Cercai un punto.
Sopra le nostre teste.
Qualcosa che non produceva alcun rumore.
Qualcosa che non era possibile vedere in quanto distorceva la luce.
Un punto, leggermente opaco, nel cielo azzurro.
Lo trovai!!
Feci fuoco.
Il suono metallico dei proiettili sulla corazza metallica provocarono scintille ed un suono stridente.
L’Aviocoptero era corazzato, ma lo erano anche i miei colpi che, difatti, danneggiarono il velivolo.
Fu il segnale che i cecchini, tra gli alberi, stavano attendendo.
Cadde una pioggia di colpi.
Le postazioni nemiche, nascoste nella boscaglia, al pari della sola postazione costituita da me e da Valeria, non potevano scontrarsi, in quanto nessuna conosceva la posizione dell’altra.
Entrambi i gruppi di cecchini, allora, facemmo fuoco su coloro i quali erano allo scoperto.
Le persone caddero giù come birilli!
Era un inferno di fischi, urla e boati.
Chi riuscì a reagire, prontamente, si buttò a terra o fece in tempo a fuggire dietro agli alberi.
Ma non tutti risposero con prontezza ad una situazione inaspettata.
Il giovane con le lunghe trecce che stava parlando con Caroline estrasse una pistola e puntò la dottoressa.
La Ramier non poteva essere, parimenti, veloce ad estrarre un fucile da sotto il giacchino.
Feci fuoco io e buttai giù il capellone.
Valeria fece fuoco insieme a me.
Anche noi, in quel momento, eravamo, a tutti gli effetti, dei cecchini nascosti.
I cinque caddero giù.
Così come alcuni dei nostri.
Caroline riuscì a nascondersi dietro gli alberi.
Dopo un primo scambio, terrificante, di colpi, le armi tacquero.
In campo aperto, ora, vi erano solo cadaveri.
Cinque loro e circa nove dei nostri.
Non c’era altro bersaglio da colpire, e sparare a vuoto avrebbe reso individuabile la propria posizione.
L’eco degli spari riempiva, ancora, l’aria.
Ma presto calò il silenzio dei boschi.
Un silenzio di morte.
Due gruppi attendevano, silenti, di poter scorgere una sagoma da colpire.
C’era una sola cosa da fare per rompere quello stallo: Ripiegare.
Tornare indietro.
Lo facemmo tutti, istintivamente e simultaneamente.
Forse lo fecero anche loro.
Importante era restare nascosti, e non spostarsi allo scoperto.
Io e Valeria ci ritraemmo nel bosco.
Dopo qualche metro di cammino accovacciati, ci unimmo agli altri.
Qualcuno salì in direzione del Passo di Vizze.
Io fermai Valeria ed attesi di vedere la Ramier.
La vedemmo.
Era insieme ad altri.
Stavano risalendo anche loro.
Ma non tornavano indietro; camminavano curvi dietro gli alberi, verso destra.
Li seguimmo.
L’Aviocoptero era stato danneggiato, però poteva essere ancora attivo, e poteva essere un drone militare armato.
Fortuna che il bosco era fitto e gli alberi non ci rendevano individuabili o, facilmente colpibili dall’alto, anche con i visori a ricerca calorica.
Dopo una mezz’ora ci fermammo in un punto ben nascosto tra alberi e massi.
Un arrocco ben coperto anche dall’alto.
Puntammo i fucili in tutte le direzioni.
Non scorgemmo nulla.
Prendemmo a parlottare sottovoce.
Ci domandammo con chi ci fossimo scontrati, se EcoNazi o Mangiateste.
La Ramier disse che quello davanti a lei, prima di estrarre la pistola, aveva pronunciato il “ Libera Mater de Immundo Semine”.
Erano Crudeliani!
Restammo, per un attimo, freddi!
Ci guardammo intorno tutti, ansimando e puntando le nostre armi.
Non c’era nessuno.
La dottoressa chiese chi fossero coloro i quali si erano accorti del tranello ed avevano sparato sull’Aviocoptero.
Quando la Ramier seppe che eravamo stati io e Valeria, ci ringraziò per aver salvato la vita a tutti.
Tutti tranne quelli che erano caduti.
Verificammo se ci fossero feriti tra di noi.
Dopo di che elencammo i nomi di chi era rimasto vittima dell’agguato.
Ci chiedemmo cosa fare per coloro che erano tornati indietro, fuggendo verso il Passo di Vizze.
Realizzammo che tornare indietro, a riprenderli, sarebbe stato un suicidio.
Ognuno aveva, ormai, preso la sua strada.
Qualcuno, che conosceva il nome e la storia delle vittime, spese una parola di cordoglio.
Stemmo in un silenzio rabbioso e frustrato.
Dario Bove, un ingegnere elettronico veronese, che si era preso la colpa dell’investimento di un cervo fatto da sua figlia ed era dovuto fuggire per evitare la punizione della Polverde; colui il quale, a tutti gli effetti, sembrava il braccio destro di Caroline, domandò come facessero, i Mangiateste, ad avere un Aviocoptero invisibile.
Gli risposi che quei maledetti avevano, senza una apparente e plausibile spiegazione, le armi militari più progredite, e che, forse, erano “ammanigliati” con la Polizia Ambientale.
La dottoressa era afflitta ed avvilita, si sentiva responsabile per un incontro imprevisto che era costato la vita a nove di noi.
Oltre alla separazione con altri, ancora, del gruppo.
Le dissi di non rimproverarsi più di tanto, perché quelli erano Crudeliani, ed era già tanto se eravamo ancora in vita.
I Mangiateste, infatti, sono perennemente a caccia di fattori inquinanti umani.
Essi nascondono la loro natura ed intenzioni, si camuffano, simulano altre personalità ed arrivano anche a rinnegare il loro credo e modo di vivere; il tutto al solo fine di poter compiere la loro missione fanatica.
Non è facile accorgersi di loro; almeno fino a quando, essi, non si mostrano.
La nostra guida si domandava in quale mondo e quale umanità stessimo vivendo e generando; al punto di essere costretti a dover sparare al solo incontro con un proprio simile.
Ormai incontrare altri esseri umani era divenuto, a tutti gli effetti, pericoloso.
La Ramier, visibilmente provata disse che, ormai, l’ultima Umanità eravamo solo noi.
Per me, invece, c’eravamo solo io e Valeria; gli altri erano da verificare.
Quella notte non accendemmo il fuoco.
Non ce la sentimmo nemmeno di dormire molto.
La mattina dopo, però, accendemmo dei fuochi per il caffè ed altre bevande calde.
Non era sicuro tornare sul percorso tracciato dalla dottoressa.
Dovevamo trovare qualche strada alternativa.
Difatti Caroline stava studiando la sua cartina e segnava dei punti su di essa.
Il percorso della dottoressa era studiato anche per fare tappa, di tanto in tanto, in piccoli centri.
Al fine di fare rifornimenti di tutto quanto necessitasse, per lavarci, lavare gli indumenti ed altre necessità.
Ora, invece, eravamo, dannatamente, fuori direzione.
Eravamo saliti in quota e ci eravamo mossi verso est.
Caroline Ramier decise.
Avremmo optato per un altro tragitto, per poi ricongiungerci sulla direttrice del percorso originale.
Per la dottoressa dovevamo scendere verso i Carpazi e la pianura ungherese.
Ci muovemmo.
Camminammo per tre giorni nella direzione indicata da lei.
Dopo di che avemmo necessità di lavarci.
Trovammo un piccolo paesino tra le montagne.
Poco più di una quindicina di case.
Però c’era un albergo per gli appassionati di sci che in inverno visitavano quella zona.
Era l’ideale per noi.
Nascondemmo le armi nelle borse.
Ci presentammo come i membri di una associazione di trekking.
Caroline Ramier aveva preparato tutto alla perfezione.
L’associazione era stata fondata e registrata col nome di un tizio canadese, credo un amico della dottoressa.
Così come, probabilmente, tutti i membri registrati della associazione fossero ex assistiti della Ramier.
Chissà quale era la storia della dottoressa?
Tra di noi nessuno chiedeva nulla, agli altri, circa il proprio passato.
Tranne i casi in cui era il diretto interessato ad aprire l’argomento, infatti, queste domande non erano permesse.
Prendemmo le camere.
In un piccolo negozietto che vendeva di tutto, acquistammo indumenti nuovi e detersivi per lavare quelli in nostro possesso.
Facemmo spesa di tutto.
La cosa singolare è che pagasse tutto la Ramier, con la carta dell’associazione; albergo e spesa comprese.
Nove giorni prima, la dottoressa, in Italia, aveva pagato con un’altra carta intestata ad una tizio greco.
Quella donna aveva organizzato la sua fuga dall’Umanità, strutturandola fin nei più piccoli particolari.
Non sapevo cosa pensare.
Era un piano architettato da anni per scomparire dal mondo? O era un segnale per chi ci stava seguendo?
Non ero sicuro di niente, cercavo solo di stare con gli occhi aperti.
Ripartimmo due mattine dopo.
Non prendemmo la strada principale che conduceva ad altri centri.
Ci addentrammo nuovamente nei sentieri tra le montagne austriache.
Mi sembrava che l’Austria fosse tutta una montagna.
Anche se dopo due giorni non ero più sicuro se ci trovassimo ancora in Austria o in Ungheria.
Sta di fatto che l’ansia della dottoressa di non mettere più in pericolo il gruppo e di portarci lontano da potenziali pericoli, ci conduceva in luoghi sperduti.
Quattro giorni dopo l’ultimo incontro con la civiltà, raggiungemmo un paesino a circa 1300 metri di quota.
Non saprei dire in quale nazione ci trovassimo.
Si chiamava Grunes Feld.
Poche case ed una sola struttura recettiva.
C’era solo una baita di montagna con il ristorante e tre camere.
Dovemmo fare a turno per la pulizia del corpo e degli indumenti.
Però quel posto non mi piaceva.
C’erano troppi giovani.
Un paesino di appena una ventina di case, in quota, sulle Alpi; doveva essere popolato, principalmente, da anziani.
Invece, lì, la cittadinanza era composta, quasi completamente, da giovani.
Dissi alla dottoressa di andarcene il prima possibile.
Valeria stava per confermare le mie preoccupazioni, in modo tale da lasciare intendere che, un tempo, lei era stata…
La fermai subito.
La mattina seguente ci organizzammo per la partenza…Ma in paese non c’era più nessuno!
Nessuno!!
Era, tutto, solo case e silenzio.
Solo grilli e strade vuote.
Una scena inspiegabilmente terrificante.
Una sensazione che, se non è mai stata vissuta prima, risulta, veramente, difficile da concepire ed interpretare.
Ci sentimmo, in quel momento, come dei violatori e profanatori di quel luogo di remota ed intima solitudine.
Ci chiedemmo di tutto e facemmo mille ipotesi.
Per me, invece, non c’erano dubbi
Alla reception chiamammo e cercammo i proprietari della struttura.
Non trovammo nessuno.
Uscimmo in strada con circospezione.
Non riuscivamo, nemmeno, a parlare tra di noi.
Temendo, quasi, di violare il silenzio di quel luogo.
Sembrava che il nostro stesso respiro fosse un boato sacrilego, in quella landa di silenzio.
La popolazione era, completamente scomparsa.
Dovevamo squagliare, e di fretta.
Ebbi la sensazione di aver visto giusto.
Non ci avevano, nemmeno, permesso di pagare.
Non dovevano esserci tracce del nostro passaggio, in quel luogo.
E temevo che non dovevano rimanere, nemmeno, tracce di noi.
Ora ne ero certo.
Eravamo finiti in una base degli Androguerrieri!
Erano gli Antropartigiani!
Erano le Brigate Umane!!
E ci avevano presi tutti per Mangiateste.
Eravamo in trappola.
Si sarebbero fatti qualche domanda solo dopo averci seppellito: Forse!
Caroline non concordò con la mia tesi e disse di andarcene senza tirare fuori le armi.
Un gruppo come il nostro, secondo lei, aveva spaventato gli autoctoni, i quali si erano nascosti, temendo un nostro raid.
Se la popolazione locale, in quel momento, ci stava osservando, non dovevamo farli allarmare ancor di più.
Ce ne andammo come una normale comitiva di trekkers.
Io, però, non mollai la presa sul mio fucile.
Certe volte, a mio avviso, la dottoressa e tutti questi “Hippies” del gruppo, avrebbero dovuto darmi retta.
Se gli Androguerrieri si erano nascosti, non era, certo, per paura.
Era, solo, per farci la pelle.
Ci stavano aspettando da qualche parte.
Dovevamo solo prendere la strada più impervia e meno percorribile, e, così, forse, li avremmo evitati.
Ma niente.
Questi non avevano, ancora, capito con chi avevano a che fare.
Presero a camminare sul sentiero sterrato verso le montagne, come tanti figli dei fiori…
Sembrava che avessero una scritta “ spara qui!” addosso.
Io e Valeria ci tenemmo, un po’, a distanza.
Le chiesi quali fossero le intenzioni dei suoi ex commilitoni.
Lei mi rispose grave e sicura: “ Vogliono farci allontanare dal paese…Poi….”.
Le domandai come si potesse essere talmente, stolidamente, sicuri da poter condannare le persone a morte, solo, sulla base di un semplice sospetto?
“ Lo sai perché si diventa un membro delle Brigate Umane, Lupo?” rispose lei: “Avviene quando hai perso qualcuno, che ti era caro, in un Campo di Rieducazione degli Econazisti o mangiato dai cannibali ambientali.
Da quel momento in poi, ciò che ti fa agire e pensare è, solamente, l’odio.
Puro e semplice desiderio di vendetta.
All’inizio liberi le persone dai Mangiateste o aiuti a fuggire la gente, prima di un rastrellamento della PolVerde.
Poi, però, finisci per renderti conto che il tuo odio e le tue azioni non sono tanto diversi da quelli dei Crudeliani…”.
Convenni con quanto diceva Valeria.
Però c’era, comunque, qualcosa che non mi tornava.
Perché mai, nel dubbio, non lasciare che andassimo via senza sospettare nulla, per poi seguirci e verificare chi fossimo in realtà?
Perché mettere in atto la messa in scena del paese svuotato, correndo il rischio di farci preparare allo scontro imminente?
Non sarebbe stato più logico farci andare via tra sorrisi e saluti, per poi colpirci a tradimento?
O magari vedere se ce ne andavamo via per la nostra strada senza problemi?
Come facevano questi Antropartigiani a non avere il benchè minimo dubbio che fossimo, realmente, una comitiva di trekkers?
I conti non mi tornavano.
Mi fermai di botto e presi ad urlare, chiamando Caroline.
Il gruppo si fermò e si girò.
Dissi alla dottoressa per quale motivo non avesse la minima perplessità circa quello che era successo, poco prima, in paese.
Le domandai come riuscisse a camminare tranquilla andando, probabilmente, incontro ad un’imboscata?
Le chiesi come facesse a non concepire nemmeno l’idea che tutto quanto stava accadendo fosse, a tutti gli effetti, l’esecuzione di una condanna che era stata, già, pronunciata su tutti noi?
Le domandai, ancora, come facesse a non guardare le sue mappe geografiche ed a cercare un modo di evitare zone e radure aperte o gole strette tra le montagne; luoghi, questi, dove saremmo stati dei facili bersagli.
Dario Bove mi disse che stavo esagerando e che stavo, solo, spaventando il gruppo.
Non lo risposi nemmeno.
Continuai a parlare con la Ramier; le ricordai la sparatoria contro i Crudeliani.
Dissi che se volevamo arrivare in Siberia e vivere in pace, dovevamo evitare gli altri esseri umani, perchè questo, oramai, era un mondo in guerra.
Non guerre tra le nazioni, ma guerre tra gli uomini.
Le guerre di prima, infatti, avevano dei ruoli definiti; costituiti e caratterizzati da uniformi, bandiere, aree geografiche e conformazioni fisiche specifiche.
Tutto questo, quindi, distingueva i contendenti e li rendeva, reciprocamente, identificabili.
La guerra globale no.
Ognuno poteva essere il tuo nemico.
Il tuo amico poteva diventare il tuo aguzzino.
Un tuo familiare, il tuo traditore.
Era una guerra, puramente, ideologica che avvinghiava l’intera razza umana, in ogni luogo del pianeta.
Parlamentare era inutile, con nessuna delle parti.
Ognuna di esse pensava di detenere una verità assoluta.
Si poteva solo combattere o fuggire via.
La dottoressa mi ascoltò.
Prese le sue carte e cominciò a spulciarle.
Dopo poco disse che il nostro attuale percorso ci avrebbe condotti in un paesino abbandonato.
Le dissi che, molto probabilmente, era lì che ci stavano aspettando.
“ Parleremo con loro, Lupo” disse la Ramier: “ Siamo solo persone che hanno violato le Leggi Ambientali e che devono transitare di qui per evitare i Campi di Rieducazione.
Ci capiranno.
Non abbiamo fatto nulla contro di loro”.
Cercai di spiegare alla dottoressa che era inutile tentare di ragionare con chi ci stava per tendere un agguato.
Valeria cercò di convincere Caroline circa il fatto che le Brigate Umane non avrebbero sentito ragioni di sorta.
Che avevano, probabilmente, provveduto, già, a compiere un processo contro di noi, a nostra insaputa, e che tale processo si era concluso con la nostra condanna.
Ora tale condanna sarebbe stata eseguita!
Valeria mostrò di conoscere informazioni di cui pochi erano al corrente, circa gli Androguerrieri.
A mio avviso non doveva divulgare certe cose, perché così avrebbe potuto attirare, su di noi, sospetto degli altri.
Caroline e il gruppo, però, non parvero dare molto credito a quanto aveva appena esposto Valeria.
La dottoressa disse che, a prescindere da chi o cosa fossero le persone che ci stavano aspettando, ove mai ci stessero aspettando; comunque nessuno di noi era obbligato a fare alcunché.
Ognuno poteva prendere la decisione e la direzione che voleva…in ogni momento.
Si avviarono tutti dietro la Ramier.
Mi sembravano delle pecore che andavano, convinte e speranzose, verso il macello.
Non sapevo come poter convincere quella gente a desistere.
Valeria mi guardò avvilita per non essere riuscita a far cambiare idea al gruppo.
Per me, però, alla fine dei conti, importava ben poco di quello che volevano fare gli altri.
Volevano andare a fare una visitina alla tana del lupo?
Beh! Contenti loro!
Valeria mi fece riflettere, però, sul fatto che solo la Ramier conoscesse il percorso per la nostra meta in Siberia.
Senza di lei e le sue carte non potevamo affrontare, da soli, un viaggio tanto lungo e rischioso.
Saremmo finiti in mano alla PolVerde. O peggio.
Imprecai.
Però sapevo che la mia amica aveva ragione.
Decidemmo, allora, di seguire il gruppo ed il suo infausto destino.
Pensammo, però, di non rimanere su quella strada a fare i bersagli mobili.
Risalimmo, quindi, un fronte di una delle colline che delimitavano la valle che ospitava il sentiero principale percorso dal gruppo.
Delle volte nei comportamenti stolidi ed insensati dei miei compagni di viaggio vedevo il fanatismo dei peggiori membri della Polizia Ambientale.
Ritenere che il proprio modo di vedere le cose sia una verità assoluta, è fondamentalismo.
E’ integralismo.
Ed era proprio questa, la causa di tutti i mali di quest’epoca.
L’idolatria assoluta delle proprie idee, ritenute l’unica e sola verità.
Anche il principio più bello, pulito e positivo di questo mondo, infatti, senza la comprensione delle ragioni degli altri e senza il dubbio; diventa totalitarismo.
Invece chiunque, a questo mondo, pensava di vivere e di pensare nel modo giusto e legittimo.
Ritenendo, al contempo, gli altri e chiunque la pensasse in maniera differente, come degli elementi dannosi e destabilizzanti per una sorta di equilibrio globale che, a loro ritenere, si era, faticosamente, raggiunto.

Giuseppe Borrelli

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