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LeggoScrivo è uno strumento di cultura che attraverso la narrazione collettiva e l’arte dello storytelling racconta un luogo, un territorio, un’opera d’arte, una tradizione culinaria e un prodotto locale da diversi punti di vista e angolazioni, con l’obiettivo di conferirgli valore. Uno strumento di scambio delle conoscenze al servizio di turisti e viaggiatori affamati di bellezza, ma anche un contenitore virtuale per mete turistiche consolidate e soprattutto per quelle che possiamo definire mete turistiche minori, solo perché spesso sconosciute e quindi fuori dai circuiti tradizionali.

Il progetto nasce dall’esigenza di valorizzare il cosiddetto turismo esperienziale, condividere i nostri viaggi e di creare una guida turistica alternativa, o meglio una vera e propria antologia di racconti, grazie ai quali avremo la possibilità di scoprire e riscoprire un luogo in infiniti modi diversi.

Il mondo di LeggoScrivo raccoglie altri mondi, quelli di chi ama scrivere, raccontare, leggere e di chi non può fare a meno di viaggiare, animato dalla voglia di esplorare nuove destinazioni che se raccontate con gli occhi e il cuore giusto diventano territori degni di essere visti e visitati.

Sarete voi, i nostri social reporter, a svelare una meta, a darle concretezza con parole e scatti, a farne conoscere la storia, le curiosità, le sfumature e perché no le complessità.

Come diventare un Social Reporter e far parte della redazione?

Tutti possono chiedere di partecipare e far parte della community dedicata alla scrittura e al viaggio. È necessario compilare il form nella pagina dedicata per inviarci un racconto o un vostro reportage fotografico accompagnato da una breve descrizione scritta.
Questa avventura sta per iniziare, noi abbiamo lanciato la sfida, adesso ci aspettiamo colpi di scena e sorprese letterarie, exploit fotografici e storyboard disegnati con la fantasia.

Potete trovarci anche sui social: Facebook, Instagram e Twitter.

9:00

La sveglia quella mattina non era suonata. Jonas la pospose un paio di volte prima di rendersi conto dell’ora e sapendo di doversi sbrigare lanciò via le coperte stizzito, rimanendo seduto cinque minuti a fissare il vuoto prima di alzarsi. Entrò nel bagno e con fare molto stanco, si tolse l’intimo che aveva in dosso entrando nella cabina. L’acqua non si regolava bene, la caldaia da qualche tempo presentava problemi ma sembrava non curarsene. Una volta finito, si lavò i denti e la faccia. Aveva delle occhiaie evidenti, d’altronde erano notti intere che non chiudeva occhio. Poi, si vestì con la solita camicia azzurra, un paio di pantaloni neri e delle scarpe omologhe. Si preparò il solito pranzo a sacco e successivamente uscì di casa.

9:30

Camminò lesto in mezzo alla marmaglia di persone che si precipitavano, proprio come lui, ad un’altra giornata di schiavitù. Prese la metro e si sedette in disparte. Tutti avevano gli occhi incollati al proprio schermo. Colletti bianchi, studenti e tanti altri. Nessuno guardava l’altro, nemmeno per un’istante. Tirò fuori dalla sua tasca gli antidepressivi, ne prese un paio e dopodiché mise le cuffiette alle orecchie. Era il suo unico modo per sfuggire dalla realtà, per sfuggire al sussurro dei demoni. Hey You dei Pink Floyd era l’unica cosa che riempiva di colore quello sfondo grigio e triste.

10:15

Una volta arrivato in ufficio gettò con la coda degli occhi uno sguardo ai suoi colleghi. Non amava stare in mezzo alle persone specialmente in ufficio, luogo dove si sentiva ancora più a disagio. Tutti, con grande alacrità e lo sguardo basso svolgevano i loro compiti. Il suo capo, Ben, era un uomo buono in fondo. Pensava solo al bene dell’azienda e dei suoi dipendenti anche se quando si presentava l’occasione di usare il pugno di ferro, non perdeva l’occasione di esercitare la sua autorità. Questa, però, terminava fra quelle mura. Come ogni piccola azienda, dipendeva da un’altra ancora più grande e così via. Era schiavo, proprio come noi. Jonas prese un caffè dalla macchinetta. Sembrava tutto fuorché quello però era l’unica cosa che gli permetteva di affrontare la mattinata. Si mise poi alla sua postazione quando la sua migliore amica, lavorante anche lei lì, si presentò alla sua scrivania. Si chiamava Layla e si conoscevano fin da piccoli. Lui aveva perso da poco sua madre in un incidente. Era in auto con il padre quella sera, era il loro anniversario. Ad un incrocio, un camion guidato dal conducente palesemente ubriaco, li travolse in pieno. Lui uscì indenne non si sa come, lei purtroppo morì qualche ora dopo in ospedale. Decise allora di trasferirsi, di cambiare aria. Il giorno in cui approdarono nel nuovo quartiere, Layla stava giocando sull’altalena. Avevano entrambi otto anni e lui subito si innamorò a prima vista di quegli occhi azzurri come il mare. Erano trascorsi da allora più di vent’anni e mai ebbe il coraggio di dirglielo.

Layla: “Hey tesoro (lo chiamava sempre così quando doveva chiedergli qualcosa) come va?”

Jonas: “Ciao…si va avanti, credo. Dimmi pure, ma veloce poiché sto lavorando.”

Layla: “Ma come non ricordi? Oggi è il mio compleanno, stronzo. Mi fa piacere che ti sia ricordato e grazie per gli auguri. Comunque sia, avrai avuto i tuoi pensieri per la testa come al solito quindi tranquillo. Stasera do una festa a casa mia e vorrei venissi anche tu. Alle 20:00, sii puntuale così dai anche una mano a preparare.”

Jonas odiava le feste. Persone che non si scambiavano mai la parola fingevano di essere grandi amici. Si parlava di cose futili come ragazze, sport e altre cazzate di vario genere. Poi tutto quel rumore, le urla stridule, tutte quelle persone vicino a lui lo mettevano molto a disagio. Ma era pur sempre la migliore amica, quindi…

Jonas: “Certo, stai tranquilla.”

Layla: “Bene a stasera allora.”

In quello stesso istante un uomo, Mikael, dall’altra parte della città aveva già programmato la sua di serata. Era rimasto disoccupato, pieno di debiti da saldare e senza nessuno accanto. La moglie morì tempo prima a causa del cancro e i suoi due figli, dopo la sua morte non si fecero più vedere.

13:00

La pausa pranzo era uno dei momenti meno dolenti della giornata. C’era un parchetto nelle vicinanze, si radunava sempre su quelle panchine. Quel giorno, mentre stava tirando fuori il suo pranzo, osservò una madre intenta a giocare con suo figlio. Un senso di malessere pervase il suo corpo, pensando che lui quel tipo d’affetto non lo ricevette mai. Neanche una volta. Suo padre era sempre fuori per lavoro ed ogni volta che i due intraprendevano una conversazione, non faceva altro che parlare della sua squadra del cuore e di soldi. Già…fin da piccolo avevo aperto gli occhi sull’aspetto reale delle cose, sulla mano invisibile che controlla tutto e tutti. I pensieri sovrastarono per un attimo. Le voci iniziarono ad assillarlo, a toglierli la capacità di controllarle. Fino a che il bambino cadde per terra, sbucciandosi il ginocchio. La madre lo rimproverava e lui non ne capiva il motivo. Perché privarli della libertà? E soprattutto della capacità di autoresponsabilizzarsi? Smise però di pensare e cercò di consumare il suo pasto. Lo stomaco era chiuso, non entrava niente. Sulla strada di ritorno per l’ufficio Mikael gli passò accanto e lui ebbe una strana sensazione. Sul marciapiede vide un senzatetto, si avvicinò e gli consegnò il pranzo e qualche spicciolo. Poi tornò a lavoro.

18:00

La giornata lavorativa era finita. Era un loop infinito senza alcuna via d’uscita. Ogni giorno, quando consegnava le ultime scartoffie, provava lo stesso vuoto. Iniziava e finiva tutto allo stesso modo. Era prigioniero e lo sapeva, purtroppo però era costretto ad adattarsi. Una parte di lui, nel profondo, rifiutava tutto questo. Prese di nuovo il tram e fece ritorno a casa. Aprì il pacchetto di sigarette appena comprato e si gettò sul letto. Quella casa era un vero schifo; non si riusciva a capire da quanto tempo non gli venisse data una ripulita o al minimo una sistematina. La confusione la faceva insomma da padrona. Gettato il mozzicone sul pavimento, decise di riposarsi almeno un’oretta prima della festa. Gli occhi però non riuscivano a chiudersi. Continuava a sentire quella strana sensazione come se qualcosa di brutto sarebbe successo quella sera. Così, accantonata l’idea del riposarsi si sedette vicino al suo scrittoio buttando giù tutto ciò che gli passasse per la testa. Non aveva una TV né tantomeno usava i social. Queste cose, lo spaventavano più di ogni altra cosa. Il controllo, la manipolazione erano solo alcuni degli aspetti che lo portarono a fare determinate scelte. Il tempo passò molto velocemente e l’orologio appeso in salotto segnava che era quasi ora.

19:30

Mikael stava fermo fuori il suo terrazzo a guardare un’ultima volta il tramonto scendere sulle montagne. Piangeva perché il suo destino ormai era imminente; oramai lo aveva accettato. Non aveva più niente da perdere né da guadagnare. Anzi l’unica via di liberazione era proprio quella che aveva predetto.

Jonas, nel frattempo, si stava preparando per la festa. Si guardo allo specchio, non riconoscendosi più nemmeno nella sua immagine. Il fisico era debole e magro, quasi spuntavano le ossa. Le occhiaie di sera erano sempre più vivide, le labbra erano totalmente screpolate. I suoi capelli erano disordinati e la barba incolta. Insomma, decise di sistemarsi quanto meglio poteva. Una volta finito il risultato non era dei migliori ma migliore del precedente. Una volta vestitosi, prese le sue medicine ed uscì di casa. Mikael fece lo stesso andando al cimitero per salutare sua moglie.

20:15

I preparativi per la festa erano già cominciati. Jonas arrivo con un quarto d’ora di ritardo ma a pensarci bene, non fu mai così puntuale. Entrò in casa e quasi metà degli invitati era già lì. Cerco Layla trovandola poi in soggiorno intenta a preparare il cibo. Toccandogli la spalla da dietro, si girò e lo abbracciò.

Jonas: “Scusa per stamattina, volevo farti i miei migliori auguri. Tieni, ho preso un pensierino per te…”

Gli porse una bustina color oro, il quale contenuto pareva renderlo soddisfatto. Lei lo aprì e sorrise.

Layla: “Ascoltavamo sempre questo disco quando eravamo piccoli. Ti ricordi? Non dovevi, lo apprezzo veramente molto. Questo regalo è molto importante per me.”

Il disco era Dark Side Of The Moon. Proprio in quel momento, i loro spiriti sembravano volersi comunicare qualcosa ma il tutto fu interrotto da Jason, il simpaticone del gruppo. Ergo, un’idiota.

Layla: “Cazzo, scusami. Devo andare a finire di sistemare, tu nel frattempo puoi metterti comodo ed aspettare. A dopo.”

23:00

Tutti si stavano divertendo. Ragazzi sconosciuti che ci provavano con le più carine, giochi alcolici dove quello che vinceva era quello che vomitava subito, persone che non si parlavano mai e in quella circostanza sembravano culo e camicia. Jonas se n’era stato in disparte tutto il tempo, bevendo solo un paio di birre e qualche shot di Bourbon. Per tutta la serata però non aveva visto Layla in mezzo a tutte quelle persone. Il che, ovviamente, gli parse strano. La festeggiata era lei dopotutto. Si alzò quindi per andare a cercarla ma niente. Un ragazzo che aveva decisamente esagerato con i drink gli vomitò sulle scarpe. Poi barcollando continuò a girovagare. Ancora più a disagio, salì per le scale in cerca del bagno al piano superiore.

Nel frattempo, Mikael continuava a camminare; senza meta e senza posto dove andare. Si fermò ad un bar sul ciglio della strada dove si ubriacò fino a perdere quasi i sensi. Il barista fu costretto ad accompagnarlo all’uscita, dato che iniziava a cercare di litigare con i presenti. Barcollante in piena notte, proseguiva la sua strada aspettando il momento. Giunta la 00:00 tutta quella sofferenza sarebbe finita. Esattamente lo stesso orario in cui sua moglie morì. Il giorno del loro anniversario.

23:40

Dopo essersi pulito con non poca fatica le scarpe, uscì dal bagno e ricominciò a cercare Layla. Non poteva essere sparita, doveva pur essere da qualche parte. Vide una stanza la quale aveva la porta socchiusa. Decise con passo attento di entrare ed era lì. Stava scopando con James. Il cuore d’improvviso gli andò in frantumi. Ricordava che fosse stata con altri ragazzi; quell’immagine di fronte ai suoi occhi però lo rimase pietrificato. Mentre camminava all’indietro, cercando il più possibile di allontanarsi, inciampò su di uno scalino facendolo precipitare per tutta rampa di scale. Accorsero chi più poteva per vedere se stesse bene. Jonas maledisse tutti e con il sangue che gli colava dalla fronte decise di andarsene. Tutto quel rumore aveva spaventato la ragazza che scese più veloce che poteva. Lo cercò ma sembrava sparito quindi prese la giacca, le chiavi dell’auto ed uscì per andare a cercarlo. Lo trovò camminare sul bordo di una stradina. Abbassato il finestrino, gli chiese dove stesse andando. Nessuna risposta.

Layla: “Ma che diavolo ti è preso? Cosa hai fatto alla faccia? Senti, non stai bene…Sali in auto che ti do un passaggio a casa.”

Jonas rispose con voce quasi singhiozzante

Jonas: “Tu eri l’unica cosa che mi facesse sentire vivo, tu! Ed ora è tutto sparito. Vaffanculo! Non voglio niente da te, torna pure alla tua festa e divertiti. D’altronde, lo stavi facendo no?”

Layla rimase per un attimo in silenzio, poi replicò:

Layla: “Non so che cosa credi di aver visto, però mi dispiace. Dai, sali in auto così ne parliamo meglio.”

Dopo un momento di esitazione, il ragazzo salì in auto.

Jonas: “Mi mancano i tempi in cui eravamo piccoli. Eravamo così spensierati, gioiosi di vivere. Ricordi quando facevamo gli scherzi alla signora Stanford e poi scappavamo? Si cazzo, che ricordi.”

Layla: “Si, ricordo ogni momento passato con te. Sai perché? Perché quando ti vidi da quell’altalena, capii che saresti stata la migliore cosa che mi sarebbe mai capitata in tutta la mia vita.”

Jonas rimase perplesso mentre continuavano a proseguire verso casa sua.

Jonas: “Ti amo e ti ho sempre amata Layla. Perché sei vera, perché non sei mai stata come loro. Perché eri reale. Perché sei reale.”

La ragazza non rimase sorpresa, tutt’altro.

Layla: “Anche io ti amo amore mio, ma sappiamo entrambi che le cose non stanno così. Io sono morta. Sei tu che stai guidando l’auto. Mi hai fatto una promessa, le lancette stanno quasi per suonare. Poi staremo insieme.”

23:58

Giunse il momento. Jonas e Mikael erano la stessa persona. Dopo l’incidente, cercò di cambiare identità per lasciarsi il suo passato alle spalle. Il risultato fu però fallimentare. Svolto verso l’autostrada aumentando sempre di più la velocità. Accese lo stereo. Nell’auto risuonava il loro gruppo preferito e la loro canzone preferita. Hey You non l’aveva mai sentita trapassargli il suo spirito così forte. Mancavano solo due minuti.

00:00

Aveva ormai superato i 130km/h e aumentava sempre di più. Proprio mentre la canzone intonava i versi “Open your heart, I’m coming home” scoccò la mezzanotte. Chiuse gli occhi con un cenno di sorriso su quelle labbra screpolate e si schiantò sul Guardrail. La macchina fu trovata in mille pezzi, lui morì sul colpo. Nella morte però trovò la vita, trovò una speranza ormai perduta, trovò la felicità. Era libero. Era con l’amore della sua vita danzando fra le stelle. Aveva mantenuto la sua promessa.

Nicola Barbarisi, Avellino

 

Dicono che il tempo guarisca le ferite.

È solo una grandissima menzogna, una frase creata ad arte per tamponare con illusoria speranza una parte di sé che sanguina, per raccogliere con fiducia i brandelli di carne spazzati via con immenso dolore dalle circostanze della vita o da chi, ignaro complice del destino, è costretto a conficcare un pugnale nelle profondità di un animo indifeso, semplicemente per adempiere ad un dovere celeste.

Il tempo non guarisce le ferite, il tempo aiuta a comprendere, a trovare spiegazioni, ad accettare.

Il tempo è quel piccolo grande alleato che prende un libro bianco per inciderci sopra una storia scritta con il sangue, per poi tamponarlo con una misera garza sterile in modo tale da non macchiare il resto delle pagine. Il tempo riempie ogni singolo foglio, lo arricchisce di frasi, di risposte, di soluzioni. Spiega e urla ogni volta in cui si accorge che non lo si vuole ascoltare.

Aspetta con pazienza. Dieci, cento, mille pagine ancora… Il tempo è lì.

Aspetta.

Scrive e attende fin quando l’inchiostro finalmente si sostituisce al rosso ematico e si è quindi liberi di vivere nell’illusione di essere guariti. Ma basta tornare indietro, sfogliare le pagine a ritroso per accorgersi che le parole macchiate di sangue sono sempre allo stesso posto, che quella breve o lunga storia scritta con dolore non è stata stracciata via, ma solo allontanata di qualche pagina.

Allora, tornando indietro, gli occhi rivedono i fogli dolenti macchiati per sempre, e con forza e rabbia li sfogliano via, ma le dita, tinte inavvertitamente dai residui color porpora, trasportano la traccia di quel dolore nei nuovi e più tranquilli capitoli, creando un filo sottile fatto di acciaio.

Il tempo è ancora lì. Aspetta.

Aspetta che il libro continui a riempirsi di macchie, di impronte indelebili, di consapevolezza.

Aspetta di scrivere nuove pagine, nuove storie, nuove esperienze.

Aspetta che quei segni tinti di rosso non siano più il ricordo del dolore, ma di un dolce trionfo.

Roberta Capriglione, Roma

LA LAVA

“Mamma, Mamma, attenta! Salta sulla mia nave! I pirati nemici hanno buttato la lava sul pavimento!”

“Enea ti prego, la mamma è appena tornata dal lavoro, è stanca, non ha voglia di giocare”.

Ho lavorato tutto il giorno in tabaccheria, la schiena mi fa male e la testa mi pulsa.

“Mamma, mamma, non è un gioco!”

“Enea, ti prego, stai zitto! Mi fa male la testa, gioca senza far rumore”

Amo mio figlio, giuro, lo amo sul serio, ma sono terribilmente stanca.

Devo crescerlo completamente sola, mio marito ha preso la splendida decisione di sparire mollandomelo.

“Mamma, mamma, attenta! Ci sono i pirati! Mamma, ti prego vieni sulla mia nave!”

“ENEA PER DIO! STAI ZITTO! VAI IN CAMERA TUA!”

Perfetto! Il bambino ha iniziato a piangere, mi sento in colpa, non avrei voluto trattarlo così, ma mi sta portando all’esaurimento.

Vado a preparare la cena, non ho voglia di cucinare, scongelo due bistecche, le metto in padella ed accendo il fornello.

“Enea, la cena è pronta!”

Il bimbo arriva in cucina e mi è impossibile non notare i suoi occhi tristi.

“Mammina, perchè non mi vuoi bene? Io volevo solo giocare con te”.

Sento la sua voce tremare nel dire queste parole.

Guardo il bambino, com’è possibile che sia così stupido? Come può pensare che una madre non ami il proprio figlio?

“Enea ma proprio non riesci a capire che mentre tu giochi la mamma deve andare a lavorare per mantenerti?”

Non sono riuscita a trattenermi.

“Scusa mamma ti voglio bene”

Continuo a mangiare la mia bistecca fingendo di non aver sentito le sue parole, non so cosa rispondere

“Mamma, perchè cucini sempre le stesse cose?”.

Non lo sopporto più, mi sta esaurendo, com’è possibile che proprio non capisca nulla?

Continuo a mangiare la bistecca per calmarmi, è vero, sta roba fa schifo, ma quel bambino è un continuo lamentarsi e fare domande! Dio mio, perchè i bambini fanno così tante domande?

Più ci penso e più mi adiro, la mano precede il pensiero e gli tiro un leggero schiaffo sul volto, deve capire che è sbagliato lamentarsi sempre!


Ahhhh ci sono i pirati! Non mi avrete mai! Oh No! Capitan Uncino ha riempito di lava il pavimento!

Oh! È entrata la mia mamma, devo proteggerla!

“Mamma, Mamma, attenta! Salta sulla mia nave! I pirati nemici hanno buttato la lava sul pavimento!”

“Enea ti prego, la mamma è appena tornata dal lavoro, è stanca, non ha voglia di giocare”.

Uffa, ma perchè non sta mai ai giochi?

“Mamma, mamma, non è un gioco!”

Magari oggi è la volta buona…

“Enea, ti prego, stai zitto! Mi fa male la testa, gioca senza fare rumore”

E’ tutto il giorno che non la vedo, magari se insisto ancora un po’ giocherà con me…

“Mamma, mamma, attenta! Ci sono i pirati! Mamma, ti prego vieni sulla mia nave!”

“ENEA PER DIO! STAI ZITTO! VAI IN CAMERA TUA!”

Non voglio più parlare con la mamma, lei mi odia e non vuole mai giocare con me.

Mi viene da piangere ma cerco di non farlo vedere, voglio che lei pensi che io sia un ometto forte, cammino lungo il corridoio ed entro nella mia cameretta.

Mi siedo sul letto e proprio non riesco a dimenticare le parole della mamma , perché lei non mi vuole? Non mi vuole mai nessuno!

Poggio la testa sul cuscino e non riesco a trattenere le lacrime; papà mi diceva sempre che i veri maschi non piangono, ma non ero riuscito a non farlo quando lui se n’era andato.

Non capisco perchè alla mamma non manchi il papà, a me manca così tanto!

Così come la mamma non vuole mai stare con me, non voleva farlo nemmeno papà, mi sento tanto solo!

“Zuzu, ma tu mi vuoi bene?”

Il mio amico annuisce. La mamma si lamenta del mio mio amico Zuzu, ma lui è l’unico a tenermi compagnia.

La mamma mi odia e io odio lei!

La odio così tanto!

Lei fa solo finta di volermi bene, me lo dice sempre ma non lo dimostra mai…è così cattiva!

“Enea, la cena è pronta!”

Non ho molta fame, la mamma mi prepara sempre le stesse cose e non mi piacciono, però voglio farla felice perciò vado a mangiare comunque.

La mamma non mi parla, così le faccio un domanda: “Mammina, perchè non mi vuoi bene? Io volevo solo giocare con te”.

“Enea ma proprio non riesci a capire che mentre tu giochi la mamma deve andare a lavorare per mantenerti?”

Noto la rabbia negli occhi della mamma, così cerco di rimediare.

“Scusa mamma ti voglio bene”

Non ricevo nessuna risposta, sicuramente lei non mi vuole bene ; mi sto annoiando, c’è tanto silenzio, forse potrei farle un’altra domanda.

“Mamma, perchè cucini sempre le stesse cose?”.

La mamma mi guarda, vedo che si sta arrabbiando, vorrei dirle qualcosa di carino e darle un abbraccio forte, voglio tanto bene alla mia mammina.

Sento la sua mano colpire forte la mia faccia, mi bruciano le guance e mi viene da piangere, odio così tanto questa donna!



L’AUTOBUS

Devo accompagnare Enea a scuola e siamo già in ritardo, gli metto le ultime cose nello zainetto e libero il tavolo dalle tazze con le quali abbiamo fatto colazione.

Lo guardo indossare il cappottino rosso, è un bambino molto grazioso; gli passo le scarpe e lo aiuto ad allacciarle.

Apro la porta di casa, faccio uscire il bimbo, apro il portone e mi accerto che Enea non si avvicini troppo alla strada.

Prendo mio figlio per mano e ci dirigiamo verso la fermata del bus.

Il mezzo è in ritardo come sempre, spero che arrivi velocemente perchè sto facendo tardi per arrivare al lavoro.

Durante l’attesa guardo Enea giocare con i suoi piedini, le scarpette colpiscono ritmicamente il suolo, è un bambino molto delicato.

Dopo pochi minuti arriva il bus e saliamo, come sempre il mezzo è pieno, mi guardo intorno ma non trovo posto per il bimbo, così decido di tenerlo stretto a me.

Le persone sono talmente tante che non riesco nemmeno a riconoscerle, vedo solo una massa informe di colori, e respiro un’aria estremamente pesante.

Il bambino non sembra infastidito dalla folla, anzi, sembra quasi curioso.

E’ talmente impegnato a scrutarsi intorno che non mi rivolge nemmeno la parola.

Sbircio il tempo attraverso il finestrino, è una giornata nuvolosa, alcune gocce scorrono sui vetri appannati; quando avevo l’età di Enea mi divertivo a fissarle scivolare sulle finestre fingendo che stessero gareggiando.

Mi perdo nei ricordi, mi viene in mente il periodo dell’asilo, mi ricordo ancora le mie maestre ed i compagni con i quali giocavo, chissà che fine avranno fatto.

Il bambino mi richiama alla realtà tirandomi delicatamente per un braccio.

“Mami, che cos’ha quel signore in testa?”

Mi giro e vedo che Enea sta indicando un ragazzo dal collo esageratamente lungo, il giovane indossa un cappotto con un bottone cucito nel punto sbagliato, e un buffo cappello con una pittoresca treccia cucita intorno.

“Non lo so patato, ma non indicare”

Guardo Enea fissare il giovane con curiosità, mio figlio è sempre stato molto curioso.

Guardo nuovamente attraverso il finestrino e capisco che dobbiamo scendere, prendo il bambino per mano e dopo aver oltrepassato la porta del mezzo ci dirigiamo verso la scuola.


Uffa! Sono tanto stanco, oggi non ho proprio voglia di andare a scuola!

Bevo il mio latte al cioccolato e mangio tanti biscotti, i miei preferiti sono quelli al cioccolato e quelli a forma di gattino; mi piacciono tanto i gatti.

Appena finisco di fare colazione vado a mettermi il cappotto rosso, la mamma mi aiuta a indossarlo e mi mette le mie scarpe preferite: stivali rossi di gomma; quando li ho indosso mi sento un supereroe.

La mamma apre la porta ed esco nel pianerottolo, c’è sempre un buffo odore, scendiamo le scale ed esco dal portone; tutti gli altri bambini vanno in bicicletta così provo ad avvicinarmi per poter vedere meglio, vorrei tanto saper andare in bicicletta.

La mamma mi prende per mano e ci dirigiamo verso la fermata dell’autobus.

Mi piacciono gli autobus, mi ricordano grandi bruchi, vorrei proprio sapere come funzionano, magari da grande potrei guidarne uno gigante.

Il mezzo non arriva, uffa, è sempre in ritardo!

Mi sto annoiando, inizio a sbattere i piedi sul pavimento, uffa, che noia!

Continuo a fare “tap tap” con i piedi per tre ore e poi l’autobus arriva ; è uno di quelli nuovi, è tutto arancione e verde, sembra una grande carota.

La mamma mi prende la mano e saliamo.

Non c’è posto a sedere, sento la mamma stringermi ed inizio a guardarmi intorno.

Quanti colori, che persone strane! C’è una signora con una buffa camicia da notte rosa, una ragazza con lunghi capelli gialli, un signore con un completo verde e due bambini che guardano le carte dei pokemon.

Un ragazzino inizia a litigare con la sua amichetta dai capelli gialli, credo che lei gli abbia pestato un piede, che brutto che è quel ragazzo!

La signora con la camicia da notte si soffia il grande naso, sembra proprio una patata rossa.

C’è anche un signore che mi ricorda un bradipo, ha gli occhi distanti e la faccia da sciocchino.

Il bradipo inizia a parlare con la signora naso-patata e le lascia il suo posto a sedere.

Magari un giorno saranno fidanzati e avranno un bambino che sembrerà un bradipo-naso-patata; che brutto bambino, continuo ad immaginarlo e per un po’ e mi viene da ridere.

Un ragazzetto attira la mia attenzione, ha il volto rotondo e coperto di brufoli, un collo esageratamente lungo ed indossa un brutto cappello con una treccia cucita sopra.

Questo ragazzo mi ricorda una giraffa e quel cappello sembra un ghiro, è proprio buffo!

Prendo la manica della mamma e la tiro piano per richiamare la sua attenzione.

“Mami, che cos’ha quel signore in testa?”

Indico il ragazzo alla mamma.

“Non lo so patato, ma non indicare”

La mamma torna a guardare il finestrino, come fa a non trovare buffo quello strano tipo?

Le porte si aprono e scendo accompagnato dalla mamma, uffa, non ho voglia di andare a scuola!



DELICATEZZA

Ho sempre desiderato essere una maestra, ho sempre amato i bambini e ho sempre desiderato regalare loro una bella infanzia  sarei felice se i miei alunni potessero ricordarmi.

Tra tutti i miei studenti ce n’è uno che ho sempre guardato con dolcezza: Enea.

Enea è un bambino molto delicato, è diverso rispetto ai suoi compagni, a volte temo non riesca ad integrarsi con loro.

Il bimbo sta sempre solo, gioca da solo e a volte parla da solo.

I suoi compagni lo guardano con superiorità e spesso lo prendono in giro.

La delicatezza di Enea mi ricorda quella di mio figlio Marco, mi manca tanto il mio bambino, vorrei potergli parlare un’ultima volta.

Enea sta disegnando mentre suoi compagni  si stanno fingendo supereroi, a volte ho paura possa sentirsi solo.

Guardo il disegno e noto che ha raffigurato un fiore, sembra un “non ti scordar di me”.

Il bambino prende il disegno e si avvia verso una sua compagna di classe.

“Guarda maestra! Enea sta regalando un fiore a Virginia!”

Sento le parole di Francesco, ha un tono canzonatorio, sembra voglia prendere in giro il compagno.

“Francesco, Enea sta facendo una cosa molto bella! Virginia dovrebbe sentirsi fiera!” rispondo con tono leggermente severo.

Francesco non mi è mai piaciuto, è un bambino prepotente, arrogante e si crede superiore rispetto ai compagni.

Molti bambini girano intorno a Francesco, è come se fosse il capo, lui ottiene sempre ciò che vuole e tutti lo temono.

Non capisco come i bambini possano preferire Francesco ad Enea.

Scaccio velocemente questo pensiero, sono la maestra e non posso fare preferenze, non posso, ma proprio non riesco a non farle.

Inizio a giocare con alcune mie alunne, le aiuto a cambiare vestiti alle loro bambole e mi perdo nelle storie che inventano, ho sempre ammirato la fantasia dei bambini.

Mi giro e noto che Enea sta tenendo delicatamente la mano di Virginia, le gote del bimbo sono leggermente arrossate e mostra una delicata felicità.

Ho sempre ammirato la delicatezza che solo i bambini posseggono.

Non mi preoccupo più di Enea per tutta la giornata, vedo Francesco stuzzicarlo, ma lui non risponde alle provocazioni.

Enea è intelligente, sensibile, fantasioso e delicato; spero che non perda queste sue qualità infantili, gli adulti le condannano, ma sono tutto ciò che rende speciale una vita umana.


Che palle, detesto andare all’asilo!

Tutti mi odiano e io odio tutti, i miei compagni sono stupidi! Enea soprattutto, ho sempre odiato quel marmocchio frignone.

La maestra è insopportabile, falsa, vecchia e brutta ; non gli sono simpatico, anzi, mi odia.

Appena entro nella scuola vengo raggiunto da Maggiorino,Narciso e Pierluigi, loro sono i miei amici, fanno parte del mio gruppo, sono tipi giusti.

Io sono il capo, è normale sia così : sono il più intelligente di tutto l’asilo!

Vedo Virginia giocare con le bambole, è bellissima! La bambina più bella di tutte.

Vorrei tanto impressionarla, decido così di giocare ai supereroi ; ovviamente dico a quei tre scimmioni dei miei amici di perdere gli scontri, lei deve vedere che sono io il più forte.

Mentre picchio Maggiorino vedo Enea disegnare, che sfigato! Sicuramente non fa il supereroe perchè ha paura di essere picchiato.

Enea sta sempre solo, è veramente uno sgorbio! Vorrei così tanto picchiarlo, sembra una bambina, dovrebbe iniziare a fare cose da maschio!

La maestra mi sta guardando, lo fa sempre, si diverte a guardarmi male come se fossi un mostro, perchè non capisce che il vero mostro è Enea?

Maggio mi colpisce la testa e tenta di buttarmi a terra.

“Stupido! Perchè non capisci che io sono Superman e tu sei un idiota? Non puoi colpirmi da dietro”

“Scusami Cesco, non lo farò più”

“Sarà meglio brutto sfigato”

Lo colpisco forte sulla faccia, come ha potuto cercare di umiliarmi così?

La maestra come al solito non si accorge di niente, sta ammirando quello stupido Enea disegnare.

Oh Enea è così bravo, oh Enea è così carino, Enea qui, Enea la, gne gne gne, perchè parla sempre e solo di quel roito! Fossi in lui mi vergognerei di esistere.

Colpendo Pier sugli stinchi vedo Enea dirigersi verso Virginia, non so cosa fare, decido così di umiliarlo davanti a tutti.

“Guarda maestra! Enea sta regalando un fiore a Virginia!”

Sicuramente adesso tutti lo prenderanno in giro.

“Francesco,Enea sta facendo una cosa molto bella! Virginia dovrebbe sentirsi fiera!”

Ecco, quella strega come al solito cerca di mettermi in imbarazzo, ma non ci riuscirà mai, tutti sanno chi è il più forte.

Per ribadire la mia forza tiro un calcio nella pancia di Ciso, tanto la maestra come al solito non mi guarda, ha occhi solo per il suo cocco; che poi secondo me quello più che cocco della maestra i cocchi li ha nel cervello.

Lo fisso mentre porta il disegno a Virginia.

Cosa? Lei è felice? Felice perchè quello sfigato le ha portato un disegnino? E’ un’ora che le faccio vedere quanto sono forte , e lei preferisce un disegnino? Quello sfigato non ha capito chi comanda.

Virginia arrossisce e gli porge la mano, brutta cicciona, da domani la chiamerò così, spero che impari la lezione, se lo preferisce a me sarà sicuramente sfigata quanto lui.

La maestra gioca con le bambole, ne approfitterò per dare una lezione a Ciccerentola e al principe marrone.

Come fa a preferirlo a me? Lui non sa nemmeno come nascono i bambini.

“Virginia, ma ti sei mangiata quello sgorbio di Enea? Ah no,è lì, scusami sgorbio, non ti avevo visto, sai, sei alto come un tappetto”

” Non essere cattivo con Virginia, lei è tanto carina; e poi non sono basso, la mia mamma dice che sono giusto, sono alto un metro e trenta tre”

“ma trenta tre cosa? Fragoline? Poi chissà com’è tua madre, se ha un figlio così stupido sicuramente non saprà nemmeno contare”

“Ehi, io non sono uno stupidino”

” Fammi indovinare, te l’ha detto la tua mammina?”

“No, lei non vuole mai giocare con me”

” Ci credo! Chi vorrebbe mai giocare con uno schifo come te?”

“Lei dice che non gioca con me perchè deve lavorare”

“Fammi indovinare che lavoro fa, la troia giusto?”

“Che cos’è una troia?”

Non mi aspettavo questa domanda, non so cosa sia una troia, lo dice sempre papà alla mamma, non credo sia un bel lavoro perchè quando lui lo dice lei si arrabbia sempre

“come fai a non saperlo? Sei proprio stupido! La troia è la persona che scarica banane nei porti”

Ho citato il primo lavoro brutto che mi è venuto in mente ; una volta ho guardato un film con papà e i personaggi che scaricavano banane sembravano scontenti.

“No, lei vende le sigarette alle persone grandi”

” Il mio papà fuma perchè è un vero duro, un giorno anche io lo farò, tu non avrai mai il coraggio sgorbietto”

” La mia mamma dice che fumare fa male”

” Bhè perchè tua madre è una sfigata, proprio come te”

” La mia mammina non è una sfigata, lei s’impegna tanto per farmi stare bene, mi compra anche i biscotti al cioccolato di Mister miao”

” Mangi ancora quei biscotti per poppanti? Dovresti bere solo il latte col caffè a colazione, come i veri duri, come me”

Prima che possa rispondere gli tiro uno schiaffo su quel faccino da poppante che si ritrova, ha il terrore negli occhi, che sfigato.

Ovviamente lui non reagisce, ha capito chi è il più forte.

Mi giro verso la classe, li vedo ridere, anche loro lo odiano.

“Visto sfigato, tutti ti odiano”

La maestra si gira a guardarmi, così faccio finta di nulla e torno a fare il supereroe.

Mi giro un’ultima volta verso lo sfigato e vedo che Virginia gli dà la mano, perchè a me non la dà mai nessuno?


NON TI SCORDAR DI ME

“Nonna, nonna! Andiamo a fare un giro?”

” Va ben Marco, ma facemmu veluce che da chi a’n po a l’ ariva teu moae”

Amo la mia nonna, mentre la mamma lavora io sto con lei e giochiamo insieme.

La nonna è una grande esperta di fiori perciò mi piace molto passeggiare con lei, mentre camminiamo mi parla di piante e a volte le raccogliamo e le portiamo al nonno.

Mi metto le scarpe ,prendo una felpa, aspetto la nonna e usciamo.

La nonna non sa l’italiano, parla solo in dialetto, così mentre stiamo insieme lei comunica esclusivamente nel suo strano idioma.

Il suo libro preferito è “I racconti di Nick Addams” di Hemingway , probabilmente perchè faticando a leggere aveva letto solo questo.

Mentre camminiamo lei mi racconta le storie di Nick, ed io vorrei essere proprio come lui.

“Nonna che fiori sono questi?”

“‘Ste chi sun margherite, mi sun alergica”

“Che belle che sono nonna, sono così delicate”

“Sun i me’ scioi preferiti”

La nonna è allergica alle margherite, eppure le ama.

Come può amare qualcosa che le fa male?

Camminando mi guardo intorno, ci sono tanti fiori colorati: le rose sono rosse, rosa, bianche e poi gialle! Come fa lo stesso fiore ad avere tanti colori?

Ho sempre amato i colori, a volte disegno mille fiori colorati e la nonna li appende.

Stiamo proseguendo, probabilmente saremmo arrivati in cima a Trivori per ammirare il mare.

Trivori è il posto più bello del mondo! Ovunque tu vada puoi vedere la natura, il mare e le bellissime crose.

Quando sarò grande scriverò di Trivori e della nonna.

“Nonna, e questi? Che fiori sono?”

“Ste chi sun pionie”

“Oh nonna, che belle le peonie!”

La nonna mi sorride e ne raccoglie una

“Portala a u nono, u l’ama e pionie”

“Sì sicuramente! Magari la pianterà!”

“Seguo, stèlin”

La nonna mi chiama sempre “stèlin” che vuol dire stellina.

Continuo a camminare stringendole la mano, mi piace sentire il calore che le nostre mani emanano.

Voglio un bene infinito alla nonna, la amo più di qualsiasi altra cosa, non potrei vivere senza di lei.

Ci fermiamo a raccogliere alcune fragoline, mi piacciono molto e la nonna lo sa, lei ne raccoglie tante, mentre io un po’ meno.

Raccogliendo le fragole vedo piccoli fiori azzurri.

“Nonna e questi cosa sono?”

“Ste chi sun..”

“Nonna, dimmelo in italiano”

“Scusa, sono: non ti scordar di me”

“Che belli nonna, sono i miei nuovi fiori preferiti!”

La nonna ne raccoglie uno e lo appunta sulla mia camicetta delicatamente.

“Me arecomando Marco,” non ti scordar di me”, nisciùn ti voèi bén ciù de mi”

Ascolto le parole della nonna, so benissimo che nessuno mi amerà mai più di lei.

Mentre cammino continuo a girarmi intorno, ruscelli, mille colori e tanti alberi.

Quello è un ciliegio, la nonna mi ha insegnati a riconoscerli.

Vorrei prendere delle ciliegie ma vedo che la nonna sta faticando, continuiamo a camminare, imbocchiamo una ripida crosa chiamata “Suscia” ed arriviamo a “Cimamonte”.

Cimamonte è sempre stato il mio posto preferito, la collina sembra strapiombare sul mare e se alzi le mani sembrano sfiorare il cielo.

Durante la guerra molti partigiani morirono qui, anche il fratello della mia nonna.

Lei mi aveva sempre raccontato che spararono allo zio Giacomo in questo posto, e che il suo corpo rotolò fino al paese, portando rabbia e terrore tra i cittadini.

Quando sarò grande vorrei essere come lo zio, un ragazzo forte e coraggioso.

Anche io un giorno vorrei morire qua, come un vero eroe.

La nonna mi prende per mano e iniziamo a scendere la collina verso casa.


L’ultima volte che ho camminato su questa strada ero un bambino ed ero accompagnato dalla nonna; lei morì il giorno dopo, e io non andai mai più a Trivori.

Non ricordo bene la strada per Cimamonte, così cerco di andare a memoria.

Camminando vedo molte persone anziane, loro mi conoscono come “il nipote di Piero e Nina”,sono felice per questo, mi mancano molto i miei nonni.

Camminando vedo una margherita, chissà come facevo a trovarle belle da bambino, sono terribilmente ordinarie.

Mi ricordo che la nonna le trovava meravigliose, come poteva trovare la meraviglia nelle piccole cose? Io non sono capace.

Camminando vedo le crose, ma le ricordavo più colorate.

Camminando vedo le case, ma le ricordavo più colorate.

Camminando vedo i fiori, ma li ricordavo più colorati.

Sono arrabbiato con me stesso, com’è possibile che non riesca più a meravigliarmi?

La verità è che il mio mondo sta diventando grigio, io sto diventando grigio.

Mi guardo intorno e capisco di essere arrivato a Cimamonte.

Quando ero piccolo questa strada mi sembrava lunghissima.

La verità è che anni fa ammiravo i fiori, le case, gli animali e le piccole stradine.

Ogni “crosa” era piena di vecchiette, le ricordo ancora tutte, sento ancora le loro voci parlare in genovese, le vedo salutarmi e pizzicarmi le guance.

Perchè la nonna riusciva a trovare la meraviglia in tutto? Perchè la nonna riusciva ad essere innocente? Perchè la nonna è riuscita a rimanere bambina? Perchè io non ci riesco?

Capisco la nonna che amava le margherite anche se le facevano male, io amo l’alcol anche se mi fa male, io amavo la mia vita, ma mi faceva troppo male.

Mi manca tutto della mia infanzia, ma soprattutto mi manca me stesso.

Mi avvio verso il luogo dove morì lo zio, mi appunto un “non ti scordar di me” sulla giacca, e inevitabilmente penso alla nonna guardandolo.

“No nonna, non ti scorderò mai”

Infilo la mano in tasca.

Ascolto un’ultima volta gli uccellini cantare.

“Chiedo scusa a tutti i bambini che soffriranno quando capiranno di aver perso la meraviglia, chiedo scusa ; ma non posso sopportare di vivere sapendo di non essere più innocente, ingenuo e delicato, non posso vivere sapendo di dover sopravvivere in un mondo grigio, e non posso vivere sapendo di essere uno di quei mostri capaci di fare così tanto male”

Mi appunto meglio il fiore sul petto, non voglio che cada, cerco in tasca e finalmente trovo quello che stavo cercando, penso alla nonna e sbatto le palpebre per l’ultima volta.



COMMENTO FINALE

Vorrei dare una breve spiegazione dei racconti per poterne aiutare la comprensione.

Le quattro storie sono molto semplici e all’apparenza non sembrano collegate; ci appaiono come quattro episodi distinti, invece, esiste un un filo capace di accomunarle.

Il linguaggio usato dai personaggi è molto semplice: quello di Enea è tipico di un bambino, tuttavia è presente una certa maturità; quello usato da Francesco è quello di un infante rozzo, che tenta di emulare il linguaggio degli adulti apparendo quasi grottesco; quello della madre è tipico di una donna normale, a tratti arrabbiata e risentita e a tratti dolce; quello della maestra invece è quello di una donna di media intelligenza, che tenta però di ostentare il suo intelletto apparendo superficiale.

L’unico personaggio positivo all’interno dei racconti è Enea, il bambino è sensibile e delicato, e nonostante sia sofferente riesce a sopravvivere grazie alla sua fantasia.

Enea è l’incarnazione della positività tipica dell’infanzia, della semplicità e dell’innocenza.

Il bambino ha il dono più bello di tutti: la fantasia ,che  è capace di farlo vivere in un mondo colorato e di proteggerlo, il bimbo si rifugia continuamente in essa, per lui è come un’arma di difesa dalla vita, che presto inizierà a schiacciarlo.

L’apparizione di “Zuzu” è molto breve e sembra insignificante, tuttavia diventiamo a conoscenza del fatto che il bambino si sia creato un amico immaginario; il suo comparire solamente una volta e di sfuggita ci fa intendere che Enea sappia che il suo amico non esiste, ma che ogni tanto abbia bisogno di lui per sentirsi rassicurato.

In Enea troviamo anche un pensiero totalitario, tipico dei bambini (o è tutto nero, o tutto bianco),nel primo racconto usa la parola “odio” e subito dopo”amore”, poiché fatica a codificare ciò che prova e a trovare vie di mezzo, o sostiene di odiare la madre o di amarla, credo che questo sia dettato da un’immaturità emotiva che sparirà con la crescita.

Francesco, nonostante sembri un personaggio totalmente negativo, in realtà è innocuo ; il bambino non è stato caratterizzato, si sa poco di lui, conosciamo infatti solo i suoi tratti negativi, tuttavia non sappiamo da cosa sia dettata la sua “cattiveria”.

Francesco è l’incarnazione della negatività tipica dei bambini che non apprezzano l’infanzia, dal suo linguaggio si evince una smania di crescita, forse dettata da situazioni negative alle quali deve sopravvivere, oppure dalla sua voglia di sentirsi ammirato ; non sapremo mai il motivo del suo comportamento prepotente, possiamo solo cercare di capirlo, ricordandoci che nonostante la sua “cattiveria” è un bambino, e che come tutti i bimbi ha bisogno d’affetto.

Il suo essere verbalmente e fisicamente violento è solo un modo di ottenere rispetto, un modo per sentirsi considerato.

Più volte durante il terzo racconto il bambino sostiene che la maestra non lo consideri, credo che il suo comportamento sia negativo per attirare le attenzioni della donna , probabilmente se lei al posto di giudicarlo lo avesse supportato ,lui avrebbe potuto essere una figura positiva, i bambini non nascono cattivi, lo diventano.

Il suo comportamento può essere dettato anche dall’invidia verso Enea (che viene apprezzato sia dalla maestra che da Virginia), poiché a differenza di lui non si sente accettato, capendo di non avere la purezza, l’ingenuità e l’innocenza, che nonostante prenda in giro, probabilmente vorrebbe avere.

La mamma è un personaggio particolare, sostiene di amare il figlio ed effettivamente si preoccupa di lui, non ha un brutto rapporto con il bambino, tuttavia fatica immensamente a comprenderlo.

Il suo personaggio rappresenta la morte dei “valori infantili”, la donna infatti si preoccupa molto del lavoro ma poco del figlio .

All’interno del secondo racconto tenta di ricordare la sua infanzia, ma non riesce a farlo appieno perchè è troppo ancorata al presente.

La sua incapacità di ricordare l’infanzia sfocia nell’incapacità di comprendere il figlio, si lamenta del suo essere lamentoso e del suo continuo fare domande, tuttavia la curiosità e l’onestà del bambino sono ciò che manca a lei, che oramai vive una vita all’insegna della sola sopravvivenza.

Posso immaginare sia una madre al limite dell’esaurimento, ha poca voglia di cucinare (lo stesso bambino si lamenta del fatto che la madre prepari sempre le stesse cose),sull’autobus a differenza del figlio è incapace di vedere i “colori” e vede tutto “grigio” , credo che questa sia la metafora perfetta per spiegare la sua esistenza ,il suo diventare adulta ha coinciso con la perdita della capacità di vedere le cose a colori (curiosità e fantasia), e con il suo vedere tutto in maniera grigia (una vita vuota e atta alla sola sopravvivenza).

Dal suo linguaggio possiamo evincere faccia le cose con una certa meccanicità, infatti più che pensieri ed azioni le sue sembrano un elenco, fa tutto senza godersi nulla e senza mai fermarsi per riflettere su se’ stessa.

Il figlio si chiede perchè la madre non si preoccupi per la partenza del padre, probabilmente la donna ha sofferto molto per questo, e così come non ripensa alla sua infanzia non lo fa con l’abbandono.

L’infanzia fa un certo effetto alla donna, che necessita di ancorarsi al presente per poter sopravvivere.

Il padre non è presente fisicamente all’interno dei racconti ed il suo abbandono sembra vissuto in maniera estremamente superficiale, in realtà è solo un pretesto: il figlio ne parla in maniera superficiale poiché è piccolo ,nonostante sia estremamente sensibile deve ancora elaborare il suo dolore ,e gli effetti dell’abbandono si vedranno con il passare del tempo; la madre invece ne parla con un velato disprezzo e con quella che sembra noncuranza, in realtà posso immaginare sia un evento che ha colpito molto la donna, perciò preferisce non pensarci e continuare a vivere meccanicamente.

La maestra è il personaggio più superficiale, parla del suo amore per i bambini ma non è capace di dimostrarlo, prova a fare gesti positivi ma non riesce nel suo intento.

Il suo personaggio è la rappresentazione della mediocrità tipica di alcuni adulti: prova a fare discorsi profondi sulla bellezza dell’infanzia ma non riesce a portarli a termine, il suo discorso è estremamente superficiale, prova a parlare di argomenti che non comprende nella speranza di giustificare a se’ stessa il suo essere una persona vuota.

Della maestra non sappiamo nulla, l’unica cosa di cui siamo a conoscenza è la morte del figlio Marco.

Vuole apparire come una donna intelligente, ostenta però un’intelligenza inesistente, vuole apparire come una persona sensibile e giusta, ma quando riprende Francesco lo fa dicendogli che sta sbagliando, senza però spiegargli quale sia l’errore, altro segno di superficialità ; fa sentire in colpa il bimbo senza spiegargli come migliorare.

Il suo giudicare Francesco è la falla più grande del suo personaggio; lei che dovrebbe insegnare ai bambini come crescere è la prima a giudicarli, nel suo goffo tentativo di aiutare Enea sembra quasi tentare di sminuire Francesco, non è capace di comprendere i suoi alunni (nonostante voglia far credere di capirli benissimo).

Il suo discorso sembra quasi un discorso a vuoto, sono solo parole buttate al vento.

Come già detto il suo personaggio è la rappresentazione della mediocrità, è brava a parlare quando sono i suoi alunni i soggetti, ma non ha saputo aiutare suo figlio, non è riuscita a comprendere il ragazzo però si vanta di comprendere Enea.

Durante il terzo racconto capiamo però che lei, nonostante spenda ottime parole per Enea, non fa nulla per aiutarlo ; il bambino continua a sentirsi escluso, e involontariamente esclude anche Francesco , il secondo bambino però cerca di compensare il suo senso di “esclusione”, mentre il primo non riesce ad integrarsi da nessuna parte.

La donna non capisce queste cose, lei non si mette mai in discussione credendo di essere dalla parte del giusto.

Marco è la personificazione dello scontro tra infanzia ed età adulta, come degli altri personaggi sappiamo poco di lui, tuttavia siamo a conoscenza del fatto che si suicidi dopo aver capito di aver perso per sempre il suo lato infantile.

Durante la camminata in campagna il ragazzo capisce di non riuscire più a vedere le cose con la stessa meraviglia con cui le ammirava da piccolo.

La perdita della “meraviglia” per il ragazzo è insopportabile, si sente schiacciato da un futuro vuoto e grigio (come quello di sua madre o di quella di Enea),e piuttosto che sopravvivere nella mediocrità preferisce la morte.

In realtà è un giovane molto sensibile, e questo gli provoca un’enorme paura del futuro ; lui non vuole vivere per servire la società e per “andare avanti” (vedi la meccanicità della mamma di Enea), lui vuole vivere per lo stupore, la meraviglia e la delicatezza, tutte cose assenti nella società odierna.

Il ragazzo sentendosi soffocato decide così di morire.

La sua morte rappresenta quella dei valori infantili quando si entra nell’età adulta, morte necessaria per poter far parte della società.

Marco si uccide poco prima che la sua visione “colorata” del mondo diventi del tutto “grigia”, non dovendo così vedere com’è in realtà il mondo.

I “non ti scordar di me” rappresentano una preghiera implicita: Marco regala un disegno che li raffigura alla sua prima cotta, nella speranza che lei, anche da adulta, possa ricordarsi di quella delicatezza ; la nonna di Marco li fa vedere al nipote, perchè sapendo che la sua vita sarebbe stata breve, spera che lui possa ricordarsi di lei e della meraviglia ha provato vedendoli la prima volta ; il ragazzo guardandoli però, oltre a ricordare la nonna, capisce di non riuscire più a vederli con la stessa meraviglia con cui faceva un tempo, appuntandosene uno sulla giacca spera che le persone vedendolo possano capire che lui vorrebbe essere ricordato, prega che il mondo al quale non è riuscito a sopravvivere, possa ricordarlo come una vittima innocente, innocenza che però lui sa di aver perso.

Tornando all’argomento esposto all’inizio del mio commento, ovvero il collegamento presente tra i racconti, spero che tutti abbiate capito che il filo legante è : Enea, ovvero l’infanzia.

Tutti i racconti girano intorno ad Enea ed ai valori da lui rappresentati.

Tutti i personaggi sono in un qualche modo legati al bambino:la madre, Francesco, la maestra e anche Marco, nonostante infatti i due non si siano mai conosciuti, il giovane uomo è la rappresentazione adulta del bambino.

Enea inoltre è presente in tutti i racconti, nei primi tre direttamente e nell’ultimo indirettamente ; Enea è infatti il bambino a cui Marco chiede scusa.

I racconti  evidenziano un circolo vizioso: i personaggi come Enea faranno la fine di Marco(perchè troppo sensibili per sopravvivere),quelli come Francesco diventeranno come la mamma di Enea (avendo avuto troppa fretta di crescere hanno perso la propria infanzia, e si ritrovano a dover sopravvivere), e quelli come la madre di Enea diventeranno come la maestra (dopo una vita passata a sopravvivere nella mediocrità inizieranno ad insegnarlo ai bambini).

Tutti i racconti ci mostrano i valori dell’infanzia e come essi cambino nell’età adulta, come sia difficile farli coesistere, e che prima o poi i primi verranno inevitabilmente schiacciati dai secondi.

Gli episodi evidenziano anche quanto sia speciale l’infanzia, e quanto se fossimo capaci di portare la meraviglia, la delicatezza, l’innocenza e la spensieratezza nell’età adulta potremmo smettere di sopravvivere ma potremmo iniziare a vivere.

Marianna Danovaro, Genova

La città di Corigliano Rossano punta sulla cultura come strumento di coesione e di sviluppo, mettendo in campo il progetto “Corigliano Rossano – Siamo culture. Ponte tra Oriente e Occidente”.

Come affermano l’Assessore alla Cultura Donatella Novellis, il Sindaco Flavio Stasi e la Presidente della Commissione Consiliare Cultura Alessia Alboresi, l’obiettivo dell’Amministrazione Comunale è quello di farsi propulsore di una vision condivisa di azioni sostenibili ed inclusive in cui la cultura rivesta un ruolo centrale e sia motore per la coesione sociale e lo sviluppo partecipato.

Dando vita ad un’azione strategica e culturale in grado di equilibrare, da un lato, l’esigenza di immaginare una visione culturale e sociale per il futuro di Corigliano Rossano, fatta di progetti significativi e di ampia portata in grado di ridisegnare la città e, dall’altro lato, partendo dalle vocazioni dare vita a progetti culturali concreti e realistici che investano nella cultura come volano di sviluppo economico.

La cultura “bene comune” rafforzando l’idea di comunità e di cittadinanza con un percorso finalizzato a rinforzare le capacità dei cittadini e delle leadership a perseguire obiettivi di lavoro comuni su progetti condivisi di sviluppo della nuova Città.

Connettendo tutte le parti del territorio in un percorso unitario e “ideale”: in primis i due centri storici e quindi i territori “periferici”. Valorizzando le diversità e le molteplici vocazioni del territorio.

La cultura motore potente di: cambiamento, innovazione, coesione sociale, sviluppo sostenibile e partecipato. Un approccio metodologico fortemente orientato al “fare” e quindi ad ottenere risultati concreti.

Un metodo di lavoro volto ad aggregare tutta la Comunità non solo nella riflessione sul futuro del proprio territorio, ma anche sulle modalità per attuarlo.

Cercando di raggiungere i risultati preposti in modo condiviso e comune coinvolgendo: le istituzioni, le comunità locali, i cittadini, le associazioni, le imprese, gli esperti e tutti quanti vorranno partecipare.

Una pianificazione finalizzata alla costruzione della nuova città di Corigliano Rossano nella quale il suo disegno e i suoi obiettivi futuri emergano attraverso il dialogo tra gli attori coinvolti. È quanto afferma Antonio Blandi project manager di Officine delle Idee.

È sulla base di tutto ciò detto che si vuole costruire il progetto: “Corigliano Rossano – Siamo Culture. Ponte tra Oriente e Occidente”, un piano di attività strategiche in ambito culturale che coinvolgeranno l’intero territorio, proiettando la città verso l’esterno con esclusività e riconoscibilità. Un piano che traccerà un percorso per Corigliano Rossano su una vision condivisa e partecipata da attuare nel periodo 2020/2024.

Attraverso due temi portanti rappresentativi degli obiettivi e delle matrici, caratterizzanti di tutta la progettualità: Corigliano Rossano Siamo Culture e Corigliano Rossano Ponte tra Oriente e Occidente.

Due temi che si intrecciano e convergono e che chiaramente sono funzionali ai due percorsi di lavoro. Il primo “Corigliano Rossano Siamo Culture” rivolto principalmente alle comunità locali quindi il valore dell’unità, del dialogo, dell’integrazione, del confronto, della diversità attraverso una visione sociale, unitaria, coesa e partecipata.

Il secondo “Corigliano Rossano ponte tra Oriente e Occidente” finalizzato principalmente al posizionamento e riconoscimento della città di Corigliano Rossano nel panorama nazionale e internazionale, città aperta, connessa e inclusiva.

“IL CAMMINO DEL PANE”
PER UN ITINERARIO CULTURALE EUROPEO E MEDITERRANEO
PARTECIPATO, CONSAPEVOLE, INCLUSIVO, RESPONSABILE E SOSTENIBILE

Si è tenuto il 9 luglio 2020 a Locri (RC), organizzato dal Gal Terre Locridee, l’incontro che ha dato il via al progetto “Il Cammino del Pane – Itinerario Europeo e Mediterraneo turistico-culturale”.

Il pane elemento fortemente identitario, elemento di congiunzione, di mediazione culturale, sociale e turistico in grado di unire le comunità, i territori, i popoli ma anche di essere il filo conduttore per un cammino turistico, esperienziale enogastronomico e antropologico, che promuova e valorizzi le valenze identitarie sociali, territoriali, culturali e produttive.

Un viaggio attraverso il pane per incontrare nuovi luoghi, nuovi amici, nuove culture per condividere e conoscere la nostra e l’altrui umanità.

Un progetto che possa creare economia circolare promuovendo i territori con l’obiettivo di produrre valore e benessere diffuso, con ricadute dirette sulle comunità locali, che devono essere le principali beneficiarie dell’attività svolta sul loro territorio.

Dalla Calabria e dalla Locride che si candida a essere Capitale della Cultura italiana 2025, parte quindi questa nuova rete euromediterranea che valorizzerà le culture locali nel rispetto delle loro tradizioni promuovendo un turismo partecipato, consapevole, inclusivo, responsabile e sostenibile.

Intorno al pane ci può essere lo sviluppo dei territori. Unisce la storia delle nostre piccole realtà. L’idea di un Cammino del pane europeo e mediterraneo darà nuova vita alle comunità.

Il Cammino del pane” è un progetto ideato da Officine delle Idee al quale hanno già dato l’adesione: il Gal Terre Locridee, Il Gal Batir, la Feisct (Federazione europea itinerari storici culturali turistici), la Pastorale per il Turismo della Conferenza episcopale Abruzzese e Molisana, Confartigianato Calabria, la ONG Vis Betlemme dalla Palestina, Marco Polo Project di Venezia.

All’incontro hanno partecipato:

Francesco Macrì, presidente del Gal Terre Locridee; Antonio Blandi project manager de Il Cammino del Pane; Alberto D’Alessandro della Commissione europea turismo e cultura; Mario Ialenti direttore pastorale turismo della Conferenza episcopale Abruzzo e Molise; Guido Mignoli direttore del Gal Terre Locridee; Simona Lo Bianco esperta di marketing territoriale; Luigi Bisceglia della ONG Vis Betlemme dalla Palestina; Maria Aisha Tiozzo presidente Whad (Halal Roma) Pietrangelo Pettenò di Marco Polo project Venezia; Bruno Bartolo sindaco di San Luca; Gianpietro Coppola sindaco di Altomonte; Antonio Carlomagno sindaco di Cerchiara di Calabria; Rosario la Rosa Sindaco di Canolo, Giuseppe Campisi sindaco di Ardore e Presidente del Comitato dei sindaci della Locride; Fortunato Cozzupoli direttore Gal Batir; Dino Angelaccio di Itinerari turistici religiosi interculturali accessibili – Itria; Roberto Calari esperto di sviluppo locale; Alessandro Benuzzi del Cru – Consigli Regionali Unipol. Ha moderato l’incontro il giornalista Rosario Condarcuri.

Il progetto si propone quindi di mettere in rete tutti i territori, le istituzioni, le realtà territoriali che aderiranno al manifesto del Cammino del Pane. Per avere informazioni www.ilcamminodelpane.it.

Rovine maestose di città magno greche, palmenti arcaici scavati nella roccia, profumi di oriente nell’architettura sacra, centri storici secolari sulle montagne prospicienti al mare, biodiversità prorompente nella natura dei luoghi. Sono, secondo il Gal Terre Locridee, gli ingredienti principali per la candidatura della Locride a Capitale della cultura 2025.

“Tutto questo – è detto in un comunicato – nella convinzione della dimensione internazionale del territorio e della presenza di un patrimonio dalle componenti uniche ed emergenti, in un contesto omogeneo e vitale, nel quale il principio della diversità è al centro dei processi di sviluppo. È stata avviata, in questo senso, la definizione di un programma articolato di azione, che coinvolge la gente e tutte le comunità dell’area, che prevede una fitta opera di partecipazione, di sensibilizzazione, di studio e riconsiderazione dei propri valori, secondo modalità capaci di garantire un impatto a lungo termine delle attività, anche in termini di ricaduta nella crescita sociale e culturale del territorio. Il lavoro che impegnerà per i prossimi anni ha l’obiettivo di mettere in luce la ricchezza e la diversità nella cultura di un lembo di Calabria, attraversato da genti ed eventi che hanno lasciato tracce indelebili nella natura, negli uomini e nelle donne della Locride”.

Il Gal Terre Locridee si avvarrà della collaborazione di Officine delle Idee, cooperativa calabrese con competenze e esperienze nel campo della comunicazione e della creatività culturale.
“La Locride si appresta, per i prossimi anni – è detto ancora nel comunicato – a diventare un grande laboratorio aperto, per accogliere idee, dare vitalità alle comunità e alle culture locali, ricomporre la mappa del paesaggio storico dell’area”.

Sestina a sorpresa del Premio Strega 2020, guidata da Sandro Veronesi con 210 voti per il suo ‘Il colibrì’ (La nave di Teseo) nella votazione del 9 giugno in diretta streaming dal Tempio di Adriano a Roma, a causa della pandemia.

Al secondo posto a pari merito due autori Einaudi: Gianrico Carofiglio con ‘La misura del tempo’ e Valeria Parrella con ‘Almarina’, entrambi con 199 voti e seguiti da Gian Arturo Ferrari con 181 voti per ‘Ragazzo italiano’ (Feltrinelli) e da Daniele Mencarelli con ‘Tutto chiede salvezza’ (Mondadori) con 168 voti.

Ripescato con le clausole di salvaguardia previste dal Comitato direttivo, il primo degli autori pubblicati da un piccolo e medio editore che fa così entrare Jonathan Bazzi e il suo ‘Febbre’ (Fandango Libri), che ha avuto 137 voti.

Primo degli esclusi è Marta Barone con ‘Città sommersa’ (Bompiani) che ha avuto 142 voti.
I votanti sono stati 592 su 660 aventi diritto con una percentuale dell’89,60%

L’iniziativa è dedicata alla scoperta di nuove produzioni letterarie, aperta ad autori indipendenti che “vuole riconoscere l’eccezionale lavoro degli autori autopubblicati, sia nella fiction sia nella non-fiction”.
La giuria che selezionerà il vincitore sarà composta dai giornalisti Alessia Rastelli e Filippo Solibello e dagli autori Giulia Beyman, Riccardo Bruni e Carmelo Abbate. A presiederla Mariangela Marseglia, Vp e Country manager di Amazon.it e Amazon.es e Gaia Migliavacca, Kindle Manager per Amazon.it.
“Siamo lieti di presentare l’iniziativa letteraria Amazon Storyteller in Italia dopo il successo ottenuto in altri Paesi – spiega Jose Chapa, direttore della categoria Libri di Amazon Eu – Stiamo cercando la prossima miglior storia originale in lingua italiana. Autori affermati e in erba possono partecipare con le loro storie e cogliere l’opportunità di promuovere il proprio libro su Amazon.it e sul Kindle Store”. Il vincitore sarà annunciato a novembre 2020 e all’interno della pagina web dedicata all’iniziativa il giorno seguente. Riceverà un premio in denaro di 3mila euro e potrà beneficiare di una campagna marketing del valore di 20mila euro per promuovere il proprio libro su Amazon.it. Inoltre, il libro vincitore potrebbe essere pubblicato gratuitamente in formato audio da Audible. Tutti gli altri finalisti riceveranno un e-reader Kindle Oasis.

È stato aggiudicato a settemila euro, dopo 225 offerte, il disegno che il maestro Leiji Matsumoto ha messo all’asta su eBay. I fondi raccolti saranno devoluti per l’emergenza Coronavirus all’ospedale Molinette di Torino, dove l’ideatore di Capitan Harlock è stato ricoverato nei mesi scorsi per un grave malore.
“Ringraziamo il maestro Matsumoto per questa lodevole iniziativa benefica a favore dell’ospedale Molinette – commenta Giovanni La Valle, commissario della Città della Salute di Torino, di cui le Molinette fanno parte – Questo gesto conferma la sua grande nobiltà d’animo, oltre al fatto di essere un grande artista, in questo momento di grande emergenza legata al Covid-19”. La Valle estende il ringraziamento anche “al collezionista che si è aggiudicato la stupenda e significativa opera dell’artista e a tutti coloro che, numerosi, hanno partecipato all’asta”.