Arte Viaggio nella storia

Sant’Adriano a San Demetrio Corone

Immerso tra le selve della Sila Greca, culla di tradizioni arberesh, custode di una sapienza antica, San Demetrio Corone si offre come meta privilegiata di un itinerario storico – culturale che miri a rispolverare le tracce bizantine, romaniche e normanne che secoli di dominazioni hanno lasciato impresse sulle nostre terre. Perché ci fu un tempo in cui l’incontro tra culture creava sintesi, ricchezza, non contrasto o dissidio. Ci fu un tempo in cui ci si accostava al diverso, rispettandone i valori e le memorie. Come l’età normanna (XI–XII secolo) ove, a dispetto delle vicende politiche e belliche, il sincretismo artistico raggiunse livelli mirabili. L’elemento romanico si sposa dolcemente alle suggestioni bizantine, accogliendo spesso e volentieri spunti islamici. Esempio evidente di tale assunto è il Monastero di Sant’Adriano a San Demetrio Corone, il cui primo nucleo va rintracciato in un sacello dell’VIII d. C.. Nel X secolo San Nilo vi eresse una piccola chiesa dedicata ai Santi Adriano e Natalia, ma ben presto la struttura, distrutta dalle incursioni saracene, viene abbandonata e nel secolo XI il duca normanno Ruggero Borsa la dona all’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Ma è egli stesso, alcuni anni dopo, a restituire il monastero ai monaci basiliani consentendo loro di esercitarvi il rito bizantino. Ed è proprio in epoca normanna che Sant’Adriano raggiunge una notevole floridezza e uno splendore artistico degno di nota. E’ in questi anni, infatti, che vengono datati, oltre alle strutture architettoniche e ai dipinti murari, i famigerati mosaici che offrono l’illusione di “un vasto tappeto orientale disteso sul pavimento del tempio”. Con queste parole l’archeologo Paolo Orsi descrive l’impressione che avverte studiando la storia architettonica della chiesa. “Un’autentica tavolozza da pittore”, una policromia vaghissima: questo sono i mosaici di Sant’Adriano la cui superficie consiste di minuti elementi di pietra e lastre di marmo tagliati e incastrati tra loro secondo la tecnica di lavorazione definita “opus sectile”, dalle svariate combinazioni e colorazioni. Ma, sono i soggetti raffigurati ad accrescere il fascino del mistero e dell’ambiguità che avvolgono l’antico monastero. Nel primo campeggiano un leone e un serpente che si contendono una preda irriconoscibile. Su un altro, dalla superficie marmorea circolare, è rappresentato un serpente che si avvolge in tre spire, strette al centro ove terminano con la bocca spalancata e la testa nera sovrastata da un corno. Ancora, un vigoroso felino, forse pantera, forse gatto, domina il terzo mosaico. Impressionante è il quarto e ultimo mosaico: un serpente, composto di minute tessere triangolari, si avvolge nelle sue spire a formare una sorta di “otto” con la coda. Che l’immagine del serpente rimandi alla tentazione demoniaca? Probabile. Forse, intento dell’artista era ammonire l’uomo sui pericoli sempre incombenti che lo istigano contro i comandamenti divini… Ma il mondo oscuro e complesso dei simboli affiora anche dal numero “otto” sopra menzionato: un numero magico, dai diversi e reconditi significati…
Otto sono i cieli visibili, le pene dei dannati, le ricompense dei giusti, i paramenti del sacerdote; ottava infine è la Casa della Cabala, dove l’uomo si prepara alla morte. Ottagonale, per di più, era nella chiesa una conca, forse un fonte battesimale. Un tempio, dunque, in cui si respira l’aria dell’enigma, dell’inconoscibile, degne categorie del Medioevo, età di pellegrini e vagabondi, di fede ed eresie, di allegorie e derive trascendenti relative ad ogni aspetto della vita umana. Epoca, il Medioevo, tra le cui lettere preferite vi erano bestiari, lapidari ed erbari, ove animali, pietre e piante si caricavano di significati “altri” da sé. Sant’Adriano rispecchia tali, per noi irrazionali, atteggiamenti, arricchiti dalla meditazione bizantina oltre che dall’apporto romanico-latino e, dal XV secolo in poi, dagli usi e costumi albanesi. Echi arberesh, dunque, attraverso le vetuste navate del monastero, uniti agli sguardi di studiosi, turisti e curiosi che da più parti si recano a San Demetrio Corone, baluardo di un tempo antico ma immortale, eternato dalle pennellate di Franco Azzinari, l’artista dei luoghi del mito, l’artista che del quotidiano e del visibile ha fatto i suoi “simboli” cogliendone l’invisibilità e la straordinarietà. Perché la natura è tutto…anche ciò che non riusciamo a vedere.

Angela Costanzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *