Per i quali, invece, normalmente, esiste una regola tacita tra le imprese recettive locali e la Polizia Ambientale; al fine di non spaventare i visitatori che giungono in città.
Quella mattina, io e Valeria restammo nei paraggi dell’albergo, non ci allontanammo.
Le notizie ricevute e le eventuali azioni da compiere furono l’oggetto della nostra discussione, mentre passeggiavano tenendoci mano nella mano, per simulare una normale coppia di turisti italiani.
Ero rabbioso con quegli idioti del nostro gruppo.
Erano entrati in un grosso centro abitato, senza nessuna precauzione.
Eravamo felici di sapere alcuni di loro ancora vivi.
Però, eravamo atterriti dal pensiero di saperli in un Campo di Rieducazione.
Volevamo sapere dove si trovasse il Campo, però dovevamo stare attenti a fare le domande giuste, e soprattutto a farle alle persone giuste.
In città, infatti, c’era molta gente stramba.
Soprattutto di notte.
Individui abbigliati in modo strano, con delle pettinature stravaganti ed i colori, di capelli e viso, talmente bizzarri da rendere difficile l’individuazione della stessa identità sessuale.
Solitamente era in mezzo a questa umanità ibrida e variopinta che si nascondevano Crudeliani e collaborazionisti della Polizia Ambientale.
Dovevamo essere discreti e cercare di non dare troppo nell’occhio.
Riuscimmo a conoscere l’ubicazione del Campo di Rieducazione e ci pentimmo di averlo fatto.
Quando giungemmo in prossimità dell’insediamento, ci sentimmo, anche noi, reclusi.
Il Campo era stato, infatti, ricavato nell’antico Castello di Sopron, ubicato nella periferia ovest della città.
Un recinto metallico circoscriveva, poi, la vasta area intorno al sito.
Non si riusciva, nemmeno, a vedere al suo interno.
Seppur non fossimo in grado di vedere la vasta area che componeva il Campo, le storie su cosa accadeva a chi finiva in Rieducazione erano alquanto dettagliate.
Interrare i propri escrementi, per non dover allestire una rete fognaria.
Divieto assoluto di utilizzo di saponi e detersivi.
Divieto assoluto di utilizzo di farmaci.
Fabbricazione di unguenti di cura e pulizia, solo attraverso raccolta e lavorazione di erbe spontanee e selvatiche.
Alimentazione fredda delle medesime erbe; in quanto cuocere gli elementi è, rigorosamente, vietato.
Raccolta ed utilizzo per ogni necessità, unicamente, di acqua piovana; non sempre, successivamente bollita.
Utilizzo di riscaldamento solo da energia solare; quindi non funzionante di notte e nei giorni di pioggia.
Questo era l’inferno di un Campo di Rieducazione.
Chi ce la faceva e conseguiva un P.I.R. positivo poteva rientrare in società.
Chi rimaneva un H.P.F., un Fattore Inquinante Umano o non resisteva a causa delle malattie e degli stenti; non lasciava il Campo nemmeno da morto.
Perché veniva sepolto, spoglio, nella nuda terra.
Sapere i nostri compagni là dentro era devastante.
Tanto più che quel luogo era, a tutti gli effetti, una fortezza inespugnabile!
Sapere i nostri compagni lì dentro fu come vederli nelle bare di un cimitero.
Sapevamo che non ne sarebbero più usciti.
Così come eravamo consapevoli di poter fare poco o nulla per liberarli.
Valeria insisteva, però, che dovevamo trovare un modo per liberare i nostri compagni.
Le rispondevo che, al netto della inespugnabilità della fortezza, comunque non potevamo sapere se la Ramier fosse viva e tra coloro che erano stati imprigionati.
Lei mi rispondeva che il fatto che fossero giunti fin qui, stava a significare che la dottoressa ce li aveva condotti.
Io rispondevo che anche noi eravamo giunti fin lì; forse qualcuno, come me, aveva visto e memorizzato il tragitto tracciato da Caroline.
Valeria, però, non voleva sentire ragioni.
Dovevamo fare qualcosa.
E lei non se ne sarebbe andata senza i nostri compagni.
Decisi di farla sfogare e darle il tempo di concepire, con calma, la situazione.
Tentare un attacco ad un Campo di Rieducazione, era già di per sé una follia insensata.
Ma farlo senza avere nemmeno la certezza che Caroline fosse ancora viva era come buttarsi in mare con un blocco di cemento legato al collo.
Valeria era fatta così, ormai la conoscevo bene.
Talvolta era ubbidiente e remissiva, precisa ed osservante di ogni consiglio o indicazione che le dessi.
Mentre, in alcune occasioni, mostrava una determinazione inesorabile che non permetteva nessuna interlocuzione.
Lasciai trascorrere altri due giorni per darle il tempo di svaporare la rabbia.
Poi cercai di farle comprendere che non potevamo restare tanto tempo in quella piccola cittadina, perché avremmo finito per dare nell’occhio.
Già i tipi “green” variopinti cominciavano a guardare il mio barbone con aria investigativa.
E questo non mi piaceva.
Finalmente Valeria si convinse.
Ne fui sollevato.
Fui anche sorpreso dal fatto che non avesse più un espressione grave ed afflitta, come nei giorni appena trascorsi.
Anzi, mi sembrò avesse compreso appieno che più di quello che avevamo fatto, non potevamo fare.
Dovevamo andare avanti da soli.
I nostri compagni, se avessero voluto, ci avrebbero raggiunto un domani; una volta rilasciati dal Campo e riassegnati alle loro comunità.
Mi dispiacque, ovviamente, il solo pensiero di tutto ciò, però non avevamo altre possibilità.
Saldammo il conto in albergo alle undici del mattino.
Bagagli in mano ed armi ben nascoste facemmo un ultimo giro in città.
Valeria mi chiese di partire in serata perché faceva troppo caldo.
Non che l’idea di addentrarci di notte nei boschi, mi allettasse; però volli farla contenta.
Anche perché sarebbe stata una notte di Luna piena ed allora non avremmo avuto particolari difficoltà a viaggiare.
Passammo, così, la giornata in città.
Scese la sera e dopo una piadina romagnola che, mai, avrei pensato di trovare in Ungheria, ci incamminammo come due boy scouts verso i boschi.
Valeria non mi chiese nemmeno di passare per il castello e la vasta area recintata che racchiudeva il Campo di Rieducazione.
Segno che, ella, aveva compreso appieno l’ineluttabile epilogo della nostra Compagnia.
Eravamo già fuori città.
Nel bosco, già, illuminato a giorno da una Luna grande e bianca.
Ci trovavamo in ascesa su di una collina che ci permetteva una visuale completa di Sopron e del suo castello.
Le luci della città si innalzavano verso il cielo notturno.
Ci fu un boato.
Un lampo.
Una fiammata.
Poi ancora.
Di nuovo.
Ed ancora.
Rimanemmo attoniti.
Guardammo e cercammo di capire.
Proveniva dalla città…..
In direzione del lago di Neusiedl…..
Era il castello!!!!
Erano esplosioni al castello.
Qualcosa stava attaccando il Campo di Rieducazione.
Io e Valeria ci guardammo in viso.
Ci accorgemmo dei traccianti dei colpi sparati, che provenivano dall’alto.
Qualcosa era sospeso sopra il Castello e stava bombardando il Campo di Rieducazione.
Non riuscivamo, però, a scorgere nulla in aria.
Forse l’attacco era condotto da dei bombardieri stratosferici, talmente alti da non poter essere visti.
Però gli eserciti della Polizia Ambientale erano i soli a detenere tali velivoli semispaziali.
Ed era impensabile che gli Econazi attaccassero un loro campo.
Doveva, quindi, per forza trattarsi di Aviocopteri invisibili, forse pilotati da remoto.
E tali armamenti, invece, sono, effettivamente, in dotazione anche alle Brigate Umane!
Questa volta assecondai Valeria.
Per quanto potesse essere pericoloso, c’era un attacco in corso al Campo di Rieducazione, dove erano detenuti i nostri compagni; questo stava a significare che non potevamo esimerci dall’intervenire, dovevamo andare anche noi……
Ci precipitammo in città, in direzione del castello.
Nel senso di marcia opposto a quello in cui stava fuggendo la popolazione.
Ormai i boati sconquassavano la notte di Sopron.
Era battaglia.
Aerea contro contraerea.
Brigate Umane con gli Aviocopteri, contro la Polizia Ambientale ed i loro cannoni a disgregazione ultrasonica.
Ma c’era di più, e ce ne accorgemmo mentre ci avvicinavamo.
Era un blitz in piena regola; un vero e proprio raid.
Il fuoco dall’alto degli Androguerrieri serviva, solo, a tenere impegnate le difese del Campo, mentre…….uno squadrone di assalto irrompeva all’interno del recinto!!
Gli Antropartigiani stavano prendendo possesso di quel luogo!
Gli spari erano in ogni dove, i proiettili saettavano sopra le nostre teste.
Le esplosioni ci devastavano i timpani e le fiamme sembravano volerci avvolgere tutti.
Però la paura maggiore era costituita dai fasci ultrasonici.
Se fossimo stati raggiunti da tali raggi, infatti, ci saremmo frantumati in pezzi senza nemmeno accorgercene.
Proprio come stava succedendo agli Aviocopteri che cadevano sulla città in fiamme.
Però l’assalto era in grande stile.
E gli invasori prevalsero.
Il Campo di Sopron cadde.
Le difese contraeree furono sbaragliate.
Cercai di urlare, invano, a Valeria di non entrare nel Campo.
Spari ed esplosioni coprirono la mia invocazione.
La mia amica si precipitò dentro ed io temetti che sarebbe stata impallinata.
Così la seguii, imprecando per una fine tanto stupida che avremmo, certamente, fatto.
Però ci trovammo sommersi dalla massa dei prigionieri del Campo che, liberati dagli Androguerrieri, si precipitavano fuori come una mandria di buoi impazzita.
Gli Antropartigiani, in quei frangenti, parlavano con megafoni ed altoparlanti; dicendo ai prigionieri di guadagnare la libertà, in fretta, prima dell’arrivo di altri Econazisti.
Al contempo, poi, gli invasori, assicuravano l’immunità a quelli della PolVerde che avessero deposto le armi e si fossero arresi.
Cosa che avvenne.
Disarmati i soldati della Polizia Ambietale e liberati i prigionieri, le Brigate Umane si diedero alla fuga, prontamente, dileguandosi nel caos che erano divenute le strade di Sopron.
Io e Valeria fuoriuscimmo insieme ai prigionieri nelle strade e……li vedemmo!
Caroline, Dario e gli altri.
Erano, però, in sette e non otto come avevamo, erroneamente, calcolato nella battaglia di Grunes Feld.
Li raggiungemmo, li fermammo, e ci salutammo come se fossimo rinati in quel momento.
Ci dirigemmo verso il percorso che stavamo facendo io e Valeria in precedenza.
Però accadde una cosa strana.
Eravamo seguiti!
E non da altri prigionieri in fuga, ma da quegli stessi fricchettoni variopinti che mi avevano adocchiato, nei giorni precedenti, in città.
Erano armati!
Sparavano!
Fu chiaro e tragico, al contempo, per tutti…..Erano Crudeliani!!
E per qualche strana ragione, tra tanta gente in fuga per le strade della città, avevano deciso di seguire proprio noi.
Mentre scappavamo, risposi al fuoco.
Credo che ne beccai uno.
Però eravamo nella boscaglia e non ne fui certo.
Anche Valeria sparava come una amazzone inferocita.
Nonostante ciò, però, ci stavamo per raggiungere
Solo io e Valeria eravamo armati.
Ormai non avevamo più scampo.
La Luna piena, tanto chiara e luminosa, non ci permise di trovare un riparo sicuro nei boschi.
Ci stavamo addosso!
Era finita!
Ma non mi avrebbero avuto vivo e, di sicuro, non senza trascinare qualcuno di loro all’inferno con me!
Dissi a Valeria di scortare il gruppo al sicuro, in quanto lei, come me, era la sola armata.
Io sarei rimasto lì a sbarrare la strada ai Mangiateste maledetti.
Quella sciroccata, però, doveva trovarsi in uno dei suoi momenti di disobbedienza.
Difatti si piazzò dietro un albero, come avevo fatto io, e prese a guerreggiare con i cannibali.
L’esito di quello scontro, però, era scontato.
Non saprei dire quanti fossero i Crudeliani, però, erano tanti.
E presto ci avrebbero circondato.
Fu allora che sentimmo cadere una pioggia di colpi dal cielo!
I Mangiateste caddero come birilli!
Altri di loro fuggirono via terrorizzati.
C’era un Aviocoptero sulle nostre teste!
Aveva fatto fuoco sui nostri inseguitori, aveva capito si trattava di Crudeliani e li aveva abbattuti.
Rimanemmo fermi ed impietriti aspettando che il velivolo dilaniasse anche noi.
Ma non successe.
Incredibilmente, infatti, il controllore remoto di quel velivolo, intelligenza umana o artificiale che fosse, aveva compreso appieno la situazione.
Aveva capito che eravamo dei prigionieri in fuga, inseguiti dai cannibali ed aveva, chirurgicamente, selezionato i suoi bersagli.
Salvaguardando noi.
L’Aviocoptero entrò in modalità invisibile, sparendo alla nostra vista.
Valeria urlò a tutti di correre via, e lo facemmo.
Sparimmo nella notte.

Nei giorni a venire fummo cauti.
Il territorio era militarizzato.
Si cercavano gli autori della liberazione al Campo di Sopron.
A noi, però, serviva di tutto.
I prigionieri del Campo di Rieducazione avevano solo i vestiti, in plastica vegetale, con i quali erano fuggiti.
Caroline che si era accorta del mio CWR, me lo chiese.
Glielo diedi e lei inserì dei codici nel mio cellulare senza ricarica.
Da quel momento, in ogni paesino che incontravamo, Valeria scendeva con il mio CWR a fare compere; mostrando i codici inseriti dalla dottoressa.
Era rischioso, però, dopo aver ripreso vestiario ed attrezzature; tornammo a sembrare nuovamente una comunità di trekkers.
Superammo l’Ungheria e passammo in Slovacchia, che era, già, cominciato Luglio.
Eravamo ancora in tempo con la tabella di marcia ed eravamo felici di essere ancora vivi, liberi e di nuovo insieme.
Anche se qualche screzio si palesò, nuovamente, una volta che venne ricostruita la dinamica della battaglia di Grunes Feld vecchia.
Il solito Dario mi diede la colpa di aver, anche in quell’occasione, iniziato io a sparare….
Questa volta, però, non fui io ad ignorarlo di nuovo.
Stavolta fu Valeria che lo voleva strangolare a mani nude…..
Dovetti fermarla.
Comunque sia, fummo felici di esserci ritrovati e di camminare insieme.
Però ci tenevamo lontani.
E quando pernottavamo in qualche albergo, lo facevamo dividendoci, in gruppi, a seconda delle strutture presenti nella zona.
Avevamo perso, già, più della metà del gruppo e volevamo cercare di arrivare tutti sani e salvi a destinazione.
Eravamo entrati in Slovacchia, tenendo come punto di riferimento la città di Kosice, seppur tenendoci a debita distanza da essa.
Così facendo, però, giungemmo velocemente al confine con l’Ucraina.
Difatti non so dire se fossimo ancora in Slovacchia o se avessimo, già, varcato il confine con l’Ucraina, quando, in una fitta e remota boscaglia, caratterizzata da strani blocchi monolitici calcarei di differente grandezza; incontrammo qualcosa………
Era un muro….!!
Sarà stato alto circa un quattro metri.
Ci misi un po’ di tempo a visualizzare bene quell’immagine, perché la vegetazione copriva, per intero, la cinta muraria.
Subito dopo, quella solida e doppia barriera di cemento, poi, nella parte interna, vi era una fila continua e sistematica di grossi alberi di pino che sormontavano il manufatto.
Gli alberi erano disposti in una fila ordinata, ad una distanza uguale l’uno dall’altro.
Ma cosa ci faceva quel muro lì?
In mezzo ad un bosco a giorni di cammino da qualunque presenza umana?!
Non era tanto il fatto che non vi fossero strade o vie d’accesso in quella selva fitta ed isolata; l’aspetto più singolare era che, da chilometri e chilometri, non avevamo nemmeno più incontrato, nemmeno, il benchè minimo sentiero di camminamento!
Intorno a noi, dappertutto, era solo boscaglia fitta ed impenetrabile.
Qualsiasi insediamento necessita, per ovvie ragioni, di vie di accesso.
Per i più svariati motivi, che possono essere il raggiungimento del sito, i suoi rifornimenti e la sua fruibilità.
Di tutto ciò, in quei luoghi, non vi era nulla.
Non vi erano nemmeno segni di antichi passaggi, quali mulattiere o vie di transumanza.
Quel posto era un totale ed integrale dominio della Natura.
Da tempi immemori.
Cosa cavolo ci faceva, allora, quel muro, spesso e granitico, in mezzo al bosco?!
Osservando la struttura, però, compresi la ragione di una tale disposizione arborea.
Era quella di nascondere il muro da eventuali osservazioni dall’alto!
Quello era un luogo segreto!
Che non doveva essere avvistato!
“ ….Crudeliani…!!.
Con questa esclamazione ruppi il silenzio del gruppo che si era posato, come me, in nascosta ed attenta osservazione.
La mia constatazione venne accettata dagli altri.
Doveva essere per forza così, eravamo finiti in un covo dei Mangiateste!
Ci guardammo intorno, poi ci guardammo tutti in viso; dovevamo fuggire via!
Senza, però, fare rumore e, soprattutto scappando dalla parte giusta.
Altrimenti saremmo finiti in trappola da soli.
Stringemmo le nostre armi.
Ed in quel momento, probabilmente, facemmo tutti lo stesso pensiero.
Meglio morti in battaglia contro quei maledetti che catturati e mangiati da loro!
Restammo in silenzio ad osservare per qualche tempo.
Decidere quale strada intraprendere era complicato.
Tornare indietro?
Puntare verso le valli?
O decidere di salire più in quota verso le vette innevate?
Ogni scelta avrebbe comportato dei rischi e dei problemi.
Caroline scelse.
Propose di scendere verso le valli.
Albert Prunier, un tizio alto, magro e calvo, che diceva di provenire dalla Val D’Aosta, ma che parlava con un evidente inflessione francese, disse che, facendo in questo modo, saremmo tornati indietro, vanificando il faticoso passaggio, in quei boschi sperduti, fatto fino ad allora…..
Si parlava troppo, si stava perdendo troppo tempo, e questo non mi piaceva.
Dovevamo allontanarci da quel luogo; subito.
Simon Polster, un capellone gigantesco di nazionalità austriaca, confermò il fatto che, nella direzione indicata da Caroline, si sarebbe tornati indietro.
Troppe opinioni, troppe teste a voler pensare, mi stavano dando sui nervi.
Le opinioni diverse e la supponenza che fossero verità avevano portato degli esseri umani a cibarsi di altri esseri umani.
Mi stavo innervosendo.
Ancora un po’ e, piuttosto che farmi scoprire dai Crudeliani, avrei aperto il fuoco ed avrei tolto di mezzo questi rumorosi problemi.
Anna Weck, una donna ceca dal corpo marmoreo, che era dovuta fuggire dalla Svizzera, prima che venisse presa dalla PolVerde, laddove aveva dovuto lasciare i suoi due figli, al loro padre italiano, suo ex marito; diede, invece, ragione a Caroline.
Proseguire in direzione di quel muro o salire era pericoloso.
Io ascoltavo quel conciliabolo linguisticamente variopinto.
Valeria mi fissava in silenzio ed aveva, già, capito le mie intenzioni.
Se avessi ritenuto la scelta del gruppo corretta li avrei seguiti.
Altrimenti, ognuno per la propria strada…..
Percepii che Valeria, comunque, sarebbe venuta con me.
Mi guardavo intorno per verificare che non fossimo stati sentiti ed individuati.
Tra poco avrei fatto rumore io, ma col mio mitragliatore.
La dottoressa insistette sul fatto che il tornare indietro sarebbe stato un disagio meno gravoso che affrontare coloro i quali si trovavano al di là di quel muro.
E che, poi, al netto della convenienza, nessuno era obbligato a fare nulla; ciascuno poteva liberamente decidere per sé stesso.

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