Matera


Matera
Inenarrabile.
Quando i miei occhi furono catturati dalla tua…
spaventosa, poderosa possanza,
da quella mostruosa mostranza
di gigantesca fortezza sassosa.
Terrore puro, sublime roccaforte
sperduta nei millenni di secoli,
emani in me solo impotenza,
bassezza, debolissima fragilità d’uomo.
Murgia, sovrastante ogni umana immaginazione,
prospettiva di terribile bellezza, quale squarcio,
quale spaccante stupore, quale costernazione
tu doni al mio vedere,
ora muto, ora accecato
in ogni pensiero.
Come rapisce l’anima mia
questa cinta di mura
possente, non curante
della sua devastante forza
nel mio umile immaginario di sassi.
Come fiatare,
come proferir fessura di bocca
se le tue cavità, Gravina,
mi disegni con un’audacia, con un’eleganza oltrepassante
ogn’ordine e misura?
Come piombai
in questo spazio incastonato,
incastrato in un tempo sì remoto e travolgente?
Silenzio, manchevole dentro.
Come non stramazzare
ad ogni occhiata mozzafiato,
e capitolare tra ponti e metri sospesi,
senza padronanza,
tra incanto e mortale spavento?
Quanto povera la vita d’un esploratore,
se non ti deruba, non ti risucchia con gli occhi,
non ti spolpa nella tua tonante,
persistente suggestione.
Più ti contemplo e più affondo nelle mancate parole,
non ne ho a sufficienza.
Non ne posso avere, se da un semplice mattino
tu mi distruggi, mi scomponi e decomponi
con tal spavalda, tracotante potenza.
Dispnea.
L’aria cessa di esistere, resistere
al tuo troneggiare petroso.
Alla vita umana attenti, tu non desideri essere guardata
con occhi compiacenti:
tu divori le carcasse d’uomo, una micidiale
possessione eserciti sul mio sguardo di passante.
E chi mai dimenticherà questa foga demolente,
che decima, scava e scova una nudità perenne
di pensieri e parole?
Come omaggiare ogni tua singola pietra,
ogni grotta d’ancestrale rimembranza,
ogni pezzo di tufo, ogni pezzo di pane,
ogni chiesa rupestre, ogni centimetro di ossigeno,
ogni suono di campana celestiale,
ogni soffio di vento che crea
scanalature, incavature, increspature nell’anima mia,
similari a uno scenario tolkieniano,
sprezzante e straziante dinanzi alle pupille mie
spalancate, impallidite, sbiancate?
Matera, di sera, di giorno,
nel frastuono del mondo o nel silenzio del vagabondo,
è un miracolo che s’avvera ad ogni sporta
di tempo e intensità piantati.
Il sentore rimane, su quell’ammassamento,
d’una formica appesa sulla cima
d’una magnifica roccia indimenticata,
indimenticabile.

Autore: Fernando Sparnacci

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