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Francesco Cangemi

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La luce come motivo espressivo, formale e simbolico, come emozione e messaggio di speranza verso il futuro, ma anche come elemento capace di “plasmare” la materia e il colore, seguendo il racconto che nelle loro opere hanno fatto artisti di grande qualità e carattere, in primis Gian Lorenzo Bernini, ma anche Giovanni Baglione, Mattia Preti, Agostino Tassi, Gaspar Dughet, Sebastiano Conca, Pierre Subleyras.

È questo il tema che anima la mostra “La luce del Barocco. Dipinti da collezioni romane”, in programma dal 2 ottobre al 10 gennaio negli spazi di Palazzo Chigi ad Ariccia (Roma).

Ideata e curata da Francesco Petrucci, conservatore di Palazzo Chigi in Ariccia e direttore del Museo del Barocco Romano, e organizzata dal Centro Europeo per il Turismo con il contributo di Acea Spa, l’esposizione presenta una serie di lavori provenienti da collezioni private, in gran parte inediti o mai esposti al pubblico, espressione di vari generi pittorici, tra ritratti, pittura di figura a soggetto sacro e profano, paesaggi, vedute e nature morte.

Duplice l’obiettivo: da un lato raccontare l’essenza del Barocco in un luogo particolarmente adatto a farlo, non solo perché Palazzo Chigi è stato ideato da Bernini per la famiglia del papa Alessandro VII, ma anche perché è sede del Museo del Barocco romano e una della dimore barocche più importanti d’Italia. Dall’altro lato poi c’è il bisogno di comunicare al pubblico un messaggio salvifico, di speranza e ottimismo, proprio tramite il Barocco, movimento che nella storia dell’arte ha rappresentato una delle massime espressioni dei temi del cattolicesimo attraverso un uso sapiente della luce.

Sono 13 i nuovi direttori annunciati dal ministro dei Beni e delle Attività culturali Dario Franceschini, pronti a guidare altrettante realtà di primo piano del panorama italiano.

A valutare i candidati è stata una commissione presieduta dal direttore del Museo Egizio di Torino e composta dai direttori della National Gallery di Londra, del Prado di Madrid e da altri selezionati addetti ai lavori. I candidati per i 13 istituti culturali statali dotati di autonomia erano 425.

“Tredici importanti realtà del patrimonio culturale italiano – dice il ministro Franceschini – hanno ora un direttore selezionato tra i massimi esperti internazionali, grazie all’accurato e scrupoloso lavoro di valutazione effettuato da una commissione di alto livello scientifico che ringrazio pubblicamente per il grande lavoro svolto in questi mesi. Un metodo innovativo che sta contribuendo con successo alla modernizzazione del sistema museale nazionale”.

Nominati Francesca Cappelletti alla Galleria Borghese, Stéphane Verger al Museo Nazionale Romano, Edith Gabrielli al Vittoriano e Palazzo Venezia, Antonella Cucciniello alla Biblioteca e Complesso monumentale dei Girolamini di Napoli, Luigi Gallo alla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, Maria Grazia Filetici al Museo Nazionale Abruzzo dell’Aquila, Annamaria Mauro al Museo nazionale di Matera, Stefano L’Occaso al Palazzo Ducale di Mantova, Mario Epifani a Palazzo Reale di Napoli, Alessandro D’Alessio al Parco Archeologico di Ostia antica, Filippo Demma al Parco archeologico di Sibari, Maria Luisa Pacelli alla Pinacoteca di Bologna e Francesco Muscolino, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari

Il ministro per i Beni e le attività culturali e per il Turismo, Dario Franceschini ha sciolto con proprio decreto il consiglio di indirizzo della Fondazione Teatro Regio di Torino e ha nominato Rosanna Purchia – un lungo percorso professionale maturato in alcune delle maggiori istituzioni dello spettacolo italiano – Commissario straordinario di tale istituzione.

“Auguro ogni successo a Rosanna Purchia – afferma in una nota Franceschini – nel rilancio del Regio di Torino, una prestigiosa realtà della cultura e della lirica italiana ora affidata a una valida professionalità”.

“Sicuramente il lavoro che attende il Commissario sarà impegnativo, non certo semplice e rappresenta un passo indispensabile al fine di assicurare all’ente lirico torinese un presente e un futuro con una base strutturale solida, su cui dare corpo a una ripartenza duratura”, commentano la sindaca di Torino, Chiara Appendino, e l’assessora alla Cultura Francesca Leon, che rivolgono a Purchia non solo gli “auguri di buon lavoro”, ma l’assicurazione che “la Città di Torino e il Teatro Regio sapranno garantire al Commissario straordinario la massima disponibilità e la piena collaborazione per il raggiungimento di questo obiettivo”.

Dal 12 settembre alla fine di ottobre, Matera e diversi comuni della Basilicata saranno lo scenario del Festival di arti performative “So Far So Close. Esercizi di vicinanza” prodotto dalla Fondazione Matera Basilicata 2019, con la collaborazione artistica di Silvia Bottiroli e Cristina Ventrucci, in partenariato con Apt Basilicata e ASM Matera e il patrocinio dei Comuni di Matera, Montescaglioso, Venosa, San Mauro Forte, Cirigliano, Latronico, San Severino Lucano.

La manifestazione è stata presentata questa mattina nel corso di una conferenza stampa nella sede della Fondazione Matera Basilicata 2019 cui sono intervenuti il Presidente della Fondazione, Salvatore Adduce, la Direttrice, Rossella Tarantino, il Direttore di APT Basilicata, Antonio Nicoletti, la project manager di Open Design School, Rita Orlando, Silvia Bottiroli e Cristina Ventrucci in collegamento Skype, l’Assessore al Turismo del Comune di Matera, Marianna Dimona, la dott.ssa Anna Fineo dell’Asm Matera, il rappresentate del Comitato project leader di Matera 2019, Andrea Santantonio.

Il programma “So Far So Close” propone esercizi di vicinanza per riabbracciare l’esistente attraverso le arti performative con una nuova consapevolezza rispetto alla nostra vita comune in un “pianeta infetto”, e per ritrovare la forza dell’agire collettivo. Esercizi, anche, di una rinnovata cittadinanza, dopo l’esperienza che nel 2019 ha fatto di Matera e dell’intera Basilicata un territorio privilegiato per i processi creativi condivisi e per la relazione tra arte e spazio.

Attraverso il lavoro di ricerca di Open Design School, il Festival si configura come una sperimentazione che intende realizzare eventi dal vivo ai tempi del Covid, mediante lo studio di nuove relazioni e di codifica dei comportamenti sociali, per far sì che, nonostante la distanza, i partecipanti allo spettacolo si sentano pienamente coinvolti e protagonisti dello stesso. Il titolo “So Far So Close”, emblematicamente esprime sia il lavoro che si intende fare sulle nuove relazioni tra le persone ai tempi della distanza sociale, sia le nuove relazioni che possono costruirsi tra le aree urbane e le aree remote, in un percorso di rieducazione collettiva che possa definire nuovi rituali dello stare insieme e nuove modalità di fruizione dello spazio pubblico. In questa sperimentazione, tutti gli artisti saranno chiamati a confrontarsi con il metodo dell’Open Design School che, in una logica di co-creazione che è stato fiore all’occhiello di Matera 2019, metterà insieme professionalità di discipline diverse: dagli infettivologi agli ingegneri della sicurezza, dai designer agli artigiani, dagli architetti agli abitanti culturali. Gli esiti del processo di ricerca e sperimentazione confluiranno in un Manuale open source, una sorta di cassetta degli attrezzi o vademecum a disposizione di tutti.

Gli attraversamenti visionari che compongono il programma sono guidati da artiste e artisti dell’area performativa che hanno rinnovato le proprie domande in questo momento infra-pandemico, in cui la negoziazione delle distanze tra i corpi è cruciale e richiede una particolare cura e delicatezza nel ripensare le occasioni d’incontro dal vivo. Nel loro lavoro, il tema della prossimità è centrale anche in termini di rapporto tra lettura della realtà e costruzione dell’immaginario, dove il teatro nelle sue forme e contaminazioni – dalla drammaturgia alla performance, dal rapporto col cinema e la musica alla danza, fino all’esperienza di arte pubblica e relazionale – diventa strumento per guardare le relazioni e i luoghi attraverso narrative intrecciate e con un’attenzione al rapporto tra l’umano e il non umano, e tra il visibile e l’invisibile, nella città che per vocazione ha da sempre unito queste dimensioni. Nel pensare a questi nodi, le curatrici si sono concentrate su artisti e opere che intervengono nello spazio pubblico risignificandolo o complessificandolo mediante forme di apertura capaci di includere gli spettatori non soltanto nel fruire di un lavoro finito ma, ma con modalità molto differenti, nella responsabilità del costruirlo; che sono interessati alla relazione con le diverse comunità che compongono i tessuti urbani, i territori rurali e i loro luoghi; che sviluppano un’idea di infanzia e di gioco capace di scardinare la convenzione.

A Matera Emma Dante porta in scena alla Cava del Sole uno spettacolo-concerto evocativo per sublimare il dolore che la pandemia ha portato con sé, affidandosi alla tragedia greca come forma di catarsi; Virgilio Sieni torna con due nuovi percorsi di coinvolgimento dei cittadini fra Agna e il borgo La Martella; Chiara Guidi porta uno dei più importanti lavori di teatro infantile; il duo Deflorian/Tagliarini riprende il lavoro dell’artista olandese Lotte van den Berg in un percorso itinerante nel centro città; le compagnie Motus ed MK si esibiscono nel Parcheggio di Via Saragat, che diventa un luogo nuovo per le visioni artistiche della città. Il programma si allarga inoltre alle aree interne della Basilicata: Venosa, città lucana candidata al titolo di Capitale italiana della cultura per il 2022, e Montescaglioso ospitano il manifesto dell’arte coreografica di Sieni; Annamaria Ajmone si esibisce in una partitura coreografica a Latronico e San Severino Lucano, in due siti dove la natura incontra le opere contemporanee di ArtePollino; Luigi Coppola torna a Cirigliano e San Mauro Forte con due lavori di arte pubblica a stretto contatto con le comunità locali. Completano il calendario le Open review di Open Design School a Casino Padula, momenti di approfondimento per presentare l’avanzamento del lavoro di ideazione e progettazione partecipata, e le Giornate Europee del patrimonio, che porteranno i visitatori alla scoperta del Teatro Quaroni nel borgo La Martella di Matera.

Si sta inoltre lavorando ad una collaborazione con i Project leader di Matera 2019, quelle realtà della scena creativa e culturale locale che hanno coprodotto lo scorso anno il programma della Capitale europea della cultura, e che ora si sono unite in un solido coordinamento per capitalizzare il lavoro fatto.

L’accesso a tutti gli eventi del Festival è gratuito, previa prenotazione sulla piattaforma Matera-Basilicata Events (www.materaevents.it). Durante gli eventi saranno rispettate scrupolosamente tutte le misure anti-Covid in vigore, in relazione alle quali il pubblico è invitato alla massima collaborazione.

“Sono sicuro che sarà un ottimo lavoro e Lamezia Terme sarà determinante, non solo come punto lavorativo ma anche dal punto di vista organizzativo”.
Così Giuseppe Fiorello nel corso della conferenza stampa di presentazione de “L’afide e la formica”, il film – le cui riprese inizieranno domattina a Lamezia – che, prodotto dalla Indaco film di Luca Marino e diretto dal giovane regista lametino Mario Vitale, vede protagonista l’attore. Film, che come ha scritto Fiorello sul suo profilo twitter, parla di “un professore di educazione fisica, una ragazza musulmana nata in Calabria, una vita spezzata, la scuola, la maratona come metafora della vita e non solo …”.

L’attore, intervenuto telefonicamente “per rispettare il protocollo che il cinema ha emanato” a causa del Covid, si è detto “colpito dalla meravigliosa storia dell’unificazione di Lamezia Terme” e “felice di poter continuare il percorso di ricerca che sto facendo sulle zone del mio Paese che, purtroppo, ancora vivono di stereotipi. Far sapere al mondo che esiste un’altra Calabria, una terra che ha dato i natali a tanti eroi anche del quotidiano, perché non possiamo andare avanti con lo stereotipo di una Calabria fatta di criminalità. Scovare e trovare l’altra faccia della medaglia. La Calabria mi sembra stia vivendo un momento di grande volontà. Sento una nuova generazione che ha la forza di aprire questa porta chiusa da secoli sul tema dell’atteggiamento delle persone, della mentalità, del modo di concepire la vita, a differenza della mia generazione che è stata un po’ rassegnata. Questa generazione si sta appassionando alla storia di questa parte del Paese dove è nata la cultura, la bellezza”.

Entrando nel merito del film Giuseppe Fiorello è stato chiaro: “Mi sono fidato di Mario Vitale perché ho sentito la sua bontà d’animo e la sua professionalità. Mi ha scelto perché ero adatto a questo ruolo e non per convenienza”.

Orietta Berti si racconta per la prima volta in “Tra bandiere rosse e acque santiere”, un’autobiografia ricca di aneddoti inediti, impreziosita da sedici pagine di fotografie rare, che sarà in libreria il 22 settembre per Rizzoli.

“La prima volta che mi sono tagliata i capelli corti corti avrò avuto una decina d’anni. L’Ombretta, mia cugina, più grande di me di tre anni, aveva cominciato a portare il caschetto: è stata la prima, in famiglia, a fare una scelta così moderna. Erano gli anni Cinquanta” ricorda la Berti.

Tra i personaggi più amati e popolari della canzone e della televisione italiana, con oltre 16 milioni di dischi venduti e 13 partecipazioni al Festival di Sanremo, Orietta Berti ripercorre cinquant’anni e più di vita, di carriera e di storia d’Italia, partendo da Cavriago, il suo paese d’origine in provincia di Reggio Emilia.

“Oggi, se mi capita di passare per la piazza di Cavriago, mi torna in mente quando andavo ai comizi con la mia mamma, che mi teneva sulle spalle e mi faceva reggere la bandiera rossa, e sento di nuovo l’odore dei petali che spargevo con mio papà sul sagrato di San Terenziano” racconta Orietta.

C’era una volta una bambina che odiava le bambole, altro che collezionarle come avrebbe fatto poi da adulta. Amava piuttosto stare all’aria aperta con i bambini del suo paese e combinarne di tutti i colori mentre sua mamma, la Olga, era impegnata a gestire la pesa pubblica: magari rischiando di finire risucchiata in una concimaia, o di annegare in un canale dopo aver sceso un’intera rampa di scale in bicicletta.

Poi un giorno quella bambina, l’Orietta, cresciuta in un mondo alla Guareschi, tra i comizi del Pci e la messa la domenica, scopre di avere una voce meravigliosa, e incoraggiata dal papà inizia a cantare, e da allora non smetterà più.

E’ morto nella notte a Milano lo storico dell’arte Philippe Daverio. Lo ha reso noto la regista e direttrice del Franco Parenti Andree Ruth Shammah.

Docente e saggista, ex assessore alla Cultura del Comune di Milano, aveva 71 anni. “Mi ha scritto suo fratello stamattina per dirmi che Philippe è mancato stanotte” ha detto Shammah all’Ansa.

“Amico mio… il tuo silenzio per sempre è un urlo lancinante stamattina” ha scritto Shammah su Instagram. Ha commentato Emanuele Fiano del Pd: “Andree Ruth Shammah ci dà purtroppo notizia della scomparsa di Philippe Daverio uomo di grande cultura, simpatia e umanità. Una grande perdita per #Milano e per tutti. Sono molto addolorato per la sua scomparsa. Sia lieve a lui la terra”.

“Una gravissima perdita – ha aggiunto il presidente dell’Anpi provinciale di Milano Roberto Cenati – per il Paese, per Milano, per la cultura, per tutti noi”.

Nell’anno dell’ottantesimo anniversario dalla nascita di Fabrizio De André, Walter Veltroni riporta in vita la registrazione di un concerto svoltosi il 3 gennaio 1979 presso il padiglione C della Fiera di Genova.

Lo storico filmato del concerto di Fabrizio De André con la Premiata Forneria Marconi (Pfm), custodito per oltre 40 anni dal regista Piero Frattari che partecipò alla realizzazione delle riprese, diventa Fabrizio De André e Pfm. Il concerto ritrovato, il docufilm diretto da Walter Veltroni, in onda su Sky Arte mercoledì 2 settembre alle 21.15.

Il filmato restaurato del concerto è diventato il fulcro del docufilm. La pellicola rievoca l’atmosfera di quel giorno, le emozioni provate, il dietro le quinte e la magia di un’esperienza mai più replicata anche grazie ai racconti di chi quei momenti li ha vissuti in prima persona: dai componenti del gruppo della Pfm (Franz Di Cioccio, Patrick Djivas, Franco Mussida e Flavio Premoli), dalla compagna di De André, Dori Ghezzi, fino gli studiosi Piero Frattari e Guido Harari e al cantautore David Riondino, che in quel periodo apriva i concerti della tournée.

Il live di Genova riporta alla memoria le suggestioni di un’epoca di grandi trasformazioni sociali e fermenti ideologici, di tantissima energia creativa che proprio nella musica trovò l’espressione più dirompente e innovativa.

Il film ricostruisce quell’epoca indimenticabile che ha segnato un momento storico, l’irripetibile sodalizio artistico tra uno dei più grandi artisti italiani di sempre e la rock band italiana più conosciuta al mondo, partendo soprattutto dalla ritrovata registrazione video completa del concerto di Genova, documento straordinario visto che si tratta delle uniche immagini di quella tournée.

“Sto lavorando su un progetto personalissimo, un documentario familiare che si intitolerà “Marx può aspettare”. L’annuncio è arrivato dal regista e sceneggiatore Marco Bellocchio in occasione del Bif&st, il Bari international film festival. Bellocchio, non presente fisicamente ma collegato in video, è stato insignito del premio Mario Monicelli al miglior regista per il film “Il traditore”.

Parlando dei progetti sui quali è al lavoro, Bellocchio ha spiegato che il documentario “parte da Piacenza, da Bobbio ed è sulla mia famiglia, su una vicenda tragica che è accaduta alla mia famiglia. E’ un film che si chiama ‘Marx può aspettare’, che è una cosa che ha detto mio fratello a suo tempo. Questo piccolo, ma per me grandissimo film, è già molto avanti e spero di poterlo congedare presto”.

Ma Bellocchio è al lavoro anche su altro. Dopo il film del 2003 “Buongiorno notte” sulla prigionia di Aldo Moro, torna su quella vicenda con una serie tv in sei puntate che si chiamerà “Esterno notte”.

“A livello di grandi produzioni – spiega Bellocchio – c’è questa esperienza nuova, ‘Esterno notte’, una serie in sei puntate sulla strage di via Fani, sul sequestro e sulla morte di Aldo Moro, su quei 55 giorni. Per me è un’esperienza nuovissima, per i tempi drammaturgici della serie e poi perché di questa tragedia italiana tendiamo a rappresentare quello che è avvenuto fuori dalla prigione”. In ‘Buongiorno notte’, che è la storia nella cella di Moro, quasi tutto avveniva lì dentro. Qui siamo fuori, ci sono anche altri protagonisti, Paolo VI, Francesco Cossiga, la moglie di Aldo Moro, i terroristi, fino alla sua conclusione tragica. Per me è un’esperienza molto diversa da ‘Buongiorno, notte’, è come il campo e il controcampo. Quello che sto facendo è il controcampo del campo che era il covo dove era detenuto Moro”.

I primi furono i murales di Pinuccio Sciola nel 1968 a San Sperate, il Paese Museo con il maggior numero pitture sui muri in Sardegna. Colorati messaggi, belli dal punto di vista estetico. Ma che rappresentavano importanti segnali sociali: l’arte per tutti, parte integrante della vita di una comunità. Poi Orgosolo l’anno successivo con un’opera collettiva. Una tradizione che non si è mai fermata.

E che continua anche con le bombolette spray. Un viaggio nella street art da Cagliari a Sassari. Artisti, opere e luoghi nella prima guida alle opere murali dell’isola. Il volume di 424 pagine, in libreria da oggi, si chiama proprio “Muri di Sardegna” (Dario Flaccovio Editore) ed è curato dell’associazione culturale Asteras.

“Abbiamo intrapreso il progetto della guida – raccontano Ivana Salis, Gianfranca Loi, Elisabetta Borghi, Barbara Catte e Massimiliano Frau, autori del libro e fondatori dell’associazione – con l’obiettivo di mettere in luce la portata di questa peculiarità del paesaggio urbano ed extraurbano della Sardegna: si tratta di un immenso patrimonio visuale costantemente mutevole che rappresenta un vero unicum”. Dagli anni Sessanta del Novecento sino agli anni Duemila.

Grandi interpreti e giovani utopie. “Il libro – spiegano gli autori – è una guida pratica da portare in viaggio, oltre che un piccolo atlante iconografico dei sentimenti, delle visioni e delle speranze di un popolo”. C’è anche la nuova generazione.

Con opere che partono dai muri e si allargano a serrande e finestre private. Disegni che prendono il via da diversi luoghi dell’Isola e arrivano anche tra i banchi, come il ritratto di Ugo Foscolo nella omonima scuola media di viale Marconi a Cagliari realizzato da Manu Invisible, l’artista “di strada” con la maschera.

L’associazione culturale Asteras (Associazione Territorio e Arte in Sardegna) ha sede a Cagliari e opera in Sardegna nell’ambito dei beni culturali e delle arti visive. È composta da storici dell’arte e da fotografi. Il progetto “Muri di Sardegna” è stato realizzato anche grazie al sostegno dei comuni di San Nicolò d’Arcidano, Capoterra, San Sperate, Escolca e Silius, e col patrocinio dei comuni di Guspini, di Nuoro e di Cagliari.