere il cane, bensì la bestia a scegliere me. La posai in braccio prima a Rikkardino e poi a Paolino, i quali divennero subito ufficialmente gli “zii” di Elvira. La questione mi fece sorridere, e così tutti e 4 salimmo in macchina per tornare verso casa. Mia madre quando la vide mi rincorse per tutta casa, dato che come al solito la mia testardaggine era riuscita a contraddistinguersi. Più volte mi aveva accennato su quanto fosse piccola la casa, su quanto tempo e spazio ci sarebbe voluto per un altro cane, specie uno da guardia. Ed io, come al solito, preferii fare di testa mia. Dopo la confusione iniziale, mia madre prese in braccio la canina e cominciò a coccolarla. Le mancava il nostro vecchio cane, riuscivo a carpirlo, spesso la vedevo triste. E dopo il tentennamento iniziale mi strinse forte tra le sue braccia, quasi le avessi fatto un regalo. La mamma è sempre la mamma, e sono poche le cose che riescono a soddisfarmi come regalarle un sorriso. Mia madre è fatta così, tanto impulsiva quanto buona. E credere che sia ingenua è un errore madornale. Oltre a sottovalutarla, perdi anche quella parte meravigliosa che si cela sotto quella maschera. Quello dell’aiuto verso il prossimo. Ha il vizio di dire sempre di sì, ma capisce sempre quando una persona se ne sta approfittando. Mia mamma per me è un po’ come un supereroe, seppur io riesca molto bene a non darlo a vedere. Mi ha sempre capito con uno sguardo. Ha sempre capito tutti con uno sguardo.

È una grande lavoratrice e la persona più onesta che abbia mai conosciuto. Peccato che non abbia preso da lei tale caratteristica, mia madre per me è un mito in questo. Furono anche questi i pensieri che mi attraversarono l’encefalo, in quell’istante. Una scena unica,sarò sincero. La canina ricambiava ogni coccola o carezza di mia madre, che sembrava già star iniziando a farla obbedire. Dopo un paio d’ore decisi di portare la new entry a fare un paio di bisogni e nel mentre arrivò anche Emma, la mia ragazzina di allora. Vorrei poter fare una descrizione dettagliata, ma non mi viene molto semplice parlare di ella. È finita malino e non passa giorno in cui io non pensi a lei. Ora sta con un altro ragazzo, il quale tra l’altro credo sia il suo ex. Ci sono molte che mi ha nascosto, ma anche tante che io ho nascosto a lei. Ma non solo a lei, forse a tutti. Sono molto introverso e odio narrare qualsiasi cosa, specie a una persona del sesso opposto, che potrebbe compromettermi. Ci sono cose di me, come tutti, che sa solo me stesso. Chi dice che non ha niente da nascondere mente, ed anche spudoratamente. Credo di essere tra questi anche io. Sbagliai, sbagliai tante volte con lei. A non dirle la verità, ma anche a darla per scontata forse. In fondo io non dipendevo da lei, ma da una sostanza, che sarebbe il THC. Specie quando la frequentavo fu un periodino di straordinario abuso. Mi rendevo conto sempre di non litigare con lei, ma con me stesso. In fondo tutti i suoi dubbi erano leciti, assai meno comprensibile il mio perenne e continuo sorvolare il problema, perché infondo “c’ho tutte le canne che voglio chi m’ammazza”. Questo spartito suonava in testa puntuale come uno jaeger le coutre, ogni volta che sorgeva fuori qualche questione. Io, come se annuissi, lei che invece cercava di toccare i tasti giusti per farmi innervosire. Finiva sempre con qualche lacrima o con qualche urlo. Non mi piace trattare male le persone, ed odio toccare tasti dolenti. Non sono nessuno io per continuare ad infierire sul latte già versato. Non tutti la pensano così, ed io, piuttosto che controbattere ad ogni “tossico di merda “(per due canne poi, roba da pazzi) continuavo a fare ciò che la infastidiva, ma senza ferirla ulteriormente. Tante volte cercai di spiegarle, vanamente, che tutto dipendeva dai modi. Avrei fatto un tentativo volentieri, se lei magari avesse chiesto di calmarmi un attimino. Apro una piccola parentesi, fumava anch’essa, ma molto meno di me e due tiri tanto per farli. Tante volte ho avuto l’opportunità per scagliarle contro questo piccolo paradosso, ma ho preferito sempre tacere. Lo sapeva bene anche lei che la predica proveniva da un pulpito assurdo, ma si ostinava egualmente a provocarmi. Bene o male riuscì quasi sempre a controllare le mie emozioni, evitando di farfugliare racconti scomodi. Credo lei fosse, e ancora sia, anche se mi auguro di no, piena di traumi. Cresciuta in una famiglia benestante, quasi abbiente, ed adottata a 5 anni dalla Cambogia. Credo ricordi dei suoi veri genitori, ho sempre sorvolato sulla questione. Non mi sono mai permesso.

È bella come il sole. Alta ma non troppo, scurina di pelle, gli occhi quasi a mandorla di color nocciola, capelli lunghi e un sorrisone niveo sempre stampato sulla faccia. Lei camminava sempre dritta e composta, io invece sempre imbronciato a testa bassa. Era buffa perché provava a mettersi i tacchi pensando di riuscire ad essere più alta di me, ma perennemente rimaneva più bassa. E quando succedeva sbuffava un paio di minuti, canticchiando la consueta filastrocca:” non è giusto”. Dopodiché si fermava, mi mirava negli occhi un paio di istanti ed esclamava, a gran voce:” ma lo sai che mamma Barbara ti ha fatto proprio bene si?”. Poi mi sorrideva e mi scoccava un bacino timido, quasi a mo di carezza. E quando ciò succedeva, sentivo il mondo scomparire piano piano scomparire intorno a me. Rimanevo io con lei, e quel mattone sulla bocca dello stomaco evaporava in un attimo. Non era mai banale. Ricordo bene una sera, la quale rimase a dormire da me; la mattina io dovevo andare a scuola, lei, invece, pur avendola già finita, prendeva egualmente il bus insieme a me, con meta   la stessa direzione, cioè il centro. Io andavo a scuola lì vicino, lei abitava lì, poco distante. Da casa mia al centro in bus sarà una mezz’oretta abbondante, forse anche di più. Ci prendemmo un po’ in giro sul fatto del biglietto, dato che io salivo sempre rigorosamente privo di ciò, ed essa al contrario sempre munita. Le piaceva rispettare le regole, diceva. A me piaceva infrangerle, come tanti. La rassicurai sul fatto che il controllore non si fosse mai visto, e la convinsi a non perdere tempo per andare al tabaccaio, piccola sosta che probabilmente ci avrebbe fatto perdere anche il bus. Eravamo di buon umore, poi aveva voluto fare due tiri anche lei, di prima mattina alle 7, cosicché l’euforia si trovasse alle stelle. Arrivati in centro, magicamente, salì il controllore due fermati prima della nostra discesa. Cambiai viso, seppur mi scappasse da ridere. Non avevo i soldi né per pagare la mia multa né la sua, e mi sentii quasi congelato, intrappolato in una sensazione di angoscia assai intensa. Di me ne sarebbe importato il giusto, non l’avrei pagata quella multa, o avrei trovato i soldi per andarla a pagare direttamente in comune. Mi dispiaceva per lei, l’avevo convinta io, lei non voleva e le ho fatto anche prendere la multa.  Come Aprii bocca per chiederle scusa, mi baciò a stampo e tirò fuori il portafoglio. Pagò prima la mia multa e poi la sua. Ad essere sincero, non mi era mai capitato prima, e non ricapitò dopo. E non parlo di lei, ma delle altre persone. Non che fosse ordinaria come situazione, ma mentirei se dicessi che vi sono stati occasioni simili in cui ciò accadde. Non rimasi colpito, direi pietrificato. Mi spiazzò, e quando scendemmo mi sorrise. Mi sciolsi come di consueto ma rimasi razionale, volevo ascoltarla. Disse che la scena le aveva fatto ridere e che anzi, era quasi dispiaciuta di averla pagata al colpo mio, non voleva mettermi a disagio, sapeva che non avevo entrate fisse e che i soldi in quel momento non erano una costante, in casa mia. A me scappò quasi da piangere, e l’abbracciai con tutta la forza che avevo in corpo, tanto che dopo 5 secondi sentii berciare:” Piano così mi fai male”. Mi fece commuovere pensare quanto fu naturale quel gesto per lei, senza pensarci mezzo secondo. Tale azione rimase impressa nel mio cuore, e non solo. Volle dire tante anche al mio cervello. Realizzai del bene che mi voleva quella figliola, ma anche che forse non ero in grado di riceverlo. Quel giorno decisi di rimanere con lei, i suoi lavoravano tutto il giorno e mi diceva spesso che da sola si sentiva triste. Non lo feci per ricambiare, lo feci perché mi andava di stare con lei veramente. Della scuola me ne fregava anche il giusto e l’onesto, per un giorno non sarebbe morto nessuno. Rimanemmo insieme tutto il giorno, a guardare film, a mangiare a fumare e a fare l’amore. Ogni volta era bello come la prima, perché lo facevamo insieme. Era come condividere qualcosa, due corpi che si intrecciavano alla perfezione. Io l’ho amata con tutto l’amore che ho avuto in corpo, che forse non era abbastanza. Sono tanti i rimpianti, inesistenti i rimorsi. È tutto ció che non ho potuto fare che mi rimane appigliato in gola, come un amo. Di quanto non ho voluto insistere quando se n’è andata, di quanto la mia concentrazione sul lavoro fosse diventata a tratti subumana, di quanto manca anche ad Elvira.

Si conobbero poco dopo che la presi, e legarono subito. Emma adorava Elvira e viceversa, tant’è che quando eravamo insieme, facevo tenere il guinzaglio a lei. Con me era sempre molto agitata, tranne la sera in cui percepiva la mia stanchezza ed evitava di tirare. Con Emma invece al contrario, non tirava mai in nessuna circostanza. Essendo un cane molto affine all’addestramento, seguiva al mettere tutto ciò che io, ma soltanto io, le dicevo. Con Emma stessa identica cosa, ma solo con essa. Non so cosa sentisse il cane, non so quale sorta di percezione arrivasse ad Elvira. Forse il legame che ci univa, o forse sentiva di potersi fidare. Quando la portavamo al circolo Rikka e Paolino saltavano come grilli, era diventata una sorta di mascotte per il quartiere. E spesso e volentieri i miei amici mi facevano notare quanto il cane fosse in sintonia anche con Emma, una cosa troppo palese per non essere notata. Dicevo sempre loro che era meglio così, l’avrebbe difesa da tutto. Difatti bastava avvicinarsi più del dovuto ad Emma che Elvira iniziava ad abbaiare seduta e composta, a mo di sfinge. Bastava un fischio per farla calmare, ma qualora non avesse sentito il fischio, in caso di necessità Elvira ti sarebbe balzata al collo con una stretta formidabile. Emma non c’è più, o meglio non la vediamo più. Io come già detto penso sempre a lei, ed Elvira forse nel profondo, seppur non riesco a leggerlo, anch’essa sente delle mancanze. Di quando io dormivo fino a tardi e c’era Emma a badare a lei. Di quando tornavo tardi da lavoro e lei passava per portarla fuori e stare con lei. Dispiacque anche agli amici, quando finì. Le volevano bene, erano entrati in confidenza. Rikka per alcune questioni le chiedeva anche dei consigli. Per questo mi piace pensare che quando Elvira è di buon umore è perché lo è anche Emma. Fortuna è che la vita va avanti, Elvira cresce, io anche. Di irrisolvibile c’è solo l’aldilà, e finché non sono solo posso continuare a correre. I ricordi rimangono ben incisi sottopelle, e la speranza pure. Mi manca, ma passerà. Io non so chi sono, ma mi vedo sotto di me. Ora posso osare, posso rinascere. Il futuro non è limpido ma so di poterlo colorare in qualche modo. La strada è tutta in salita ma so di poterla attraversare in qualche modo. Sono io che mi do la forza, io che guardo il fondo e risalgo. E più mi vogliono trascinare di nuovo in basso più rimango saldo verso la salita. Una volta arrivati ritoccheremo il fondo e risaliremo, come ogni volta.

Mi piacerebbe farle vedere che resisto, che non mollo un centimetro. Che le difficoltà si moltiplicano e il mio essere perpetuo, persevera nel dimostrarsi un abile quoziente. Ed anche se ti vedo in centomila volti, vedo chiaro e limpido dinnanzi a me. Tu non ci sei ma ti sento. Dentro di me, che mi guidi. Che mi porti a rimirar le stelle, col tuo respiro che ansima su di me. Sento le tue mani, i tuoi capelli ed il tuo odore. E qualora mi trovassi perso, sperduto, di nuovo sull’orlo del lastrico, di nuovo sul filo del rasoio, non temerei alcun male, perché tu sei con me.

𝑀𝑖𝑟𝑐𝑜 𝐵𝑜𝑛𝑐𝑖, 𝐹𝑖𝑟𝑒𝑛𝑧𝑒.

“Io non mangio per vivere ma vivo per mangiare” .

Questa frase potrebbe essere il motto di Arturo .
La fame, la brama di riempire lo stomaco , il desiderio di alimentarsi lo manifesto sin dalla nascita .
Il latte materno non gli bastava mai, terminata la poppata , ritornava a piangere e non voleva
staccarsi dal seno. Bruciò i tempi dello svezzamento imparando prestissimo a mangiare
autonomamente e soprattutto a mangiare tanto . Arturo crescendo e soprattutto mangiando, non
divenne certo un bambino filiforme anzi era decisamente in sovrappeso, forse non era obeso, ma
grasso certamente si ! Incomicio ad avere problemi per via della sua costituzione in terza
elementare, quando i suoi compagni di classe lo soprannominarono
“ TREBÙ ’’.
Lui, non riusciva a capire il senso di quel soprannome che gli avevano affibbiato e decise di
chiedere ad un compagno , a suo avviso uno dei più “umani “ , delle spiegazioni.
Il compagno “umano” iniziò ridendo a declamare la filastrocca che li aveva ispirati per quel
soprannome e la filastrocca faceva così :
Ciccio bombolo cannoniere
Con TRE BUchi nel sedere
Con TRE BUchi nella pancia
Ciccio bombolo va in Francia
Ecco ! Era un diminuitivo di “CICCIO BOMBOLO”!!!

NON C’ERA RISPETTO

Passo qualche annetto e Arturo alias TREBÙ si ritrovo alle medie , al soprannome TREBU’, alla
fine si era abituato e non ci faceva caso più di tanto. A scuola non andava benissimo ma comunque
se la cavava, mantenendosi sempre sulla sufficienza , non praticava nessuno sport e continuava ad
essere decisamente in sovrappeso, il cibo era sempre al centro dei suoi interessi . Alle medie, aveva
un insegnante di lettere molto carismatico, un tipo che sapeva affascinare gli alunni quando leggeva
racconti, declamava le poesie o spiegava fatti storici, inoltre era anche il cronista sportivo
del giornale locale. Scriveva soprattutto di calcio e al Lunedì , fra l’entusiasmo degli alunni ,
dedicava l’ora di conversazione, agli episodi calcistici della domenica precedente , l’ora di
conversazione era animata, i ragazzi intervenivano , commentavano i vari goal, discutevano sulle
azioni controverse , sostenevano l’una o l’altra squadra .
Arturo , nell’ora di conversazione calcistica non interveniva mai, non era interessato al calcio e non
avendo niente da dire, se ne stava zitto in disparte, e forse, questo suo estraniarsi da un argomento
così interessante , aveva probabilmente infastidito il suo l’insegnante. Fu cosi che il professore , un
giorno, guardandolo con un certo sarcasmo, di colpo si rivolse a lui dicendogli << e tu ! “ PACIA
RISOT “ , non hai guardato le partite ieri ?.. >>
Il termine “PACIA RISOT “ cioè “ mangia risotto “, rendeva bene l’idea delle abbondanti forme di
Arturo e suscitò una incontenibile ilarità fra i suoi compagni che da quel giorno smisero di
chiamarlo “TREBÙ” , ribattezzandolo
“PACIA RISOT”

NON C’ERA RISPETTO

Finiti i tempi della scuola , Arturo andò a lavorare in una fabbrica tessile , si trattava di un lavoro
manuale ma pulito , operava tutto il giorno con filati di lana e di cotone, era un lavoro che
richiedeva soltanto di indossare un camice nero sopra i propri vestiti.
In fabbrica , la mano d’opera era composta principalmente da donne, e fra le varie le colleghe, ad
Arturo piaceva Luciana. Luciana era l’opposto di Arturo, mentre lui parlava poco ed era
decisamente grassottello , lei era chiacchierona e longilinea .
Arturo non le staccava gli occhi di dosso , rimirando continuamente quei suoi bellissimi occhi
azzurri e quei capelli castano chiari , lunghi ed un po’ mossi. Quando Luciana lo guardava, o
meglio, quando lei sentendosi insistentemente fissata lo guardava e gli sorrideva , lui era portato a
pensare che anche lei nutrisse verso di lui , le stesse emozioni , ma in realtà, quel sorriso , era
semplicemente dettato da un sentimento di compatimento e di pena. Arturo, che amava definirsi
non grasso ma di costituzione robusta, era fermamente intenzionato a conquistare Luciana, al punto
di intraprendere una ferrea dieta ipocalorica, cosa per lui alquanto dolorosa , ma alleviata dal
pensiero di lei.
Inoltre , per attrarre ancora di più la sua attenzione , iniziò a vestirsi con una certa cura, sotto il suo
camice nero, spesso faceva capolino il nodo di una cravatta e quando entrava o usciva dalla ditta,
cominciò a sfoggiare due belle giacche ed un elegante soprabito blu scuro.
Fu così, che scopri che avevano cominciato a chiamarlo “PIPPO” , ancora una volta gli avevano
affibbiato un soprannome , la cosa gli dava un certo fastidio, soprattutto per la figura che ci faceva
nei confronti di Luciana. Luciana , in quei giorni gli sembrava un po’ cambiata , gli era parso che
quando si sentiva osservata, lo guardava e gli sorrideva come al solito ma gettava anche uno
sguardo di intesa alle sue amiche e tutte si mettevano a ridere..
Perché poi lo chiamassero PIPPO , non riusciva a coglierne il senso ed allora lo chiese
“confidenzialmente” ad un suo collega di lavoro, il quale trattenendosi a fatica dal ridere, gli
canticchio un ritornello che faceva più o meno cosi
Ma PIPPO, PIPPO non lo sa
che quando passa ride tutta la città
si crede bello
come un Apollo
e saltella come un pollo
ma PIPPO, PIPPO non lo sa
che quando passa ride tutta la città ….

NON C’ERA RISPETTO

Capi di essere diventato lo zimbello della ditta, provo vergogna e si licenziò, giusto il giorno in cui
Luciana aveva deciso di annunciare ai colleghi , le sue imminenti nozze con un certo Giacomo e
distribuire dei sacchettini di confetti , ce n’era uno pronto anche per lui. Arturo tornò avidamente ai
suoi pasti ipercalorici e si trovò un nuovo impiego , consisteva in un lavoro molto pesante, si
trattava di una catena di montaggio in una ditta metalmeccanica , non era un bel lavoro, ma era pur
sempre un posto di lavoro …
Il caporeparto era una persona molto sgarbata, pretenziosa e polemica , il ritmo di lavoro frenetico.
Ogni turno durava otto ore , con una pausa di venti minuti per un boccone e per il bagno, staccarsi
dalla catena per andare in bagno o a bere al di fuori della pausa, non era visto di buon occhio. Il
lavoro era faticoso e l’età avanzava , presto sarebbero arrivati gli anni per la pensione ma nel
frattempo, vennero preceduti da dei brutti disturbi della vescica, che lo obbligavano a correre in
bagno,almeno un altro paio di volte oltre alla pausa.

Presentò un certificato medico alla direzione ed ottenne il permesso di andare ai sevizi ogni
qualvolta ne avesse avuto bisogno.
Il caporeparto, ricevuto l’avviso dalla direzione, in merito alle necessita di Arturo, comunico a tutto
il reparto le sue condizioni di salute, chiarendo che solo lui , poteva utilizzare con maggiore
frequenza il bagno , perché lui era uno “PISCIALETTO “. .
Da quel momento, i colleghi , quando parlavano di lui , non lo chiamavano più Arturo ma Arturo
Alias … PISCIALETTO.

NON C’ERA RISPETTO

Arrivò la pensione, Arturo organizzo le sue giornate , decidendo di dedicare il mattino agli acquisti,
principalmente mirati alla preparazione del pranzo, al giornale e al bar per il caffè .Abitava in una
piccola frazione e per queste sue necessità , doveva raggiungere in auto il vicino paese .
Quando in passato andava al lavoro, uscendo al mattino e tornando la sera, trovava il cortile
condominiale sempre libero e l’ingresso e l’uscita dal suo box non presentava problemi.
Con la pensione i suoi orari erano cambiati, scopri così che il suo vicino , per abitudine, al mattino
toglieva la macchina dal box e la lasciava nel cortile tutto il giorno , proprio davanti al suo box, con
lo scopo di usarla durante la giornata , senza la scocciatura di entrare ed uscire dalla rimessa.
Ora, quell’auto , peraltro piuttosto ingombrante, gli condizionava fortemente lo spazio di manovra,
obbligandolo ad effettuare forzate e ripetute sterzate, cambi di marcia, retromarce e attenzioni
varie. Operazioni che gli costavano una certa fatica , anche a causa del suo aumento di peso,
conseguenza del rimanere molto tempo in casa e con un frigorifero ben fornito a disposizione .
Gentilmente , fece in modo di incontrare il vicino e cortesemente gli chiese, di non parcheggiare
nel cortile condominiale , per le oggettive difficoltà che la sua auto gli creava nell’ uscire e nel
rientrare dal prprio box. L’uomo non gli rispose, lo guardò dall’alto in basso, accenno un sorriso
sarcastico, fece un’alzata di spalle e se ne andò..
Arturo lasciò passare qualche giorno, poi, visto che il vicino continuava a fare i suoi comodi , lo
affrontò un’altra volta , questa volta, con toni un po’ più seccati , nuovamente gli chiese la cortesia
di non parcheggiare davanti al suo box ma ancora una volta non ottenne risposta , l’uomo
si limitò ad un cenno con il capo, e se ne andò . L’incomprensibile cenno con il capo del vicino,
ebbe modo di capire che non era un cenno di assenso, poiché l’auto, anche nei giorni successivi
era come sempre, sfacciatamente parcheggiata in cortile davanti al suo box.
Arturo cominciava ad essere nervoso per la situazione , a volte, rientrato a casa, dopo aver messo
con difficoltà la sua auto nel box , guardava giù dalla finestra e vedeva che quella maledetta
macchina era sempre li. Una mattina , si affacciò per l’ennesima volta alla finestra, contemplo per
l’ennesima volta quell’auto, come sempre sfrontatamente parcheggiata nel cortile e si senti
ribollire il sangue , capi che non ce la faceva più, capi che si era stancato, capi che era ora di finirla.
Arturo scese, usci dal box con la sua auto , schiacciò con forza l’acceleratore centrando in pieno il
veicolo parcheggiato davanti al suo ingresso, poi continuò , effettuando una serie di manovre per
uscire , ad urtare di volta in volta e violentemente quell’ostacolo che perennemente gli si parava
davanti .Il proprietario della macchina, avvisato dai vicini , di quanto stava succedendo , scese in
cortile e gli corse incontro minaccioso. Arturo, quando lo vide , non esitò , spinse il piede
sull’acceleratore investendolo in pieno e salendo con la macchina sopra il suo corpo e mentre
quello urlava di dolore, lui con calma, mise la retro passandogli sopra un’altra volta e un’altra volta
ancora , rifacendo la stessa operazione quattro o cinque volte. Cadde un pesante silenzio , sotto lo
sguardo dei condomini ammutoliti, il vicino aveva smesso di lamentarsi.
Arturo scese dalla sua macchina e dopo aver guardato, con un mezzo sorriso, quel corpo esamine a
terra , si tolse dalla tasca una barretta di Cioccociok , la scartò, inizio a masticarla e si avvio
tranquillamente verso il suo appartamento.

NON C’ERA RISPETTO

𝑨𝒏𝒈𝒆𝒍𝒐 𝑹𝒆𝒄𝒄𝒂𝒈𝒏𝒊, 𝑪𝒐𝒓𝒏𝒆𝒈𝒍𝒊𝒂𝒏𝒐 𝑳𝒂𝒖𝒅𝒆𝒏𝒔𝒆 (𝑳𝒐𝒅𝒊)

La scelta era caduta su Kalabria Coast to Coast, un cammino a piedi di 4 giorni tra il Mar Jonio e il mar Tirreno nella parte più stretta della penisola, entroterra calabro tra Soverato e Pizzo.

Io e Sandro con Marco e Paola ci ritagliavamo spesso qualche giorno per stare insieme e staccare di netto dalla città e dalla quotidianità. Avevamo fatto “viaggi di bici”, “viaggi di mare” e di montagna ma mai “di cammino” come dicevamo in un gioco lessicale tutto nostro.
Il primo giorno era volato tra il mare azzurro di Soverato e le colline, inaspettatamente verdissime, abitate da distese di ulivi secolari, filari di vite e fichi d’india. A Petrizzi, un paese di 746 anime dove eravamo arrivati all’ora di pranzo, eravamo stati accolti con un’ospitalità che ci aveva colpito. Avevamo chiesto a una persona incontrata per strada dove avremmo potuto mangiare. Per tutta risposta lui, Carmine, carabiniere ma anche assessore, aveva preso il telefono e chiamato, nell’ordine, i proprietari dell’unico negozio di alimentari che avevano riaperto lo spaccio solo per noi e il Don, il parroco, che aveva aperto la chiesa per mostrarcela come fiore all’occhiello del posto.
Eccoci lì, sotto un leccio secolare, al centro del paese a chiacchierare con il sindaco, sua sorella, Carmine, il Don e 2 ragazzini con le biciclette.

Il giorno dopo, il cammino ci aveva portato attraverso una faggeta, salendo e scendendo lungo un sentiero attraversato da diversi torrenti ben nutriti di acqua. Non c’era nessuno, sembrava di essere in un mondo antico. Avevamo letto su Google che, in effetti, anche Aristotele era passato per gli stessi sentieri riferendosi al Golfo di Squillace come “all’istmo che fa da frontiera all’antica Italia attraversabile in mezza giornata di cammino”.
La luce filtrava tra i rami, le foglie nuove illuminavano il paesaggio. Sandro era rimasto un po’ indietro. Non era un fatto insolito non vederlo arrivare. Conviveva da qualche tempo con “Alzi”, come ha sempre definito l’Alzheimer che gli era stato da poco diagnosticato, e non era raro che, a tratti, si perdesse nei suoi pensieri.

Stavamo per tornare sui nostri passi quando lo abbiamo notato, nascosto dietro a un albero, il suo sguardo fisso su qualcosa. Ci siamo avvicinati, silenziosi. Un fruscio proveniente da un antro nascosto da una fitta vegetazione aveva attirato la nostra attenzione. Siamo rimasti immobili: due uomini stavano seppellendo un corpo.
Parlavano in un dialetto incomprensibile, a bassa voce, guardandosi intorno nervosamente. Noi, impietriti, riuscivamo addirittura a scorgere il volto del cadavere: si trattava di un uomo tra i 45 e i 50 anni.
Terminato il loro compito i due si erano incamminati per un sentiero secondario senza mai, almeno apparentemente, notare la nostra presenza.
Da quel momento il nostro viaggio era profondamente cambiato e tutte le sensazioni erano state sostituite dallo sgomento e dalla paura. Mai avremmo immaginato di trovarci in una situazione del genere.
Eravamo stati visti? Che fare? Denunciare o tenere per noi quel segreto? Contro ogni aspettativa le nostre posizioni divergevano e un abisso cominciava ad aprirsi tra di noi.
Marco e Paola erano annichiliti dalla paura di ritrovarsi coinvolti in una situazione potenzialmente pericolosa, volevano continuare il cammino, dimenticando quell’orrore per tornare alla normalità. Io e Sandro, invece, sentivamo forte il peso della responsabilità e non potevamo far finta di nulla, denunciare ci sembrava l’unica strada possibile.

Una soluzione condivisa sembrava lontanissima.
Infine, dopo interminabili discussioni, avevamo deciso che fosse il destino a darci la riposta: avremmo estratto a sorte scrivendo su un foglio POLIZIA e sull’altro CAMMINO.
Marco aveva estratto il pezzo di carta, c’era scritto CAMMINO.
Accompagnati da un silenzio pesantissimo, avevamo ripreso a muoverci.
Il giorno seguente non c’era neanche l’ombra dello spirito di avventura, la leggerezza dello stare insieme, la bellezza del paesaggio.
Stavamo seguendo il nostro itinerario finche’ davanti a noi, lungo la strada provinciale, era comparsa una pattuglia dei carabinieri.
Mi ricordo come fosse adesso la loro richiesta di mostrargli i documenti e di dirgli dove eravamo diretti.
Un attimo, uno scambio di sguardi e poi Sandro, spiazzandoci totalmente, aveva incominciato a raccontare tutto ricostruendo la scena nei minimi dettagli.

Altro che “Alzi”, era super concentrato. Il suo sguardo era tornato improvvisamente acuto, le sue parole erano fluide e appropriate e, soprattutto, era diventato rosso, un suo segno distintivo quando si infervorava nelle discussioni che lo coinvolgevano profondamente.
Arrivati i rinforzi, chiamati dalle forze dell’ordine, li avevamo guidati sul luogo del delitto.
Una volta raggiunto il posto però non c’era più nulla: nessun cadavere, nessuna traccia, nessun segno di quello che avevamo visto.
Avevamo sognato? Sandro ci aveva contagiati? Si era trattato di un’allucinazione collettiva?
Ci siamo guardati, increduli, poi abbiamo riso. Un riso nervoso e liberatorio. Era finita.
Abbiamo concluso il cammino ma con Paola e Marco abbiamo smesso di vederci.

𝑽𝒊𝒗𝒊𝒂𝒏𝒂 𝑺𝒂𝒓𝒂𝒄𝒆𝒏𝒊 – 𝑹𝒐𝒎𝒂

Marco aveva dodici anni quando disse ai suoi genitori che desiderava entrare in Seminario.
Quell’anno aveva frequentato la prima media ed era stato bocciato, in un certo senso voleva rimediare a quella grossa delusione, voleva fare qualcosa di importante , qualcosa che lo distogliesse dal pensiero dell’insuccesso scolastico.
La madre, molto credente e praticante, ne fu particolarmente contenta mentre il padre un po’ di meno.

Qualche giorno dopo il suo annuncio, andarono a parlare con il Parroco che gli fece alcune domande ed anche se sembrava poco convinto, si impegnò con la madre, dicendo che avrebbe provveduto ad accompagnarlo ed iscriverlo al seminario della loro Diocesi. A quei tempi , la formazione seminaristica iniziava subito dopo le scuole elementari e una volta entrati, li aspettava una vita austera, di studio e preghiera, sotto una severa disciplina.

Non diventò mai sacerdote, il suo problema era lo studio, se era riuscito a superare la scuola media , il suo percorso nella scuola superiore divenne molto problematico e nonostante i docenti cercassero in tutti i modi di aiutarlo, i suoi risultati erano molto scarsi. Fu così, che giunto all’età di ventidue anni, al termine dell’anno scolastico che stava frequentando , il Rettore del Seminario , con le più belle parole possibili, gli comunicò che purtroppo, non era adatto alla missione del sacerdozio .

Tornato a casa, non gli restava che trovarsi un lavoro, e grazie all’aiuto del Rettore, trovò un impiego in città, in una piccola fabbrica di articoli per l’arredo e la decorazione della chiesa.

Tutto sommato, nel complesso si sentiva bene, aveva trovato un piccolo appartamento in affitto, il lavoro gli piaceva ed inoltre aveva iniziato a frequentare l’oratorio del quartiere. Sapendo dei suoi trascorsi in seminario , il Parroco gli diede l’incarico di catechista per i ragazzi delle medie, cosa che fece con molto impegno ed entusiasmo.

Gli anni passavano ,veloci , uno dopo l’altro, e la sua vita scorreva, un po’ monotona ma nel complesso tranquilla e serena . Aveva da poco superato i trentanni, quando arrivò all’oratorio una nuova catechista , una ragazza più o meno sua coetanea, molto carina e molto religiosa , si chiamava Silvana .

Marco fu colpito dalla sua riservatezza e dalla sua timidezza, sentimento, quest’ultimo, a cui anche lui non era immune. La incontrava tutte le Domeniche, alla messa del mattino, con i ragazzi e le ragazze e al pomeriggio per le lezioni di catechesi. La Domenica pomeriggio , terminate le lezioni , avevano cominciato a fermarsi al bar dell’oratorio, per prendere qualcosa da bere e scambiare quattro chiacchere .
Marco non aveva mai avuto una ragazza, non aveva mai neanche considerato la possibilità che gli potesse capitare una cosa del genere, lui che non aveva conosciuto e neppure cercato l’amore , questa volta, si accorse, che qualcosa dentro di lui cominciava in un certo senso a tormentarlo. Cominciò a non vedere l’ora, che arrivasse la Domenica, per poter vedere quel viso dolce e sorridente ed assaporare la musicalità delle sue parole, era bellissimo trascorrere il tempo con lei, parlando e ridendo per piccole cose e più le Domeniche passavano, più aumentava il tempo che loro due trascorrevano insieme al bar .

Arrivarono così , in modo naturale, anche ad uscire per fare quattro passi per la città ed un pomeriggio, andarono al cinema, a vedere il film di un regista che lei adorava. Durante la proiezione lei appoggiò il capo sulla sua spalla e teneramente appoggiò la propria mano sulla sua, Marco era emozionatissimo ma nel frattempo non sapeva cosa fare. Fu lei a prendere l’iniziativa, alzando la testa dalla sua spalla e raggiungendolo con un bacio sulla bocca, goffamente Marco l’abbracciò e allo stesso tempo sentì qualcosa di umido contro le sue labbra serrate, qualche santo in paradiso gli suggerì di schiudere la bocca e fu così, che le loro lingue si incontrarono e si cercarono.
Fu l’inizio della sua storia d’amore con Silvana, cominciarono a frequentarsi anche durante la settimana, uscendo insieme la sera per una pizza, un film o anche solo per fare una passeggiata.

Quando erano insieme Marco la baciava, l’accarezzava, le passava le mani sui capelli, la stringeva forte a sé ma non osava andare oltre, trent’anni di educazione religiosa lo tenevano lontano da iniziative a peccaminose ed impure …Silvana era a sua volta innamorata di Marco, un tipo carino, dolce, sincero che sapeva essere molto simpatico, il suo modo di fare piaceva ai ragazzi della catechesi e piaceva molto anche a lei.

Silvana però capiva, che in amore, Marco era decisamente un po’ impacciato, aveva intuito che in questo campo non aveva esperienza, e pensò che andasse conosciuto meglio, soprattutto nel profondo del suo modo di ragionare e di amare. Arrivò una sera in cui Silvana si fermò a casa di Marco e dopo aver preparato insieme una cena squisita e romantica, con la complicità di alcuni di bicchieri di vino , arrivò anche l’ora dell’amore.
Erano al buio, nudi nel letto, Marco teneva Silvana teneramente tra le braccia ed ogni tanto le baciava i capelli e la nuca.
Mentre stavano così, silenziosi ed abbracciati, i pensieri di Marco cominciarono a divagare. Cominciò con il pensare che era la prima volta che aveva fatto l’amore, che per la prima volta era nudo in un letto con a fianco una donna nuda, ma cominciò anche a pensare, che quella donna non era vergine e che non si era fatta alcun problema per questa sua condizione.
Indubbiamente, per lei era la normalità, d’altra parte, lui come poteva pensare che una ragazza di quasi trent’anni fosse ancora vergine, l’aveva letto anche su una rivista di chiesa, nella rubrica “lettere al direttore”, dove un lettore aveva scritto, che era anagraficamente impossibile, che una ragazza di quasi trent’anni, potesse essere ancora vergine.

Marco cominciò così ad essere curioso del suo passato e a domandarsi: quando avrà’ fatto la prima volta l’amore? con chi? con quanti? …
Fu Silvana che spontaneamente gli forni delle risposte, poiché cominciò a parlargli di se, delle sue esperienze passate, della sua prima storia d’amore, della sua seconda relazione con un uomo sposato e più’ anziano, ed ancora, di una terza con un collega di lavoro.
Anche Marco, quindi, parlò delle sue esperienze, non le andava di confessarle che lui , di esperienze non ne aveva fatte proprio ed allora si inventò una storia, le disse che lui, in passato era fidanzato con una ragazza , una giovane insegnante di lettere , lo disse così , mentì per sentirsi “alla pari”.

Purtroppo, in un certo senso, i conti non gli tornavano, come poteva essere alla pari con Silvana, lei aveva confessato di aver avuto più relazioni e relazioni di certo non platoniche mentre lui, mentre lui , soltanto quella che aveva partorito con la sua fantasia.
Cercò di scacciare quei pensieri, cercò di sostituirli con pensieri più positivi, perché in fondo era fortunato, aveva trovato la donna della sua vita, una donna bella, intelligente, che lo amava e con cui stava veramente bene.

Più passava il tempo, più l’amava e più stava bene con lei, ma sempre più spesso, nella sua testa si affacciavano brutti pensieri, veniva assalito da una sorte di gelosia nei confronti del suo passato sentimentale e principalmente sessuale.
Cominciò a farsi dei veri e propri film mentali, immaginandosela mentre faceva sesso, cercando di ricostruirne i luoghi, i dialoghi, le sue espressioni e suoi stati d’animo e queste fantasie gli provocavano delle vere e proprie crisi d’ansia , arrivava a sentirsi quasi soffocare, il tutto accompagnato poi da tristezza, depressione e anche rancore.

Silvana, cominciò ad accorgersi che qualcosa non andava con Marco , era certa che lui l’amasse, che stravedeva per lei , ma avvertiva anche, da alcune sfumature di certi suoi discorsi o in certe sue espressioni, una sorta di risentimento nei suoi confronti.
Marco aveva cominciato a farle domande sul suo passato, chiedendole a volte dei dettagli di tipo erotico e lei, ingenuamente, in un primo tempo lo aveva assecondato, credendo di fargli piacere, perché Marco dopo i suoi racconti, si metteva sonoramente a ridere, dando il messaggio che volesse conoscerle più che altro per scherzare e forse anche per eccitarsi un po’.

Ma giorno dopo giorno, la situazione cominciava a farsi pesante, le domande sul suo passato sessuale diventavano sempre più insistenti e le reazioni di Marco alle sue risposte, non erano più basate sulla risata, ma al contrario , poi si adombrava e parlava a monosillabi.
Silvana cominciò a capire che quella di Marco non era una curiosità scanzonata ma una vera e propria curiosità morbosa, ossessiva , oltretutto a volte si sentiva giudicata negativamente per il suo passato.

Marco senza mai dirglielo chiaramente in faccia , ma attraverso giri di parole, di fatto le comunicava disapprovazione per i suoi trascorsi sessuali, riuscendo a volte anche a ferirla profondamente.
Spesso Marco , rifletteva anche sulla sincerità di Silvana, com’era possibile, che non si fosse accorta di quanto lui fosse maldestro e quali saranno state le sue valutazioni , quando per forza di cose, lo avrà confrontato con i suoi ex partner .
D’altro canto, anche Silvana si poneva delle domande, continuava a chiedersi cosa mai Marco dovesse rimproverarle, il passato era il passato , e soprattutto era il suo passato ed a quei tempi lui non c’era, di certo Marco era affetto da una gelosi insana , una gelosia insana e immotivata .

Di fatto, si era ossessivamente focalizzato sull’aspetto sessuale delle sue precedenti relazioni , arrivando addirittura a chiederle descrizioni in merito alle posizioni, ai luoghi ed alla frequenza dei rapporti .
Silvana aveva cercato di capire che tipo di disturbo avesse Marco e cercando su internet scopri che soffriva di gelosia retroattiva, e al riguardo lesse uno scritto che la turbò molto e che diceva :
“Per il geloso retroattivo, non è importante che la partner si comporti correttamente nei suoi confronti, nel qui ed ora, che lo ricopra di attenzioni, che sia presente, amorevole e che soddisfi ogni tipo di bisogno. In ogni caso, la partner verrà giudicata sulla base delle sue storie e degli uomini avuti in precedenza e avrà sempre una connotazione negativa.”

Ovvero il suo passato viene giudicato come costellato da superficialità emotiva , da scarsa moralità , in altre parole, da errori ai quali non è più possibile porre rimedio.
Questo perché il filtro con cui viene valutato il passato della partner riflette la scala di valori e il modo di vedere la vita secondo il geloso, una visione, che ovviamente non coincide con quello della partner…
Mentre Marco lottava contro questa sua insana gelosia, contrapponendo razionalmente, ai cattivi pensieri , tutte le cose belle che Silvana rappresentava per lui , Silvana era giunta ad una decisione.

Fu così, che pur non riuscendo a trattenere lacrime e singhiozzi , gli comunicò la sua intenzione di troncare il loro rapporto, gli disse che non intendeva proseguire con una relazione dove si sarebbe sempre sentita giudicare negativamente , oltretutto per delle sue scelte del passato , scelte che aveva avuto tutto il diritto di fare, scelte che non lo riguardavano e che lui non aveva alcun diritto di criticare.

Invano, disperatamente, Marco cercò di convincerla che sarebbe cambiato, invano Marco si scusò per i suoi pensieri , per i suoi giudizi, poiché Silvana, fu irremovibile e dopo un forte abbraccio , lo lasciò.
I primi giorni senza Silvana furono terribili bui, ora non provava più angoscia o stato d’ansia per il passato ma bensì per il presente, si rese conto, di quanto fosse stato stupido e di cosa avesse perso, per quell’insana forma di gelosia , ora non avrebbe più visto Silvana, nemmeno all’oratorio perché nel frattempo, lei aveva interrotto la sua attività di catechista .

Passò del tempo e piano piano, Marco tornò alla sua vita di sempre, alla sua vita un po’ monotona ma nel complesso tranquilla.
Fu circa un anno dopo la fine della relazione che casualmente , tornando dal lavoro , incrociò Silvana mentre stava passeggiando a braccetto con un uomo e quando lo vide, gli sorrise e si fermò per salutarlo.

Silvana era bella come sempre, forse ancor di più di come se la ricordava , lei gli presento il suo accompagnatore, gli disse che era il suo fidanzato, che era un insegnante di lettere e che a fine del mese si sarebbero sposati.
Marco, balbettando ed in preda ad una sorta di devastazione emotiva , fece loro le sue più vive congratulazioni e dopo qualche breve scambio di convenevoli se ne tornò al suo appartamentino.

Quella notte i suoi insani pensieri tornarono a trovarlo, ritornarono quei suoi film mentali che mostravano Silvana fare sesso con i suoi ex, ma oltre al passato, cominciò a pensare anche al presente, chiedendosi : “chissà cosa staranno facendo in questo momento Silvana con il suo professore di lettere”.

Quella notte, nuovamente, tornarono gli attacchi di ansia , tornarono i mai sopiti sentimenti di frustrazione, rabbia e rancore nei confronti di Silvana, per il suo passato e ora anche per il suo presente , e ancora una volta , Marco si senti come soffocare…

𝑨𝒏𝒈𝒆𝒍𝒐 𝑹𝒆𝒄𝒄𝒂𝒈𝒏𝒊, 𝑪𝒐𝒓𝒏𝒆𝒈𝒍𝒊𝒂𝒏𝒐 𝑳𝒂𝒖𝒅𝒆𝒏𝒔𝒆 (𝑳𝒐𝒅𝒊)

Ciao Sal,

Per quanto il mio animo detti riconoscimento e passione proprio non riesco a scrivere. Non so bene il perché. Sai, non mi è mai capitato. Non riesco altro che masticare versi infranti e note di tristezza su misere righe. Eppure, stasera, il cielo è limpido più che mai tanto da non aver mai visto la luna tanto vivida, circondata da stelle di smeraldo e voci che sanno di parole lontane. Quattro passi, Sal. Quattro passi nella nebbia notturna, tra i selciati che odorano di polvere antica, con aliti di gelo tanto furenti da far tremare le piccole fiammelle delle case in rovina. Tre giorni di dolore tra colpi di tosse e contorte lacrime di veli asciutti. Riesco solo a sentire il tremolio delle mani tenendo la penna e l’agenda scarabocchiata dai tuoi mille conteggi. Per quanto mi sforzi questa prigione mi sembra strana, ma, d’impatto, la riconosco. È il crepuscolo, Sal!
Quel luogo di silenzi assordanti sospeso nel tempo, dove l’uomo e la bestia si confrontano con il loro nemico più grande: se stessi. Per quanto narrare delle nostre innumerevoli imprese combattute su quel convoglio a fermate chiamato “vita”, non possiamo che considerare quanto noi siamo il nostro nemico più terribile e irrefrenabile, rendendoci conto che, quel convoglio, non può che condurci alla condanna finale, poiché così e scritto nei testi antichi con quel titolo dall’inchiostro incancellabile chiamato destino. Adesso non riesco a pensare ad altro se non a quanto la tua morte sia stata strana, Sal! E di come non parleremo più tranne che nei miei pensieri più intimi e profondi, in quei contenitori di legno muffo chiamati ricordi sparsi tra i meandri della mente.
Pensandoci ne ho uno incredibilmente simile a quello usato dagli artigiani per riporre stoffe e utensili da lavoro. Tanto pulito e levigato da credere sia sbocciato da un melograno, tra i campi incolti di terreni fertili. Aprendolo delicato noto che somiglia a quel portico di casa tua, usurato e tassellato di rosso. Quello dove in sere d’estate e spazi assolti ci si sedeva a chiacchierare di piaceri ed esperienze di una vita vissuta. Da quella scatola non puoi fuggire, Sal! Perché li posso farti visita quando voglio, trovandoti in attesa di allegre compagnie. E sentire la tua
voce, nei miei pensieri e in quella scatola, non può che strapparmi sorrisi di piacevole speranza e nostalgia.

E dunque, ti prego, parliamo.

– Così gigantesco mi ti ricordavo. Non te lo nego.

Ti sfioro la mano. Ruvida e smisurata come un vascello britannico. Ti siedo accanto.

– Mi piacerebbe sentirti raccontare una delle tue storie.

Sorridi. Accenni dei sì vogliosi d’attesa.

– Raccontami di quella volta che lasciasti tuo padre dolorante tra gli arbusti spinosi. Quando corresti in cerca d’aiuto.

– Ricordo che successe d’improvviso. Avevamo un terreno coltivato di vigne acerbe e rigogliose. Io e mio padre ci andavamo in bici, si partiva sempre al sorgere del sole.

Accendi una sigaretta. L’aria satura di fumo e acre odore di tabacco vecchio.

– Cominciammo a raccogliere l’uva, poi mio padre accusò dei tremendi dolori ai fianchi. Si decise quindi di prendere le bici e tornare sui nostri passi, fin quando mio padre si accasciò tra i fichi d’india pungendosi le spalle.

– Immagino tu ti sia spaventato.

– Tanto da avere i singhiozzi e pedalando così energicamente da sentirmi le gambe bruciare. Giunto a casa andammo alla sua ricerca con l’asino e il carretto di legno. Impiegammo quattro ore, trovandolo vivo e forte.

– Un gran bell’osso duro il tuo vecchio.

Fai cenno di sì lentamente, come il tuo solito fare.

Ti guardo.

– Duro e di granito. Come te che sei il figlio.

Sorridi.

– Non saresti dovuto morire! Ne sei consapevole, vero? Non adesso. Non in quel luogo. Saresti dovuto tornare in quella maledetta casa. I tuoi cari non si aspettavano certo di vedere rincasare una cassa chiodata.

Fai un altro tiro di sigaretta. Gli occhi tristi. Preferisci non parlare.

– La tua forza serviva ancora. Capisci? Senza di te tutto ciò che si percepisce è paura!

Mi guardi.

– La paura è bene metterla da parte. Come la forza è necessaria tirarla fuori da dentro.

Lo dici tranquillo, con voce che sa di vento freddo.

Adesso piango. Oltraggiando Dio. Perché, diavolo, quante volte gli ho chiesto di riportarti e non farti soffrire. Riesco solo a lasciar spazio a un mare prosciugato, volgendo parole e speranze a chi non mi ha ascoltato. Quindi, Sal, cos’altro potrei chiederti se non di varcare quella porta e vederti entrare a passi lenti e consumati. E quanto vorrei sentirla quella tua risposta, ma sei il frutto dei miei pensieri più malinconici e dolorosi e non fai altro che tacere.

Ti vedo gettar via il mozzicone, lentamente abbandoni il portico tassellato.
Scompari nella nebbia.

E non posso fare altro che guardarti andar via, con la stessa forza che mi hai trasmesso e che mi dà la possibilità di non seguirti, prendendo a pugni una vita malvagia che sa solo metterti in ginocchio.

Penso adesso agli aforismi che amo tanto. Ne uno di un certo Carlos Castaneda che ricordo d’aver letto ed essermi piaciuto. E si! Vorrei leggerti i suoi versi, pur sapendo che era un mondo a te lontano.

“In un mondo dove la morte è il cacciatore, non c’è tempo per dubbi e rimpianti: c’è solo il tempo per le decisioni. Poco importa quali siano. Nulla sarà mai più o meno grave di qualunque altra cosa. In un mondo dove la morte è il cacciatore, non ci sono decisioni grandi o piccole. Ci sono solo decisioni che un guerriero
prende a fronte dell’inevitabilità della propria morte.”

Sento adesso chiamarmi dalla mia coscienza, ed esco chiudendo la scatola con un lucchetto di cui io solo possiedo la chiave. Mi viene da salutarti nel modo più semplice che conosco, ringraziandoti per quanto di bello mi hai insegnato e con il vivo ricordo di pronunciare per te quelle uniche parole che conosco:

Addio Sal! Uomo più forte del mondo.

𝐒𝐚𝐥𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐏𝐨𝐫𝐳𝐢𝐨, 𝐀𝐧𝐠𝐮𝐢𝐥𝐥𝐚𝐫𝐚 𝐒𝐚𝐛𝐚𝐳𝐢𝐚 (𝐑𝐨𝐦𝐚)

L’8 gennaio 1324 segna il presunto giorno della morte di Marco Polo, l’esploratore veneziano noto per il suo viaggio verso l’Asia orientale e la sua opera “𝑰𝒍 𝑴𝒊𝒍𝒊𝒐𝒏𝒆” (“Il libro delle meraviglie”).

Si tratta di un resoconto dei viaggi di Marco Polo, scritto mentre era prigioniero a Genova nel 1298 all’interno del quale racconta di terre sconosciute e popoli straordinari, descrivendo paesaggi, città, usanze, e raccontando di merci esotiche. Alcuni dei luoghi menzionati includono la Cina, l’India, la Persia e molte altre regioni dell’Asia.

Dopo 700 anni dalla sua morte, vogliamo cogliere l’occasione per riflettere sulle sue imprese e sul suo contributo nella conoscenza del mondo orientale nel Medioevo.

Marco Polo è stato uno degli esploratori più famosi della storia, aprendo nuove vie di commercio e aprendo una finestra sulle meraviglie dell’Asia per gli europei del suo tempo. La sua opera ha influenzato la geografia, la cultura e il commercio dell’epoca, e la sua figura è diventata leggendaria nel corso dei secoli.

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