L’incredibile storia di Paola Lombroso in Carrara, ideatrice di quel caposaldo della cultura italiana che fu Il Corriere dei Piccoli, è poco nota, eppure rappresenta una testimonianza documentata ed importante di quanto il mondo del lavoro, sempre pronto a dare a Cesare quel che è di Cesare, sia stato molto più restio a riconoscere a Cleopatra quel che è di Cleopatra. D’altronde la stessa OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro – Agenzia specializzata delle Nazioni Unite) ha più volte evidenziato come nell’ambito della parità di diritti tra uomini e donne il percorso da compiere sia ancora lungo. Se ciò è vero oggi, lo era ancora di più oltre cento anni fa.
Lo scenario temporale di questo racconto di realtà sono i primi del ‘900. Paola Lombroso in Carrara è la figlia di Cesare Lombroso, controverso pioniere degli studi sulla criminalità, e fondatore dell’antropologia criminale, alle cui ricerche si ispirarono Sigmund Freud e Carl Gustav Jung per alcune teorie della psicoanalisi applicata alla società. Paola crebbe in un ambiente culturale stimolante, ricevendo, con la sorella, un’educazione paritaria a quella dei tre fratelli maschi. Iniziò fin dal 1889 a scrivere su numerose riviste italiane concentrandosi su temi legati al mondo dell’infanzia, dando un taglio ai sui scritti legato alla psicologica e alla sociologia. Fu tra le prime a cogliere la miriade di sfumature proprie del mondo dell’infanzia, spesso influenzate dalle origini e dalle condizioni sociali dei più piccoli. Al tempo stesso, rinnegando il positivismo deterministico proprio delle convinzioni del padre, lottò per tutta la vita per l’elevazione delle classi allora considerare “subalterne”.
Paola Lombroso capì, con diversi decenni di anticipo sul resto della società, che il mondo stava per cambiare e che bisogna dare a tutte le classi sociali, soprattutto ai figli di chi apparteneva alla realtà meno scolarizzate, la possibilità di imparare ed elevarsi. Ciò, secondo lei, poteva avvenire attraverso la lotta all’analfabetismo da concretizzarsi in strumenti che dovevano avere la forma di riviste ricche di immagini, filastrocche, storielle, e di ciò che qualche tempo dopo venne definito “fumetto”. Una vera rivoluzione sociale e concettuale in quel contesto che oggi è uno dei caposaldi del mercato editoriale italiano: la letteratura per ragazzi. Tuttavia una rivista così non esista ancora, perciò Paola Lombroso decise di crearla. La propose al Corriere della Sera, nello specifico all’avvocato Luigi Albertini, che, senza troppo entusiasmo e a proprio rischio e pericolo, le chiese di avanzare un piano editoriale per il futuro periodico.
Nacque così l’idea del Corriere dei Piccoli, supplemento del Corriere della Sera, nella quale ideazione la giovane donne riversò tutta la sua passione, intelligenza, talento, studi e contatti, certa o quanto meno speranzosa, che alla nascita le venisse riconosciuto il ruolo di direttrice della sua creatura. Ma, purtroppo, le cose non andarono così. Piano piano, dopo la presentazione dettagliata del progetto, qualcosa cambiò: da bislacca idea presentata da un’esuberante donna era diventato un appetibile investimento. Fu lì che le cose iniziarono a prendere una piega inaspettata.

Scelse il nome di Zia Mariù, mantenendo sullo stesso un diritto di “copyright”. Una soluzione che corrisponde, in termini gastronomici, ad un piatto di lenticchie donato a chi ha cucinato un intero pranzo di Natale. La direzione andò a Silvio Spaventa Filippi, al quale va ascritto quanto meno buona parte del merito riscosso dal giornale nei vent’anni della sua gestione. L’epilogo di questa storia di discriminazione ha un sapore ulteriormente amaro: se da un lato il rapporto tra i giovani lettori e la Zia Mariù a cui scrivevano era intenso, vivo, capace di evidenziare una stima infinita nei confronti della curatrice di una semplice rubrica che tuttavia conquistò il loro cuore, dall’altro il rapporto tra Zia Mariù, la redazione, la proprietà e il direttore erano tesi, oggetto di ripetute contestazioni per come la rubrica veniva curata, per il costante invito a contribuire alla nascita di biblioteche rurali che la curatrice rivolgeva ai suoi lettori, invitandoli a regalare i propri libri a realtà che permettessero a chi non poteva di leggere di acculturarsi, per il carattere fortemente personale di cui si ammantavano le risposte.


Andrea Mazzotta



