Questa impostazione concettuale della Ramier mi piaceva, decisi che l’avrei seguita.
Così come fecero tutti.
Costeggiammo quel muro per circa un chilometro, mentre scendevamo.
Quel manufatto era perfettamente uguale in ogni suo punto, compresa la copertura degli alberi che lo sovrastavano.
Di tanto in tanto, qualcuno si arrampicava su qualche albero, per scorgere qualcosa all’interno del perimetro.
Però la fitta boscaglia, anche all’interno del recinto, non permetteva di vedere nulla.
Si scorgevano all’interno, soltanto, qualcuno di quei grossi macigni che avevamo visto, fino a quel momento, in quello strano e fitto bosco.
Man mano che cercavamo di sfuggire a quella barriera, unica testimonianza umana in un reame incontaminato della Natura, ci sentivamo, stranamente, sempre più attratti dal significato recondito di quella struttura.
Essa ci pareva misteriosa ed insensata, come qualcosa che non avrebbe dovuto trovarsi lì.
Ci sentivamo invogliati da una irresistibile curiosità.
Quando, dopo un paio di chilometri, giungemmo ad un angolo del muro, prendemmo, quasi automaticamente, una direzione verso sinistra; continuando a costeggiare il muro.
Non era quella la strada per sfuggire ed allontanarsi.
Ma nessuno obiettò.
Camminammo ancora per mezz’ora, fino a che non giungemmo ad un altro angolo del perimetro.
L’area di quella cinta muraria era, insolitamente, vasta.
Questa volta, però, eravamo usciti dal cammino parallelo alla struttura.
Ora dovevamo solo allontanarci.
Però non lo facemmo.
Andrea Rozzi, un giovane meccanico magro e sveglio, disse che non avevamo incontrato nessuno fino ad allora, e che, perciò, potevamo pure quella costruzione.
Lo facemmo.
Percorremmo l’intero perimetro del manufatto.
Tornammo, quasi, al punto di partenza.
Quel muro non aveva entrate!!!
Nessun cancello.
Nessuna porta.
Nessun passaggio.
Niente di niente.
Era solo un muro quadrato, di alcuni chilometri, completamente nascosto dagli alberi e, praticamente, invisibile dall’alto.
Al suo interno vi erano solo alberi.
Insomma qualcosa di veramente anomalo e che non aveva alcun senso.
Cosa stava a significare costruire un muro senza nessuna entrata?
Un muro serve a delimitare, a proteggere, a circoscrivere un’area o una zona ben precisa.
Sempre nell’ottica, però, di usufruire, poi, di quella zona.
Una entrata era necessaria in ogni cinta o recinzione, qualunque fosse l’attività, l’opera o l’impresa che venisse svolta al suo interno.
A cosa, dannazione, serviva, invece, un muro che non aveva entrate?
….A tenere qualcosa rinchiuso…..!
Il pensiero ci sovvenne e ci fece rabbrividire.
C’era qualcosa in quel perimetro.
Qualcosa di talmente pericoloso che si era deciso di circoscrivere e rinchiudere in un luogo tanto sperduto ed isolato.
Qualcosa che non sarebbe, più, dovuta essere stata vista o raggiunta da chicchessia.
Qualcosa che doveva rimanere celata senza via di uscita per essa o di entrata per qualche malcapitato visitatore.
Queste ipotesi, per quanto strane, furono valutate e dibattute a lungo.
Piano piano, però, ogni suggestione di stampo orrorifico, fantasy o fantascientifico decadde, in favore di una visione più strettamente razionale.
Qualcuno ipotizzò che si trattasse di una prigione dei Crudeliani e che lì, rinchiusi, vi fossero delle persone che, presto, sarebbero state divorate.
Ma i Crudeliani compivano i loro rituali di devozione alla Madre Terra, nell’arco di qualche ora o, al massimo, di qualche giorno.
Essi non tenevano dei prigionieri a lungo.
In quanto….avrebbero inquinato…
Soprattutto, poi, in un luogo tanto incontaminato, questi cannibali puristi della Natura, non avrebbero tenuto degli HPF, dei fattori inquinanti umani ad “ insozzare” un bosco così florido e rigoglioso.
Quello, probabilmente, era, invece, a tutti gli effetti, il peggiore dei Campi di Rieducazione della Polizia Ambientale.
Era un famigerato e fantomatico Campo di Confinamento.
Una struttura della PolVerde, della quale si vociferava, ma, della quale, non ne era mai stata provata l’esistenza.
In tale carcere, venivano confinati coloro i quali non sarebbero mai più tornati alla civiltà.
Restammo a confabulare, ancora, dinanzi a quello strano muro che non aveva entrate o uscite.
La anomalia di una tale struttura in un luogo tanto remoto e sperduto era, insolitamente, accattivante e magnetica.
Tanto che, alla fine, la maggioranza del gruppo decise che si doveva entrare per dare un occhiata.
Anche perché dall’interno della cinta muraria non giungeva alcun rumore.
Allora procedemmo a tappe.
Polster e Prunier che erano i più alti sollevarono il mingherlino Andrea Rozzi, fino alla sommità del muro.
Arrivato in quel punto, discendere dall’altra parte era semplice, in quanto si sarebbe utilizzata una delle tante querce che parevano essere state messe lì apposta per nascondere il manufatto.
Però Andrea non scese subito dall’altra parte.
Il suo compito era duplice; dapprima, egli, legò una fune alla quercia e la fece discendere fino a noi.
Quindi con l’ausilio di un binocolo ultravioletto guardò all’interno.
Il giovane meccanico ci comunicò che, al di là del muro, vi era solo il bosco, e che, a seguito della visione con ricerca calorica, non c’era niente altro che qualche esemplare di uccello o roditore.
Verificato che non vi fossero evidenti pericoli, Andrea discese, agevolmente, attraverso la quercia ed, armi in pugno si diresse all’interno della cinta.
Seppur non allontanandosi troppo dal punto di risalita.
Trascorse un quarto d’ora nel quale stemmo tutti protesi con le orecchie a sentire quanto accadesse all’interno.
Pronti, comunque, a salire attraverso la corda, ed a portare, eventualmente aiuto al nostro esploratore.
Il quale, però, dopo poco tornò indietro veloce come un lampo e, risalito l’albero con l’agilità di un felino, giunse a noi ansimando.
La storia che ci portò fu abbastanza singolare.
Riassunta, essa si sostanziava in questi punti salienti:
Il meccanico aveva intravisto un grosso macigno bianco, parzialmente sormontato da alberi ai suoi due lati.
L’insolita stazza e dimensione di tale macigno, che, dal racconto, era alto una decina di metri e largo una trentina; avevano attratto il nostro incursore.
Il quale si era avvicinato, notando, dapprima che questa roccia, di colore insolitamente bianco, fosse, eccessivamente, levigata e liscia per essere una normale conformazione rocciosa.
Giungendo, allora, in prossimità del blocco di roccia granitica, Andrea intravide che il monolite aveva……….Porte e finestre!!!!
Rimasto allibito da tale visione, allora, l’esploratore si era appropinquato, ancor di più, per essere sicuro di quanto stesse vedendo.
Ed a quel punto uno scatto, dovuto ad un impulso elettrico, aveva fatto aprire la grossa porta metallica di ingresso.
Tanto era bastato per far fuggire via, a gambe elevate, il malcapitato incursore.
La storia ci destabilizzò.
La frangia di chi voleva abbandonare, in fretta, quel luogo riprese vigore.
Anche se, approfondendo il racconto di Andrea, costui ci confermò che, si, la porta si era, effettivamente, aperta; però lui non aveva, comunque, visto nessuno.
Né tantomeno qualcuno si era lanciato al suo inseguimento.
Tralasciando, allora, elucubrazioni circa una forma di esca per attirare i viaggianti, in stile Hansel e Gretel; l’ipotesi che il nostro meccanico avesse attivato un meccanismo automatico, di tipo ottico, di apertura della porta, venne ritenuta plausibile.
Seguì, allora, una articolata discussione ed una, non unanime, decisione di entrare tutti a verificare cosa fosse la struttura narrata da Andrea.
Salimmo e ritirammo la corda, lasciandola appoggiata sul muro e pronta per una, eventuale, veloce discesa.
Armati e compatti, quindi, ci dirigemmo all’interno della fitta boscaglia.
Un particolare mi allarmò.
A terra vi era un prato molto curato e che sembrava essere stato tagliato di recente.
Mentre i rami degli alberi denotavano, invece, la natura selvaggia del luogo.
Queste evidenze, tra esse, contrastanti, mi confusero un pò.
Quando giungemmo in prossimità del monolite narrato da Andrea, ci accorgemmo subito che si trattava di una abitazione in piena regola.
Scavata in una roccia o edificata in modo da sembrare roccia.
Provammo a mettere in pratica quanto avevamo immaginato ed, giunti alla porta, questa fece uno scatto e si aprì di qualche centimetro.
Allontanatoci, di poco, allora, l’entrata della roccia, magicamente si richiuse.
Cercammo, quindi, il visore ottico e lo trovammo mezzo metro in alto, a destra della porta.
Quando ci avvicinammo ancor di più al grosso monolite, ci accorgemmo che non era pietra.
Era un materiale levigato ed uniforme, certamente di tipo calcareo, però era un minerale che non conoscevamo.
Parlottammo un pò tutti, quindi decidemmo.
Caroline era rimasta titubante circa il da farsi.
Ed ovviamente il suo “segretario” Dario, cercava di smorzare ogni opinione sorgesse circa le azioni da intraprendere.
Comunque, alla fine, entrammo.
Superata la grossa porta di metallo, ci ritrovammo in un’ampia stanza all’interno.
La soglia, al nostro passaggio, si richiuse automaticamente.
Anche se, a tranquillizzarci, ci pensò il fatto che, ogni qualvolta ci avvicinassimo all’uscio, questo si aprisse di scatto.
Ci guardammo intorno.
L’ambiente era spazioso ed elegante, con le pareti in legno ed un arredamento, per così dire, “boschivo”.
Il salotto, sulla sinistra era grande e spazioso con dei divani appoggiati ad una sorta di scalino, da dove degradava il piano stesso della stanza; posti in prossimità del grande camino in pietra.
Mobili in legno, tavoli, sedie e credenze facevano da arredo.
Sulla sinistra, invece, vi era la spaziosa cucina di colore bianco.
Anch’essa ampia e spaziosa, era, praticamente, dotata di tutto, oltre che: “ funzionante”.
Difatti, in quel luogo, incredibilmente vi era la corrente.
Seppur non vi fossero, infatti, collegamenti alla rete, pannelli solari o pale eoliche; comunque, stranamente, vi era energia elettrica.
Ci dividemmo in due gruppi.
Uno rimase in quell’androne, mentre l’altro si diresse nel piano superiore della struttura; mediante le scale che si trovavano, subito, fuori alla cucina.
Il piano superiore era caratterizzato dal medesimo arredamento ligneo e con richiami in pietra calcarea di quello inferiore.
Vi erano quattro camere da letto, con i relativi servizi igienici.
Riscendemmo di sotto e comunicammo quanto avevamo visto.
Iwona Putski, una donna polacca, che fungeva da “vice-segretario” di Caroline intravide uno schermo all’ingresso della cucina.
I televisori di varie dimensioni, in quel posto, erano molti; da quello gigante in salotto, fino a quelli piccoli nei bagni.
Però quello schermo era diverso ed Iwona che era una programmatrice di postazioni computer per gli impiegati di banca, se ne rese conto subito.
La donna si accorse che quello schermo era un interfaccia.
Un terminale di accesso ad un sistema informatico.
Iwona toccò lo schermo e fece fuoriuscire una tastiera “qwerty”.
Il primo commento della donna fu: “ Questo sistema non è stato mai utilizzato….Mi sta chiedendo la password…..Quale metto?”
Non so come mi venne, sarà stata, forse, la mia passione per i vecchi film western; comunque, in quel momento, mi guardai intorno, pensando a quel muro in mezzo al nulla e dissi…….Fort Apache!…..
E Fort Apache fu.
Iwona entrò nel sistema e cercò di richiedere una panoramica dell’intero sito.
Il terminale proiettò, allora, un ologramma in alto e ci mostrò cosa fosse Fort Apache.
Il monolite nel quale ci trovavamo era, solo, uno dei cinque presenti nel sito.
Il quarto per dimensioni.
Tra gli alberi vi erano altre quattro strutture simili.
Iwona chiese da dove provenisse l’energia elettrica della casa.
Il terminale ci indicò un altro monolite nel giardino.
Quando Iwona chiese dove fosse il processore che governava il terminale che stavano utilizzando; ci venne indicato il piano superiore di quello stesso monolite dove si trovava il generatore della struttura.
La programmatrice chiese di chi fosse tutta la struttura?
Il sistema non seppe rispondere.
Allora la Putski domandò se vi fossero altre persone in quel luogo.
Il sistema, dopo una ricerca a spettro calorico, nella quale individuò anche noi; diede il responso che eravamo i soli umani presenti a Fort Apache.
A quel punto, avemmo una panoramica della situazione nella quale ci trovavamo.
Dopo un breve conciliabolo e, tenuto conto che si appropinquava la sera, decidemmo di accamparci in quella abitazione.
D’altronde con un muro di cinta intorno e chiusi in un blocco granitico, si sarebbe potuto dormire, abbastanza, tranquilli.
Escludemmo il congegno di apertura automatica dell’ingresso, attraverso un pulsante posto vicino alla soglia e ci preparammo per la notte.
Decidemmo di utilizzare i bagni al piano superiore.
A turni ci saremmo fatti le docce, cambiati ed avremmo lavato i vestiti sporchi nelle vasche da bagno.
Cosa che facemmo.
Quindi noi uomini accendemmo il camino, in quanto, col buio, la colonna di fumo non sarebbe stata visibile; e ci mettemmo seduti a sorseggiare i liquori presenti in gran quantità ed a fumare sigari, sigarette e pipe, delle quali la casa era, altresì, massicciamente dotata.
Le signore prepararono la cena.
Cenammo in salotto, sul grande tavolo di legno che sembrava la sezione di una grossa quercia.
Iwona, intanto, fece pratica con il processore di Fort Apache.
Ci disse di aver individuato una struttura che era la “lavanderia” del Forte…..
Con immensa soddisfazione di Andrea Rozzi, poi, Iwona gli comunicò di aver trovato un altro monolite nel quale vi era un grosso garage e che conteneva l’officina…….
Il giovane meccanico dichiarò che il mattino seguente sarebbe andato a vederla.
Io mi preoccupai di un’altra cosa, invece, chiesi alla programmatrice polacca dove fossero le entrate e le uscite del Forte?
Lei mi rispose che, ancora, non sapeva utilizzare il sistema, in quanto le era parso che lo stesso le avesse risposto che non vi fossero varchi di accesso e di uscita in quel sito………
Era tardi, quando decidemmo di andare a dormire.
I letti erano a due piazze, quindi Caroline e Iwona ne occuparono uno.
Valeria e Anna un altro.
Il gigantesco Simon Polster ed il piccolo Andrea Rozzi, il terzo.
Mentre io avrei dovuto dividere il quarto con Albert Prunier.
Siccome non mi andava; glielo cedetti e me ne stetti in salotto davanti al camino.
Passai la notte sul grande divano, con il fucile in mano, tra il dormiveglia ed un pò di tv.
Non aveva, ancora, albeggiato quando scese Valeria.
Fece un caffè e me lo portò.
Mi disse di comprendere perchè non riuscissi a dormire tranquillo, dopo tante notti passate all’aperto con le armi in pugno.
Le risposi che non era solo quello.
Che c’erano tante cose che non mi tornavano.
Delle quali, le ultime, erano cosa fosse Fort Apache, a cosa servisse, chi lo avesse costruito e, soprattutto, se e quando i proprietari sarebbero tornati.
Lei mi disse di non preoccuparmi più di tanto, poiché al ritorno dei proprietari ce ne saremmo andati e, poi, non per forza doveva trattarsi di appartenenti alle fazioni in guerra.
Allora le domandai, a suo parere, da quale entrata sarebbero arrivati i proprietari ed, invece, noi, da quale uscita ce ne saremmo andati?
Valeria rispose che Iwona aveva ammesso di non saper, ancora, usare il software di gestione della struttura e che, certamente, un entrata ed un uscita da qualche parte dovevano pur esserci.
Altrimenti che senso avrebbe avuto edificare il Forte.
Si svegliarono anche gli altri.
Facemmo colazione e stabilimmo il da farsi.
A prescindere dalla decisione di lasciare quel luogo, c’era in tutti la volontà di esplorarlo.
Così iniziammo.
Allora, infatti, non avevamo nessuna idea della conformazione di quel sito.
Visitammo, dapprima, i luoghi dei quali eravamo a conoscenza.
Quindi i due blocchi di “pietra” che costituivano la lavanderia e l’officina del Forte.
La prima era attrezzata di tutti i macchinari atti a poter gestire un servizio di pulitura, addirittura, per una trentina di persone.
L’officina, invece, ci mise addosso una grossa dose di inquietudine.
Non, però, dovuta alla presenza di ogni dotazione in materia di macchinari per la lavorazione di oggetti metallici, la meccanica e l’edilizia.
Ma per la presenza, in garage, di un Aviocoptero e di un Blindogommato.
Erano armi da guerra!!
Ora ne avemmo la certezza, eravamo finiti in una base segreta di una delle parti in conflitto.
Non era chiaro a chi appartenesse il Forte, anche, perché i due mezzi non recavano simboli o effigie di alcuna delle fazioni in lotta.
Però erano degli armamenti bellici in piena regola.
Per tale ragione, alcuni di noi, soprattutto io ed Albert Prunier, dicevano di fare provviste di viveri e di darcela a gambe.
Però, questa, era una posizione minoritaria nel gruppo.
Ormai gli altri erano avvinti dall’alone di mistero che pervadeva quel luogo e, seppur titubanti dinanzi alla visione di due mezzi da guerra; non sembravano intenzionati a voler levare le tende.
Anzi, parevano tutti rapiti dalla conformazione e dalla organizzazione di Fort Apache.
Raggiungemmo, quindi, il monolite che racchiudeva il centro sistemico del Forte.
Il software gestionale della struttura si aprì e potemmo entrare nel suo ambiente.
Lì, comprendemmo anche la ragione della presenza di energia elettrica in quel luogo.
Vi era, infatti, un innovativo impianto geotermico che, traendo calore dal sottosuolo, lo convertiva in elettricità.
Non solo.
Notammo anche che, in quel blocco, vi era un piccolo impianto di termovalorizzazione dei rifiuti organici, il quale traeva metano dai resti della nostra tavola, dallo scarto di oggetti in plastica vegetale o, eventualmente, da materiali di risulta di lavorazione agricola.
Così come vi era un frantumatore ed un tritovagliatore di rifiuti vitrei e lignei; i quali finivano per divenire minuscola polvere inerte.
Tutto ciò inebetì ancor di più gli altri, che furono, letteralmente, rapiti dalla assoluta indipendenza e dalla circolare autonomia funzionale di Fort Apache.
Iwona si piazzò alla postazione del centro nevralgico del Forte e ne ricavò una mappa, stavolta, veramente dettagliata.
Come avevamo visto la sera prima, infatti, i blocchi abitativi erano cinque.
Allo stesso modo di quelli, per così dire, “ lavorativi”, ve n’erano altrettanti.
Avevamo visitato, la lavanderia, l’officina e il centro nevralgico del sistema.
Vi erano altri due monoliti da visitare: L’infermeria e…..L’arsenale!
Non ci meravigliammo più di tanto, ormai, per quello che vedemmo in seguito.
Caroline ci disse che, poche volte, aveva visto una struttura poliambulatoriale talmente attrezzata e dotata di presidi medici.
Mentre per me e Valeria che eravamo appassionati di armi automatiche, il blocco dell’arsenale ci sembrò il “ Valhalla” del settore armamenti.
Fort Apache era un mondo a parte; completamente avulso da tutto quanto si trovasse fuori da esso.
Tornammo al Blocco 4 per il pranzo.
Aprimmo con la Key card che Iwona aveva attivato.
Pranzammo e, successivamente, passammo il pomeriggio a visitare quelli che il sistema ci aveva indicato essere i depositi sotterranei di ogni monolite.
Fu incredibile.
Già solo il deposito sotterraneo del Blocco 4 era, probabilmente, molto più vasto del suo ambiente superiore.
Sembrava un supermercato in piena regola, con tanto di cella frigorifera per i prodotti deperibili.
Al di sotto, poi, vi era la cantina “ old stile” per il vino, i salumi in essiccazione ed i formaggi in fermentazione.
Questi ultimi, poi, erano anche conservati in una fossa di canne di bambù e paglia.
Fummo rapiti da tutto questo.
Anche perché lo stesso scenario si presentava anche per gli altri sotterranei.
Solo in misura, addirittura, più grande; eccezion fatta per il blocco 5, invece, più piccolo.
I blocchi “lavorativi”, poi, avevano depositi sotterranei specificamente attrezzati, per la materia trattata; con tanto di cella frigorifera per i farmaci.
Dove Caroline ci disse che, addirittura, antibiotici e farmaci erano conservati in polvere per assicurarne una durata, negli anni, molto lunga.
All’uopo, poi, vi era un semplice macchinario che, caricato con la polvere desiderata, ne porzionava delle compresse da poter assumere all’occorrenza.

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