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Chiara Ubbriaco

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Marcello Ravveduto studia la modernizzazione delle mafie. Insegna  ditigal public history all’ Università degli Studi di Salerno e Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Ha scritto per l’Ediesse Libero Grassi. Storia di un siciliano normale (1997), Le strade della Violenza (2006), con Isaia Sales, per l’ancora del mediterraneo (Premio Napoli per la saggistica), Napoli… Serenata calibro 9. Storia e immagini della camorra tra cinema sceneggiata e neomelodici (2007), con la prefazione di Giuliano Amato, per la Liguori editore. Ha curato l’antologia Strozzateci Tutti (2010) per Aliberti editore ed è responsabile dell’edizione digitale del blog contro le mafie www.strozzatecitutti.info Ha vinto nel 2005 il Premio Nazionale Marcello Torre per l’impegno civile. È presidente dell’associazione antiracket Coordinamento Libero Grassi.

Si è fatto intervistare per LeggoScrivo e ci ha parlato di immaginari, presenti, reali e futuribili, non solo legati al mondo della criminalità organizzata ma anche del lavoro, dell’economia,per riscrivere tutti insieme un’altra storia possibile.

L’8 gennaio è stato il centenario della nascita di Leonardo Sciascia, il 6 l’anniversario dell’assassinio di Piersanti Mattarella, sono passati 40 anni, era il 1980. Lei ritiene che al di là della memoria episodica, legata al singolo avvenimento, quasi a uso e consumo, ci sia voglia e spazio di riscrivere e di ripensare alla storia d’Italia inglobando non soltanto fatti delittuosi, e date commemorative?

I tempi sono maturi per non separare la storia delle mafie da quella d’Italia. Le mafie sono delle strutture di potere che interagiscono con altri pezzi di Paese (imprese, Stato, società civile). Se è vero che la borghesia, il ceto medio è stato protagonista di molti mutamenti, come sostiene Paul Ginsborg, in questo ceto medio vi sono anche i mafiosi, che hanno avuto anche un ruolo economico e politico, oltre che criminale. E la società civile non è avulsa dal contesto, non può dirsi innocente. Indagare in profondità, con rigore scientifico, questi aspetti senza complottismi, perché come diceva Sciascia, se tutto è mafia allora niente è mafia, può essere non soltanto utile, ma anzi, necessario per comprendere i fenomeni.

 

Nella sua carriera come nella sua bibliografia lei si è sempre occupato dell’immaginario delle mafie, della globalizzazione delle cattive idee nel mondo della musica, dei social e del mondo del cinema, recentemente, di come cioè il brand “mafia” fattura e produce. Ci sa dire se e come è cambiato negli anni?

Se guardiamo indietro ai media, ad esempio, il racconto da loro fornito era pieno di folklore. Per l’importanza che riveste, per aver attentato alle libertà, il racconto della criminalità merita altre attenzioni; e nel cinema di là dagli stereotipi e di alcuni punti fermi, dall’omicidio di Dalla Chiesa e poi dopo dalla fase stragista del ’92 questi stereotipi si sono ribaltati e ne sono stati costruiti degli altri. La mafia, sempre più centrale nel narcotraffico, è rappresentata in modo globalizzato.

Se dovesse usare tre parole per descrivere la sua attività di ricercatore e divulgatore quali sceglierebbe?

Ci sono tre parole che riassumono la mia attività non solo di studio e ricerca e si uniscono in unica dimensione di racconto e sono: coscienza, responsabilità e impegno. Dedicandomi agli aspetti poco conosciuti legati all’immaginario delle mafie, il mio interesse è scaturito da una scelta consapevole. Nel 1992 avevo vent’anni, quello fu un anno di cesura, come il ’68. Emerse una consapevolezza nuova, una coscienza civica che si doveva contrapporre all’elemento eversivo dell’ordine democratico che la criminalità aveva fatto emergere con chiarezza.

 Dal suo punto di vista, quello di docente universitario, ritiene che il mondo accademico sia stato dimenticato o comunque accantonato nel dibattito pubblico a causa della pandemia? E dal suo punto di vista ritiene che possa proporre nuovi modelli di speranza, forza, modelli alternativi per una rinascita?

Il mondo accademico ha riflettuto sulla pandemia in modo classico: discutendo fra loro. È anche vero che la società civile non è interessata a queste riflessioni elaborate nella “torre d’avorio”.  Bisognerebbe mettere fine al dialogo tra sordi. Negli ultimi anni, con lo sviluppo del digitale, abbiamo assistito alla disintermediazione del sapere, sostenuti dalla convinzione che si può aggirare il sapere e avere google come medico. Quindi, non soltanto la cittadella non viene ascoltata, ma viene attaccata, pensiamo ai no vax. Vi è stata una continua messa in discussione delle scienze naturali ritenute opinabili, ancor più quelle umane.

Concentrandoci ancora sulla situazione attuale e sull’emergenza sanitaria che stiamo vivendo quali vantaggi ritiene abbia ricavato la criminalità organizzata, come si è ingrossato il loro giro di affari?

Il mondo delle mafie è flessibile agli accadimenti internazionali e nazionali. Ha trovato nuovi modi di lucrare in questa situazione. Ma il narcotraffico, principale fonte di guadagno, non si è fermato, non conosce crisi. Esso alimenta investimenti che sono spostati in altri segmenti, come ad esempio imprese che si occupano di contraffazione o legate al mondo dei servizi della sanità, o della grande distribuzione organizzata.

Nella sua Regione di provenienza, la Campania, nei mesi scorsi è esplosa una bomba sociale, sembrerebbe in modo più violento e plateale. Ritiene che la rabbia e il mal contento siano sufficienti a spiegare la situazione ed esaurire le motivazioni all’origine di quelli che vogliamo definire i “moti ” di Napoli o al contrario si tratta di fenomeni più complessi e variegati?

Hai fatto bene a chiamarli moti, perché non si è trattato di una mobilitazione matura che avrebbe prodotto una trasformazione. La rabbia non fa ottenere un risultato. Si è trattato di lamentare problemi endemici della città metropolitana di Napoli esplosi in una rabbia senza soluzione, che fa persistere l’aspetto violento. Vi erano dei settori borderline, legati all’economia sommersa e alla vita precaria, magari fomentati dalla criminalità che però non ha alcun interesse a far accendere i riflettori sulla città, necessita al contrario di silenzio. Se la criminalità fosse stata promotrice dei disordini avrebbe messo ancor di più e per più tempo a soqquadro la città. Esistono invece dati strutturali di marginalità e espedienti di vita al limite della legalità che la pandemia ha svelato in modo ancora più evidente. La mancanza di misure per contrastare tali fenomeni e di scelte istituzionali e politiche a ogni livello fa sfogare una rabbia inutile alla risoluzione di questi problemi.

Un augurio per il futuro e un prospetto, cosa sarà destinato a cambiare e cosa invece probabilmente porteremo con noi ancora a lungo?

Dal modello ibrido dell’intermedialità del digitale non si può tornare indietro. Tornerà il contatto umano, la vicinanza e la prossimità, ma la digitalizzazione della società va accettata, sarà sempre più elemento di normalità. Del resto il digitale permette di costruire più facilmente una rete di contatti che abbatte le barriere geografiche. Il digitale riveste un ruolo fondamentale nella smaterializzazione dell’economia, pensiamo ai riders. Molti mestieri saranno riconvertiti o scompariranno. La mia preoccupazione è che non vi sia coscienza della trasformazione che non appartiene a un futuro distopico e fantascientifico, ma è già in atto. La classe dirigente manca di progettualità, di una visione del futuro, pensa ad aspetti marginali. Nel mondo che sarà la guerra si combatterà con l’intelligenza artificiale, con l’automazione. Per renderci protagonisti del futuro bisogna dirigere il cambiamento non averne paura.

Allora…un passo a destra e poi a sinistra. Continua a camminare; passeggia su e giù in questo tugurio. Urla. Piangi. Distruggi. Crea. “Orbene, mi sono mosso?” e getto un’occhiata furente e disperata attorno a me: sono ancora qui. Maledizione! La voce si fa fioca e debole; si aggrappa per la gola ma rimane bloccata. Qualcosa la blocca, è sicuro. Un tremolio pervade il mio corpo. All’inizio è debole. D’un tratto non riesco nemmeno a tenere la sigaretta salda fra le mie dita sudicie.

La getto via: “Al diavolo” penso. Le labbra s’impallidiscono, quasi come se fossero preda d’una congestione per via del gelo. Poco dopo, tutto il corpo somiglia ad una statua di cera. E mi sento bloccato, non riesco a muovermi. Mi divincolo, con tutta la forza che ho; il risultato è alquanto patetico e fallimentare. Allora cesso di lottare: ascolto il silenzio.

“Quanto rumore fa questo silenzio, che strazio!” discorro ancora fra me, come se servisse a qualcosa poi. Qualche minuto dopo riesco finalmente a muovermi. Gioisco. “Finalmente!” urlo con aria vittoriosa. Poi mi giro attorno. Bene, non so per quale motivo l’abbia fatto. Per condividere la mia gioia con qualcuno? Per riderci sopra? Ma qui non c’è nessuno!

La sola luce presente nella stanza inizia a singhiozzare. Poi, si spegne. La mano delle tenebre s’annida in ogni angolo, fino ad annidarsi nei miei pensieri. Ed ecco qui: luci e ombre. Due sentimenti opposti in perenne lotta; continuano a massacrarsi fino a che non ne rimanga solo uno.

Piango: non verso lacrime. Queste riempiono le pupille, per poi rimanerci aggrappate. Non vogliono cadere al suolo per poi finire dimenticate: un po’ come la morte prima ch’essa venga a bussare alla porta. Tutto ciò balena nella mia mente come un lampo, qualche secondo e non so neanche più a cosa sto pensando.

Potete aiutarmi? Dove sono rimasto? Dov’eravamo rimasti? Dove siete finiti tutti voi? Dove finirò io?

E le domande s’accumulano come i rimpianti. “BASTA!” urlo con tono furente. Questa volta la voce finalmente ha trovato il modo d’uscire. Le pupille si tingono d’un rosso color sangue, le vene paiono uscire fuori dal collo. Le pareti tremano; non avevo mai visto vederle tremare così! Comunque, prendo le prime cose che riesco e decido d’uscire.

Apro la porta: torno nella stanza. Perplessità. Ci riprovo, niente da fare. Continuo a provarci fino a giungere alla stanchezza; il risultato non cambia. Corro quindi verso la finestra: mi fermo. Osservo il cielo divenuto nero, colmo di collera. La pioggia sembra non finire mai. Un tuono mi da uno scossone, che fa battere forte il mio cuore. Così forte che or ora giace nell’inquietudine. Provo ad aprire la finestra. Cerco di respirare un po’: vengo catapultato di nuovo nella stanza.

In quel momento la rabbia prende il possesso delle mie facoltà. Spacco qualsiasi cosa mi capiti a tiro: finestre, vasi e tanto altro ancora di cui non ho memoria. Sospiro di sollievo.

Chiudo gli occhi per rilassarmi; quando li riapro tutto è come prima. L’arredamento, i vasi intatti, le finestre ancora al loro posto. La disperazione a quel punto prende il posto di quell’ira furente. Provo a scappare ma non ci riesco. “CI SONO!” penso con aria soddisfatta questa volta. M’avvicino al mio scrittoio, accendo una candela. L’ultima che m’è rimasta. Non prendo la penna: come una magia di poggia soave nella mia mano destra. E senza ch’io dica o pensi nulla comincia a scrivere. E quante cose riesce a scrivere, non ne avete idea! Dipingere un intero mondo con l’inchiostro; se non è questo vivere allora cos’è? Tant’è che noto qualcosa di diverso. Sono riuscito a fuggire! Da lontano, quasi di sfuggita appare ai miei occhi quella casa, quella stanza. Qualche secondo di silenzio e poi…

BOOM! Un’esplosione la fa saltare in aria. Mille pezzi son ora sparsi sul pavimento: non è rimasto più niente. Ma alla fine non v’è mai stato nulla, in quella prigione. No, solo lacrime e sofferenza. Solo un giullare che s’è travestito da vita e cerca di imitarla! E la cosa peggiore è che sembro l’unico in mezzo a tanti altri unici ad essersene accorto.

Mentre continuo a pensarci, noto che la sera è calata. Com’è passato veloce il tempo! Ma d’altronde per noi ch’amiamo alla follia: il tempo non è. Il cielo è sereno, pulito, limpido. Le stelle riescono a vedersi tutte, come un dipinto. Lucenti come mai prima d’ora, brillano. E la luna…come s’alza trionfante di fronte al canto mio! O forse è il contrario? Fatto sta che un fascio di luce, proveniente dal suo grembo, si poggia sul mio viso. Mi mostra paziente la via, contandomi storie su storie. Ed io rimango lì ad ascoltarla. Come un bambino rimane estasiato quando scopre il mondo, in preda ad una morbosa curiosità. Mi trascina in luoghi dimenticati, di tempi oramai andati. Mi dice che se le cose andranno nel verso giusto, questi luoghi saranno di nuovo colmi di vita. Non come quella che c’era in quelle pareti: rabbrividisco solo a ripensarci. Il nostro viaggio continua. Ad un certo punto, dalle sue labbra saggie viene pronunziate la seguente frase:

“Non t’ho mai lasciato solo figlio mio e mai avrò intenzione di farlo.”

Vorrei abbracciarla, ma è così distante! D’improvviso però l’animo mio si libra in aria, spiccando le sue ali fiammeggianti come il fuoco e candide come le gote d’una fanciulla. Una volta raggiunta, mi perdo fra le sue braccia. La stringo così forte, così forte che dimentico ove finisco io e comincia ella. Una volta staccatoci, mi guarda. Non ha occhi, lo sapete: eppure riesce a guardare meglio di tutti noi. Dicevo, mi guarda fisso e prendendomi fra le sue mani gentili, m’adagia di nuovo al suolo.

Una volta arrivato, riprovo a raggiungerla.

“Salgo.”

“Salgo…”

“Ci riesco…”

“Dai…”

“Ancora un altro po’…”

Stranamente però s’allontana. Ma non solo: inizia a divenire un’immagine sfocata. Sento che il sogno sta per svanire, quanto vorrei che mi perdessi per sempre in quelle braccia!

Apro gli occhi, sono di nuovo nella stanza. Tutto è rimasto intatto, niente è mutato. Da fuori osservo malinconico il grigiore dei palazzi, il temporale travolgere ogni cosa. Tiro un sospiro, un grosso sospiro. Apro la finestra, conto fino a tre e salto giù.

“Sono morto? Sono vivo?”

Apro ancora gl’occhi, sono coricato sul letto osservando il soffitto cadere in pezzi, tutto andare in pezzi. E stavolta piango realmente, perché non posso far nulla.

Silenzio assordante: l’oscurità continua ad inghiottire ogni cosa.

Nicola Barbarisi, Avellino

La superficie del lago era uno specchio. I raggi del sole , prossimo all’imbrunire, Vi rimbalzavano sopra e trasformavano l’area colpita dalla luce in una sorta di abbacinante ed enorme diamante. Lo specchio d’acqua era circondato da alte colline , le quali non sarebbero mai riuscite ad escludere la vista di un’altissima montagna spoglia coperta dalle cicatrici di antichissimi ghiacciai.

Un movimento sulla superficie, un corpo che emerge e si immerge, emerge e si immerge.

Horis si apprestava a rientrare dal suo giro di pesca – in quel momento si trovava quasi al centro esatto del lago- , di li ad 1 ora lo aspettava un’eccitante conferenza tenuta dal suo docente di astronomia. Egli era un illustre personaggio ed insegnava nella scuola del giovane , l’ High Remote Institute . Era un eccentrico esperto nella sua materia e Horis trovava avvincenti le sue teorie sulla storia dell’universo e la possibilità di vita su altri pianeti anche perché egli stesso fin da piccolo era sempre stato estremamente affascinato dalle stelle e fantasticava spesso su intelligenze o addirittura intere civiltà che prosperavano , ignare le une delle altre , sotto i cieli di mondi remoti.

Girò su stesso e si diresse verso la riva, il bottino non era stato male, quasi 5 kg di pesce che la madre avrebbe sicuramente preparato su una graticola di  brace ardente la sera stessa, era un abile pescatore nonostante il suo fisico più gracile rispetto alla media dei suoi coetanei.

Giunto a riva , si sedette sulla sabbia e si lasciò asciugare dalla tiepida luce del sole  , poi salì sul veicolo, mise in moto ed imboccò la strada che lo avrebbe riportato in città.

– E’ sicuro di inserire questo argomento nella conferenza di oggi signor Kov?- chiese il giovane collega al professore. – Certo mio caro Joben – rispose l’anziano docente – cosa dovrebbe esserci di male?-.

Joben era insegnante di fisica all’ High Remote Institute e provava una stima incondizionata nei confronti dell’illustre professor Kov , autore di numerosi saggi sulla storia del cosmo , sebbene alcuni di essi fossero  stati considerati eccessivi e fuorvianti da una certa parte del mondo accademico.

– Le sia chiaro – continuò Joben – lei sa quanto i suoi scritti mi abbiamo sempre appassionato professore , il fatto è che il nuovo preside , pur essendo senza dubbio un individuo brillante , ha una mentalità analitica e strettamente scientifica . In poche parole , vuole che le lezioni in questo istituto vengano tutte condotte sulla base di fatti comprovati e non ha molta simpatia per le speculazioni e le ipotesi … ehm.. diciamo così… più fantasiose- .

– Fantasiose? – sbottò Kov – mi stupisco di lei signor Joben- , proprio lei che mi conosce cosi’ a fondo dovrebbe ben sapere che le mie teorie si basano su ipotesi ragionevoli e non su stupide speculazioni !- .

– Mi scusi professore, non intendevo offenderla – disse il giovane – spero solo che il preside Rej non abbia nulla da obiettare – .

– Vedrà, vedrà mio timoroso amico , il signor Rej rimarrà anch’egli affascinato dalla mia lezione di oggi pomeriggio – , cosi’ dicendo il professore si congedò.

-Accidenti Horis , hai fatto il pieno oggi!- disse la madre quando lo vide entrare con la grossa sacca , – c’è da mangiare per una dozzina di noi! – . – Va bene mamma –  , rispose lui sorridendo – vorrà dire che inviterò qualcuno. – Si certo , tanto tocca a me pulire poi – finì lei.

La mamma di Horis , Leena , era amorevole e premurosa con il figlio , aveva trovato nell’amore per il suo cucciolo  , l’unico antidoto contro le occasionali ( ma giornaliere ) fitte di dolore che ancora la tormentavano dopo la morte del marito , avvenuta appena 1 anno e mezzo prima.

Vivevano della sua pensione da vedova  , dei suoi lavoretti occasionali e anche di quelli del figlio ( Horis era un giovane giudizioso che trovava sia il tempo per studiare sia per aiutare la madre ) . La loro non era la miglior vita possibile , ma neanche tanto male.

– Io vado mamma, il professor Kov ci aspetta , ci vediamo stasera – . – Va bene caro a dopo allora , si avvicinò al figlio e sfregò la propria guancia sulla sua , in segno di affetto.

La sala della facoltà di astronomia era gremita -probabilmente la metà dei presenti era li per sincero interesse e curiosità  e l’altra metà per farsi beffe del bizzarro personaggio che di li a poco sarebbe intervenuto- . Lungo il perimetro circolare erano disposti moltissimi pali di zinco. I posti in prima fila erano riservati ai giornalisti locali -quasi tutti , chi più e chi meno , annoiati e indisposti per il fatto di dover essere lì a prendere appunti su una tediosa lezioncina di scuola da riportare sul quotidiano della città invece di occuparsi di faccende dal loro punto di vista molto più importanti-. Immediatamente dietro di loro si trovavano insegnanti e alunni della scuola, sul lato destro -sulla parte destra , essendo un cerchio parlare di lato non sarebbe stato corretto – un gruppo di scienziati ed esperti in vari rami scientifici quali fisica, astronomia, biologia , matematica ecc..

La parte sinistra era occupata da uomini di culto -il preside teneva molto ai rapporti con la grande chiesa unita – tra i quali una decina di esponenti del movimento ultraconservatore dei “portatori di luce” , un gruppo di religiosi che sosteneva senza riserve la teoria del “fabbricatore” ,  colui che da solo creò il mondo , l’universo e praticamente la realtà per come la conosciamo.

Per come la vedeva Horis erano soltanto degli invasati del cazzo.

Il  giovane entrò nel grande spazio circolare e si guardò attorno rapito, era la prima volta, da quando frequentava l’istituto, che vedeva la sala quasi completamente piena .

-Ehi Horis da questa parte ! – . Era Rog , un suo compagno di classe nonché il suo migliore amico

-Ciao tesoro , mi hai tenuto il posto? – scherzo’ Horis con il compagno di corso . – Falla finita smilzo, ricordate l’accenno al gracile fisico del nostro protagonista a inizio racconto? , prendi posto e sentiamo questo matto cosa ha da dire- – Kov non è una matto! – rispose Horbis stizzito –  Probabilmente è più intelligente di tutti i presenti messi assieme !-

– Sarà… – borbottò Rog che evidentemente non condivideva la stima che l’amico provava verso il professore.

Comunque sia Horis prese posto e attese l’inizio della conferenza.

-Ha visto che cosa le dicevo?- disse Joben al docente poco prima di salire sul palco , guardi Rej chi ha avuto il coraggio di invitare per metterle i bastoni fra le ruote, quei pazzi seguaci del fabbricatore! –  è abbastanza ovvio che dei membri ultraconservatori di una setta religiosa non sia ben visti all’interno di un covo di scienziati . – Stia tranquillo mio buon amico, so badare a me stesso, rispose il vecchio-. Joben vide nel sorriso di Kov un misto tra sincera tranquillità e una punta di perfida soddisfazione , quella che si prova , a volte , nel cercare di spazzare via tutte le dogmatiche certezze di qualcuno che non si è mai preso il disturbo di mettere in discussione , nemmeno per un istante , ciò di cui è convinto .

Il primo a prendere possesso del palco fu il preside Rej .

Alla sua comparsa ci fu una cacofonia di approvazione ed egli attese compiaciuto un minimo di silenzio per poter prendere la parola . Si appoggiò l’amplificatore sulla testa ed annunciò: – Signore e Signori , sono compiaciuto di tanta affluenza , prima di iniziare voglio dare il benvenuto a tutti voi, in particolare a coloro che vengono da fuori come gli illustri scienziati alla mia destra ( rumore ) e gli egualmente illustri uomini di culto alla mia sinistra ( rumore ). Ora, essendo io un tipo di poche parole , vengo subito al dunque ed ho il piacere di introdurre il professor Erki Kov, una persona stimata , di notevole intelligenza ed anche di notevole eccentricità  – disse strizzando l’occhio, non con complicità ma , vista la scarsa simpatia che correva tra i due , sicuramente con malizia per la conferenza di oggi intitolata “Storia inedita dei pianeti del sistema solare”

Il professore salì sul palco e prese la scena , dopo che il preside si scostò per lasciarlo passare in modo non poco infastidito  : – Benvenuti a tutti e grazie di essere qui , non credevo che avrei avuto tanto successo di pubblico-  risate-. Il docente iniziò la conferenza parlando della storia del sole e di quella del nostro pianeta , ampliando il discorso anche all’intero sistema solare.

Mano mano che il discorso proseguiva in sala scese quel silenzio tipico di quando si ascolta un individuo parlare di un argomento per il quale non è tanto l’interesse per l’argomento stesso a catturare l’attenzione, ma la competenza dimostrata da chi ne parla. In altre parole , alcune persone starebbero a sentire per ore qualcuno parlare di una cosa di cui loro non sanno nulla, solamente per la capacità del narratore di coinvolgerle e fargli notare che lui invece ne sa , eccome.

Horbis ascoltava rapito le sue parole di certo non immaginando che il bello doveva ancora venire.

-Come tutti noi sappiamo, la vita sul nostro pianeta è iniziata circa 5,5 miliardi di anni fa , quando si crearono le condizioni per lo sviluppo della stessa. Ora , non voglio annoiarvi con termini troppo scientifici ma , grossomodo, il nostro pianeta era freddo e inospitale, completamente ghiacciato, la temperatura in superficie era di quasi 180 gradi sotto lo zero. Come immaginate la vita in queste condizioni ( o perlomeno la vita per come la conosciamo noi ) è impossibile.

– Ma accadde qualcosa –

Giungevano borbottii dalle fila dei religiosi e Horbis era convinto che provenissero dai fan del fabbricatore , quei selvaggi non vedevano l’ora di trovare nel discorso dell’amico qualcosa che non gli andasse a genio per poter intervenire  – Ho idea che da qui a poco si creerà un dibattito molto acceso – disse Rog – il migliore amico di Horbis . – E allora? A me piacciono i dibattiti – rispose Horbis, a meno che per dibattito non si intendeva un’ insana e inopportuna discussione.

Il professore notò con piacere che aveva catturato l’attenzione di tutti e continuò: – il sole esaurì l’idrogeno del suo nucleo trasformandolo tutto in Elio e la nostra cara stella divenne una gigante rossa, talmente grande da avvicinarsi al nostro pianeta e riscaldarlo a sufficienza per trasformare , nel corso del tempo e dopo svariate reazioni chimiche ,  il ghiaccio in un liquido adatto per le condizioni di nascita e sviluppo della vita . Acqua signori.

-Che prove ci sono a sostegno di questa tesi? – intervenne Fregh , uno dei portatori di luce. “ Ecco , ci siamo , è intervenuto uno degli scervellati” – penso’ Joben tra divertimento e timore –

– Anni e anni di studi mio buon amico , teorie basate sulla conoscenza della chimica, della fisica e sull’analisi complessa di modelli astronomici comprovati- rispose Kov.

– Mah io credo che voi scienziati forniate sempre prove e teorie molto fumose  – continuò il tizio.

– Beh , sono comunque più plausibili della teoria di un super essere che ha creato tutto dal nulla , vogliamo parlare delle vostre di prove? – , ad intervenire era stato Jiw Bui , astrofisico dal carattere molto irruento.

– Ci siamo amico mio ! – disse Rog sgomitando l’amico. Ad Horbis non piaceva per nulla la piega che aveva preso il discorso , lui era sempre stato per i confronti civili e pacifici , qualsiasi forma di ospitalità lo faceva stare male.

– Come si permette di parlare cosi?- disse un altro membro della “setta” , lei è una persona irrispettosa!-

– Voi siete irrispettosi verso la scienza , verso l’unico vero modo di scoprire la verità ! Stavolta era stato Joben ad intervenire, non senza uno sguardo di rimprovero del relatore, non avrebbe permesso che la conferenza del signor Kov diventasse una sceneggiata.

– Signori , basta così vi prego! – , il preside aveva preso possesso dell’amplificatore  e stava cercando di moderare la folla , – non tollero questo tipo di comportamento da nessuno! – continuò , esigo che tutti i presenti in sala lascino finire l’esposizione del professore diamine!-

La folla si placò un poco ed Erki Kov potè proseguire nella sua esposizione: – come stavo dicendo , miliardi di anni fa la vita comparve sul pianeta e….. –

“ Sei contento pallone gonfiato?”  stava pensando Joben col pensiero rivolto verso il Signor Rej , “ ho visto il tuo sorrisetto compiaciuto quando il professore è stato interrotto, avrai anche incantato la folla col tuo intervento da maschio alfa , ma io so che sei solo un viscido ipocrita di merda”

-……. e dopo 2 miliardi e 500mila anni di evoluzione , eccoci qua, esseri complessi che discutono il miracolo della creazione – , lo disse con una punta di sarcasmo che non sfuggì ne agli scienziati ne tantomeno ai religiosi.

– Ma non è questo il punto – proseguì – il punto è che ho seri motivi di credere che il nostro non sia l’unico pianeta del sistema solare che sia stato capace di ospitare una vita complessa-

Brusii tra la folla , a Horbis parve di sentire dei commenti tipo “ma siamo sicuri che prima di iniziare a parlare abbia bevuto solo acqua ..” e “questo ha letto troppi romanzi.”

-…. o meglio sono quasi certo che forme di vita evolute , se non addirittura una o più civiltà abbiamo abitato , centinaia di milioni di anni prima della comparsa della vita sul nostro mondo , l’estinto pianeta H501 –

– Che cosa?- stavolta l’interruzione veniva da Grekl , uno stimano astrofisico della Piana D’argento – H501? – come può un ammasso di roccia e carbone, un tizzone di brace rovente che vaga nei dintorni del nostro sistema aver ospitato la vita ? Cazzo , lo chiama anche pianeta! Al massimo è un blocco di minerali! –

Horbis conosceva l’eccentricità del professore e le sue teorie rivoluzionare, ma un conto era averle esposte a volte ai suoi studenti al termine delle lezioni , poco prima di congedarsi , quasi come una confidenza , un racconto meraviglioso  , tutto un altro paio di maniche era declamarle davanti a tutti e alla presenza di giornalisti ( seppur locali) e uomini di chiesa , i quali ora si dimenavano più di un branco di pesci senza acqua.

Il preside Rej era allibito , ma in fondo era anche contento , finalmente Kov si stava distruggendo la reputazione con le sue mani. L’odio per il docente era sia accademico che personale , accademico perché Rej non sopportava che quel tale , così stravagante e bizzarro , avesse un quoziente intellettivo non di poco superiore al suo , personale perché la Signora Kov , un tempo era stata la compagna di Rej.

-Se posso rispondere alla sua domanda- disse il relatore , il nostro sole, come lei di certo saprà , non era la gigante rossa che tutti oggi conosciamo come tale bensì una “nana gialla” . Aveva una massa di circa 1,9890 X 10 alla trentesima kg , era quindi notevolmente più piccolo di oggi e la sua temperatura in superficie era di circa 5770 K. Secondo delle recenti stime  che mi sono permesso di fare , sempre che i signori qui presenti non ne facciano un cruccio personale ,  ( stava cominciando a spazientirsi perché non tollerava dibattiti come quello nei quali una delle due parti in discussione non aveva un minimo di collaborazione intellettuale )  , esso si trovava , in quella fase a circa 150.000.700 kilometri da H501. Ho motivo di credere che tale distanza , unita alla composizione della nostra stella , abbia fatto si che su tale pianeta si sia sviluppata la vita e forse una civiltà evoluta  , perché no , addirittura simile ( per così dire ) alla nostra –

– Eresia!- tuonò stavolta Fregh  – non le permetto di parlare in questo modo! –

– NO! – tuonò stavolta il professore – sono io che non le permetto più di interrompere la MIA conferenza , sono stato chiaro?! –

Il rettore era ammutolito , cosi come anche Joben e Horbis , forse gli unici veri seguaci di Kov , il docente era sempre stato un esempio di calma e ragionevolezza , raramente , anzi forse mai , era capitato loro di vedergli perdere le staffe in quel modo .

Per fortuna anche il portatore di luce era stato momentaneamente zittito e questo consentì al professore di proseguire.

-Inoltre volevo aggiungere – continuò con quel minimo di calma ritrovata , e sia ben chiaro che queste sono solo mie ipotesi , mie umilissime teorie e non obbligo nessuno a farne un dogma  – che tra la distanza interposta tra il sole e H501 vi siano stati forse un altro o due pianeti che sono stati disintegrati dal passaggio della nana gialla a supernova dei quali non abbiamo nessuna traccia oggi e sui quali , forse , un paio di miliardi di anni ancora più indietro , possono essersi sviluppate le condizioni necessarie alla vita.

– Professore  – intervenne finalmente Rej ( e non senza la solita punta di soddisfazione )   , io non approvo di certo le reazioni poco ortodosse rispetto al contesto in cui ci troviamo , da parte di alcuni membri della platea , lei però sta mettendo in discussione , senza reali e tangibili prove , il fatto che l’unico pianeta del sistema solare su cui sia mai stata presente la vita , o meglio la vita complessa , a quanto ci è dato di sapere , è il  nostro mondo , Titano –

– Si , infatti , su nessun altro pianeta del sistema solare , è stato trovato nulla fino ad oggi – intervenne un altro astronomo – nemmeno su quello in cui riponevamo più speranze: il nostro pianeta madre , Saturno , di cui noi siamo solo un satellite -.

– Nessun grande passo è mai stato mosso dalla scienza senza che prima qualcuno abbia osato idee che , nel momento in cui furono espresse , non fossero sembrate folli! – disse il relatore stavolta alzando la voce

– Basta! – io me ne vado! – tuonò un anziano del gruppo dei religiosi staccandosi dal palo di zinco sul quale , fino a qualche momento prima era saldamente ancorato grazie alle micro ventose presenti in maniera uniforme sulla liscia pelle argentea-

– Signori ora basta ! – disse di nuovo il preside , ormai però il dibattito si era trasformato in una sorta di lite

– No, basta lo dico io! – terminò il professore staccandosi l’amplificatore dal cranio .

L’amplificatore ( nome tecnico : diffusore ad ampio spettro di onde cerebrali ) era uno strumento che permetteva ad un solo essere di gestire e comunicare telepaticamente in caso fossero presenti in maniera simultanea più di dieci soggetti impegnati nella medesima conversazione.

Gli abitanti di Titano infatti comunicavano solo attraverso onde mentali , il termine “voce” , per questi esseri senza ne bocca ne orecchie stava ad indicare il tono e la frequenza di tali onde.

La situazione era ormai ingestibile , ognuno diceva la sua senza rispettare ne tempi ne tantomeno le buone maniere, ma non tutti erano contrariati della cosa.

I giornalisti erano in parte stupefatti ed in parte entusiasti di poter dare una nota piccante alla tiepida notizia della conferenza la quale , senza un tale e inaspettato epilogo , sarebbe stata sicuramente tediosa a non finire.

Dato che nella sala stava per scoppiare un putiferio, Horbis lasciò l’ancoraggio del suo palo di zinco ed uscì all’aperto.

Un osservatore esterno e totalmente ignaro della realtà di Titano, ovviamente, affacciandosi nella sala conferenze , non avrebbe visto  una folla in preda a grida e non avrebbe sentito alcun frastuono, per via della telepatia come solo mezzo di comunicazione, ma dinnanzi ai suoi occhi si sarebbe palesato un gruppo di creature, tra le quali alcune intente a trascinarsi da una parte all’altra della sala lasciando una sottilissima patina semi-trasparente al loro passaggio e altre che si dimenavano ancora avvinghiate al palo che fungeva loro da sostegno.  Tali esseri muovevano freneticamente strani arti e si sbracciavano, anche se di braccia non si poteva parlare, i loro occhi umidi pulsavano come in preda ad una strana eccitazione , ma la cosa incredibile era che tutto ciò , per chi avesse avuto orecchie umane , era accompagnato da un quasi totale silenzio , spezzato solo da brevi schiocchi e rumori acquosi.

Il giovane rimase eretto sulla sola grossa protuberanza che sorreggeva un corpo glabro e lucente , le 4 lunghe appendici distese lungo il corpo.

Contento di aver lasciato la frenesia della sala conferenze , escluse mentalmente la rissa verbale che avveniva dietro di lui sì, anche questo erano in grado di fare, e si mise ad osservare il cielo.

L’enorme massa di Saturno con i suoi anelli ghiacciati era ben visibile sulla volta grigio-celeste , ed Horbis penso’ a H501 , quel misero ed inospitale resto di pianeta  e non poteva certo immaginare che H501 altri non era che l’estinto corpo celeste che , innumerevoli millenni prima , veniva chiamato Terra.

Pensò anche che sarebbe stato bello se le parole del professore fossero state vere , se li’ , a quell’enorme distanza , miliardi di anni prima , qualcuno si fosse posto le sue stesse domande.

 

Note:

questo racconto ( spero che sia abbastanza riuscito da potersi almeno definire tale ) mi venne in mente una sera , mentre ero supino sul letto e per caso capitai su un canale che dava un documentario sui pianeti del nostro sistema solare. Nel filmato alcuni scienziati ipotizzavano ( o meglio azzardavano ) che quando il Sole muterà la sua forma in Gigante Rossa , distruggerà sicuramente Venere e Mercurio, ma la Terra potrebbe rimanere li’ dov’è ( ovviamente il calore ucciderà tutte le forme di vita e diventeremo solo un inutile roccia ) . Ipotizzavano anche che , aumentando di massa , il sole , avvicinandosi ad esempio a Titano , potrebbe modificare radicalmente la temperatura , la morfologia e la composizione del satellite di Saturno , sul quale , potrebbe in quel caso , nascere la vita , anche grazie allo scioglimento dei suoi ghiacciai .

Questo scenario sarebbe comunque “attuabile” circa 5 miliardi e mezzo di anni nel futuro

Ho pensato che sarebbe fantastico se sarà cosi’.

Alessandro Maramici, Ladispoli

 

 

Parliamo del suo primo romanzo, Configurazione Tundra edito da Tunué, come nasce, cosa racconta in questa distopia?

Quando ho iniziato a lavorare sulla storia avevo due immagini: una casa piena di scatoloni di cose e lettere e una donna che li trova e inizia a immaginare. Questa cosa mi era accaduta a Torino. Una coppia di amici era impegnata nel trasloco ma la proprietaria di casa aveva lasciato scatole, libri, fotografie e lettere. Nel mettere le mani nei ricordi di questa donna avevo iniziato a fantasticare e inventarne la vita. Solo in seguito, seguendo le immagini, ho capito che mi servivano altre case e una città dotata di una struttura iper-funzionale. Mi son resa conto che la storia stava assumendo la forma di una distopia per così dire morbida, non c’erano stati stravolgimenti o catastrofi ma un bando di rigenerazione urbana.

Configurazione Tundra, quindi, è diventata la storia di una doppia relazione: col mondo, le strutture urbane e con sé stessi.

Virginia Woolf in un saggio del 1929, quasi un secolo fa dice: “se vuole scrivere romanzi, la donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé…” ritiene che sia ancora attuale? E quanto l’emancipazione femminile, la presa di coscienza, la lotta di genere influisce e alimenta la scrittura delle e sulle donne? E a tal proposito crede che sia ancora forte il condizionamento di una letteratura di genere?

La frase di Woolf non smette di mostrare la propria attualità. Lo sguardo femminile è uno sguardo del “margine” e per questo, credo, abbia una visione prospettica piuttosto strabica, capace cioè di cogliere delle sfumature ma, sia chiaro, questa capacità credo appartenga a qualsiasi tipo di sguardo marginale e periferico. Quando scrivo non lo faccio pensando alle donne e non credo di scrivere sulle donne, ma scrivo a partire da quel tipo di posizione marginale e mi ritrovo a riflettere su alcuni temi che mi stanno a cuore – il potere, il corpo, la relazione con sé stessi.

Quali sono i suoi modelli letterari e quali quelli di vita? Quanto la sua formazione filosofica la condiziona? Nel suo romanzo d’esordio, un romanzo distopico, quali sono i riferimenti?

I miei modelli letterari sono abbastanza vari. Il mio amore è per Arthur Schnitzler, ma riconosco quanta influenza abbiano avuto sulla costruzione del mio immaginario Elsa Morante, Ágota Kristóf, Anaïs Nin, Robert Walser, Fernando Pessoa, Philip K. Dick, George Orwell, J.G. Ballard, Yasunari Kawabata e Yukio Mishima. Amo moltissimo Mariana Enriquez. Mentre preferisco non avere modelli di vita.

La mia formazione filosofica ha, sicuramente, un suo peso ma non diversamente dalla lettura di Topolino nell’infanzia e di Dylan Dog nell’adolescenza, dell’amore per il cinema di Lynch, Bergman e Petri, da anni di programmazione pomeridiana televisiva fatta di storie e anime, di teen drama e serialità varia. In Configurazione Tundra si sentono gli echi soprattutto di Orwell, Dick, Huxley e Abbott.

Nella sua esperienza di redattrice per Narrandom, che consigli si sente di dare agli scrittori emergenti? Che visione e prospettive coglie per l’editoria italiana e in generale che tendenze connotano la contemporaneità?

Solo due consigli: leggere tanto e scrivere al meglio. In realtà ho ancora una prospettiva non del tutto chiara dell’editoria italiana e delle sue tendenze. So che gli ultimi anni hanno espresso chiaramente una necessità di scrivere storie in modo libero e ambizioso (penso a La mischia di Valentina Maini), visionario e immaginifico (Libro dei Fulmini e Libro del Sole di Matteo Trevisani), con un gusto raffinato e concretissimo per il ritmo e il lessico (Io sono la bestia di Andrea Donaera), con un rigore e un’etica della scrittura (Sangue di Jacopo Nacci). Sento di poter affermare che la contemporaneità ha bisogno di nuovi immaginari e narrazioni mitiche.

Iniziamo a conoscere i protagonisti della cultura italiana, scrittori del nostro tempo, senza tempo. Il primo? Gioacchino Criaco. Ha esordito nel 2008 con il romanzo Anime nere, da cui è stato tratto il film omonimo diretto da Francesco Munzi, vincitore di nove David di Donatello e di tre Nastri d’argento.  Il suo ultimo romanzo “L’ultimo drago d’Aspromonte” ,edito da Rizzoli Lizard nel 2020, racconta la storia di un ragazzo che viene portato dalla madre in una comunità di recupero nel cuore dell’Aspromonte. Lo abbiamo “incontrato” e la sua voce ci ha guidato tra le pagine del suo ultimo lavoro, ma anche più in là, verso una visione della sua terra e del futuro che ci attende.

Nel suo ultimo romanzo “L’ultimo drago d’Aspromonte” si percepisce una forza primordiale che poi è quella dei luoghi, di spiriti ancestrali che sembrano animare una terra bella e maledetta come la nostra… quanto il luogo, in senso antropologico, dà significato al racconto e quanto il determinismo ambientale plasma il nostro modo di vivere ed essere?

Il vero protagonista del mio romanzo è l’Aspromonte stesso, più di Ni il ragazzo che finisce nel bosco per rientrare in equilibrio con la natura e avere il suo momento di pacificazione. È un viaggio culturale e antropologico di un ragazzo che riprende il suo posto naturale, uscito dall’incasellamento, dalla morsa della cultura occidentale e riconquista una posizione paritaria con la natura. È una metafora della parabola dell’uomo moderno e del suo ritorno alle origini.

Qualche anno fa, era il 2018, fu molto coraggioso e importante il suo appello a sostegno della riapertura della scuola di Careri. Ritiene che sia indispensabile in un momento come questo ripartire dalle scuole come presidii democratici che sono linfa vitale per un territorio contro spopolamento e abbandono?

Era l’epoca precovid ed io, insieme con altri, ribadivo il diritto di stare nel territorio in cui si è nati, nei paesini interni della provincia di Reggio Calabria. Ribadivamo la necessità della presenza di insegnanti e di scuole anche per pochi studenti. E proponevamo, come rimedio, anche la didattica a distanza che, ora con la pandemia, è tornato un tema attuale. Il fattore determinante, comunque, era la lotta e la resistenza per la presenza di scuole in territori interni.

Questo periodo di chiusura e riflessione oltre a agevolarle la stesura della sua ultima opera, cosa ha prodotto in lei? Finita la pandemia, la cultura italiana su cosa dovrà puntare? Come si dovrà riavvicinare la gente ai luoghi di cultura?

La condizione dell’isolamento è propria degli scrittori. La costrizione però ha portato a ripensare che la corsa al modernismo e al centro, intenso sia in senso fisico sia come ricchezza, ci aveva fatto abbandonare le cose migliori. in un certo senso è stata una rivincita della periferia e della provincia, un recupero di un modello di vita insito nella nostra cultura, che ci porta ad abbandonare le cose superflue e i falsi traguardi e affrontare la fragilità con elementi spirituali salvifici, che è il messaggio contenuto anche nel mio romanzo. L’esposizione alla malattia ci ha spiazzato, credevamo che la scienza fosse onnipotente, in realtà abbiamo dovuto fare i conti con la nostra fragilità.

La cronaca quotidianamente è tempestata di notizie nefaste riguardanti la Calabria. Lei ritiene che quest’immaginario sia falsato e straniante o contenga in sé, parte di verità e nello specifico confida che il popolo calabrese possa risollevare le sue sorti? Se sì in che modo?

È evidente che ci sia una diversa percezione all’esterno della Calabria, una vera e propria falsificazione. Perché? Perché è un racconto fatto da non calabresi, ispirato per lo più dalla cronaca nera che ci ha resi ciò che raccontano di noi che non corrisponde a verità. È necessario un racconto che non sia un necrologio, ma che sia informato dei fatti di una società complessa e noi tutti dobbiamo riprenderci il diritto di compartecipare a un racconto alternativo, senza essere complici di uno sbagliato. È necessaria una rinascita, intesa come presa di coscienza della nostra lunghissima storia, della nostra cultura. I calabresi sono poco consapevoli di loro stessi e così si appiattiscono con elementi consolatori a realtà peggiori o migliori, dimenticando che ogni territorio ha la sua porzione di drammi.

Lei ha la Calabria nel cuore ed è risaputo. Le cronache parlano di una terra piena di problemi e le elezioni sono alle porte. Che cosa consiglia al futuro governatore della sua regione?

Consiglio un atto di coraggio, un richiamo all’orgoglio, ognuno di noi ha una parte di responsabilità, ma chi governerà questa Regione andrà ad assumere una responsabilità maggiore e il mio consiglio è che abbandoni il vizio di curare i propri interessi e assuma una visione collettiva, cosa che nessuna legislatura precedente ha mai fatto.  Più in basso di così non possiamo cadere, quindi occorre mettere il passato alle spalle e sviluppare una progettualità che abbia a cuore gli interessi di tutti, non quelli privati o di una parte di elettorato.

Chiara Ubbriaco

 

Quindici minuti. Non di celebrità. Sono mediamente il tempo di attenzione che un bambino di 6-7 anni può prestare a un adulto che parla. Dopo 15 minuti il bambino inizia a distrarsi. Consideriamo ora che la possibilità di prestare attenzione in modo continuativo si riduca ulteriormente attraverso uno schermo. Quello che si sta consumando in molte regioni di Italia è un vero e proprio stillicidio dell’attenzione, della capacità di concentrazione di un bambino che è sottoposto a uno stress insopportabile. Questo comunque è il danno minore. Stiamo parlando della Dad, la didattica a distanza introdotta con I Dpcm dallo scorso marzo. Le scuole sono state le prime a chiudere e le ultime a riaprire. E tralasciando qualsiasi polemica sull’appassionante querelle sui banchi a rotelle, quello che fa pensare, è il confronto impietoso con il resto dell’Europa, dove le scuole sono rimaste aperte.

Una scuola, di là da ogni vuota retorica, è come un ospedale, presidio di democrazia, baluardo di socialità, il danno inflitto ai bambini, specialmente quelli della scuola primaria, è incalcolabile. Un bambino volenteroso e brillante che inizia la sua scolarizzazione in Dad non può farcela senza il supporto di un adulto. Il lavoro delle mamme spesso, dei nonni qualche volta, si è quantomeno raddoppiato. Quello delle maestre di fatto è reso quasi impossibile dal digital divide, dalla mancata alfabetizzazione digitale delle generazioni passate, dal caos e dall’impossibilità del contatto. Eppure il digitale potrebbe essere un’occasione irripetibile di crescita e innovazione didattica, di fatto, a voler essere ottimisti, si riesce a fare un terzo del normale quintuplicando gli sforzi. Ma non si tratta di numeri, che sentiamo sviscerare da inizio pandemia, si tratta di persone e di vite, giovani vite che comunque vada saranno segnate da inettitudini, isolamento e maggiore precarietà.

È la storia di Lucia, 6 anni che con i genitori a lavoro deve affidarsi a un’amica di sua cugina, e alla maestra Francesca che le fa leggere una letterina ogni 10 minuti, perché ci sono altri 20 faccini impauriti o annoiati in altrettanti 20 schermi che aspettano a microfono spento il loro turno.

È la storia di Sofia che ha fatto l’ultimo anno, quello della maturità con la Dad e ascoltava le lezioni di chimica con un audio su Whatsapp.

È la storia di ogni insegnante precario che da solo, spesso, lotta contro tutto e tutti per guadagnarsi uno spazio.

È la storia comune di tutti i bambini, i ragazzi che svogliati al mattino darebbero qualsiasi cosa, ora, per sentire il suono della campanella.

Il senso stesso della scuola come comunità, micro-cosmo che riflette quello evanescente che abbiamo imparato a conoscere e che rapidamente è in continuo mutamento, viene a sgretolarsi sotto gli occhi impotenti di un Paese che ha rinunciato da tempo a prendersi cura dell’unica arma in dotazione per un futuro migliore. Nel gradino delle priorità la scuola non figura neanche nell’Agenda di Governo. Occorrerebbe ripartire da qui: senza scuola non c’è futuro, neanche a distanza.

Era il 10 dicembre del 1934 quando un siciliano di Girgenti, Luigi Pirandello, ricevette il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione “Per lo schietto e geniale rinnovamento nell’arte scenica e drammatica”. Morirà esattamente due anni dopo nel 1936. Sono trascorsi 86 anni dal premio e 84 dalla morte e nel frattempo in Italia c’è stata una guerra mondiale, è stata introdotta la Repubblica Parlamentare, le donne hanno acquisito il diritto di voto, si sono avvicendati numerosi governi e scrittori, ma bisognerà attendere il 1997 per un altro nobel in campo teatrale al giullare Dario Fo, per la sua tradizione teatrale non istituzionale. Stabilire un parallelo tra i due è decisamente fuorviante, perché pur simili nel campo di azione, i due drammaturghi non potrebbero essere allo stesso tempo più distanti.

L’articolo del New York Times

Il premio a Pirandello segnò, di fatto, una rottura insanabile con il passato, che gli valse il riconoscimento anche a Stoccolma. In un articolo del 9 novembre il New York Times lo definisce playwright, “drammaturgo” non romanziere o genericamente scrittore, ma specificatamente autore di opere teatrali. Il passo in avanti che gli garantì il più prestigioso premio mondiale, fu la famosa rottura della quarta parete “In sei personaggi in cerca di autore” che il suddetto articolo cita, non a caso, come terza opera della sua vasta produzione teatrale, dopo l’Enrico IV e Cosi è (se vi pare).

Il dramma dell’uomo che va in scena da migliaia di anni

Tutte opere mosse da un viscerale bisogno di sradicare qualsiasi convinzione precostituita fino a eleggere il dubbio come la sola verità possibile. Anticonformismo e innovazione le parole d’ordine che guidarono la radicale messa in discussione del monolitico uomo unitario dannunziano. In un’epoca, come la nostra, in un anno che definire difficile, appare riduttivo, dove le nostre certezze sono state disintegrate a una a una forse il messaggio di Luigi Pirandello appare più attuale che mai. In una battuta di “Sei personaggi in cerca di autore” sta racchiuso il senso del relativismo delle nostre esistenze, segnato da solitudine e incomprensione “Come possiamo intenderci se nelle parole ch’io dico, metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e il valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro?” E tuttavia, oggi più di ieri, non dovremmo mai dimenticare l’insegnamento di conservare per la vita un amore e un rispetto, che ricorda lo stesso Pirandello nella sua dichiarazione al banchetto per il conferimento del premio Nobel, tali da permettere di affrontare il medesimo dramma dell’uomo che va in scena, a teatro e non, da migliaia di anni, immutato e immutabile.