Allora…un passo a destra e poi a sinistra. Continua a camminare; passeggia su e giù in questo tugurio. Urla. Piangi. Distruggi. Crea. “Orbene, mi sono mosso?” e getto un’occhiata furente e disperata attorno a me: sono ancora qui. Maledizione! La voce si fa fioca e debole; si aggrappa per la gola ma rimane bloccata. Qualcosa la blocca, è sicuro. Un tremolio pervade il mio corpo. All’inizio è debole. D’un tratto non riesco nemmeno a tenere la sigaretta salda fra le mie dita sudicie.

La getto via: “Al diavolo” penso. Le labbra s’impallidiscono, quasi come se fossero preda d’una congestione per via del gelo. Poco dopo, tutto il corpo somiglia ad una statua di cera. E mi sento bloccato, non riesco a muovermi. Mi divincolo, con tutta la forza che ho; il risultato è alquanto patetico e fallimentare. Allora cesso di lottare: ascolto il silenzio.

“Quanto rumore fa questo silenzio, che strazio!” discorro ancora fra me, come se servisse a qualcosa poi. Qualche minuto dopo riesco finalmente a muovermi. Gioisco. “Finalmente!” urlo con aria vittoriosa. Poi mi giro attorno. Bene, non so per quale motivo l’abbia fatto. Per condividere la mia gioia con qualcuno? Per riderci sopra? Ma qui non c’è nessuno!

La sola luce presente nella stanza inizia a singhiozzare. Poi, si spegne. La mano delle tenebre s’annida in ogni angolo, fino ad annidarsi nei miei pensieri. Ed ecco qui: luci e ombre. Due sentimenti opposti in perenne lotta; continuano a massacrarsi fino a che non ne rimanga solo uno.

Piango: non verso lacrime. Queste riempiono le pupille, per poi rimanerci aggrappate. Non vogliono cadere al suolo per poi finire dimenticate: un po’ come la morte prima ch’essa venga a bussare alla porta. Tutto ciò balena nella mia mente come un lampo, qualche secondo e non so neanche più a cosa sto pensando.

Potete aiutarmi? Dove sono rimasto? Dov’eravamo rimasti? Dove siete finiti tutti voi? Dove finirò io?

E le domande s’accumulano come i rimpianti. “BASTA!” urlo con tono furente. Questa volta la voce finalmente ha trovato il modo d’uscire. Le pupille si tingono d’un rosso color sangue, le vene paiono uscire fuori dal collo. Le pareti tremano; non avevo mai visto vederle tremare così! Comunque, prendo le prime cose che riesco e decido d’uscire.

Apro la porta: torno nella stanza. Perplessità. Ci riprovo, niente da fare. Continuo a provarci fino a giungere alla stanchezza; il risultato non cambia. Corro quindi verso la finestra: mi fermo. Osservo il cielo divenuto nero, colmo di collera. La pioggia sembra non finire mai. Un tuono mi da uno scossone, che fa battere forte il mio cuore. Così forte che or ora giace nell’inquietudine. Provo ad aprire la finestra. Cerco di respirare un po’: vengo catapultato di nuovo nella stanza.

In quel momento la rabbia prende il possesso delle mie facoltà. Spacco qualsiasi cosa mi capiti a tiro: finestre, vasi e tanto altro ancora di cui non ho memoria. Sospiro di sollievo.

Chiudo gli occhi per rilassarmi; quando li riapro tutto è come prima. L’arredamento, i vasi intatti, le finestre ancora al loro posto. La disperazione a quel punto prende il posto di quell’ira furente. Provo a scappare ma non ci riesco. “CI SONO!” penso con aria soddisfatta questa volta. M’avvicino al mio scrittoio, accendo una candela. L’ultima che m’è rimasta. Non prendo la penna: come una magia di poggia soave nella mia mano destra. E senza ch’io dica o pensi nulla comincia a scrivere. E quante cose riesce a scrivere, non ne avete idea! Dipingere un intero mondo con l’inchiostro; se non è questo vivere allora cos’è? Tant’è che noto qualcosa di diverso. Sono riuscito a fuggire! Da lontano, quasi di sfuggita appare ai miei occhi quella casa, quella stanza. Qualche secondo di silenzio e poi…

BOOM! Un’esplosione la fa saltare in aria. Mille pezzi son ora sparsi sul pavimento: non è rimasto più niente. Ma alla fine non v’è mai stato nulla, in quella prigione. No, solo lacrime e sofferenza. Solo un giullare che s’è travestito da vita e cerca di imitarla! E la cosa peggiore è che sembro l’unico in mezzo a tanti altri unici ad essersene accorto.

Mentre continuo a pensarci, noto che la sera è calata. Com’è passato veloce il tempo! Ma d’altronde per noi ch’amiamo alla follia: il tempo non è. Il cielo è sereno, pulito, limpido. Le stelle riescono a vedersi tutte, come un dipinto. Lucenti come mai prima d’ora, brillano. E la luna…come s’alza trionfante di fronte al canto mio! O forse è il contrario? Fatto sta che un fascio di luce, proveniente dal suo grembo, si poggia sul mio viso. Mi mostra paziente la via, contandomi storie su storie. Ed io rimango lì ad ascoltarla. Come un bambino rimane estasiato quando scopre il mondo, in preda ad una morbosa curiosità. Mi trascina in luoghi dimenticati, di tempi oramai andati. Mi dice che se le cose andranno nel verso giusto, questi luoghi saranno di nuovo colmi di vita. Non come quella che c’era in quelle pareti: rabbrividisco solo a ripensarci. Il nostro viaggio continua. Ad un certo punto, dalle sue labbra saggie viene pronunziate la seguente frase:

“Non t’ho mai lasciato solo figlio mio e mai avrò intenzione di farlo.”

Vorrei abbracciarla, ma è così distante! D’improvviso però l’animo mio si libra in aria, spiccando le sue ali fiammeggianti come il fuoco e candide come le gote d’una fanciulla. Una volta raggiunta, mi perdo fra le sue braccia. La stringo così forte, così forte che dimentico ove finisco io e comincia ella. Una volta staccatoci, mi guarda. Non ha occhi, lo sapete: eppure riesce a guardare meglio di tutti noi. Dicevo, mi guarda fisso e prendendomi fra le sue mani gentili, m’adagia di nuovo al suolo.

Una volta arrivato, riprovo a raggiungerla.

“Salgo.”

“Salgo…”

“Ci riesco…”

“Dai…”

“Ancora un altro po’…”

Stranamente però s’allontana. Ma non solo: inizia a divenire un’immagine sfocata. Sento che il sogno sta per svanire, quanto vorrei che mi perdessi per sempre in quelle braccia!

Apro gli occhi, sono di nuovo nella stanza. Tutto è rimasto intatto, niente è mutato. Da fuori osservo malinconico il grigiore dei palazzi, il temporale travolgere ogni cosa. Tiro un sospiro, un grosso sospiro. Apro la finestra, conto fino a tre e salto giù.

“Sono morto? Sono vivo?”

Apro ancora gl’occhi, sono coricato sul letto osservando il soffitto cadere in pezzi, tutto andare in pezzi. E stavolta piango realmente, perché non posso far nulla.

Silenzio assordante: l’oscurità continua ad inghiottire ogni cosa.

Nicola Barbarisi, Avellino