Parliamo del suo primo romanzo, Configurazione Tundra edito da Tunué, come nasce, cosa racconta in questa distopia?

Quando ho iniziato a lavorare sulla storia avevo due immagini: una casa piena di scatoloni di cose e lettere e una donna che li trova e inizia a immaginare. Questa cosa mi era accaduta a Torino. Una coppia di amici era impegnata nel trasloco ma la proprietaria di casa aveva lasciato scatole, libri, fotografie e lettere. Nel mettere le mani nei ricordi di questa donna avevo iniziato a fantasticare e inventarne la vita. Solo in seguito, seguendo le immagini, ho capito che mi servivano altre case e una città dotata di una struttura iper-funzionale. Mi son resa conto che la storia stava assumendo la forma di una distopia per così dire morbida, non c’erano stati stravolgimenti o catastrofi ma un bando di rigenerazione urbana.

Configurazione Tundra, quindi, è diventata la storia di una doppia relazione: col mondo, le strutture urbane e con sé stessi.

Virginia Woolf in un saggio del 1929, quasi un secolo fa dice: “se vuole scrivere romanzi, la donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé…” ritiene che sia ancora attuale? E quanto l’emancipazione femminile, la presa di coscienza, la lotta di genere influisce e alimenta la scrittura delle e sulle donne? E a tal proposito crede che sia ancora forte il condizionamento di una letteratura di genere?

La frase di Woolf non smette di mostrare la propria attualità. Lo sguardo femminile è uno sguardo del “margine” e per questo, credo, abbia una visione prospettica piuttosto strabica, capace cioè di cogliere delle sfumature ma, sia chiaro, questa capacità credo appartenga a qualsiasi tipo di sguardo marginale e periferico. Quando scrivo non lo faccio pensando alle donne e non credo di scrivere sulle donne, ma scrivo a partire da quel tipo di posizione marginale e mi ritrovo a riflettere su alcuni temi che mi stanno a cuore – il potere, il corpo, la relazione con sé stessi.

Quali sono i suoi modelli letterari e quali quelli di vita? Quanto la sua formazione filosofica la condiziona? Nel suo romanzo d’esordio, un romanzo distopico, quali sono i riferimenti?

I miei modelli letterari sono abbastanza vari. Il mio amore è per Arthur Schnitzler, ma riconosco quanta influenza abbiano avuto sulla costruzione del mio immaginario Elsa Morante, Ágota Kristóf, Anaïs Nin, Robert Walser, Fernando Pessoa, Philip K. Dick, George Orwell, J.G. Ballard, Yasunari Kawabata e Yukio Mishima. Amo moltissimo Mariana Enriquez. Mentre preferisco non avere modelli di vita.

La mia formazione filosofica ha, sicuramente, un suo peso ma non diversamente dalla lettura di Topolino nell’infanzia e di Dylan Dog nell’adolescenza, dell’amore per il cinema di Lynch, Bergman e Petri, da anni di programmazione pomeridiana televisiva fatta di storie e anime, di teen drama e serialità varia. In Configurazione Tundra si sentono gli echi soprattutto di Orwell, Dick, Huxley e Abbott.

Nella sua esperienza di redattrice per Narrandom, che consigli si sente di dare agli scrittori emergenti? Che visione e prospettive coglie per l’editoria italiana e in generale che tendenze connotano la contemporaneità?

Solo due consigli: leggere tanto e scrivere al meglio. In realtà ho ancora una prospettiva non del tutto chiara dell’editoria italiana e delle sue tendenze. So che gli ultimi anni hanno espresso chiaramente una necessità di scrivere storie in modo libero e ambizioso (penso a La mischia di Valentina Maini), visionario e immaginifico (Libro dei Fulmini e Libro del Sole di Matteo Trevisani), con un gusto raffinato e concretissimo per il ritmo e il lessico (Io sono la bestia di Andrea Donaera), con un rigore e un’etica della scrittura (Sangue di Jacopo Nacci). Sento di poter affermare che la contemporaneità ha bisogno di nuovi immaginari e narrazioni mitiche.