Ciao Sal,

Per quanto il mio animo detti riconoscimento e passione proprio non riesco a scrivere. Non so bene il perché. Sai, non mi è mai capitato. Non riesco altro che masticare versi infranti e note di tristezza su misere righe. Eppure, stasera, il cielo è limpido più che mai tanto da non aver mai visto la luna tanto vivida, circondata da stelle di smeraldo e voci che sanno di parole lontane. Quattro passi, Sal. Quattro passi nella nebbia notturna, tra i selciati che odorano di polvere antica, con aliti di gelo tanto furenti da far tremare le piccole fiammelle delle case in rovina. Tre giorni di dolore tra colpi di tosse e contorte lacrime di veli asciutti. Riesco solo a sentire il tremolio delle mani tenendo la penna e l’agenda scarabocchiata dai tuoi mille conteggi. Per quanto mi sforzi questa prigione mi sembra strana, ma, d’impatto, la riconosco. È il crepuscolo, Sal!
Quel luogo di silenzi assordanti sospeso nel tempo, dove l’uomo e la bestia si confrontano con il loro nemico più grande: se stessi. Per quanto narrare delle nostre innumerevoli imprese combattute su quel convoglio a fermate chiamato “vita”, non possiamo che considerare quanto noi siamo il nostro nemico più terribile e irrefrenabile, rendendoci conto che, quel convoglio, non può che condurci alla condanna finale, poiché così e scritto nei testi antichi con quel titolo dall’inchiostro incancellabile chiamato destino. Adesso non riesco a pensare ad altro se non a quanto la tua morte sia stata strana, Sal! E di come non parleremo più tranne che nei miei pensieri più intimi e profondi, in quei contenitori di legno muffo chiamati ricordi sparsi tra i meandri della mente.
Pensandoci ne ho uno incredibilmente simile a quello usato dagli artigiani per riporre stoffe e utensili da lavoro. Tanto pulito e levigato da credere sia sbocciato da un melograno, tra i campi incolti di terreni fertili. Aprendolo delicato noto che somiglia a quel portico di casa tua, usurato e tassellato di rosso. Quello dove in sere d’estate e spazi assolti ci si sedeva a chiacchierare di piaceri ed esperienze di una vita vissuta. Da quella scatola non puoi fuggire, Sal! Perché li posso farti visita quando voglio, trovandoti in attesa di allegre compagnie. E sentire la tua
voce, nei miei pensieri e in quella scatola, non può che strapparmi sorrisi di piacevole speranza e nostalgia.

E dunque, ti prego, parliamo.

– Così gigantesco mi ti ricordavo. Non te lo nego.

Ti sfioro la mano. Ruvida e smisurata come un vascello britannico. Ti siedo accanto.

– Mi piacerebbe sentirti raccontare una delle tue storie.

Sorridi. Accenni dei sì vogliosi d’attesa.

– Raccontami di quella volta che lasciasti tuo padre dolorante tra gli arbusti spinosi. Quando corresti in cerca d’aiuto.

– Ricordo che successe d’improvviso. Avevamo un terreno coltivato di vigne acerbe e rigogliose. Io e mio padre ci andavamo in bici, si partiva sempre al sorgere del sole.

Accendi una sigaretta. L’aria satura di fumo e acre odore di tabacco vecchio.

– Cominciammo a raccogliere l’uva, poi mio padre accusò dei tremendi dolori ai fianchi. Si decise quindi di prendere le bici e tornare sui nostri passi, fin quando mio padre si accasciò tra i fichi d’india pungendosi le spalle.

– Immagino tu ti sia spaventato.

– Tanto da avere i singhiozzi e pedalando così energicamente da sentirmi le gambe bruciare. Giunto a casa andammo alla sua ricerca con l’asino e il carretto di legno. Impiegammo quattro ore, trovandolo vivo e forte.

– Un gran bell’osso duro il tuo vecchio.

Fai cenno di sì lentamente, come il tuo solito fare.

Ti guardo.

– Duro e di granito. Come te che sei il figlio.

Sorridi.

– Non saresti dovuto morire! Ne sei consapevole, vero? Non adesso. Non in quel luogo. Saresti dovuto tornare in quella maledetta casa. I tuoi cari non si aspettavano certo di vedere rincasare una cassa chiodata.

Fai un altro tiro di sigaretta. Gli occhi tristi. Preferisci non parlare.

– La tua forza serviva ancora. Capisci? Senza di te tutto ciò che si percepisce è paura!

Mi guardi.

– La paura è bene metterla da parte. Come la forza è necessaria tirarla fuori da dentro.

Lo dici tranquillo, con voce che sa di vento freddo.

Adesso piango. Oltraggiando Dio. Perché, diavolo, quante volte gli ho chiesto di riportarti e non farti soffrire. Riesco solo a lasciar spazio a un mare prosciugato, volgendo parole e speranze a chi non mi ha ascoltato. Quindi, Sal, cos’altro potrei chiederti se non di varcare quella porta e vederti entrare a passi lenti e consumati. E quanto vorrei sentirla quella tua risposta, ma sei il frutto dei miei pensieri più malinconici e dolorosi e non fai altro che tacere.

Ti vedo gettar via il mozzicone, lentamente abbandoni il portico tassellato.
Scompari nella nebbia.

E non posso fare altro che guardarti andar via, con la stessa forza che mi hai trasmesso e che mi dà la possibilità di non seguirti, prendendo a pugni una vita malvagia che sa solo metterti in ginocchio.

Penso adesso agli aforismi che amo tanto. Ne uno di un certo Carlos Castaneda che ricordo d’aver letto ed essermi piaciuto. E si! Vorrei leggerti i suoi versi, pur sapendo che era un mondo a te lontano.

“In un mondo dove la morte è il cacciatore, non c’è tempo per dubbi e rimpianti: c’è solo il tempo per le decisioni. Poco importa quali siano. Nulla sarà mai più o meno grave di qualunque altra cosa. In un mondo dove la morte è il cacciatore, non ci sono decisioni grandi o piccole. Ci sono solo decisioni che un guerriero
prende a fronte dell’inevitabilità della propria morte.”

Sento adesso chiamarmi dalla mia coscienza, ed esco chiudendo la scatola con un lucchetto di cui io solo possiedo la chiave. Mi viene da salutarti nel modo più semplice che conosco, ringraziandoti per quanto di bello mi hai insegnato e con il vivo ricordo di pronunciare per te quelle uniche parole che conosco:

Addio Sal! Uomo più forte del mondo.

𝐒𝐚𝐥𝐯𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐏𝐨𝐫𝐳𝐢𝐨, 𝐀𝐧𝐠𝐮𝐢𝐥𝐥𝐚𝐫𝐚 𝐒𝐚𝐛𝐚𝐳𝐢𝐚 (𝐑𝐨𝐦𝐚)

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